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1. INTRODUZIONE
La dimensione gruppale alla quale farò riferimento in
questo articolo, ha valenze particolari e specifiche; si tratta,
infatti, dei gruppi naturali di appartenenza dei pazienti: le
famiglie.
Nella famiglia trova la sua applicazione clinica più frequente,
anche se certamente non l’unica, l’orientamento psicoterapeutico
a cui si ispira il mio lavoro clinico e di ricerca: l’orientamento
sistemico.
Poiché i fondamenti epistemologici di tale modello si ispirano,
com’è noto, a concetti di circolarità, sia
nella ricostruzione dei “processi causali” che nella
definizione delle “relazioni”, il gruppo come “sistema”
acquista connotazioni specifiche: pur ribadendo la centralità
delle soggettività individuali, esso si configura, però,
come “più della somma degli individui che ne fanno
parte”. Esso presenta, dunque, modalità di funzionamento,
dinamiche d’equilibrio, genesi storiche sue proprie, a cui
gli individui costantemente partecipano e che con le soggettività
individuali sono in costante e circolare rapporto di interinfluenza
reciproca.
Queste rapide considerazioni preliminari non pretendono certo
di affrontare qui, da un’angolatura sistemica, l’arduo
discorso su “gruppo e spazio mentale”, problema estremamente
complesso e aperto alla ricerca. (vedi le interessanti questioni
proposte da un recente articolo di Rugi, 2003) [30].
Esse vogliono essere solo spunti di riferimento che permettano
di introdurre una riflessione sull’utilità di un
approccio sistemico ai disturbi del comportamento alimentare,
e dare ragione, quindi, della scelta epistemologica che ispira
la nostra ricerca teorica e clinica.
2.UTILITÀ DI UN APPROCCIO SISTEMICO E COMPLESSO ALL’ANORESSIA
MENTALE
Nel campo scientifico in generale e in quello psicoterapeutico
in particolare, tende oggi a farsi strada la crescente esigenza
di superare la rigidità dei dogmatismi di scuola; si tratta
di una esigenza che esprime il riconoscimento di una pluralità
di punti di vista di cui si ricercano le complementarietà
piuttosto che le opposizioni, pur nel rispetto delle reciproche
differenze; esprime dunque la disponibilità a rimettere
criticamente in discussione le proprie premesse epistemiologiche,
e a privilegiare metodologie di complessità.
Riteniamo, appunto, che di metodologie di complessità c'è
estrema necessità quando ci si trova ad affrontare forme
di disagio umano così problematiche e complesse come l'anoressia
mentale.
Nell'anoressia, infatti, è, con chiara evidenza, coinvolta
una molteplicità di componenti, correlate tra loro:
• è interessato un livello psico-biologico individuale,
perché il disturbo investe soprattutto una fascia di età
di profonde trasformazioni psichiche e somatiche come l'adolescenza
e prevale largamente (con un rapporto di 10 a 1) nel sesso femminile
rispetto a quello maschile;
• è coinvolto un livello familiare, perché
le famiglie di cui le pazienti anoressiche fanno parte, pur senza
lasciarsi inquadrare in rigidi schemi tipologici, presentano,
però, caratteristiche ridondanti su cui ritorneremo in
seguito;
• è implicato, infine, un livello socio-culturale,
dal momento che, come dimostrano i dati epidemiologici e le ricerche
di psichiatria transculturale, l'anoressia prevale nettamente
nelle società dei benessere economico, mentre è
quasi sconosciuta nei paesi del Terzo Mondo. [24]
L'orientamento sistemico, a cui si ispira il nostro lavoro, propone
l'esistenza di una interinfluenza reciproca, di una correlazione
circolare" fra questi livelli, e sottolinea che nessuno di
essi, da solo, è sufficiente a giustificare l'insorgere
dell'anoressia, che è, invece, il risultato del co-interessamento
di tutte le componenti indicate. Ispirarsi all'ottica sistemica
significa oggi, a nostro giudizio, collocarsi appunto in una prospettiva
metodologica che ricerca le correlazioni tra componenti molteplici,
che tende a superare dicotomie e frammentazioni, che rifiuta,
dunque, riduttive ed abusate equazioni che la omologano alle "tecniche
di terapia familiare".
La scelta frequente di lavorare, privilegiatamente, con la famiglia
o con i suoi sottosistemi, nasce dalla esigenza imprescindibile,
sul piano operativo, di dover, comunque, delimitare un campo di
intervento, per quanto arbitraria questa delimitazione possa apparire
sul piano concettuale. Ma tale scelta si giustifica, inoltre,
con ragioni teoriche e pratiche importanti. Vorremmo accennarne
almeno due:
a) la prima è che la famiglia è, per ognuno, un
contesto primario di apprendi- mento e di esperienza, terreno
dove si sviluppano o dove falliscono sia i movimenti di individuazione
e di differenziazione, sia i processi di acquisizione dell'identità.
