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Una riflessione sui concetti espressi da Bion relativamente al
gruppo di base appare a mio parere sempre più giustificata
anche rispetto alla sempre crescente diffusione dei gruppi monosintomatici.
Molti di questi gruppi si centrano e si formano intorno ad una
sintomatologia in cui la dimensione somatica appare costituire
una parte importante per i disagi del soggetto che confluisce
nel gruppo. Credo anche che l ‘originario intento di Bion
(1) intorno alla sua riflessione sugli assunti di base fosse collegato
al fornire una modalità non solo teorica, che si potesse
sperimentare ed applicare nel lavoro con i gruppi, al fine di
essere utilizzata per riflessione ed applicazioni in contesti
sperimentali.
Con i contributi più recenti intorno alla teoria del campo
(2, 3, 4, 5), queste riflessioni di Bion (1) sulle dinamiche del
gruppo, di base e di lavoro, hanno esitato nella tendenza concettuale
e anche operativa a premere ulteriormente l’ acceleratore
sul considerare il terapeuta di gruppo non immune e non staccato
dal contatto emotivo con il gruppo in cui è immerso.
Di questo passo la nostra posizione di conduttori di gruppo ,
ha via via posto attenzione all’ ascolto delle curvature
che la nostra esperienza subisce nell’ impatto con il problema
e con il tipo specifico di gruppo che trattiamo, che nel caso
di questo scritto è rappresentato dal disagio anoressico
bulimico.
Da qui la mia necessità improrogabile di pensare a voce
alta non sul gruppo monosintomatico come un oggetto esterno, ma
di pensarlo dal suo interno , cercando di capire cioè il
mezzo in cui ci si trova immersi.
Se cioè , secondo la teoria del campo anche noi analisti
siamo immersi in un noi-comune che modifichiamo e da cui siamo
modificati, a maggior ragione appare importante cercare di definire
il tipo di terreno che andiamo a modificare e da cui siamo noi
stessi modificati.
Si può procedere domandandoci se il lavoro con un gruppo
monosintomatico e , nel nostro caso di tipo anoressico bulimico,
proponga specificità e peculiarità del tutto differenti
da quelle legate al lavoro con un gruppo eterosintomatico classico.
Ogni situazione clinica, sappiamo, appare differente e non è
qui mio intento confezionare diverse scatole per un diverso tipo
di gruppo.
E’ solo mia intenzione riflettere sul piano del senso degli
assunti di base e del sistema protomentale, nel caso di un gruppo
già molto connotato come tipo di patologia e come tipo
di coinvolgimento somatico. Sappiamo anche quante e quali siano
le variabili presenti alla nascita di un gruppo, e di come sia
praticamente impossibile sistematizzarle, o renderle replicabili:
questo compito sappiamo essere impossibile. Più opportuna
parrebbe invece la domanda intorno alle specificità del
gruppo monosintomatico: sento, in altre parole, l’ esigenza
di domandarci quali siano gli elementi costitutivi di campo già
presenti nello specifico del monosintomatico anoressico, ossia
nel radunarsi di pazienti con una comunanza di caratteristiche
ben precise, prima ancora che il gruppo “in carne ed ossa”
abbia inizio.
Prima cioè che un gruppo X, vero e proprio, viva, il solo
fatto che esso nasca dal radunarsi di pazienti con il sintomo
anoressico bulimico, costituisce un elemento che orienterà
la peculiarità della posizione del terapeuta , e che costituirà
già una funzione del campo nascente .
Potremmo anche aggiungere la necessità di trattare il nostro
orientamento rispetto ad una omogeneità del sintomo, rispetto
alla tradizionale composizione eterosintomatica, per arrivare
alla seguente considerazione e affermazione: è probabile
che un analista in un gruppo di pazienti con una scelta inconscia
di tipo anoressico bulimico , presenti un coinvolgimento inconscio
caratteristico.
