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“…ne accese un altro” – la piccola
fiammiferaia – “il fiammifero divampò velocemente,
e là dove splendeva, il muro sembrava trasparente come
un velo Poteva vedere una stanza con un tavolo coperto da una
bianca tovaglia inamidata, e sopra piati della più fine
porcellana. Un odore si diffondeva da un’oca arrosto ripiena
di prugne e mele. L’oca sembrava farsi sempre più
vicina: poteva quasi toccarla. Fu allora che il fiammifero si
spense. Tutto quello che poteva vedere e sentire era il muro nudo
e ostile. (H.C. Andersen “La piccola fiammiferaia….
.
“C’è una notissima forma musicale, il Tema
con variazioni, in cui è consuetudine cominciare con l’esecuzione
di un tema, proseguire con un certo numero di variazioni, per
concludere con una nuova esecuzione del tema. Un ascoltatore un
po’ ingenuo, potrebbe scambiare questo andamento con una
struttura ciclica ma non è così. Il fascino di questa
forma è proprio quello di tornare solo apparentemente al
suo punto iniziale” (Premessa al dibattito su “Minima
temporalia di G. Marramao 1991)
L’arrivo di un nuovo membro nel gruppo dovrebbe destare
sempre una certa curiosità frammisto a stati di ambivalenza,
spaesamento, ansietà. Si dovrebbe presupporre, secondo
le esperienze teoriche e cliniche del gruppo, un effetto perturbante
dell’intero campo gruppale.
Questa evenienza risulterebbe ovvia nella nostra pratica clinica
ma nel lavoro di gruppo con pazienti adolescenti anoressiche e
bulimiche, cioè in un gruppo che definiamo monosintomatico
e che è per di più accomunato dalla medesima identità
di genere e di generazione, vi è un aspetto diverso: il
perturbante non è tanto relativo alla ignota paziente che
entra nel gruppo quanto al fatto che essa è solitamente
portatrice della dimensione già esperita della ripetitività
e della ciclicità; la nuova paziente tende a trasmettere
e a propagare la ripetitività del sintomo in un campo che
è pregiudizialmente a lei già noto e prova stupore
e disappunto se intanto si sono avviate delle trasformazioni dalla
“lingua” anoressica e bulimica; la nuova arrivata,
attraverso il sintomo, potrebbe far riattivare, attraverso meccanismi
identificatori primari con le aree più arcaiche delle altre
pazienti già in gruppo, il collante anoressico-bulimico
che il legame gruppale, nel tempo precedente al nuovo arrivo,
potrebbe aver allentato.
Mi riferisco quindi al noto concetto della coazione a ripetere
così intensa nell’anoressia e nella bulimia ma che
diviene un ossimoro se posto a confronto con la fase della adolescenza
quando vi è una modificazione irreversibile del proprio
corpo e delle configurazioni relazionali; il dramma nasce quando
l’ossimoro si scioglie in un azzeramento della corporeità
e della sessualità cui corrisponde lo slegamento di ogni
tipo di relazione oggettuale permanendo in una dimensione narcisistica
distruttiva sotto l’egida di una “ripetizione carica
di un potenziale autodistruttivo inesauribile”(Green, 2000
154).
Nella mia esperienza accanto a drammatiche situazioni con pazienti
a rischio di vita, come nelle anoressiche, o a rischio di rotture
psicotiche come nelle pazienti bulimiche, vi è un filo
che attraversa tutte le pazienti quello della ripetizione e di
“un apparente perdurare di qualcosa di immutabile dietro
cui vi possono tuttavia essere dei cambiamenti microscopici quasi
impercettibili”(ibid).
Se il concetto di coazione a ripetere è centrale in psicoanalisi,
in questa esperienza di gruppo potremmo parlare di concatenazioni
ripetute in un ritmo sempre uguale, monocorde, medesimo, con variazioni.
Vi è una comunanza adesiva e magmatica nelle ripetizione
che va al di là dalle identificazioni primarie ed arcaiche.
Nel gruppo vi è un esibizione ed una comunicazione corale
del sintomo: il gruppo si innesta nella sua presentazione e visibilità
ripetuta: non solo risulta arduo arrivare al mondo dei ricordi
e delle rappresentazioni che quando emergeranno dal mondo dell’inconscio
assumeranno un valore prezioso, ma difficile sarà anche
tollerare comportamenti ed agiti diversi da quello anoressico
e bulimico.