Nella famiglia, dunque, possono più facilmente instaurarsi
quelle difficoltà relazionali, quelle influenze emozionali,
che legano circolarmente il paziente e il suo sintomo al sistema
familiare. Va sottolineato come, in una concezione che possa dirsi
genuinamente sistemica, questo legame non ha alcuna connotazione
causalistica che conduca all'idea di colpevolizzare la famiglia
come "patogena" o come "nociva";
b) la seconda ragione è che lo stesso sistema familiare
si definisce immediatamente come un sistema complesso di intersezioni
tra livelli diversi: un piano sincronico di interazioni e di modelli
comunicativi si incrocia con un piano dia- cronico di storie individuali
e collettive, di significati e di valori condivisi, di miti e
di fantasmi dei singoli come dell'intera famiglia, che attraversano
il passato per continuare a vivere nel presente e influenzare
il futuro.
Nelle nostre ricerche con le pazienti anoressiche e le loro famiglie
abbiamo studiato proprio questi due piani: quello più evidente
delle transazioni e delle dinamiche relazionali, così come
fenomenologicamente esse appaiono e, in particolare, quello più
profondo e celato dei miti familiari.
3. LA FAMIGLIA DELLE PAZIENTI ANORESSICHE: CARATTERISTICHE RELAZIONALI
E STORIE FAMILIARI
A. Dinamiche relazionali
Sull'organizzazione relazionale dei sistema familiare delle pazienti
anoressiche le ricerche sono numerose [11, 23?.
Dai dati della nostra indagine [13, 15, 19? emerge che non è
possibile definire una "tipologia" univoca della struttura
familiare: abbiamo riscontrato molteplici variabili e insopprimibili
specificità che non consentono inquadramenti in schemi
troppo rigidi. Tuttavia alcuni aspetti relazionali (già
sottolineati in precedenti ricerche) per quanto non esclusivi,
né costantemente presenti, ci sono apparsi particolarmente
ridondanti e meritevoli di attenzione, per le possibili correlazioni
con la comparsa e la qualità del sintomo anoressico. Ne
indicheremo soprattutto due:
• il primo consiste in una marcata labilità di confini
tra gli individui e i sottosistemi generazionali, che rende possibile
una continua intrusione negli "spazi" fisici e soprattutto
psicoemotivi dei singoli, riducendo notevolmente ogni ambito privato
e autonomo. Si comprende, allora come questa scarsa o inesistente
delimitazione di confini all'interno di un "corpo familiare"
che sembra presentarsi come un amalgama indifferenziato, possa
creare difficoltà inevitabili nei processi di individuazione
e differenziazione, e permetta una prima giustificazione di quei
bisogni esasperati di controllo che caratterizzano frequentemente
il vissuto delle pazienti anoressiche, quell'esigenza di non lasciarsi
invadere da elementi esterni, che trova nel rifiuto del cibo la
estrema, ambivalente difesa;
• il secondo aspetto relazionale che abbiamo riscontrato
in modo ridondante nelle famiglie delle pazienti anoressiche è
quello che tradizionalmente va sotto il nome di "evitamento
del conflitto". Con tale termine, non deve intendersi l'assenza
di tensioni conflittuali, ma la difficoltà, o la impossibilità
che esse portino ad una più chiara e matura definizione
delle relazioni, per la tendenza a non dare al conflitto soluzioni
che favoriscano i processi di differenziazione o, ancora, per
la frequenza con cui esso viene deviato su aree più "neutre"
e meno minacciose: tra queste, privilegiatamente, le difficoltà
alimentari della paziente, su cui, quando emergono, si catalizzano
spesso i contrasti tra i familiari, occultando ogni altro problema.
Ecco perché, allora, quell'estrema protesta che l'anoressica
agisce col rifiuto del cibo appare come un tentativo sofferto,
spesso disperato, di differenziazione, ma rimane protesta muta,
confinata nella sfera dell'implicito, del non-detto. Non perché
non risuonino nella paziente vibrazioni emozionali o manchino
capacità di simbolizzazione, secondo il concetto classico,
ma troppo semplificatorio di "alexitimia" [14], ma perché
l'anoressica è costretta a conformarsi a un linguaggio
familiare, potremmo forse dire al linguaggio di un "corpo
familiare", che censura e interdice l'esplicitazione di ogni
conflittualità. Qui troviamo allora una seconda giustificazione
del sintomo anoressico, che ci appare in tutta la sua paradossale
ambivalenza: tentativo dolente e spesso clamoroso di introdurre
tensioni conflittuali e provocatorie, differenze in un sistema
familiare che sembra rigidamente impedirle, finisce esso stesso
per relegarle, attraverso un problema di nutrizione, in un mondo
infantile che è, per tutti, il più rassicurante
e protettivo.
B. Storie familiari
Ma naturalmente questa trama relazionale avrebbe ben scarso significato
se non fosse collocata nel quadro di una storia, se non si tentasse
di ricostruire il suo organizzarsi nel tempo. Anche sotto questo
profilo ogni generalizzazione è arbitraria, poiché
niente ha una specificità così singolare quanto
la storia di una famiglia.
E tuttavia, anche qui, accade di riscontrare ridondanze interessanti.
Esplorando le storie familiari, abbiamo trovato, infatti, con
frequenza, aree profonde di conflittualità irrisolta, non
dichiarata, non affrontata, che riguardano la relazione coniugale,
una relazione caratterizzata da una grave insoddisfazione reciproca.
E abbiamo trovato, parallelamente, quelle alleanze transgenerazionali
che coinvolgono l'anoressica in coalizioni con un genitore contro
l'altro, in cui la paziente diventa strumento di una lotta coniugale
criptica e segreta.