Di questo passo potremmo chiederci: E’ pensabile che vi
possano essere differenze operative, anche in senso analitico,
fra il curare psicotici, sieropositivi, obesi o anoressiche? E’
cioè pensabile che un analista di un gruppo omogeneo debba
tollerare dentro di sé alcune operazioni specifiche di
quel tipo di espressione sintomatologica?
E nel caso affermativo per queste domande, perché?
Cercherei le risposte addentrandomi sul terreno dei rapporti
fra corpo e gruppo e vi chiederei di seguirmi per poter camminare
insieme, per poi anche insieme riflettere.
Con sorpresa mi sono trovato a ricordare che Bion (1) si era già
espresso sulla monosintomaticità , come esito di un suo
pensiero che coniugava le mentalità dei gruppi con la dimensione
somatica; cercando di sintetizzare, l’ autore si domandava
cosa condividessero, in termini di mentalità comune, i
gruppi di soggetti con una stessa patologia che tendevano, per
ragioni diverse, a riunirsi insieme. Nell’ esempio riportato
da Bion (1), egli si riferiva ai soggetti tubercolotici. Per questi
ultimi l’ occasione dell’ osservazione era data dalla
dimensione del sanatorio, nel quale si radunavano le persone colpite
dalla malattia tubercolare. Anche qui pertanto un ‘occasione
per osservare e riflettere sull’ aggregazione di soggetti
in gruppo , accomunati da un sintomo o da una patologia comune.
Come sappiamo Bion (1) , parlando del gruppo, ma partendo proprio
da gruppi accomunati da una patologia comune, coinvolgente il
corpo, parla degli assunti di base, riferendosi a stati emotivi
comuni inconsci del gruppo, che leggono un dato fatto secondo
un codice primitivo, in alternativa ad una mentalità di
gruppo più conscia e razionale, detta gruppo di lavoro.
Per un assunto di base attivo nel gruppo, gli altri due sarebbero
depositati in uno stadio protomentale, in cui il fisico e lo psichico
si trovano indifferenziati. Secondo Bion (1) gli assunti di base,
ossia le emozioni di gruppo primitive, sono di tipo dipendente,
di accoppiamento o di attacco e fuga.
Egli ipotizzava già una riflessione sulla monosintomaticità,
facendo l’ ipotesi che una malattia con manifestazioni fisiche
omogenee , avesse dei risvolti non solo legati a una dimensione
individuale, ma anche ad una posizione rispetto ad un gruppo.
In altre parole, per una malattia con manifestazioni somatiche
, esisterebbe una contropartita psicologica di gruppo , una posizione
psicologica gruppale, relativa a emozioni di gruppo.
Chi ha lavorato in ospedale sa benissimo come sia evidente che
un gruppo di persone con una patologia esprima molto spesso valori
comuni: è di osservazione comune il guardare i pazienti
tossicodipendenti come piuttosto omogenei, come anche i pazienti
con un disturbi somatico ( o psicosomatico) caratteristico, come
i colitici ulcerosi. Essere tubercolotici , secondo Bion , si
accompagna all’ espressione di un assunto di base di dipendenza;
vi sarebbe secondo le sue parole una contropartita evidente, visibile
dell’ appartenere ad un dato gruppo sintomatologico, al
di là del valore che possiamo dare a tutto ciò.
Questo tipo di pensiero non esclude la peculiarità e la
singolarità di ogni posizione individuale, ma si riferisce
ad emozioni o configurazioni di gruppo.
Ma se è vero che una patologia con sintomi fisici, cioè
con un’ espressione a componente somatica, ha una corrispettiva
emozione di gruppo, allora sarà anche vero che la stessa
patologia sarà sensibile alla psicologia dei gruppi.
In termini metapsicologici, il lavorare sugli assunti di base
del gruppo monosintomatico, potrebbe essere un rimedio non sintomatico,
ma con componenti curative per le malattie che curiamo.