Dobbiamo tenere a mente che in un analisi individuale “il
paziente ripete invece di ricordare, ma si potrebbe anche dire
che ripete per non ricordare. Più ripete, meno ricorda,
meno ricorda, meno ha l’idea del perché ripete fino
a perdere i luoghi della sua storia” (ibid); la ripetizione
si autoalimenta e talvolta per uscire dalle strettoie di una monotonia
mortifera assume le caratteristiche di una eccitazione a rischio
di morte. In gruppo tale ripetizioni possono tradursi in un contagio
eccitato di agiti alimentari ripetuti in una dimensione di “sterilità
per il suo eterno ricominciare” che si riattiva ogni volta
con l’arrivo di ogni nuovo inserimento in una dimensione
identitaria e non trasformativa. Come sciogliere dunque legami
di natura sterile, stagnante, mortifera, “come se fossero
instaurati nell’atemporalità?…in cui prevale,
scarsa capacità di trasformazione e rigidità difensiva”
(Green 153). Sempre Green risponde e qui cito per intero “mi
sembra che la soluzione, quando è possibile, e spesso non
lo è, passi attraverso il tentativo di sciogliere certi
legami interni strettamente intrecciati che servono a imprigionare
l’insieme nella sua ostinata immobilità senza aspettarsi
comunque che lo slegamento, da solo, basti ad ottenere il risultato
desiderato. Questa resta nondimeno la fase preliminare da cui
dipenderà il seguto” (Green 54) cioè come
“liberare il soggetto dalla atemporalità di una perpetua
ripetizione”. (Faimberg 198)
In adolescenza questa questione è un punto di riflessione
fondamentale: il movimento adolescenziale è sottoposto,
per antonomasia, ad un tempo fisiologicamente irreversibile che
produce necessaria incertezza e domande ancora insature su di
sé e sulle relazioni, laddove nella sintomatologia anoressica
e bulimica vige un tempo reversibile che “sotto l’egida
di una causalità circolare, non può che barricarsi
in qualcosa di prevedibile e di più determinato”(Abraham
G. De Senarclens, 1999) che resta fine a sé stesso senza
evoluzione e quindi ristagnante e senza vita pulsante.
Perché quindi il gruppo se è già così
complesso cimentarsi con la coazione a ripetere nei trattamenti
individuali?
Mi viene in mente K. Abraham quando scriveva che “lo psicoanalista
si trova costretto ad affrontare il problema del perché
il malato risoluto a morire scelga la via lenta ed insicura della
morte per fame”(1916).
PRETESTO
La teoria psicoanalitica sui gruppi ma soprattutto la clinica
gruppale erano ancora lontane a venire e certo non sappiamo se
Abraham avrebbe approvato il trattamento di gruppo con chi voleva
scegliere la morte lenta per fame.
Ora abbiamo questo strumento e per chi ne ha la competenza, esso
va applicato, se ha una significazione, come sfida etica alla
vita, al tempo della vita rispetto al tempo della morte, nonché
rispetto ad una necessaria rivitalizzazione delle pulsioni libidiche
rispetto ad una cristallizzazione mortifera che non necessariamente
conduce ad una morte reale ma che si incista in un’emaciata
sopravvivenza.
Il gruppo con pazienti adolescenti anoressiche bulimiche, nel
suo insieme o per chi entra nel gruppo può essere il “pre-testo”
per la costituzione di condivisibili e sorprendenti rispecchiamenti
sintomatici in cui si allenta lo stato di un isolamento circondato
dal vuoto relazionale. Essere realmente sole senza oggetto o con
un oggetto percepito come carenziato è una condizione che
accomuna queste pazienti che solitamente tollerano un rapporto
con l’altro inteso non come oggetto ma come specchio. Finalmente
c’è qualcuno come me” è una frase spesso
ripetuta da queste pazienti in questo tipo di gruppo. C’è
qualcuno come me ma non qualcuno con me. In queste pazienti l’approccio
con il “come me” è esperienza tollerabile e
competerà al terapeuta il graduale passaggio dal “come
me” al “con me”.
La dimensione speculare in qualche modo consente di evitare nel
gruppo monosintomatico l’eruzione talvolta incontenibile
di identificazioni proiettive incrociate che provocherebbero nel
gruppo un clima asfittico ed intasato da elementi scissi, patogeni,
invidiosi che condurrebbero ad “evacuazioni” (Ferro
2002) e frammentazioni del campo gruppale
Rispecchiamenti condivisibili quindi ma dove spetta al terapeuta
osservare nel corso del tempo gli elementi di diffrazione onde
far intravedere alle pazienti le retrostanti figurazioni della
loro soggettività e della loro fragile identità.