La crisi anoressica. spesso coincide con la delusione che l'adolescente
prova quando, più o meno consapevolmente, avverte di essere
stata strumento" più che persona [24]. Nascono allora
anche da questi complessi legami familiari i sentimenti di inadeguatezza,
di frustrazione, di devalorizzazione che, come vedremo anche in
seguito, caratterizzano, sotto una maschera efficientista, il
vissuto personale dell'anoressica e, inevitabilmente, ripropongono
bisogni di dipendenza. Sono questi coinvolgimenti profondi che
si strutturano nell'arco di una storia familiare, rimanendo spesso,
del tutto celati, che ci hanno indotto a esplorare i "miti"
di queste famiglie. Tocchiamo qui uno degli aspetti peculiari
della nostra ricerca. Ci sembra però necessario premettere
un chiarimento teorico e storico sul concetto di "mito".
4. I MITI FAMILIARI
A. Evoluzione del concetto di mito
Il concetto di "mito" non è nuovo in terapia
familiare. Esso venne introdotto nel campo sistemico, negli anni
sessanta, da A. Ferreira [6? che, lo considerò, inizialmente,
come una manifestazione di patologia, come espressione di "credenze
irrealistiche" condivise dalla famiglia. Ma il concetto di
mito ha presentato negli ultimi due decenni, una radicale rivalutazione,
parallelamente all'evoluzione della terapia familiare e, più
in generale, dell'epistemologia sistemica [18?.
È soprattutto il superamento della cosiddetta "prima
cibernetica" che ha favorito questa evoluzione e che ha stimolato
un rinnovato interesse per l'esplorazione della dimensione mitica
della famiglia.
Parliamo di superamento della prima cibernetica nel senso che
molti terapeuti familiari cominciarono a sentire fortemente inadeguati
e insoddisfacenti metodi valutativi e operativi che si limitassero
a prendere in considerazione i modelli di interazione familiare
e i loro effetti pragmatici sul comportamento dei singoli membri.
Emergevano, infatti, alcuni interrogativi irrinunciabili: come
si sono organizzati nel tempo questi modelli di interazione? E
quale insieme di significati assumono per la famiglia e per i
suoi membri?
È evidente che tali interrogativi sono influenzati dall'incontro
fecondo tra il pensiero sistemico e nuovi paradigmi che hanno
attraversato, nell'ultimo ventennio, diversi domini del campo
scientifico: sono influenzati dai paradigmi evolutivi che reintroducono
la dimensione del tempo nei sistemi, che altrimenti rischiano
di essere appiattiti in uno studio puramente sincronico dei "qui
e ora"; sono influenzati dagli orientamenti costruttivisti,
che sottolineano l'importanza delle attribuzioni di significato
che ispirano e guidano l'agire umano; sono, ancora, influenza-
ti dalla cosiddetta "cibernetica di second'ordine",
che evidenze come nessuna descrizione della realtà è
neutra, perché essa è sempre inseparabilmente legata
ai modelli-di riferimento-e di interpretazione dell'osservatore
che la descrive.
E, infatti, al cambiamento degli orientamenti interpretativi dei
terapeuti fa- miliari, corrisponde anche un cambiamento delle
descrizioni che essi cominciarono a proporre delle famiglie.
E man mano che ì terapeuti iniziano a interrogarsi sulle
intenzionalità, le motivazioni, i significati che gli individui
attribuiscono ai loro comportamenti, man mano che essi cominciano
a esplorare il mondo interno, individuale e familiare, inoltrandosi
in quella "scatola nera" che la prima cibernetica aveva
considerato irrilevante o insondabile, man mano che la soggettività
degli individui acquista pieno risalto sulla scena sistemica:
man mano, dunque, che i terapeuti fa- miliari propongono questi
nuovi orientamenti interpretativi, cominciano a profilarsi e a
emergere anche nuove "rappresentazioni" dei sistemi
familiari.
E la famiglia viene descritta come una "realtà complessa"
come una articolazione complessa di una molteplicità di
livelli, tra i quali acquista una particolare importanza un livello
più celato e profondo rispetto a quello delle interazioni
fenomenologicamente osservabili, un livello che potremmo, appunto,
chiamare livello "mitico". Ma quale è, allora,
il significato che assume il mito familiare nell'ambito di queste
nuove rappresentazioni della famiglia?
Lungi dall'essere esclusivamente espressione di patologia, esso
è proposto come funzione normale e "fondatrice"
della famiglia, senza la quale la famiglia stessa cesserebbe di
esistere [5, 20, 12]. Il mito, do questo punto di vista, è
un insieme di rappresentazioni e di valori che organizza i ruoli
essenziali dei membri della famiglia nel corso della loro vita
e li e lega tra loro; il mito definisce, dunque, in un gioco di
interdetti e di autorizzazioni, i ruoli sessuali, le posizioni
generazionali, le funzioni affettive, le collocazioni sociali,
dando a queste rappresentazioni una coerenza che le legittima
e le connette ad un'etica. All'interno del mito, la famiglia trova
la propria specificità del tutto unica e singolare (il
fatto che si tratti di quella famiglia e non dì un'altra)
e vi trova, dunque, la ragione stessa del suo esistere.