Assumiamo allora, come in matematica si assume un’ incognita
e un valore dato, che il valore incognito sia l’ anoressia,
e che il valore dato sia il fatto che diventare anoressica significhi
trasformare una propria posizione rispetto ad un gruppo: assumiamo
cioè , come ipotesi specifica, che diventare anoressica
significhi passare da una posizione di dipendenza da un gruppo
(ad es dalla famiglia o da un membro rappresentante la famiglia,
o da una linea generazionale della famiglia) , ad una posizione
di opposizione e di lotta verso un gruppo familiare.
Procediamo pensando cioè che queste posizioni non si riferiscano
esclusivamente alla posizione individuale della paziente verso
un individuo genitore, ma che si riferiscano al rapporto che la
paziente ha con i genitori in quanto gruppo, con le sorelle- fratelli
in quanto gruppo oppure con le precedenti generazioni in quanto
famiglie transgenerazionali. In questo modo ci potremo riferire
al passaggio da una posizione dipendente ad una posizione di lotta
opposizione, non solo o non tanto in relazione ad un altro individuo
, ma specificamente in relazione ad un gruppo. E’ questo
il vertice che potremmo tenere presente, a fianco della storia
individuale, ossia il considerare rispetto a quale gruppo la paziente
si è mossa, si è espressa.
Se questa ipotesi fosse vera, il gruppo monosintomatico sarebbe
rappresentabile come un insieme di persone già esprimenti
una posizione se non proprio parificabile ad un assunto di base
attacco fuga, almeno vicino ad esso. Le pazienti avrebbero quindi
già una posizione di gruppo al momento in cui queste persone
iniziano un gruppo con noi, con molte implicazioni sulla nostra
posizione di terapeuti. Oltretutto la loro posizione parrebbe
a tutta prima di tipo omogeneo, non per ciò che riguarda
la loro storia individuale, ma per ciò che attiene alla
loro relazione rispetto ad un gruppo familiare significativo.
Il ritrovarsi monosintomaticamente delle pazienti non corrisponderebbe
allora solamente alla condizione di medesimezza o di rispecchiamento
, ma corrisponderebbe ad un naturale radunarsi di persone che
si sono già identificate inconsciamente , sulla base di
un’ emozione collettiva di opposizione ad un gruppo. Va
da sé che se il gruppo monosintomatico esprime di per sé
una mentalità di base, poniamo di attacco fuga , il conduttore
non potrà non domandarsi quale posizione prendere e come
trattare questo assunto di base, come dovrebbe avvenire in qualsiasi
gruppo terapeutico.
Su un piano di teoria della tecnica , l’ assunto di base,
nel nostro caso di attacco fuga, andrebbe raccolto e integrato
con gli aspetti del gruppo razionale, il che si traduce in una
necessità di non bonificare troppo gli elementi di opposizione
e di lotta, di non essere cioè troppo stupiti di fronte
ad un ‘ attacco , in modo da dare spazio ad una sua contestualizzazione.
Credo che sia per questo motivo che solitamente gli eccessivi
maternage falliscano , non riuscendo a rappresentare l’
opposizione e la lotta che le pazienti avvertono sul piano delle
emozioni di gruppo.
In questo senso molte strutture di cura investono moltissimo sugli
aspetti nutritivi dei pazienti con problemi alimentari, senza
raccogliere il valore del messaggio che l’ anoressica appare
recare.
Se è accettabile l’ ipotesi secondo cui le pazienti
anoressico bulimiche appaiono in una posizione che necessita di
esprimere opposizione rispetto ad un gruppo, , potrebbe essere
comprensibile come le stesse pazienti possano non sviluppare relazioni
terapeutiche in presenza di una nostra posizione troppo accuditiva,
che non tenga conto cioè di un ‘esigenza emotiva
di opposizione.
