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«È più probabile che il processo di gruppo
ci dica tutto su qualcosa che le nostra interiora potrebbero dirci
- la fame per esempio - su qualcosa che non si sa cognitivamente»
(Bion, 1976, Intervista con A.J.Banet, in Il cambiamento catastrofico,
p. 352)
«La sofferenza ci minaccia da tre parti:
dal nostro corpo […], dal mondo esterno […] e infine
dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae
origine da quest'ultima fonte viene avvertita come più
dolorosa di ogni altra; propendiamo a considerarla in certo qual
modo un ingrediente superfluo, quantunque possa essere non meno
fatalmente inevitabile della sofferenza di provenienza diversa»
(Freud, Il disagio della civiltà, OSF X, p. 568-9)
I disturbi delle condotte alimentari rappresentano, tanto dal
punto di vista clinico quanto da quello della ricerca, un’area
di difficile definizione, che mette alla prova qualsiasi tentativo
di classificazione e organizzazione; ciò a dispetto di
una sintomatologia floridissima ed inconfondibile, nonché
di una mole di dati e osservazioni divenuta enorme negli ultimi
anni.
Chi lavora in questo campo, qualunque sia il suo approccio, entra
continuamente in contatto con la perturbante esperienza di un
disturbo – cioè un disordine, una disorganizzazione
- che si colloca da qualche parte tra un corpo devastato dai sintomi
ed una mente altrettanto in pericolo, che si presenta con caratteristiche
prevedibili e ripetitive su un piano della condotta e un’incredibile
polimorfia sul piano psicodinamico, che chiama in causa - nell'eziologia
quanto nella cura - dimensioni che vanno al di là dell'individuo.
Basti banalmente constatare come questo tipo di patologie comporti
sempre il confronto con aspetti medico-biologici, così
come un riferimento ad aspetti “sociali”: dalle più
superficiali letture in termini di modelli culturali all’approccio
tradizionale della terapia familiare, al fiorire di associazioni
e centri specializzati. Ed alle recentissime ricerche sull’analisi
di gruppo.
In Esperienze nei gruppi (1961), Bion parla di malattie (diseases)
che «si manifestano nell'individuo, ma hanno delle caratteristiche
che dimostrano chiaramente come sia il gruppo più che l'individuo
ad esserne affetto» (p. 110). Queste “malattie di
gruppo” (group diseases) trovano la loro matrice nel sistema
protomentale, sono cioè funzione del gruppo e devono essere
studiate in questa sede.
Se prendiamo in esame la letteratura psicoanalitica su anoressia/bulimia
troveremo spesso il riferimento ad un'identità impossibile
da raggiungere o a difficoltà specifiche nell'area della
dipendenza; insomma, a concetti che in effetti rimandano all’idea
di una perturbazione nel rapporto tra l'individuo ed il suo gruppo
di appartenenza primario.
Nelle note che seguono tenterò di collegare alcuni concetti
bioniani sul rapporto individuo-gruppo alle manifestazioni specifiche
dei disturbi alimentari, con l'avvertenza che tali considerazioni
potrebbero in effetti essere pertinenti anche nel caso di differenti
patologie.
Lo scopo di questo lavoro non è quello di proporre spiegazioni
etiologiche alternative, quanto piuttosto di evidenziare la possibilità
di riportare gli elementi gruppali all’interno della dinamica
del singolo. Sebbene le implicazioni più dirette si possano
intendere riferite ad un approccio terapeutico di gruppo, lo stimolo
è rivolto ad una qualità dell'ascolto analitico,
cioè ad un assetto mentale capace di cogliere le implicazioni
legate al gruppo come una caratteristica fondamentale del funzionamento
mentale.
Procederò per gradi, usando associazioni e suggestioni,
per cercare sempre più in profondità le tracce dell'appartenere
ad un gruppo.
Dalla famiglia esterna alla famiglia interna. Il problema delle
dipendenze e dei traumi transgenerazionali.
Prendiamo una descrizione ormai classica della dipendenza, quella
di Philippe Jeammet. I disturbi del comportamento (alimentare
e non solo) in adolescenza si distinguono per il fatto di essere
condotte in cui prevale l’agire sul pensare, che attaccano
le risorse o le potenzialità del soggetto, che spesso non
trovano collocazione in nessun quadro nosografico definito, ma
che invariabilmente denunciano una bassa differenziazione Sé/oggetto.