Ma quando il mito familiare si collega a manifestazioni di disagio
e di sofferenza? Come sempre accade nei sistemi patologici, ciò
avviene quando il mito è rigido e non evolutivo, cioè,
è incapace di adattarsi alle esigenze trasformativi delle
varie fasi del cielo vitale familiare; in questi casi la dialettica
che, dovrebbe essere sempre aperta e flessibile, tra i due poli
complementari dell'appartenenza familiare, veicolata dal riconoscimento
dei mito, e dell'identità individuale, legata ai bisogni
personali di crescita, si occlude e si cristallizza, ipostatizzando
i vincoli mitici di appartenenza e rischiando di coartare e di
isterilire lo sviluppo dell'identità personale.
Queste considerazioni di carattere generale fanno capire perché,
oggi il passaggio dalla "pragmatica" delle interazioni
alla "semantica" delle relazioni e dei comportamenti,
induca spesso i terapeuti familiari ad una ricerca di significa-
ti che trovano nei núti, nell'immagine e nell'esplorazione
dei miti, una matrice estremamente feconda per la comprensione
e l'attribuzione di senso.
B. Miti e fantasmi nelle famiglie con problemi di anoressia
Ma lasciamo ora queste considerazioni generali, necessarie per
un chiarimento dei concetti, e torniamo alle famiglie delle pazienti
anoressiche. Quali miti è possibile ritrovare in queste
famiglie?
I dati che emergono dalla nostra ricerca, che su questi aspetti
è ancora in corso, evidenziano che, con larga frequenza,
si tratta di miti di unità familiare, come valore supremo
da tutelare ad ogni costo, miti coesivi rigidi, che hanno naturalmente
una specificità in rapporto alla singolarità delle
storie familiari, ma che spesso si accompagnano, specularmente,
a quelli che abbiamo chiamato "fantasmi di rottura",
e cioè a timori che ogni movimento di autonomia o di distacco,
ogni istanza di crescita o di separazione, possa rappresentare
una disgregazione catastrofica dell'unità familiare, piuttosto
che una trasformazione evolutiva dei legami affettivi. Vedremo
in seguito con quali modalità abbiamo esplorato questi
miti e questi fantasmi.
Ci pare, però, già possibile proporre alcune riflessioni.
Innanzitutto è di particolare rilievo notare come, alla
luce di questa trama mitica, si illuminino di significato quelle
dinamiche interattive che abbiamo precedentemente descritto: e
la scarsa delimitazione di confini trovi, ora, una nuova attribuzione
di senso, all'insegna dei valori coesivi di unità; e la
impossibilità di esplicitare e di risolvere il conflitto
si giustifichi, ora, alla luce dei timori profondi di rottura
e di perdita irreversibile, che blocca i processi di dífferenziazione.
I due livelli, quello fenomenologícamente osservabile dei
modelli interattivi, e quello più celato e profondo dei
miti e dei valori condivisi, non solo sono ricorsivamente correlati,
ma si rinforzano reciprocamente in un vincolo di coerenza.
Inoltre, e in particolare, miti rigidi di unità e fantasmi
di rottura giustificano, con una nuova luce di senso, il blocco
evolutivo di un sistema, in cui l'angoscia di separazione e di
perdita sembra impedire ogni processo di trasformazione, congelando
la famiglia in una sorta di mitico "arresto del tempo".
"Esperienza del tempo sospeso", hanno definito l'anoressia
alcuni autori ad orientamento psicodinamico [7] alludendo al tentativo
illusorio di "sospendere" la problematica transizione
adolescenziale. Ma questo vissuto soggettivo della paziente trova,
allora una straordinaria corrispondenza in una difficoltà
dell'intero nucleo familiare a compiere il passaggio da una fase
all'altra del ciclo vitale, in cui il vincolo a un mito che non
si può trasgredire, sembra ipostatizzare la famiglia in
un eterno presente senza futuro: una "sospensione dei tempo",
appunto.
E anche qui, a livello del mito, l'anoressica si ripropone nella
sua irriducibile ambivalenza: paladina della trasgressione del
mito perché il suo "sciopero della fame mascherato",
è una protesta clamorosa anche se implicita; paladina della
tutela del mito, perché quelli che Boszormenyi-Nagy [3]
chiama i "vincoli invisibili di lealtà" fanno
prevalere le valenze regressive e protettive.
5. L'IMPORTANZA DI UNA PROSPETTIVA TRIGENERAZIONALE
Ma affrontare il discorso dei miti ha ripercussioni ulteriori
sulla terapia familiare, perché, inevitabilmente, la apre
ad una prospettiva transgenerazionale: diventa infatti necessario
interrogarsi su come i miti si costituiscono e si trasmettono
attraverso le generazioni, diventa essenziale riconsiderare le
famiglie di origine in tutte le loro implicazioni reali e fantasmatiche
nella situazione problematica attuale.
Uno dei pionieri della terapia familiare, James Framo, in un libro
pubblicato, forse non a caso, solo di recente, ma che ha dietro
di sé una elaborazione di lunga data, il cui titolo in
italiano è "La terapia intergenerazionale", scrive:
"Le difficoltà che una persona, nel presente, ha nella
coppia, nella famiglia o con se stessa, possono essere viste,
fondamentalmente, come sforzi riparativi che hanno lo scopo di
correggere, padroneggiare, rendere innocui, elaborare o cancellare
antichi paradigmi relazionali che sono sentiti come disturbanti
e che provengono dalla famiglia di origine". E ancora "la
maggior parte delle persone non riesce a "vedere" i
coniugi, i figli, i partner come davvero sono perché si
frappongono vecchi fantasmi" [8].