Mi soffermerei allora sullo scarto che si scorge fra il nostro
ruolo di curanti, che nel gruppo si esprime con la funzione curativa
del gruppo, e la necessità da parte delle pazienti di esprimere
una posizione emotiva di lotta , di oppositività e di rifiuto
che può essere avvicinato ai fenomeni presenti in un gruppo
di base.
L’ ipotesi che si può fare è la seguente:
se ad un livello di emozioni di gruppo la persona anoressica esprime
un bisogno di distanziarsi da un gruppo familiare soprattutto
mediante il sintomo e il corpo e non attraverso un cosciente processo
di separazione, a livello individuale l’ anoressica può
esprimere invece un attaccamento patologico che proverei a definire
nei suoi caratteri qui di seguito.
Utilizzerei, a questo proposito, la metafora del seno: se una
paziente anoressica rifiuta il seno, ci aspetteremo che questo
accada anche in analisi. Noi sappiamo come la questione della
tolleranza all’ assenza del seno sia centrale per lo sviluppo
di forme psicopatologiche.
Se la tolleranza all’ assenza del seno (6), e la conseguente
distanza da esso, può permettere al soggetto di rappresentarlo
mediante il pensiero , la non tolleranza all’ assenza del
seno darà il via ad un eccessiva evacuazione di proiezioni,
per il tramite dell’ apparato percettivo, che invece di
ricevere , emette, come avviene con le allucinazioni. Proporrei
per l’ anoressia di invertire i valori delle incognite:
nel senso che la paziente anoressica sembra assumere, almeno nella
fase presintomatica, il ruolo dell’ essere lei il seno che
nutre un genitore o i genitori e , se così fosse, tutta
la percezione di sé passerebbe in seconda posizione a vantaggio
dell’ accontentare i bisogni e le percezioni materne o dell’
altro. Tutti i propri bisogni verrebbero in tal modo scissi dall’
esperienza personale a vantaggio di quelli dell’ altro.
La non tolleranza dell’ assenza del seno non esiterebbe
in un rinforzo dell’ identificazione proiettiva evacuativa
, ma piuttosto in un’ implosione dei bisogni del soggetto,
in un loro congelamento, a vantaggio di un farsi seno che nutre.
Il rifiuto del seno buono, dei maternage e di tutte le buone intenzioni
detto fra virgolette, corrisponderebbe al non separarsi dalla
funzione di bambino seno che nutre il genitore.
L’ assenza del seno sarebbe cioè evitata con un meccanismo
di identificazione primaria che evita di essere un soggetto che
si debba confrontare con una perdita del seno stesso, grazie ad
una sorta di inversione del ruolo infante-genitore. In quest’
accezione sarebbe l’ infante che nutre simbolicamente il
genitore e non viceversa: l’ implicazione principale di
questa configurazione muoverebbe verso una scomparsa del piacere,
in quanto allontanante il soggetto dalla percezione dei propri
bisogni. Secondo Freud (7), l’ istinto di sopravvivenza
che induce il neonato ad attaccarsi al seno e a nutrirsi, si appoggia
alla soddisfazione pulsionale legata all ’ oralità
del neonato e al piacere materno di nutrire, secondo una posizione
libidica di un genitore nutritivo e di un figlio ricevente.
Nell’ ipotesi sopra formulata la funzione delle pazienti
anoressiche, che non si nutrono, nutrendo però simbolicamente
il genitore , appare quella di assumere una modalità di
sostegno che si inscrive in potenti dinamiche del gruppo familiare.
Su di un piano metapsicologico l’ ipotesi formulata prevede
la presenza di un io precoce che non può immaginare una
mamma cattiva , non potendo cioè dislocare istanze di morte
nella stessa e trattenendole al suo interno, facendo prevalere
la necessità di preservare la madre, ad ogni costo.
Una simile posizione sarebbe compatibile con una riduzione conseguente
di tutta la soddisfazione pulsionale e oggettuale del soggetto.
