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1 – Dove si è svolta l’esperienza: il C.I.C.
La nostra esperienza si svolge presso il Centro di Informazione
e Consulenza (C.I.C.) dell’Istituto Professionale di Stato
F. Datini di Prato.
Nato come strumento operativo nell’ambito della prevenzione
delle tossicodipendenze, integrato nella realtà della scuola,
oggi, il C.I.C., nel nostro istituto, è anche un punto
di ascolto rivolto ai ragazzi, agli insegnanti, ai genitori, è
una struttura di collegamento con gli operatori sanitari dislocati
sul territorio (A.S.L. n. 4 di Prato, Se.R.T. di Prato, Ce.I.S.,
Servizi Sociali, Tribunale dei Minori, Quartiere) e sostegno organizzativo
per l’attuazione delle iniziative proposte dai ragazzi all’interno
della scuola.
L’attività di questo servizio si avvale dal 1992
(anno in cui è stato istituito nel nostro istituto) di
un coordinatore (un insegnante a tempo pieno delegato dal Preside),
di sedici insegnanti del Servizio di Ascolto che offrono volontariamente,
di anno in anno, la loro collaborazione.
Dal 1995 si avvale, della collaborazione di un medico psichiatra
e dal 1997 di due psicologhe (collaboratrici esterne), una dietista
(collaboratrice esterna) e quattro psicologhe tirocinanti della
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitica H. S. Sullivan
di Firenze con specifica convezione.
Di fronte alla complessità delle problematiche giovanili
e alle diverse forme di espressione con le quali queste si manifestano,
la collaborazione nell’équipe multidisciplinare si
è rivelata essere necessaria.
2 - Photolangage©: cenni storici e metodologici .
Il Photolangage nasce in Francia (Lyon) nel 1965 in modo del
tutto intuitivo e casuale. A. Baptiste e C. Belisle, rispettivamente
psicosociologo e psicologo lionesi, stavano lavorando con un gruppo
di adolescenti la cui più grande difficoltà era
esprimersi o “raccontarsi” davanti al gruppo.
Per agevolare la discussione pensarono di proporre ai ragazzi
delle foto in bianco e nero con l’idea che queste potessero
diventare un supporto alla parola. In un secondo momento, la Prof.ssa
Claudine Vacheret dell’Università Lumière
2 di Lione, ha continuato la ricerca studiando gli effetti del
metodo Photolangage© nel campo della psichiatria.
Il Photolangage© è uno sguardo nuovo portato all’immagine.
Ogni partecipante non deve analizzare la foto quanto piuttosto
reagire spontaneamente, soggettivamente e affettivamente. Cercare
di capire perché una foto interessa e spiegarlo agli altri
permette l’apprendimento della comunicazione: ognuno cerca
di comprendere l’altro non per giudicarlo o per mettergli
un’etichetta ma per rispondere ad una domanda di ascolto.
L’incontro si apre con la formulazione del tema a cui segue
la disposizione delle foto sui tavoli.
Il tempo in cui viene elaborata la consegna è molto prezioso.
E’ il tempo in cui viene pensato il gruppo nella sua gruppalità
ed ogni partecipante nella propria individualità. Questo
tempo corrisponde alla capacità di rêverie materna
di cui ci parla Bion:
«[la rêverie] designa il modo in cui la madre accoglie
le proiezioni e le identificazioni del bébé. Sono
reazioni immaginarie che la madre attiva per metabolizzarle»
[W. Bion, 1963, pag. 32].
Il tema scelto viene scritto alla lavagna e la scelta delle foto
viene fatta in risposta a ciò che la frase suscita in ciascuno.
La consegna varia ad ogni incontro e viene scelta dagli psicologi
sulla base delle dinamiche emerse in quello precedente, rispettando
sia la fase in cui si trova il gruppo sia i tempi interni di apertura
di ciascun partecipante.
«La madre digerisce psichicamente le proiezioni della mente
del bambino e lo nutre a sua volta restituendogli questo prodotto
da lei pre-assimilato. Il bambino (gruppo) riceve un nutrimento
secondario e metaforico del primo. Non si nutre del seno corporeo
ma del seno psichico della madre (trasformazione del tema in consegna)»
[ibidem].
Gli obiettivi del metodo sono:
- Facilitare la costituzione di un gruppo, l’incontro, la
comunicazione, dando ad ognuno la possibilità di esprimersi.
- Prendere coscienza del proprio punto di vista ed esprimerlo
agli altri.