Il gruppo monosintomatico è il “pre-testo”
alla possibile cura in quanto possono originarsi espressioni di
tollerabili aperture a nuovi legami verso il medesimo a sé
nella sua zona altra –ovvero ciò che sta dietro il
sintomo- attraverso una strategica regia del terapeuta; quest’ultimo
ha da attraversare il percorso delle diffrazioni ed effrazioni
del mondo degli specchi con estrema delicatezza per raggiungere
i meandri dell’intrapsichico e dell’interpsichico
asimmetrico (il luogo ed il tempo delle generazioni e dell’altro
e non più solo del medesimo) perché il gruppo possa
assumere valenze terapeutiche trasformative e non rimanere vincolato
in una monotona solidarietà.
DAL PRETESTO AL TESTO
Green ci ricorda che il sintomo e la malattia che si esprime nella
ripetizione non “si riduce solo alla memoria occulta di
un male antico, ma è avversario molto reale, del presente”.
Un mondo di specchi in cui svelare effrazioni e diffrazioni ma
dove il terapeuta si discosta inevitabilmente dal gioco degli
specchi. In un gruppo di pazienti adolescenti anoressiche e bulimiche
vi è uno scarto molto acuto tra differenza generazionale,
differenza corporea e differenza di genere se il terapeuta è
maschio. Certo il gruppo, incollato su di sè può
negare, allucinare, attaccare o vivere in una dimensione illusionale
di totale accudimento immaginando che il terapeuta si fondi con
loro; ma rimane il fatto che competenza del terapeuta è
non solo quello di lavorare su tali meccanismi, ma anche quello
di non soccombere alla ripetizione che è alla base di questi
meccanismi .La ripetizione “non si riduce solo alla memoria
occulta di un male antico, ma è avversario molto reale
del presente” (Green, 2000); si esprime nel tempo dell’attualità
e nell’attualità della seduta; l’ascolto del
conduttore man mano si cimenta negli automatismi della ripetizione
per svelarne, con immane pazienza, le flebili “orme”(Corrao,
1998) delle radici originarie iscritte nel somatico; la ripetizione,
come dice Green, è avversaria della vita, ma è necessario
addomesticarci con essa, in un percorso di immedesimazione nel
senso di provare a capire alla radice e provare ad intuire l’altro,
per allentarne la sua morsa.
E’ una sorta di addestramento all’ascolto delle ripetizioni
nel gruppo che potranno condurre al piacere di apprezzarne le
variazioni.
Nel gruppo cosa possiamo ascoltare al di là delle diete,
delle abbuffate, del vomito, dei lassativi, delle bilance, dei
grammi persi e ripresi, delle palestre?
Nel corso di questi anni mi sono accorto che si era formato anche
in me una sorta di pregiudizio controtransferale che con l’entrata
di nuove pazienti nel gruppo si potesse riacutizzare per un lungo
periodo un copione già noto: diete, calorie assunte, vomito,
lista di cibi desiderati ed irraggiungibili a fronte di alimenti
elencati con ossessiva precisione.
E’ un già noto nella mia mente che purtroppo rischiava
di svilire quella curiosità che ogni analista dovrebbe
provare di fronte ad ogni nuovo paziente.
La ripetitività del discorso poteva congiungersi con un
ascolto predeterminato e preconfezionato che non aveva nulla a
che vedere con quel necessario incontro tra voci che insieme possono
dar luogo ad un plrivocalismo creativo; soprattutto il rischio
era di perdere l’ascolto delle variazioni
TESTO
Giulia, paziente alla sua seconda seduta e che aveva presentato
la lunga lista di cibi non mangiati dice a Teresa “io non
posso credere che tu mangi il parmigiano, se così fosse
non capisco che cosa tu faccia qui” E Teresa, paziente da
circa due anni nel gruppo risponde “ma il fatto è
che io mangio di tutto ma è con la testa che penso continuamente
al cibo”.
“E’ questo che cerco di fare capire a mia madre”
- aggiunge Simona da diversi anni in gruppo - “ormai mangio
di tutto e lei crede che io sia guarita ma io non mi sento tale,
mi sento ancora insicura e comunque è un pensiero che ho
sempre in testa”.
In una sorta di fenomeno a massa tutte le altre pazienti lamentano
di quanto loro si sentono sofferenti per la loro malattia e che
spesso i genitori si illudono quando esse hanno le prime risoluzioni
sintomatiche.
Sul discorso di Simona si apre un nuovo scenario che è
quello della relazione madre-figlia. Andando indietro nel tempo
ricordo quanto mi sentii contento quando una paziente, circa nove
anni prima, aveva costruito un primo legame di senso tra il problema
alimentare e la relazione con le figure genitoriali.