Di questo passo possiamo dire che senza la soddisfazione pulsionale
, il solo istinto non potrà accollarsi l’ onere della
sopravvivenza del soggetto. Usando un altro idioma, il ruolo del
piacere del soggetto scemerà consistentemente al momento
in cui il soggetto stesso nullifica le proprie istanze pulsionali
a vantaggio dell’ altro.
Se è vero che non è possibile fare di tutta un
‘erba un fascio, desta una certa attenzione il riscontro,
a questo riguardo, delle storie anamnestiche che identificano
le figlie come soggetti che si occupano della madre come di una
figlia. Ovvero le storie in cui la figlia fa da madre ad uno dei
genitori o a tutt’ e due.
Su un piano operativo va detto che molta importanza va posta allo
sguardo al gruppo familiare, così come alla storia anamnestica
, relativamente alle vicende della paziente rispetto alla famiglia
intesa come gruppo, anche dispiegato in diverse generazioni.
Secondo questo tipo di ipotesi , l’ opposizione che la
paziente anoressica può esprimere col sintomo somatico
del dimagrimento, riflette bisogni di distanziamento da un gruppo
familiare che la desoggettiva.
Se queste ipotesi sono verificabili, le implicazioni sarebbero
almeno le seguenti tre:
1- l’ identificazione proiettiva delle pazienti anoressico
bulimiche non sarà principalmente rappresentata da evacuazioni
di emozioni primitive o di oggetti bizzarri, ma dalla proiezione
del vuoto e del non legame. La posizione del terapeuta rientra
nell’ insiemità del gruppo solo a condizione di poter
vivere attivamente il non legame e il vuoto, dando voce alla propria
soggettività analitica.
2- Le pazienti esprimono un terrore del legame e del piacere,
pur avendone un gran bisogno, in quanto piacere e soddisfazione
relazionale rompono l’ equilibrio che il soggetto anoressico
trova congelando le proprie esigenze a vantaggio del nutrire l’
altro.
3- L’ assunto di base di attacco fuga in anoressia non si
riuscirebbe ad esprimere psicologicamente, ma prevalentemente
con il soma, almeno nella fase sintomatica; esso andrà
pertanto de-somatizzato, interpretato e reso evidente. La trasformazione
dell’ opposizione e dell’ attacco in una individuazione
soggettiva, corrisponderebbe al passaggio dall’ assunto
di base in oggetto al gruppo razionale di lavoro.
Su un piano tecnico si potrebbe pertanto dire che il gruppo monosintomatico
possiede un’ identità fortemente costituita dalla
contropartita dell’ espressione con risvolti somatici di
un assunto di base lotta fuga, che attende una funzione pensante
in grado di rappresentare mentalmente e verbalmente l’ opposizione,
per trasformarla in una soggettivazione, mediante un passaggio
al gruppo di lavoro.
Sempre seguendo le ipotesi sostenute sopra, può essere
che, se il messaggio delle pazienti si manifesta principalmente
mediante il soma, anche l’ analista non ne risulti immune
e non ne sia coinvolto con quello che alcuni autori indicano come
controtransfert somatico (8). Di conseguenza, su un piano fantasmatico,
il gruppo tenderebbe ad estendere all’ analista il fatto
di essere anche lui un corpo e di non usare pertanto una mente,
sottraendolo così da una soggettivazione che può
essere espressa dal suo essere organo di senso del gruppo.
Sento, di fronte a questo tipo di controtransfert, o di caratteristica
di campo, la necessità che l’ analista, nel qui e
ora del gruppo che vive, reperisca il coraggio del proprio sentire,
per dialettizzare e differenziare i propri vissuti soggettivi
da un gruppo corpo. Questa posizione, oltre a corrispondere al
frequente riscontro empirico legato al bisogno che l’ analista
non sia eccessivamente passivo o fermo in una situazione di prolungata
attesa, appare in linea con la concezione di un analista organo
di senso del gruppo.
