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L'anoressia può essere descritta in diversi modi, a seconda
del modello usato. All'origine, essa era vista da Freud come uno
dei versanti di realizzazione del lavoro dell'isteria (1895).
Da Abraham (nei bellissimi studi sul carattere e gli stadi di
sviluppo pulsionale, che ancora oggi ci insegnano a comprendere
l'ancoraggio alla posizione orale, e il lavoro della sublimazione),
essa rappresentava uno stato di fissazione, o un naufragio pulsionale
della posizione orale. Successivamente, con la
psicoanalisi oggettuale kleiniana, si poteva pensare all'anoressia
in termini di una posizione PS_D gravemente insufficiente. Mentre
nella revisione trasformativa portata dal pensiero di Bion, la
somatizzazione anoressica potrebbe essere descritta nei termini
di una realizzazione della
funzione contenitore-contenuto invertita (Bruni 2002).
Il punto di vista del mancato sviluppo del processo di separazione-individuazione
(Mahler 1975) e di simbolizzazione (Segal 1957) e l'idea degli
oggetti transizionali di Winnicott (1971), hanno contribuito a
sottrarre il tema ai modelli topici, spaziali e processuali, valorizzando
piuttosto la condizione originaria in termini temporali e relazionali
e di"evironment" primario.
Altri modelli significativi provenienti dall'ambito della psicoanalisi
francese, inseriscono l'idea di identità negativa, legata
al "complesso della madre morta"di Green (1966-85);
e di cultura dell'assenza, legata al mancato rispecchiamento,
descritta da Lacan (1974) e ripresa da Recalcati (1997) come propriamente
specifica nella situazione anoressica.
Più recentemente gli studi familiari hanno contribuito
a vedere l'anoressia dal punto di vista della malattia del gruppo
familiare e transgenerazionale, collegandola all'oggetto interno
della coppia genitoriale e alle sue modalità di relazione
profonda con il terzo, considerato come l'oggetto nel quale precipita
la confluenza combinata delle caratteristiche di oggetto della
coppia stessa e del sistema soggiacen
te del gruppo familiare (Niccolò, Ricciotti 1999; Zavattini,
Lupinacci 2002).
Anche gli studi di Stern (1985) sulla diade originaria madre-bambino
e gli studi sull'attaccamento (v.l'indicazione di Candelori, Fassone,
Mancone,1999), di un'esperienza di attaccamento insicuro nei pazienti
anoressici) hanno contribuito a configurare un quadro nuovo: non
abbiamo più a che vedere direttamente con la fame, e i
sentimenti avidi e di possesso - o con la loro negazione. Bensì
l'esame di questa condizione attualmente coinvolge aspetti collegati
a sistemi più generali, esplorati al fine di creare vertici
e contenitori nuovi, seppure nell'ambito di differenti teorie
e modellizzazioni. E' diverso allora se l'analista non parla dell'avidità.
E' come cambiare prospettiva: l'analizzando viene ascoltato da
un analizzante che ha in mente un altro scenario. Non le idee
dello svuotamento, e della riappropriazione incorporante, e l'esplorazione
delle fantasie collegate.
Non è in primo piano l'esame dei meccanismi di difesa,
come il ricorso alla scissione e alla negazione, e alla cultura
della rinuncia, al fine di sostituire l'esperienza del bisogno
e della dipendenza. La concezione dello scambio di persona (fra
soggetto e oggetto), per trasferire sensazioni intollerabili tramite
un eccesso svuotante di identificazione proiettiva; oppure l'idea
della perdita di sé a favore dell'altro, (o viceversa),
dove sono aboliti confini e differenze, possono avere adesso una
diversa collocazione.
Il gruppo analitico, come possibilità di concepire un campo
di elementi sociali e indifferenziati (Bion1961) appare adatto
a valorizzare e amplificare gli elementi che abbiamo accennato
e il loro accoglimento. Nel gruppo la voce della fame e il terrore
del divoramento e dello smembramento
e la minaccia di non essere non sono ristretti alla loro dimensione
privata, psicologica o morale (come corrispettivo della vita pulsionale).Al
contrario tali terrori vengono amplificati in una recita corale,
mitologica (Corrao 1998), teatrale (Chianese 1997), divenendo
non mostruosi (o sacri), ma comprensibili, nell'ambito della narrazione
(Corrao1979;1987;1991; Ferro 2004) in cui trovano la possibilità
di dispiegarsi: non nel vuoto dell'isolamento (spesso il confronto
duale può essere sentito come anoressizzante e claustrofobico
dalla parte più fragile o border della personalità),
ma piuttosto in dimensioni relazionali e sociali condivise, non
direttamente legate alla colpa, e immesse in una
rete di significazioni e nella dimensione trasformativa delle
procedure e dei rituali costruiti dal gruppo (Marinelli 2000).