Questa questione, su cui si fondano le storie dei nostri pazienti,
era man mano divenuto un discorso comune del gruppo in cui tutte
le pazienti si ritrovavano e si rispecchiavano. Un coro di madri
intrusive, madri assenti, padri lontani, violenti o talvolta incestuali,
entravano attraverso le pazienti, nella scena del gruppo costituendo
un terreno comune di riconoscimento reciproco e speculare attraverso
un supposto processo identificatorio.
Identificazioni oppure meccanismi imitativi atti a recitare un
rito di appartenenza? Siamo anoressiche e bulimiche perché
nella nostra storia abbiamo avuto carenze o invadenze genitoriali
diviene il filo conduttore delle pazienti.
Ritengo che in gruppo questo sia un fattore di riflessione molto
importante; quanto le figure genitoriali introdotte nel gruppo
siano l’esito di un autentico pathos e quanto stiano ad
indicare un fenomeno di contagio gruppale per una necessità
di appartenenza più che legittima cui non corrisponde tuttavia,
in talune pazienti, una condizione emotiva ed affettiva delle
proprie vicissitudini familiari.
Questo per dire che nel gruppo, nel mio gruppo di adolescenti
con un uno stesso sintomo, possiamo assistere ad un altro filo
della ripetitività: “i genitori hanno a che fare
con la mia malattia”.
Tiziana, al terzo anno, aggiunge “i genitori forse conteranno
qualcosa ma la verità e che dobbiamo guardare dentro di
noi quali pasticci abbiamo combinato”
Resto meravigliato quando Anna, l’altra nuova venuta nel
gruppo, proseguendo questo discorso dice che “non è
con la risoluzione del sintomo, che i problemi dentro di sé
siano davvero affrontati”.
Una particolare qualità di insight oppure una risposta
automatica a quanto diceva Tiziana? E’ Il contatto immediato
con il proprio mondo interno oppure un filo ulteriore ed intrigante
della ripetizione che riguarda non il sintomo ma ciò che
vi sta dietro e che certamente può sedurre lo psicoanalista
al lavoro con questi temi.
Dalla ripetitività del sintomo, a quella delle configurazioni
relazionali genitori-figli per raggiungere il discorso sul mondo
interno.
Una specie di filo a spirale che in una dimensione diacronica
si è insinuata nella stratificazione gruppale dentro cui
l’arido terreno dell’anoressia si è lentamente
fertilizzato per accogliere più facilmente nuove fioriture
che si sono aggiunte nel corso del tempo.
Fioriture autentiche che, dopo dieci anni, trovano un ambiente
più favorevole per una crescita più rapida oppure
una sorta di sviluppo di cloni apparentemente pensanti? Questo
è il problema.
Forse conviene arrivare all’intervento successivo ad Anna.
Parla intanto Giulia “Io non ci capisco niente di ciò
che mi capita dentro. Io sento di avere un grande malessere ed
una grande voglia di mangiare che non posso realizzare. Voi conoscente
la storia della piccola fiammiferaia? Ecco io mi sento come lei.
Come la bambina al freddo che dietro un vetro guarda gli altri
mangiare e lei non può. Ecco il vetro me lo pongo io! Altro
che voler essere anoressica, io sento un’enorme invida per
quella gente lì che mangia”.
Teresa:” Mi fai proprio venire in mente che l’altro
giorno pensavo alle mie solite menate alimentari e poi sono andata
a fumare una sigaretta sul balcone. Ho visto, accovacciato, sulla
panchina di fronte al mio palazzo un tizio, probabilmente, un
barbone, e sono indietreggiata immediatamente, una sorta di capogiro,
per una scena che mi ha scosso. Forse il contrasto tra lui e la
mia casa agiata, non so!”
In questa sequenza di interventi cogliamo un contenuto emotivo
immediato, qualche cosa che pone un ordine di senso nuovo rispetto
a precedenti interventi, un aspetto che sento di rottura rispetto
a quanto detto finora, qualcosa che si leva dalle aree del profondo
per essere espresso nel hic et nunc della seduta. Potremmo parlare
di un’intuizione improvvisa di Giulia e Teresa, ed a questo
punto può originarsi un’evoluzione; l’evoluzione
che è “il collegarsi di una serie di fenomeni apparentemente
slegati tra loro e che dopo l’intuizione, hanno assunto
una coerenza ed un significato che prima non possedevano”
(Corrao 83 vol 1). Funzione dell’analista è a questo
punto di fare apparire “delle presenze che sarebbero altrimenti
invisibili” (Videlman), nel senso di cogliere e mostrare
quella forza ed energia emotiva che può infrangere la ripetizione.