Anche noi, nel corso della nostra ricerca sulle famiglie con problemi
di anoressia, ci siamo domandati come si organizzano nel tempo
i "miti di unità", da dove emergono "i fantasmi
di rottura" che traspaiono dai vissuti individuali e che,
al tempo stesso, costituiscono il cemento emotivo che li accomuna
e li tiene uniti. E, appunto, abbiamo trovato qualche risposta,
attraverso la ricostruzione di una storia che rimanda alle famiglie
di origine dei genitori, lungo un percorso almeno trigenerazionale.
E siamo rimasti colpiti dalla frequenza con cui è possibile
ritrovare, nel passato di queste famiglie, la presenza di eventi
traumatici, quali lutti precoci non elaborati o abbandoni o separazioni
premature o malattie gravemente invalidanti: eventi, insomma che
richiamano il tema della perdita, che sembra spesso incombere
su queste storie e associarsi a vissuti emozionali profondi di
"angoscia di separazione". [25]
Abbiamo allora formulato l'ipotesi che i “miti di unità"
da tutelare ad ogni costo, così frequenti in queste famiglie,
si formino come costruzioni difensive condivise, che hanno funzione
di protezione rispetto a queste paure non elaborate di perdita
e a queste angosce di separazione. E’ un'ipotesi che richiede,
naturalmente, verifiche e approfondimenti. Ma ci sembra suggestivo
il fatto che essa si riallacci a una tematica importante nel dibattito
psicoanalitico, quella della "trasmissione della vita psichica
tra le generazioni ", che è anche il titolo di un
brillante insieme di saggi, curato da René Kaès
[10], il quale scrive nell'introduzione: "In questo insieme
di ricerche l'analisi riguarda il modo in cui si trasmettono i
sintomi, i meccanismi di difesa, l'organizzazione delle relazioni
oggettuali, i significanti: riguarda il modo in cui gli oggetti
e i prodotti della trasmissione psichica strutturano correlativamente
il legame intersoggettivo e la formazione del singolo soggetto".
Senza la presunzione di addentrarci in una tematica così
complessa vorremmo solo accennare che questo ci pare un terreno
fecondo su cui orientamenti apparentemente lontani possono trovare
punti di convergenza e di dialogo.
6. UN ESEMPIO CLINICO: IL CASO DI ENZA
Vorremmo, ora, per tentare di chiarire meglio alcuni dei concetti
accennati, esporre sinteticamente un esempio clinico. Si tratta
del caso di Enza, una adolescente di 17 anni, studentessa di liceo,
che presenta da circa due anni una anoressia bulimica, con crisi
bulimiche e vomito auto-indotto. Il calo ponderale è piuttosto
marcato, di 12 kg (ora ne pesa 41 per 1,70 di altezza); è
comparsa amenorrea.
La famiglia è costituita dai genitori, il padre, Francesco
di 46 anni, operaio comunale, vincolato anche a turni notturni,
la madre Aurora, di circa 45 anni, casalinga (ha lasciato il lavoro
subito dopo il matrimonio), Enza, la paziente designata, e una
sorella minore, Loredana, di 12 anni.
A. Le storie familiari
Le storie familiari dei genitori, di cui necessariamente daremo
solo i cenni essenziali, sono, per entrambi, segnate da eventi
molto dolorosi.
Francesco rimane precocemente orfano di madre: essendo primogenito
di 3 fratelli, viene rapidamente responsabilizzato come collaboratore
dei padre e costretto ad assumere ruoli e carichi inadeguati all'età.
Aurora proviene da una famiglia particolarmente numerosa: per
esigenze di gestione familiare, ancora in età infantile,
viene inserita, con le sorelle maggiori, in collegio, dove rimane
fino all'adolescenza, mantenendo con i genitori contatti solo
sporadici. Ritorna a casa in occasione di una morte: quella del
fratello minore, colpito da leucemia.
Poco dopo incontra Francesco. Come spesso accade in questi casi,
la decisione di sposarsi nasce dall'aspettativa illusoria che
ognuno possa diventare compenso e riparazione dei bisogni irrisolti
dell'altro: e Aurora si attende da Francesco la protezione che
non ha potuto ricevere nella sua famiglia, e Francesco si attende
da Aurora l'accudimento della madre che non ha avuto.
Ma queste aspettative illusorie sono, inevitabilmente, destinate
ad essere frustrate.
Così nella nuova coppia si manifestano rapidamente segni
di insoddisfazione reciproca che si accompagnano alla caduta di
un sogno: la rinuncia ad un trasferiniento in Australia, ancora
ricordato e rimpianto come una prospettiva mancata di ascesa sociale.
Al contrario, Aurora deve rinunciare al suo lavoro (operaia in
una fabbrica di vestiario) per occuparsi della casa e della famiglia.
Quando resta incinta della prima figlia (Enza) e durante tutta
la gravidanza, Aurora si sente sola: il marito, da un lato, è
assorbito dal lavoro (fa i turni anche di notte) e, dall'altro,
comincia a soffrire di disturbi per un'ulcera gastrica. Al momento
del parto di Enza, Francesco è ricoverato per una gastroresezione.