- Relativizzare la propria posizione davanti agli altri, che non
hanno forse la stessa opinione, ma che nonostante questo incontrano
difficoltà più o meno simili alle nostre.
- Creare uno spazio mentale capace di contenere le preoccupazioni,
le esitazioni, le angosce di ogni membro del gruppo: è
più facile parlare di una fotografia che si manipola che
parlare direttamente agli altri.
3 – Modello teorico di riferimento
La psicoanalisi interpersonale nacque negli anni trenta in America
con l’opera di H. S. Sullivan il quale elaborò un
diverso approccio alla psichiatria e alla psicoanalisi sottolineando
come lo sviluppo umano potesse essere meglio compreso solo all’interno
di un contesto relazionale.
«La personalità di un individuo [dunque] non può
essere mai isolata dall’insieme delle relazioni interpersonali
in cui la persona vive» [Sullivan, 1953] ed è per
questo motivo che noi possiamo conoscere l’altro solo nel
momento in cui entriamo in relazione con lui.
Per Sullivan l’equilibrio emotivo nelle relazioni interpersonali
è caratterizzato dal soddisfare l’umano bisogno di
sicurezza ovvero il sentirsi liberi dall’angoscia. Infatti:
«… tutti dedicano [ ] gran parte della loro vita e
dei loro sforzi ad evitare, nei rapporti con gli altri, più
angoscia di quanta già ne soffrano o se è possibile
liberarsi anche di questa» [Conci, 2000].
Nel corso della vita un individuo organizza la propria esperienza
relazionale acquisendo dei modelli comportamentali «in base
a quanto percepiamo delle reazioni degli altri nei nostri confronti»
[Greenberg, Mitchell 1983] con il solo fine di «evitare
questa spiacevole esperienza» [Sullivan, 1953].
Lo sviluppo psicologico del bambino sullivaniano è legato
al rapporto diadico con la madre, attraverso il quale egli può
percepire i suoi stati affettivi, e al soddisfacimento di bisogni
fisici ed emotivi.
La soddisfazione dei bisogni emotivi è mediata da zone
di interazione che per Sullivan sono la zona orale, anale, genitale,
retinica, vestibolare, uditiva, tattile e cinestesica. Tali aree
divengono il canale privilegiato della comunicazione fra la madre
e il suo bambino soprattutto nel periodo preverbale dello sviluppo.
Una madre emotivamente più o meno angosciata è in
grado di indurre nel suo bambino lo stesso stato emotivo e questo
passaggio si realizza attraverso il legame empatico.
La natura di questo particolare legame è stata successivamente
studiata, in modo approfondito da Stern, che afferma come la compartecipazione
degli stati affettivi tra il bambino e l’agente delle cure
materne, ovvero la loro sintonizzazione, avvenga attraverso un
trasferimento “intermodale” e “amodale”
delle percezioni sensoriali. [Stern, 1985].
Nel rapporto con la madre il bambino può, dunque, fare
l’esperienza di una madre “buona”, non angosciata,
e una madre “cattiva”, angosciata.
Poiché nel corso dello sviluppo cognitivo il bambino «impara
ad apprendere le caratteristiche costanti del comportamento interpersonale»
[Stern, 1985] egli può anticipare e collegare i propri
comportamenti con lo stato affettivo della madre [Greenberg, Mitchell
1983].
Quando il suo comportamento incontra l’approvazione della
madre tale esperienza delinea quella area della personalità
che Sullivan definisce personificazione del me buono, il comportamento
che invece determina un aumento di angoscia nella madre e quindi
nel bambino conforma l’altra area della personalità
che è la personificazione del me cattivo.
Talune situazioni interpersonali, invece, sono caricate dalla
madre di una angoscia fortissima che il bambino, non riesce a
tollerare e che egli integra in quella area della personalità
definita personificazione del non me.
Da questa complessa situazione relazionale ha origine, secondo
Sullivan, il sistema dell’io che è «un sistema
[che ha il compito di] mantenere la sensazione di sicurezza interpersonale»
e «quindi di evitare o minimizzare l’angoscia presente
o prevista» [Sullivan, 1953].
Per questo motivo il sistema dell’io utilizza una serie
di processi che vengono definiti “di sicurezza” al
fine di «distogliere l’attenzione dal punto di angoscia
e dirigerla verso altri contenuti mentali» [Greenberg, Mitchell
1983].