Ritengo valide queste ipotesi nel caso di quadri anoressici di
tipo nevrotico in quanto il corrispettivo psicotico implica differenze
tecniche e di patologia che non è qui mio scopo affrontare.
In un altro lavoro (9) ho presentato esemplificazioni cliniche
a sostegno di queste ipotesi .
In ogni caso , lo specchio clinico di queste considerazioni,
mi proviene da un gruppo in cui ricordo ancora come venne inteso
positivamente l’ attivarsi del sottoscritto , come necessità
di svegliare una funzione di contatto e di presa in carico delle
pazienti: una paziente ricordava come fosse importante per lei
essere stata inviata alla comunità La Vela (comunità
per il trattamento dei disturbi alimentari) e che per questo lei
avrebbe ringraziato per tutta la vita chi la spingeva a recarsi
presso la struttura, coniando un termine preciso, parlando cioè
in gruppo di “bombardamento”. La paziente alludeva,
con questo termine, alla funzione stimolante e coinvolgente legata
alla forte competenza reciproca che si ha l’ uno dell’
altro in gruppo. Nella stessa seduta un’ altra paziente,
medico, ricordava con angoscia emergente il ruolo di un terapeuta
che si metteva in attesa fumando: essa ricorda, di quell’
esperienza, solo l’ attesa e il vuoto, corrispondente invece
ad un proprio continuo dare parole senza relazione e senza un
ritorno. In quell’ occasione il gruppo ampliava l’
espressione citata poc’anzi, utilizzando il termine di bombardamento
emotivo, come ad indicare una funzione di corresponsabilità
del gruppo sui singoli soggetti.
Joyce Mc Dougall (10) sostiene che nei casi in cui l’ espressione
di emozioni e sentimenti risulta deficitaria e intrinseca al tipo
di disagio psichico , la soggettività dell’ analista
diventa molto significativa e importante per il paziente: questo
si traduce, in un gruppo, nell’ ascolto, da parte di gruppo
e analista insieme, di ciò che la mente dell’ analista,
sviluppa nel contatto con il gruppo stesso.
Se l’ esperienza soggettiva dell’ analista nel gruppo
è costituita anche da parti che rappresentano l’
esperienza emotiva delle pazienti, capiamo come essa non possa
essere evitata o misconosciuta.
La funzione analitica infatti rimane molto spesso vincolata, naturalmente
quando possibile, al tentativo di tradurre e restituire al paziente
un pensiero interpretativo , sulla base del modello della comunicazione
madre / bambino, che avviene mediante i fenomeni conosciuti sotto
il nome di identificazione proiettiva. Seguendo l’ ipotesi
dell’ inversione del ruolo genitore/infante ipotizzati a
proposito della paziente anoressica, con la conseguente tendenza
ad implodere l’ identificazione proiettiva piuttosto che
ad evacuarla, la posizione dell’ analista si troverà
a fare i conti con questa implosione e con la necessità
di non colludere con un’ immagine di genitore solo ricevente,
passivo e nutrito dalle pazienti. Cioè un’ immagine
che prolunga e autorizza questa implosione , piuttosto che raccoglierla
come elemento da interrogare.
L’ analista, in altre parole, si ritroverà ad osservare
maggiormente ciò che manca, piuttosto che ciò che
contiene al suo interno. Trovo infatti molto differente il fenomeno
di colonizzazione emotiva legato ad un‘ imponente proiezione
capace di attivare risposte immediate dell’ analista, come
avviene nelle psicosi schizofreniche in fase acuta, dal vuoto
anestetico di rapporto legato all’ implosione proiettiva.
Lo psicotico che comunica verbalmente la sua intenzione di un
attacco fisico induce un blocco e un rispetto della distanza :
egli proietta nell’ analista intensi sentimenti o angosce,
per esempio molta paura, che ci fa sperimentare sull’ istante…
Inducendoci così a spaventarci o a rispettare dei suoi
spazi oppure ancora a trattare la nostra paura per restituire
a lui una paura minore.