E per Aurora la solitudine è ancora più acuta. La
nascita di Enza sembra migliorare l'atmosfera familiare. Ma per
poco. La salute di Francesco diventa precaria per problemi di
varia natura che lo fanno scivolare in uno stato di depressione:
per cui preferisce passare gran parte del tempo libero in solitarie
passeggiate fuori di casa. In questo clima nasce Loredana. Per
far fronte ai sentimenti di abbandono, che entrano drammaticamente
in risonanza con le ferite non elaborate subite in età
infantile, Aurora si lega sempre più a Enza che, fin dalla
nascita, sembra predestinata a colmare un vuoto. E Enza, a sua
volta, si coinvolge profondamente nel legame con la madre che,
da un lato, la gratifica, ma, dall'altro, la colloca, anche, in
un ruolo improprio di complicità e di dipendenza.
E inevitabilmente la crisi esplode nell'età puberale, quando,
accanto alle gratificazioni fusionali, cominciano ad emergere
altri bisogni conflittuali di autonomia e di individuazione, e
comincia a porsi drammaticamente il dilemma della scelta. La soluzione
sintomatica di tipo anoressico nasce spesso dal tentativo impossibile
di sfuggire a questo dilemma.
Nel caso di Enza è interessante rilevare che l'esordio
del sintomo coincide con una seconda operazione di grastroresezione
che deve subire il padre, che da allora è costretto ad
una alimentazione rigida, scarsa e limitata.
Questa, dunque, in linee molto essenziali, la trama della storia
della famiglia di Enza.
Come si vede, è possibile rintracciare in questa trama,
ferite, riparazioni, vuoti, tentativi di colmarli in modo spesso
illusorio, ma, comunque, protettivo.
Ma questa trama è narrata dalla famiglia senza particolari
vibrazioni emotive e senza connessioni che restituiscano nuovi
significati al problema presentato. Ecco perché abbiamo
ritenuto necessario esplorare e far emergere un'altra trama narrativa,
una trama che affondasse le sue radici nel terreno profondo della
famiglia e dei suoi componenti, e ne facesse affiorare gli aspetti
"mitici".
B. I miti familiari e le "sculture del tempo"
Ma come abbiamo esplorato questi miti? Attraverso l'utilizzazione
di un linguaggio terapeutico più omogeneo al linguaggio
del sintomo, che è un sintomo che si esprime nel corpo:
un linguaggio non verbale e analogico, dunque, che propone una
rappresentazione metaforica della famiglia nella forma della scultura
familiare.
E’ proprio questa rappresentazione per immagini e per metafore,
che permette che trovi espressione anche ciò che non può
avere accesso alla parola e consente l'emergere anche di quel
non-detto che è il "mito" della famiglia.
Nel nostro metodo abituale, che abbiamo avuto modo di descrivere
anche in altre occasioni [16, 17, 21, 22, 23] a ogni membro della
famiglia domandiamo di fare due sculture, cioè di "mettere
in scena" nello spazio della sala della terapia, due rappresentazioni
della fanùglia: una de1 presente, l'altra del futuro. Nel
lavoro con le famiglie con problemi di anoressia, abbiamo introdotto
una terza scultura quella dei passato.
Tentiamo così di esplorare e di reintrodurre la dimensione
del tempo in un sistema che sembra averla perduta: ed è
proprio qui, nel confronto tra queste rappresentazioni che si
svela l'aspetto mitico di queste famiglie: la tutela ad ogni costo
dell'unità familiare, attraverso il blocco di ogni potenzialità
evolutiva, attraverso un impossibile arresto del tempo.
La collocazione della scultura del passato al termine della sequenza,
anziché all'inizio, come sarebbe cronologicamente più
logico, nasce proprio dalla constatazione che in queste famiglie,
come vedremo, lo scenario del futuro (o la difficoltà di
rappresentarlo), rimanda paradossalmente al passato.
Ma riprendiamo il discorso sulla famiglia di Enza.
Daremo qualche breve flash su alcune delle sculture rappresentate,
in particolare su quelle della paziente, Enza.
Quando Enza fa la sua scultura del presente colloca i membri della
famiglia seduti in semicerchio: poi si mette in piedi davanti
a loro, allargando le braccia e tenendole aperte come in un grande
abbraccio, che vorrebbe accogliere e unire tutti i membri della
famiglia, a cui chiede di rivolgere lo sguardo su di lei.
La scena è suggestiva e drammatica, perché è
inevitabile associare l'immagine a quella di una croce su cui
un corpo smunto si espone come centro unificante dello sguardo
familiare.
Ma svuotarsi per riempire un vuoto può anche inchiodare
a un ruolo troppo rigido (esattamente come in una croce) e può
far perdere se stessi.
Enza riesce a esprimere questo malessere nei commenti dopo la
scultura, dicendo: "Mi sentivo estraniata; davanti a me non
vedevo loro; vedevo oltre... il nulla!"
E nella scena del futuro (proiettata nel tempo dopo 10 anni),
Enza tenta di aumentare la distanza: si colloca con la sorella
davanti ai genitori, distante da loro, dicendo che ora può
guardarli; e lascia tra di loro in grembo alla madre un orsacchiotto
(forse oggetto transizionale sostitutivo, forse preannuncio di
nascite future). Ma le reazioni emotive dei genitori, nei commenti
dopo la scultura, sono di depressione e di allarme; e la madre
dice di sentirsi "svuotata", in una situazione in cui
sembra "rompersi" l'attaccamento della famiglia.