Il gruppo analitico ha una struttura sociale capace di contenere
e rappresentare gli elementi primitivi e indistinti della mente
(Bion 1961). Esso è un contenitore adatto a creare un campo
di lavoro psichico che favorirà la comparsa e la rielaborazione
dei sentimenti arcaici, che per loro natura fanno parte di un
sistema sociale. L'esperienza della fame, e delle fantasie connesse,
può comparire nella sua potenza drammatica e primitiva,
perché può comparire nel gruppo come racchiusa in
un mondo che le dà un margine, un ordine, un senso e una
concatenazione, un significato non legato all'ordinamento morale,
e quindi alla colpa, all'isolamento e al peso della responsabilità
soggettiva. Tali esperienze, all'opposto, si legano all'universo
creativo, coesivo, vitale dell'appartenenza esclusiva e originaria,
della globalità fondante, del sogno rigeneratore (Marinelli
2004). La straordinaria facoltà, propria del gruppo, di
processare i suoi elementi in modo non personale (soprattutto
nella fasi iniziali e fondanti), li rende appartenenti ad una
mente comune, sovradeterminata, capace di contenere e rappresentare
olograficamente contenuti troppo opprimenti per l'individuo singolo.La
mente anoressica, che usa funzionamenti e contenuti di tipo arcaico,
tende a mantenere viva la traccia dell'elemento magico, religioso,
sacro, e il gruppo nel suo lavoro tende a reinscenare questi aspetti,
e a mantenerli vivi in una propria memoria esclusiva (Correale
1991; Corrao 1992), alla quale può liberamente fare ricorso
in cicli successivi, per reintegrarli nella sua elaborazione,
a diversi piani nel tempo (Marinelli 2000b). È
come se già il gruppo, e non solo il lavoro dell'analista,
potesse creare quel tipo di ascolto onirico, proprio del mito
e del sogno, (quando il dispositivo del gruppo lavora in modo
adeguato) che rende gli elementi mancanti o temuti dell'esperienza
singola, più condivisi e trasformabili.
Condividere, quando il predominio della colpa, il ritiro e il
silenzio sono così massicci, significa creare occasioni
e confronti trasformativi. Il gruppo offre un orizzonte ad elementi
che non avevano potuto mai svolgersi, espandersi, essere proclamati,
e nell'atto di essere proclamati è come se la loro virulenza
si attenuasse, ridiventasse umana, fosse utilizzata per divenire
legittima e produttiva. Paure trattenute che si ingigantivano
perché negate e segregate, possono diventare, al confronto
amplificante (Corrao 1979;1987;1991; Correale 2001) e semplificante
del gruppo, più realistiche e accettabili, e la loro origine
può essere rappresentata in modo diverso. Così pure
la prospettiva verso il futuro, decongelata dal tempo appiattito
della negazione, si affaccerà sull'orizzonte delle nuove
comunanze.
Bion (1970; 1974) ci ha parlato di un modello di ascolto dell'analista
nella seduta, nel quale sono aboliti la memoria e il desiderio
dalla sua mente. Si riferisce ad una posizione nella quale l'analista
non desidera curare, aggrapparsi a ricordi che lo aiutino a comprendere,
a guarire il paziente, ma piuttosto predispone la sua mente all'ascolto
dei contenuti che sono visibili o non sono visibili ora; cerca
di "essere" quei contenuti, di essere "O"
ultima verità della conoscenza e di trasformare il dolore
verso la sua mentalizzazione e condivisibilità. Ma parlando
dell'anoressia, il paradosso sta proprio nel fatto che l'attesa
(senza desiderio e memoria, e senza un posto nello spazio tempo
stabilito per la comprensione) rischia di somigliare all'immobilità,
di coincidervi; e l'ascolto sognante può sembrare una fascinazione
ipnotica: mentre il lavoro immobilizzante dell' angoscia continua
a prodursi nella mente senza guida e senza riconoscimento. Così
non si tratterebbe né di basarsi sulla parola; né
sull'attesa. Si tratta di mantenersi vivi (il keeping alive di
Winnicott)) senza che questo sia offensivo per chi non può
apprezzarlo; di stimare chi è di fronte a noi senza che
questo faccia parte di orgoglio, desiderio o richiesta. Di fatto,
è impensabile di lavorare con un paziente il cui modello
somiglia al senso di vuoto e di annullamento, senza disporre di
un pensiero complesso su questo vuoto annullante: mantenersi in
contatto con un vuoto, senza desiderare di riempirlo, non vuol
dire che una parte della mente non disponga di una cognizione
e di una memoria organizzante dei traumi e dei processi che hanno
costruito quel vuoto. Non abbiamo memoria, ma ricordiamo che quel
paziente è portatore di una catastrofe. Non desideriamo
che la catastrofe cambi, o di sottrarci alla sua potenza, ma siamo
in grado di riconoscere la vita che può scorrere ancora.