Ciò che si nominava poc’ anzi come implosione proiettiva
appare invece occupare un registro diverso, che induce l’
analista a notare ciò che manca piuttosto che ciò
che contiene. Non vedrei cioè in questi casi l’ analista
come contenitore, quanto come co- produttore del contenitore gruppale.
Bisogna dire che l’ analista a contatto col vuoto si troverà
nella necessità di ascoltare, attivamente e con tutte le
sue energie, il rumore che il vuoto fa dentro di sé, dando
voce a forme non ancora pensate o non ancora visibili, nell’
ambito di un vuoto generatore di significati piuttosto che di
un vuoto annicchilente.
La differenza tra noi e le pazienti del gruppo sta nel fatto
che noi non partiamo da un vuoto totale , in quanto portatori
di esperienze elaborative che ci derivano da intense analisi e
dal lavoro di riflessione condivisa che portiamo avanti quotidianamente,
in maniera consapevole o inconsapevole.
Trovo fondamentale lo sperimentare su di noi e sul gruppo ciò
che sentiamo o pensiamo clinicamente, per poter verificare in
maniera collettiva ciò che sentiamo a livello ipotetico.
Le riflessioni del mio lavoro possono rappresentare per me un’
ipotesi, ad esempio, che posso cercare di vivere nel contatto
con il gruppo e questo mi trasmette un senso di legame con un
mio pensiero e con il pensiero del gruppo dei colleghi. Posso
allora orientarmi a pensare , come condizione interna al lavoro
istituzionale, all’ oscillazione del terapeuta fra il modo
di appartenere al gruppo di colleghi e il modo di condividere
l’ esperienza con il gruppo delle pazienti. Lo scarto fra
queste due esperienze mi sembra uno degli strumenti a disposizione
per registrare al nostro interno , una possibile posizione personale
come terapeuti.
Concluderei pertanto considerando la necessità di interrogarci
sul gruppo interno dell’ analista come strumento capace
di porsi in rapporto con il gruppo dei colleghi, con il gruppo
delle pazienti e con la posizione dell’ analista stesso.
Lo scarto esistente fra il gruppo interno dell’ analista
e il gruppo delle pazienti sembra inoltre costituire un generatore
d’ esperienza da parte dei partecipanti al gruppo e parallelamente
da parte dell’ analista.
BIBLIOGRAFIA
1-Bion – Experiences in groups and other papers- Tavistock
publications LTD 1961
2 Gaburri - Emozione e interpretazione- Bollati Boringhieri ed
Torino 1997.
3 Rugi- Il campo gruppale- Borla ed. 1998
. 1998
4 Baranger W; Baranger M- ( acura di) La situazione psicoanalitica
come campo bipersonale- Cortina ed. 1969 Milano
5 Neri C.- Commutare- commuovere. Transiti dal gruppo all’
individuo e viceversa. In: Gaburri - Emozione e interpretazione-
Bollati Boringhieri ed Torino 1997.
6 Bion- Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico- Armando
ed. 1996.
7 Freud- Pulsioni e loro destini- vol 8 OSF; Bollati Boringhieri
ed 1995.
8 Angela Galli, Patrizia Gammaro Moroni - Centro Milanese di psicoanalisi-
9 maggio 2002; Relazione sul lavoro del gruppo di studio:“LA
QUESTIONE PSICOSOMATICA:
CORPO, FANTASIA INCONSCIA, PENSIERO E LINGUAGGIO”
9 Comellli F. Dialoghi intorno all’ essere analisti in realzione
al gruppo. In: Speranza (a cura di)- La posizione dell’
analista nel gruppo- Franco Angeli ed. ( in corso di pubblicazione
)
10 J. Mc Dougall – Teatri del corpo- Cortina ed. 1996
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