L’ipotesi etiologica prevede genitori che tendono a captare
il figlio nella propria economia psichica, negandone la specificità
ed i bisogni ed utilizzandolo come ricettacolo di proiezioni.
In termini metapsicologici, un fallimento delle interiorizzazioni
precoci ed il successivo fallimento della rimozione limitano la
capacità di impiegare meccanismi di difesa più evoluti
e condannano il soggetto alla dipendenza dagli oggetti controinvestiti.
Analoghe osservazioni, in termini diversi, troviamo nei lavori
di Gianna Polacco Williams relativi all’infanzia ed all’adolescenza:
a causa di una grave deprivazione o traumatizzazione, è
impossibile “prendere da un altro”, cioè interiorizzare
una relazione di dipendenza, che viene quindi rifiutata in ogni
forma con il conseguente prevalere di oggetti o strutture interne
distruttivi.
Si tratta di un vertice di lettura appropriato e utile, teoricamente
e clinicamente. Proviamone un altro. Un paziente affetto da disturbi
dell’alimentazione si presenta come membro – e portavoce
– di un gruppo primario (composto dalla famiglia, ma anche
da una comunità più vasta di insegnanti, amici,
medici di base, ecc.) che sta funzionando in assunto di base di
dipendenza. Fenomenologicamente c’è una notevole
corrispondenza tra le descrizioni di Bion (1961) e l’esperienza
di avere a che fare, specie nel caso di soggetti giovani o giovanissimi,
in effigie o concretamente, con un gruppo di persone che cerca
un esperto o una cura miracolosa, che non ha tempo da perdere,
che preferirebbe un ricovero o almeno indicazioni pratiche dettagliate
su come comportarsi e che è comunque rapidissimo nel sostituire
l’esperto con un altro più miracoloso.
Oppure, nel caso del reciproco di un assunto di base di dipendenza,
con un gruppo primario che si è totalmente esaurito cercando
di curare il suo membro più malato, perché «è
altrettanto necessario avere qualcuno in posizione dipendente
quanto avere qualcuno da cui dipendere». La dipendenza è
di fatto la “causa o contropartita psicologica” della
disorganizzazione del gruppo, mentre la matrice protomentale è
legata agli assunti di base repressi di attacco-fuga e accoppiamento.
Scrive ancora Bion «l’impulso del gruppo è
di fuggire dall’oggetto ostile, quello dello psichiatra
è di avvicinarvisi», avvicinarsi beninteso senza
farsi captare nell’area dell’assunto di base. La controparte
del gruppo familiare in AdB di dipendenza è il gruppo specializzato
dei curanti con i “protocolli” di intervento integrato,
che possono rendere molto difficile entrare in contatto con le
emozioni represse e negate degli assunti di base confinati nel
protomentale.
Dallo sforzo di guardare contemporaneamente dai due vertici, la
storia individuale e l’attualità del gruppo di appartenenza,
possono emergere delle immagini più ricche di significato.
Da un lato c’è una persona i cui bisogni non hanno
potuto trovare riconoscimento da parte delle figure primarie,
con particolare riferimento all’investimento precoce del
corpo sessuato come elemento capace di generare conflitti generazionali.
Dall’altra, un gruppo-famiglia che teme il confronto con
le emozioni connesse alla novità, all’eccitazione
ed all’aggressività e si rifiuta di elaborarle, le
nega e le isola; un gruppo incastrato – da una particolare
costellazione psicologica dei suoi membri o dall’impatto
di eventi storici - nel tentativo di mantenere una posizione “al
di qua” del lutto e della separazione.
Già ad un primo esame questa duplice visione permette di
ricollocare aspetti contradditori e spesso compresenti legati
ad un quadro isterico e/o ad un quadro ossessivo, che vengono
messi in ombra da una condotta apparentemente tossicomanica e
da fenomeni di marca psicotica.
Rouchy (1999) osserva come il dispositivo gruppale sia la sede
privilegiata per il trattamento degli aspetti incorporati, cioè
presenti nell’individuo a causa della sua appartenenza ad
un gruppo-famiglia ma non metabolizzati, perché in esso
possono più facilmente dispiegarsi ed aprirsi alla possibilità
di una trasformazione.
Rispetto al setting duale, Gaburri e Ambrosiano (2003) propongono
di considerare la rêverie come «una funzione del rapporto
che il singolo intrattiene con il gruppo [che] emerge dal grado
di separatezza e di scarto che tale rapporto consente» (p.
77)
L’esempio che ho scelto riguarda appunto un caso trattato
individualmente.