Questo paradosso costa uno sforzo ideativo; una lavorazione emozionale
complessa e solitaria; un discernimento forte e acuto.
La suggestiva edizione che presentiamo, centrata in molta parte
su questi temi, testimonia in diversi modi la creatività
di uno sforzo clinico e teorico verso questo tipo specifico di
ascolto e di capacità di accoglimento dell'analista, di
fronte al gruppo dei pazienti anoressici.
Una introduzione di Francesca Vasta e Ottavia Caputo orienta il
lettore alla comprensione dei modelli teorici che maggiormente
hanno contribuito a fondare il campo di ascolto della posizione
anoressica nel gruppo. Interessante la ricerca storica nel campo
del significato dell'omogeneità nel gruppo; e l'idea, trattata
poi estesamente nel contributo di Francesco Comelli, della omogeneità
(di elementi protomentali) degli assunti di base bioniani. Descrivendo
casi clinici molto toccanti, Ronny Jaffè parla del bisogno
dell'analista di riplasmare, all'interno della propria mente,
il modello bioniano, sentito come troppo importante e creativo,
e a rischio di essere"feticizzato", alfine di avvicinare
l'immobilità e l'avversione al mutamento, che il gruppo
monosintomatico anoressico contiene. L'elemento portante della
riflessione concerne il bisogno di trasformare la coazione a ripetere:
e (nel gruppo omogeneo), la similarità ripetitiva, rispecchiante
e contagiosa: trasformare il "pretesto" del gruppo,
in un "testo" narrativo altro, nuovo. Interessante in
particolare la connessione fra l'idea della coazione a ripetere,
la concezione di un tempo infinito e non vivo del rituale anoressico
nel gruppo, con l'ingresso dei nuovi membri, i quali riproducono
ciclicamente il tema del tempo iniziale, che precedeva le trasformazioni
(del gruppo e, insieme, dell'avvento adolescenziale). Francesco
Comelli esplora l'omogenità del gruppo con pazienti anoressiche,
mettendola in relazione con gli assunti di base di Bion, che contengono
una omogeneità inconscia protomentale e somatica. La formazione
stessa del gruppo omogeneo non ha a che vedere, secondo l'autore,
con l'identificazione e il rispecchiamento del campo condiviso.
Ma piuttosto "corrisponderebbe ad un naturale radunarsi di
persone che si sono già identificate inconsciamente , sulla
base di un'emozione collettiva di opposizione ad un gruppo".
E' il gruppo familiare e transgenerazionale, che le pazienti,
ammalandosi di anoressia, iniziano a combattere, tentando di differenziarsene.
Intorno a questo tema, Comelli si chiede anche se la stessa omogeneità
con la quale si è formato il gruppo, vale anche per il
suo analista: "E' cioè pensabile che un analista di
un gruppo omogeneo debba tollerare dentro di sé alcune
operazioni specifiche di quel tipo di espressione sintomatologica?".
La risposta indica una qualità "somatica inconscia"
della relazione che lega l'analista e il suo gruppo, fin dall'epoca
della sua "preconcezione".
L'articolo di Lilia Baglioni contiene suggestivi esempi di gruppi
omogenei con pazienti anoressiche e bulimiche nei quali propone
di raccordare gli assunti di base (Bion) e la socialità
sincretica (Bleger) con il lavoro della funzione gamma (Corrao),
per valorizzare in particolare la funzione del sogno e la modulazione
emozionale e affettiva all'interno del gruppo, al fine di stimolare
la nascita di una "membrana germinale", necessaria alla
cura dell'identità ferita.
Laura Selvaggi prende in considerazione i conflitti nell'area
della dipendenza e la perturbazione nel rapporto tra l'individuo
e il suo gruppo di appartenenza primario. L'autrice propone di
coordinare i concetti bioniani relativi al rapporto individuo-gruppo
con le manifestazioni specifiche dei disturbi alimentari e di
riportare gli elementi gruppali all'interno della dinamica del
singolo. "Sebbene le implicazioni più dirette si possano
intendere riferite ad un approccio terapeutico di gruppo, lo stimolo
è rivolto ad una qualità dell'ascolto analitico,
cioè ad un assetto mentale capace di cogliere le implicazioni
legate al gruppo come una caratteristica fondamentale del funzionamento
mentale".