La piccola fiammiferaia, lettura dei tempi dell’infanzia,
è dolorosamente rassegnata ad accendere un fiammifero dietro
l’altro per riscaldarsi in modo fittizio ed illusorio davanti
ad un mondo che non accoglie perché ignora il suo stato.
In un primo momento Giulia è identificata con il mondo
della piccola fiammiferaia ma poi nel gruppo se ne discosta quando
lancia la bomba dell’invidia; si tratta di uno stato virulento
e difficilmente tollerato: Teresa non può ancora consentire
di l’idea dell’invidia –invidiare ed essere
invidiati – e deve ritrarre fulmineamente lo sguardo di
fronte al barbone lasciato a sé; soprattutto atterrisce
di fronte allo specchio deformato dell’altro quasi uguale
ma ancor più disagiato nella sua fame.
Il vecchio concetto di invidia, caduta ormai in disuso e talvolta
bandito in vaste aree della psicoanalisi non kleniana, viene riproposta
con autentica prepotenza da questa paziente.
Giulia non mangia per permanere ripetitivamente in una condizione
di invidia primaria e Teresa non può dare spazio nella
sua mente, sostenuta da un agio falso, al barbone morto di fame.
Quale interpretazione quindi? Un intervento di transfert al gruppo
come luogo capace di contenere le piccole fiammiferaie che provano
una sorta di terrore senza nome di fronte ad altri morti di fame,
oppure provare a sondare un intervento nuovo, recuperando paradossalmente
passate radici teoriche, in cui accanto al terrore di voler morire
di fame, qualcuno nel gruppo si consente, tramite l’invidia,
di voler trasformare i piccoli fiammiferi in un detonatore che
faccia esplodere il ristorante?
E’ in quel momento che il terapeuta, con i suoi pensieri
frammentati, lacerati, insanguinati, potrà decomporre la
certezza delle sue teorie senza rispondere alla coazione dei pazienti
con la ripetizione di modelli magari rinnovati grazie all’estensione
del pensiero psicoanalitico e ben confezionate ma che poco hanno
a che fare con la risonanza emotiva nelle pazienti.
Come essere in contatto quindi con il gruppo delle pazienti attraverso
un intervento che è l’esito di un legame controtransferale
ma anche l’esito del gruppo di teorie che si sono stratificate
nella propria mente?
L’interpretazione di un attacco invidioso (il fiammifero
che accende la bomba) sarebbe però un’altra bomba
determinando nel gruppo una probabile esplosione.
A tale proposito mi viene in mente Winnicott quando scrive a proposito
della distruzione che :ӏ necessaria non per via
dell’impulso del bambino a distruggere ma a causa del rischio
dell’oggetto a non sopravvivere”(Winnicot 162); avere
nella propria mente la fantasia distruttiva della paziente è,
secondo me, una condizione necessaria mentre sarebbe illusorio
ed onnipotente fornire un’interpretazione in cui il contenitore
gruppale è in grado di sopravvivere alla bomba; credo che
l’insieme di questi pensieri possa condurci a dire che “questa
piccola fiammiferaia, al gelo e alla fame, avrebbe sperato di
poter accendere con questi fiammiferi un camino nel ristorante
se qualcuno l’avesse vista” dando alla piccola fiammiferaia
l’idea che ha un piccolo strumento in mano.
Credo in conclusione che questi anni di lavoro di gruppo con pazienti
anoressiche e bulimiche abbiano consentito dentro di me di stare
a contatto con il mondo della ripetizione, che si snoda tra pazienti
e paziente dopo paziente, ma anche con una rivisitazione mobile
dei propri assetti clinici e teorici che, nella loro integrazione
e talvolta nel loro rimescolamento non confusivo, permettono di
uscire da rigidi vincoli di appartenenza per avvicinarci al mondo
enigmatico dell’anoressia e della bulimia che solo apparentemente
è catalogabile in schemi fissi.
Confiderò al lettore che quando mi ero cimentato con questo
gruppo dieci anni fa regnava nella mia mente il dogma del contenitore
bioniano capace di contenere la massa delle identificazioni proiettive
dei pazienti e di restituirle bonificate al paziente. Avevo sentito
la necessità di appellarmi in modo assoluto ad un vertice
teorico che certamente Bion intendeva come una delle sonde teoriche
possibili.
La creatività di un modello teorico di tale importanza
poteva divenire nella mia mente la ripetizione di una teoria feticizzata
che non avrebbe potuto certo accostarsi ad una mente e ad un corpo
“che si è costretti ad abitare…ma dove non
c’è il nulla, il buco, il vuoto”(Terninck)”
e che non permetterebbe di avvicinarsi al mistero del femminile.
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