Daniela, 20 anni, mi viene inviata dallo psichiatra che l’ha
in cura per “depressione” quando compaiono violenti
attacchi bulimici. Daniela è piuttosto magra ed ha un vistoso
handicap fisico, che tende ad ignorare; solo dopo qualche seduta
mi spiega, molto sinteticamente, che è l’esito di
una nascita gravemente prematura. Inoltre presenta un’inibizione
intellettuale marcata, che ad un primo contatto fa pensare ad
un ritardo mentale lieve.
Delle abbuffate non ha niente da dire: gli attacchi arrivano e
la lasciano così esausta e depressa che nei giorni seguenti
non fa altro che «andare a lavorare e andare a dormire»;
quindi non mangia e questo spiega come, pur in assenza di condotte
di eliminazione, non si verifichi alcun aumento ponderale, eventualità
che la preoccupa comunque moltissimo.
Ha singolarmente poco da raccontare di sé, delle sue passioni
sportive, del suo lavoro nell’azienda di famiglia o della
famiglia stessa. Daniela vive all’interno di un nucleo allargato
numeroso e affiatato, composto da persone giovani, attive, affettuose
e collaborative. Lavorano, viaggiano, coltivano hobby tutti insieme,
distribuendo senza conflitti tanto i compiti e le responsabilità
quanto i meriti ed i guadagni.
Una cugina che studia Psicologia si è impegnata a confrontare
le caratteristiche della loro famiglia con quelle descritte dai
manuali di terapia familiare alla voce “Disturbi alimentari”,
ma non ha trovato un solo punto di contatto! In effetti, io stessa
mi ricavo l’immagine di un gruppo molto ben funzionante,
sinceramente preoccupato per il malessere di uno dei suoi membri.
Daniela è comunque oscuramente angosciata dall’ipotesi
di essere la testimonianza di una disfunzione familiare ed è
molto spaventata all’idea che il nostro lavoro possa condurre
in questa direzione.
Silenziosa e modesta, affronta le sedute come se assumesse un
farmaco e tutto ciò che chiede è di guarire presto;
“Niente da dichiarare”, penso ogni volta che la vedo.
Il trattamento di un paziente così poco capace e abituato
a parlare pone notevoli difficoltà tecniche; comunque decidiamo
di procedere con il lavoro, con la semplice e fondamentale consegna
di parlare di qualsiasi cosa le venga in mente allo scopo di comprendere
meglio che cosa le succede. Il più delle volte ciò
richiede un intervento attivo da parte mia per “avviarla”
in quelle che spesso appaiono come semplici chiacchiere, resoconti
di piccoli fatti quotidiani incredibilmente sconnessi e privi
di senso. Nei primi tempi è impressionante la frequenza
con cui utilizza il plurale per parlare di se stessa, “noi”
al posto di “io”; questa tendenza si rivelerà
un indizio importantissimo per me, tanto nel definire il problema
quanto nel comprendere il nucleo fondamentale della sua richiesta
di terapia.
Dopo circa due anni, un piccolo incidente prima di una competizione
sportiva alla quale teneva moltissimo mette in luce un terrore
paralizzante di essere oggetto dell’invidia di qualcuno,
invidia percepita come fonte diretta di danni fisici irreparabili.
Il suo terrore sembra peraltro condiviso dall’intera famiglia:
tutti concordano nel minimizzare l’evento e liquidarlo il
più rapidamente possibile, c’è una specie
di tabù. Daniela è turbata, perché desidererebbe
parlare della sua delusione e per la prima volta non si sente
appoggiata.
I due anni trascorsi, però, sono serviti a costruire con
me un rapporto di fiducia, all’interno del quale è
riuscita a costruire una minima capacità narrativa. Così,
quando due mesi dopo una sua amica rimane incinta e decide di
sposarsi, emerge “dal nulla” un racconto sulle origini
della sua famiglia: i genitori si sono sposati poco più
che adolescenti per “riparare” alla nascita del primo
figlio (il fratello maggiore di Daniela), confortati dall’approvazione
e dal concreto appoggio delle famiglie di origine.