Ed è allora particolarmente suggestivo ciò che emerge
nelle scene del passato (a ognuno viene richiesto di rappresentare
un episodio significativo che è rimasto impresso nella
memoria).
Nella scultura della madre compare una culla: una culla in forma
di cesta che accoglie Enza nata da pochi mesi: è una cesta
che, d'ambo i lati, mamma e papà trasportano insieme, tramite,
dunque, di contatto e di unione tra i genitori.
E, finalmente, nella scena del passato di Enza, la culla si dilata,
diventando una barca, in cui il trio si riunisce: e, anche se
papà ha in mano il remo, è Enza che, stando tra
i genitori e tenendoli per mano, sembra essere garante e timoniere
del viaggio.
Ma è un viaggio a ritroso!
Il ciclo temporale, infatti, si completa richiudendosi circolarmente
su se stesso: e il presente, nell'impossibilità di sviluppo
del futuro, ritorna nel passato in una sorta di mitica sospensione
del tempo.
Quali messaggi ci vengono trasmessi attraverso tutte queste immagini?
Innanzitutto, come si può notare, i "miti di unità
a qualsiasi prezzo", i "fantasmi di rottura" che
non trovano facile accesso alla parola, possono, però,
essere rappresentati in queste scene, quasi materializzandosi
davanti agli occhi del terapeuta.
E attraverso queste rappresentazioni si costruisce una trama narrativa
del tutto singolare, tessuta con immagini e metafore più
che col linguaggio verbale, una narrazione che potremmo legittimamente
chiamare una "narrazione analogica”.
In essa è possibile rintracciare due fili conduttori.
Il primo riguarda il dialogo che si avvia tra membri della famiglia.
Ciascuno propone la propria rappresentazione della realtà
familiare, nella specificità della propria identità
individuale; ma, nello stesso tempo, un sottile legame di risonanze,
di messaggi, di risposte, attraversa le differenti sculture e
va a iscriversi all'interno di un linguaggio comune: il linguaggio
del mito della famiglia, dell'appartenenza familiare.
Ed è particolarmente importante sottolineare che, come
si è visto, tutti partecipano collettivamente alla costruzione
e al mantenimento del mito familiare, un mito così rigido
e costrittivo che rischia di bloccare lo sviluppo dell'identità
inividuale.
Ma, nelle rappresentazioni analogiche delle sculture, si intravvede
anche un altro filo di dialogo, un dialogo che attraversa questa
volta l'individuo e che si instaura tra diverse e conflittuali
istanze nei vissuti personali della paziente.
Enza può dire con un linguaggio analogico: "voglio
distanziarmi, essere più autonoma da un abbraccio familiare
che rischia di crocefiggermi", e qui segue un'esigenza che
si oppone al mito “dell’unità ad ogni costo";
ma la soluzione sintomatica che svuota il corpo e di fatto ripropone
una difficoltà di crescita, la riinchioda alla croce e
alla fedeltà al mito.
Ri-incontriamo qui, allora, l'ambivalenza e la paradossalità
della scelta anoressica che, come in tutti i paradossi, è
il tentativo impossibile di conciliare l'inconciliabile: "cambiare
senza cambiare". Eppure è importante mettere in evidenza
che, come mostra con chiarezza la scultura del futuro di Enza,
è spesso proprio la paziente che intravvede e tenta di
indicare i percorsi di un possibile cambiamento.
Ciò che fallisce, dunque, è anche un tentativo terapeutico
che ella cerca di mettere oscuramente in atto per sé e
per la propria famiglia.
E il terapeuta?
Il terapeuta partecipa naturalnente a questa trama narrativa che
la famiglia va dipanando; ma esplora il mito familiare, "soggetto
transizionale collettivo", come lo chiama André Green
[9], con rispetto, astenendosi da atteggiamenti troppo interpretativi
o direttivi, e creando invece, pazientemente, le condizioni perché,
insieme alla famiglia, si possa costruire una trama narrativa
nuova e lo stesso mito familiare possa evolvere in una nuova mitopoiesi.
Ma non possiamo soffermarci, qui, sulle caratteristiche e gli
sviluppi del lavoro terapeutico, che peraltro, nel caso di Enza,
ha avuto esiti positivi, perché questo discorso esulerebbe
dai contenuti di questo articolo.
Vorremmo invece, avviandoci alla conclusione, riprendere il tema
accennato all'inizio, quello della complementarietà tra
la famiglia e l'individuo.