Una proposta di indicare nel gruppo l'esperienza interpersonale
è presente nel lavoro di Nicoletta Calenzo e Luciano Gheri,
centrato sullo studio del legame fra relazione interpersonale
e contenitore gruppale. Il tema è presentato nello specifico
ambito del gruppo con uso di oggetto mediatore, il Photolangage,
come una possibilità di stimolare e rielaborare i sentimenti
primari che nascono nel qui e ora della seduta al contatto con
l'immagine.
Luigi Onnis si ispira ad un orientamento sistemico, e propone
una concezione dell'anoressia mentale come sindrome complessa,
in cui si intersecano componenti socio-culturali, familiari, individuali.
Vengono, in particolare, esaminati, alla luce dei dati di una
ricerca in corso, i gruppi familiari, valutati sia a livello dei
modelli di interazione che a livello dei miti familiari. Si considera,
infine, la complementarietà tra questi aspetti familiari
e le problematiche psicologiche dell'individuo paziente.
Marisa Dillon-Weston pone l'attenzione sull'essenziale esperienza
anoressica del vuoto, e indica, con chiari esempi clinici, come
essa renda nulla e immobile la matrice del gruppo, e il legame
di coppia nella cura. Diversi vertici utilizzati da questa autrice
contribuiscono a dimostrare come il vuoto anoressico risalga ad
una difesa dall'esperienza di una madre "drago", che
divora i contenuti psichici della figlia per darsi essa stessa
la consistenza, l'energia e lo sviluppo che le sono mancati e
di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza psichica.
L'articolo di Barbara Pearlman prende in considerazione il gruppo
di lavoro concreto con questi pazienti - quello della rieducazione
alimentare, come sede appropriata al lavoro di decodifica del
linguaggio concreto. L'attività che vi si svolge, di comprensione
e restituzione di senso, "nutre" il pensiero simbolico
nascente, che risiede nell'espressione concreta dell'ansia, e
può ampliare le abilità emotive interne del linguaggio.
L'autrice suggerisce che questo approccio riproduce le prime interazioni
madre-figlia, in cui c'è stato un deficit causato dalle
difficoltà interne alla mente della madre. Ella indica
in tal modo la possibilità di appocciare il linguaggio
concreto e primitivo, a carattere "border" della paziente
anoressica in gruppo, come un elemento a carattere onirico, che
può entrare a far parte della comunicazione del gruppo
e ampliarla: "Le tipiche comunicazioni con questo gruppo
di pazienti sono concrete nella loro natura, ma sono comunicazioni
valide, perché sono espresse nella speranza di essere comprese
da un "altro". Succede solo che siano espresse in un
linguaggio fatto di oggetti concreti, dove forse c'è soltanto
un frammento di significato, e solo un aspetto della comunicazione
rappresenta il messaggio. Queste comunicazioni possono essere
comprese meglio se sono considerate vicine al materiale dei sogni.
Il materiale dei sogni ha luogo quando le funzioni consce sono
inibite, quando la realtà non s'intromette (Solms, 1999).
Classicamente, il materiale riguardante i sogni è interpretato
all'interno del contesto della seduta analitica. Qui, si suggerisce
che le espressioni concrete, utilizzate da parte dei pazienti
anoressici, possono essere comprese all'interno della situazione
terapeutica se l'oggetto concreto si estende attraverso il linguaggio,
in forma simbolica, facendo riferimento al contesto.
L'edizione presenta anche una complessa e articolata ricerca sullo
sviluppo dell'anoressia infantile, condotta da Massimo Ammaniti,
Silvia Cimino, Loredana Lucarelli, Laura Vismara. Nell'ambito
di una descrizione storica dell'evoluzione dei modelli psicoanalitici,
la ricerca è focalizzata sul modello dell'attaccamento,
e riporta dati e valutazioni comparati e alcune testimonianze
cliniche, che aiutano a individuare come lo sviluppo dell'anoressia
infantile risalga ad un modello di attaccamento insicuro. Sono
presi in considerazione diversi tipi di diadi madre-figlio modellizzate
sulla corresponsione e l'adattamento reciproci e messe in rapporto
con lo stile relazionale della madre, portatrice a sua volta di
bisogni e sviluppi irrisolti. E' possibile che lo sviluppo ulteriore
delle ricerche in questo campo possa integrarsi nel futuro con
un modello di funzionamento nel gruppo? Potrebbe sembrare di sì,
se consideriamo il modo "sociale" di lavorare degli
autori e la qualità "sociale" del loro oggetto
di ricerca.
Come si è visto questa edizione è ricca di apporti
e di modelli: quasi a voler corrispondere con lo stile "monopolare"
(Marinelli 2004) e arroccato della posizione anoressica, la quale
cerca la mente e il sogno dell'analista e del gruppo, perché
l'identità possa prendere corpo e realizzazione, con un
flusso ampio di pensieri definiti.
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