Il seguito della storia impiegherà altri mesi ed altri
eventi fortuiti per venire fuori: poco dopo il matrimonio, una
serie di lutti e malattie ha lasciato la madre di Daniela priva
del sostegno dei genitori ed alle prese con la necessità
di occuparsi non solo del proprio figlio, ma anche dei fratelli
minori ancora giovanissimi. A sei anni di distanza, quando la
situazione economica e logistica pare ristabilita, i genitori
decidono di avere un secondo figlio: Daniela nasce al sesto mese
di gravidanza, con gravissimi problemi fisici. Anche in questo
caso la famiglia nel suo complesso affronta la situazione con
coraggio e determinazione: Daniela riceve tutte le cure necessarie,
alcune delle quali lunghe e dolorose, senza peraltro rendersi
conto del suo handicap fino all’epoca del liceo. L’affettuosa
vicinanza di zii e cugini sopperisce comunque allo scarso inserimento
nella comunità dei coetanei; Daniela “non si accorge
di niente” e solo dopo l’esame di maturità
compariranno i segni incomprensibili di una depressione e poi
le ancora più assurde crisi bulimiche.
Faticosamente si delinea nella mia mente l’ipotesi di una
famiglia che reagisce a traumi intollerabili compattandosi, ma
senza riuscire a produrre alcuna elaborazione: i lutti si superano,
nel senso di lasciarli indietro senza più tornarci sopra.
La mia fatica corrisponde alla fatica di Daniela, che conosce
tutti i pezzi di questa storia (anche se dei nonni ha pochissime
notizie e neanche una fotografia), ma non ha mai provato a metterli
insieme, impedita anche dalla sproporzione dei risultati positivi
comunque raggiunti (su un piano affettivo, sociale ed economico)
rispetto alle “poche” – numericamente - occasioni
luttuose. È come se non si potesse valutare il “peso”
dei dolori patiti, mentre è facilissimo quantificare i
successi (in termini di trofei sportivi, denaro, case acquistate),
così come le calorie ingerite. D’altra parte è
proprio la quantità – in un certo senso “eccessiva”
– di elementi positivi ad innescare l’angoscia di
un attacco distruttivo, così come il troppo mangiare distrugge
la vita di Daniela.
Avvicinarsi all’oggetto ostile significa qui combinare insieme
i “fatti” (le morti, le malattie) e le fantasie, superare
l’eterotopia degli elementi ed immaginare un quadro in cui
il “furto della sessualità” (i ragazzi che
concepiscono un figlio) deriva dall’invidia e provoca invidia,
un’invidia così distruttiva da causare malattia e
morte tanto nella generazione precedente quanto in quella successiva.
Gli elementi sessuali ed aggressivi devono dunque essere occultati,
coperti da un funzionamento condiviso tutto orientato a guadagnarsi
le prove tangibili di una buona condotta e del favore divino,
all’interno del quale la storia concordata (quella di un
nucleo solidale, coeso e privo di conflitti) detiene tirannicamente
la leadership.
Mentre io ricostruisco questa complessa fantasia, Daniela compra
e legge un libro del tipo “come guarire dalla bulimia in
dieci mosse” e rimane profondamente impressionata dal riferimento
alle “carenze di autostima”. Questo esilissimo concetto
funziona come un fatto scelto ed ha un effetto folgorante: le
crisi bulimiche cominciano ad avere un senso, si connettono cioè
per vie semplicissime agli eventi quotidiani («Ho mangiato
perché avevo litigato con ….», «Ho mangiato
perché non ero riuscita ad ottenere …»).
Pur senza condividere direttamente con lei le mie ipotesi, approccio
con prudenza l’idea che le esperienze dolorose lascino un
segno; Daniela trasforma i miei interventi in qualcosa che somiglia
a «se dimentico ciò che mi ha ferito, non posso utilizzare
la mia reazione positiva per avere maggiore fiducia in me stessa».
In questa fase sogna più volte di assistere alla distruzione
di oggetti preziosi (case, opere d’arte, ecc.) con un grande
senso di rammarico; contemporaneamente inizia a preoccuparsi/occuparsi
del suo aspetto fisico anche indipendentemente dal peso. Le abbuffate
scompaiono, “sostituite” da un atteggiamento polemico
che turba notevolmente i rapporti familiari. Dopo una lite particolarmente
violenta, però, una zia le riconosce che l’esperienza
delle difficoltà emotive e la psicoterapia l’hanno
resa più matura. «Adesso sei proprio una donna»,
le dice, prendendo le sue parti in una controversia con i genitori.
Mesi dopo, quando diventerà evidente che i disturbi per
cui aveva richiesto la terapia sono stati superati (assenza del
sintomo alimentare ed eliminazione dei farmaci antidepressivi),
Daniela mi sorprenderà decidendo di proseguire il lavoro
“per se stessa, per chiarirsi bene chi è”.