7. LA FAMIGLIA E L'INDIVIDUO: COMPLEMENTARIETA’ DI DUE
REALTA’ SPECULARI
Alla luce di tutte queste considerazioni sugli aspetti interattivi
e mitici che caratterizzano il mondo familiare della anoressica,
ci pare, infatti, si possa notare come essi siano correlati, in
modo sorprendentemente speculare, con alcuni tratti specifici
del mondo intrapsichico di queste pazienti, quali emergono dalle
descrizioni di alcuni autori di orientamento psicodinamico. Consideriamo,
per esempio, la scarsa o inesistente delimitazione dei confini
tra generazioni e individui all'interno di un sistema familiare
che sembra presentarsi come amalgama indifferenziato; esso fa
da sfondo suggestivo a quel bisogno costante di "controllo"
dei propri spazi interni che secondo molti autori come Boris e
Sprince [2, 25] domina i vissuti intrapsichici di queste pazienti
fino alla decisione di non assimilare alcun elemento esterno,
per un'esigenza profonda di delimitare confini dell'Io, evidentemente
percepiti come troppo fragili e insicuri. Ancora, la sensazione
più o meno consapevole di essere strumento di "giochi
familiari" più che persona che ha un valore di sé,
sembra significativamente collegarsi a quei sentimenti spesso
segreti di incapacità e di inadeguatezza che, secondo Autori
come la Bruch [4] sono così frequenti nelle pazienti anoressiche.
Sentimenti di insicurezza circa l'identità e le scelte,
spesso mascherati da una apparenza efficientista, e di cui la
distorsione dell'immagine corporea non è che un aspetto.
[26]
E, infine, la trama profonda dei miti familiari di unità
da salvaguardare a qualsiasi prezzo, sembra giustificare il fallimento
del processo di separazione-individuazione che molti autori come
Suggrman e Kurash [26] considerano, sotto il profilo psicodinamico,
alla base della sindrome anoressica: è all'interno di questa
matrice familiare che ogni accenno di separazione e di crescita
si associa a vissuti condivisi di perdita irreparabile, che, entrano,
però, allora, drammaticamente in contrasto con i bisogni
individuali di evoluzione e di autonomia che caratterizzano proprio
la fase dell'adolescenza.
Ecco perché, come si è visto, le manifestazioni
comportamentali e i vissuti di queste pazienti si propongono sempre
sotto il segno dell'ambivalenza. E la scelta di un sintomo come
il "rifiuto del cibo" sembra essere, appunto, l'illusorio
tentativo di rispondere a entrambi i poli, contraddittori e inconciliabili,
dell'ambivalenza, senza operare una scelta che non può
essere compiuta: il rifiuto del cibo permette all'anoressica di
agire l'opposizione adolescenziale e, al tempo stesso, di non
abbandonare il mondo infantile e i bisogni fusionali di dipendenza.
E’ il tentativo estremo di mantenere una sospensione tra
passato e futuro, che le sculture familiari del tempo documentano
con estrema chiarezza e che riguarda, allora, non solo lo sviluppo
psicologia dell'individuo paziente, come alcuni autori ed orientamento
psicodinamico avevano sottolineato [7], ma coinvolge, parallelamente,
il ciclo vitale dell'intero sistema familiare.
8. CONCLUSIONI
Ma qual’è il senso generale di questo discorso?
Ci pare evidente, alla luce di queste correlazioni, che vissuti
personali del paziente e trama relazionale in cui è immerso,
sono due facce necessariamente complementari di una medesima realtà,
tali che e l'una rinvia all'altra e non può essere pienamente
compresa e affrontata senza, l'altra.
L'individuo con la soggettività delle sue reazioni psicoemozionali,
la famiglia con le sue dinamiche interattive e i suoi miti condivisi
e, potremmo aggiungere, l'ambiente sociale con le influenze culturali
che ne derivano, sono in stretta correlazione tra loro e, pur
rimanendo livelli assolutamente distinti, rivelano una imprescindibile
complementarietà.
Che implicazioni ha questo discorso sul piano delle strategie
terapeutiche?
Ci pare ovvio che le prospettive dovrebbero essere interdisciplinari,
attraverso progetti integrati che, laddove applicati, hanno confermato
la loro validità [22].
Ma di quale interdisciplinarietà si tratta?
Non crediamo ad una interdisciplinarietà che sia semplicemente
un mosaico di modelli diversi o, ancora peggio, la piatta omologazione
di un modello ad un altro, nella presunzione riduzionistica di
ritrovare un luogo artificiale e onnicomprensivo di sintesi.
Crediamo, al contrario, che il confronto, il dialogo e la integrazione
dei punti di vista diventino possibili quando di essi viene paradossalmente
sancita la differenza, quando ne viene mantenuta la irriducibile
pluralità. E qui che ritroviamo l'importanza di quanto
Bateson [1] non si stancò di ricordare: che solo la differenza
è matrice di informazione e di conoscenza.
Ed è qui che incontriamo la grande lezione della complessità!
Una complessità che, per riprendere la bella metafora con
cui Morin [12] ne ricorda l’etimolgia (dal latino “complexus”)
si propone come trama in cui i fili, pur mantenendo ognuno la
singolarità della propria fisionomia, sono al tempo stesso
intrecciati insieme a costituire un unico tessuto.
RIASSUNTO
L’Autore ispirandosi ad un orientamento sistemico, propone
una concezione dell'anoressia mentale come sindrome complessa,
in cui si intersecano componenti socio-culturali, familiari, individuali.
Vengono, in particolare, esaminati, alla luce dei dati di una
ricerca in corso, i gruppi familiari, valutati sia a livello dei
modelli di interazione che a livello dei miti familiari. Si considera,
infine, la complementarietà tra questi aspetti familiari
e le problematiche psicologiche dell'individuo paziente.
Parole chiave: anoressia, complessità, prospettiva sistemica,
gruppi familiari, complementarietà, individuo, famiglia
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