Nella fase conclusiva, il noi lascerà il posto ad “io
con …” e i suoi racconti si riempiranno di personaggi
dotati di nome, storia, peculiarità caratteriali.
Il nucleo anasemico e antimetaforico del sintomo anoressico-bulimico
è messo qui in crisi dalla possibilità di dispiegare
il modello di funzionamento familiare incorporato, portando “noi
tutti” (indistinti) nella stanza d’analisi, in un’evocazione
che all’inizio ha quasi la concretezza del presentarsi davvero
con tutti i parenti. D’altra parte Daniela, per le circostanze
della sua nascita, è altrettanto concretamente designata
a rappresentare la fantasia condivisa circa le difficoltà
del passaggio di consegne tra le generazioni, all’interno
di una “comunità di fratelli”, arroccata nel
mantenimento di un’immagine a-conflittuale di pari giovinezza
e pari responsabilità (i genitori sono tutti giovani e
comprensivi, i figli sono tutti “bravi ragazzi”).
L’esplicitazione del timore di essere invidiata dai vicini
di casa, nonché la preoccupazione per la propria attrattiva
sessuale o il coinvolgimento in coppie che si separano dal resto
del gruppo (ad es. Daniela e la zia che la “riconosce”)
sono testimonianze di un’iniziativa personale di trasformazione,
di esplorazione dell’ignoto familiare.
Il caso preso in esame è in qualche modo “estremo”,
nel senso che il gruppo-famiglia finirà per essere effettivamente
modificato dai cambiamenti innescati da quello che sembrava il
suo membro più fragile.
Mantenere un’ottica su Daniela come membro di un gruppo
in difficoltà mi ha aiutato a trovare un filo, a dare un
senso a fenomeni che sembravano altrimenti denunciare un ritardo
o una patologia mentale grave. Elementi, evidentemente, legati
al suo appartenere al gruppo.
Narcisismo/Socialismo
«L’individuo è un animale di gruppo in lotta,
non solo col gruppo, ma con se stesso, proprio a causa del suo
essere animale di gruppo e di quegli aspetti della sua personalità
– che costituiscono la sua “tendenza a formare un
gruppo”» (Bion, 1961, p. 141). Questo pensiero verrà
ripreso e reso più complesso postulando l’esistenza
di «due tendenze, una ego-centrica e l’altra socio-centrica,
che si vedono continuamente informare gruppi di spinte impulsive
della personalità. Queste tendenze sono di quantità
uguale e di segno opposto. Quindi, se in un dato momento gli impulsi
d’amore sono narcisistici, allora gli impulsi di odio sono
social-istici, cioè diretti verso il gruppo e viceversa:
se l’odio è diretto contro un individuo come parte
di una tendenza narcisistica, allora il gruppo viene amato social-isticamente.
Vale a dire, se A odia B, come espressione del suo narcisismo,
allora amerà la società. “Odio B perché
è così dannoso per la società che amo”»
(Bion, 1992, p. 133).
Primo livello: l’individuo si trova fin dall’inizio
diviso tra l’esigenza di proteggere la propria identità
separata, il proprio pensiero ed i propri interessi, e l’esigenza
di preservare il proprio gruppo primario, la propria parte pre-individuale,
la propria adesione ad una mentalità di gruppo. Da questo
vertice, la distruzione dei legami di senso (senso comune) può
essere visto come una reazione narcisistica di preservazione da
un socialismo primario eccessivo.
Rispetto ai disturbi alimentari, ciò ci aiuta a comprendere
meglio la caratteristica compresenza di gravissime perturbazioni
del pensiero, limitate ad alcune aree (cibo, peso, sopravvivenza
fisica), in soggetti che per altri versi sono capaci di un funzionamento
mentale elevato e di meccanismi di difesa evoluti. Dunque, parafrasando
Bion, “odio il mio corpo, che è così dannoso
per la famiglia che amo” in quanto corpo sessuato, ad esempio,
capace di suscitare repulsione e conflitti con le figure di accudimento.
Questo odio è sentito così necessario da essere
mantenuto e alimentato anche distruggendo il contatto con la realtà,
con quel senso comune che mostra inequivocabilmente che l’assenza
di nutrimento causa malattia e morte.
Facciamo un altro passo in questa direzione, considerando altre
due formulazioni di Bion sulla serie narcisismo/socialismo.
1. «Non necessariamente l’amore di sé è
narcisistico; non necessariamente l’amore del gruppo è
socialistico. Ad un polo si trova un oggetto; all’altro
polo un’infinità di oggetti. Ad un polo ci sarà
un oggetto verso cui verrà diretto un gruppo di emozioni;
all’altro polo un certo numero di emozioni verranno dirette
verso un’infinità di oggetti che devono il fatto
di essere diventati un numero infinito alla scissione di unico
oggetto» (1992, p. 133).
2. «Supporrò che l’aumento di intensità
del narcisismo sia accompagnato da un restringimento o da una
concentrazione dell’emozione, fino a quando si può
dire che essa sia un’emozione […]. Similmente, l’intensità
del socialismo è accompagnata da un ampliamento dello spettro
delle emozioni. Supporrò inoltre che la gamma completa
che va dal narcisismo intenso al socialismo intenso sia soggetta
a scissione» (1965, p. 114).
Possiamo pensare anche ai disturbi alimentari come ad una gamma
che va dall’anoressia (nulla) alla bulimia (tutto), una
gamma che può subire scissioni. L’anoressia potrebbe
dunque essere vista come l’estremo narcisistico, in cui
l’emozione si concentra fino a ridursi ad un punto su un
unico oggetto: il vuoto, nel suo sintomo somatopsichico della
fame. All’altro estremo socialistico si situa invece la
bulimia, nella quale desiderio, aggressività, ecc. si disperdono
verso una miriade di oggetti-cibo, come conseguenza della scissione/frammentazione
dell’oggetto, generando ancora vuoto. Tali estremi possono
presentarsi scissi l’uno rispetto all’altro e dal
resto della personalità.
La serie narcisismo ? socialismo è importante per le sue
connessioni con il significato. Appena poche righe dopo la seconda
frase citata, presa da Trasformazioni, Bion esamina le conseguenze
dell’intolleranza all’assenza della cosa (la non cosa),
evidenziando una preclusione della funzione rappresentativa, all’interno
della quale finanche le parole sono utilizzate come una «”provocazione”
a sostituire la cosa alla non-cosa […] Così bisogna
ricercare […] un seno […] reale, anziché il
pensiero rappresentato da questa parola» (p. 117). Il problema
è il cibo o il peso, e queste parole non rimandano ad altro
se non alla concretezza del pericolo che implicano o alla megalomania
del pretendere di rimanere in un simile stato di pericolo.
Le “assurde crisi bulimiche” di Daniela corrispondono
ad una dispersione del senso di sé nell’inseguimento
di una quantità enorme di cose da ingerire, cui segue altrettanto
assurdamente un ritiro nel sonno ed in attività svolte
meccanicamente. Il riconoscimento dell’assenza ed il pensiero
sono di fatto esclusi.
Concluderò con il sogno di un’altra paziente, al
termine di una lunga e difficile terapia individuale. Dopo anni
di bulimia, seguiti ad un periodo giovanile di anoressia restrittiva,
Francesca non ha più sintomi, si è sposata e si
prepara a concludere il lavoro con me.
«Tutti i miei parenti sono riuniti nel salone della mia
nuova casa, dalla finestra vedo avvicinarsi un’enorme palla
di fuoco, un sole rosso spaventoso. Provo un senso di catastrofe
imminente, penso che ci ucciderà tutti. Poi noto che alcune
delle persone presenti nella stanza sono già morte e mi
tranquillizzo: è qualcosa di necessario».
Francesca interpreta: la palla di fuoco è la fine della
terapia, spaventosa ma necessaria, e i parenti – anche quelli
che non ci sono più – rappresentano le sue cose importanti,
finalmente riunite in un unico luogo.
La possibilità di elaborare la separazione ed il lutto
è il risultato di una riunificazione non più necessariamente
persecutoria (quella rappresentata inizialmente dalla palla di
fuoco), del superamento cioè della scissione tra narcisismo/socialismo.
Questo apre la strada a nuove esperienze, in particolare alla
fondazione di una nuova famiglia.
Bibliografia
Bion W.R., (1961), Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1971.
Bion W.R. (1965), Trasformazioni, Armando, Roma, 1983.
Bion W.R. (1992), Cogitations, Armando, Roma, 1996.
Gaburri E., Ambrosiano L., 2003, Ululare con i lupi, Boringhieri,
Torino.
Jeammet P. (1992), Psicopatologia dell’adolescenza, Borla,
Roma.
Polacco Williams G. (1997), Paesaggi interni e corpi estranei,
Bruno Mondadori, Milano, 1999.
Rouchy J.C. (1998), Gruppo spazio analitico, Borla, Roma, 2000.
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