Il bambino nel corso del suo sviluppo, dunque, interiorizzerà
le caratteristiche interpersonali che il rapporto deve avere per
poter mantenere una relazione vitale con la madre e gli altri
significativi.
Queste interiorizzazioni costituiranno, nella vita del paziente,
dei costrutti fantastici [Sullivan, 1954] o «modelli immaginari
di relazione che verranno evocati ogni qual volta il sistema dell’io
anticipi l’angoscia e minacci la stima di sé nei
rapporti con gli altri. Tali modelli immaginari verranno così
sovrapposti nell’esperienza» [Greenberg, Mitchell
1983] quotidiana dando origine a quel fenomeno che Sullivan definisce
distorsione paratassica.
In altre parole la distorsione paratassica è una rilettura
attuale di antiche relazioni che interviene ogni qual volta il
sistema dell’io, nelle successive situazioni interpersonali,
faccia esperienza dell’angoscia.
Sono proprio «tali operazioni di sicurezza che soppiantano
e deformano le situazioni interpersonali» [Greenberg, Mitchell
1983] rendendo di secondaria importanza la soddisfazione di altri
bisogni «poiché costituiscono un freno potente per
il progresso dell’individuo» [Sullivan 1954].
Compito della psicoanalisi è per Sullivan rendere il paziente
consapevole delle sue modalità relazionali attraverso lo
strumento della relazione analitica.
In questa ottica emerge come l’analista interpersonale operi
nella pratica tramite un costante lavoro su di sé e sia
egli stesso il principale strumento tecnico del suo lavoro.
Egli lavora sia a livello intrapsichico che a livello di relazione
e lo si può definire un osservatore partecipante.
Il concetto utilizzato da Sullivan implica che colui che osserva
è parte del campo interpersonale osservato e di conseguenza
mentre lo osserva lo influenza e lo modifica, ma ne è anche
osservato, influenzato e modificato.
In questo contesto utilizziamo il concetto nella accezione di
Hoffman [2000] come analista che, in questo caso, con il gruppo
co-costruisce l’esperienza.
Tale costruzione comune dell’esperienza riconosce una partecipazione
attiva di tutti i partecipanti e richiede una costante attenzione
da parte dell’analista a quello che sta accadendo a tutte
le parti del campo, analista incluso, al campo stesso e al loro
interagire all’interno di una prospettiva di tipo dialettico.
Lo psicoanalista interpersonale lavora con e sugli aspetti reali
della relazione, con gli affetti che ad essa sono legati , con
gli schemi mentali e con le modalità relazionali consce
ed inconsce sue proprie e delle persone con le quali interagisce.
Egli si presenta nel gruppo non come colui che sa, ma come colui
che promuove e facilita la comunicazione e l’interazione,
promuove potenzialità e possibilità.
Crediamo che ciò sia ancor più vero con ragazzi/e
adolescenti per i quali è importantissimo,
in questo particolare momento di ricerca della propria identità,
poter avere spazi dove potersi esprimere e cercare la propria
identità.
4 – Come è nato il gruppo.
La crescente richiesta di aiuto allo sportello dietologico ci
ha motivati a riunire le nostre risorse e a rispondere al problema
offrendo un contenimento, quale il gruppo Photolangage©,
che permettesse alle ragazze di avviarsi in un percorso il cui
obiettivo, considerato l’ambiente in cui si svolge, cioè
la scuola, non è la cura dei sintomi, ma la possibilità
di iniziare ad immaginare un modo alternativo di relazione e sviluppare
una presa di coscienza della propria problematica, da trattare
in un contesto diverso dalla scuola.
La proposta del gruppo PhotolangageÓ nasce dunque in risposta
a queste considerazioni. La specificità del metodo, il
rigore delle sue regole e la cultura psicoanalitica del conduttore
costituiscono gli elementi base per poter offrire all’adolescente
bulimica nel contesto scuola, un contenitore sufficientemente
stabile in cui elaborare alcuni aspetti del proprio mondo interno
e sociale attraverso le immagini e la relazione con le altre partecipanti
del gruppo.
Il gruppo si svolge ogni due settimane, durante l’orario
delle lezioni, per la durata di un’ora e mezzo, è
composto da 7 ragazze, la dietista e la psicologa.
Per ogni incontro riportato in questo spazio, abbiamo selezionato
le foto e gli elementi dinamici che ci sono sembrati più
significativi secondo il nostro modello di lettura psicoanalitico
interpersonale.
5 – Il percorso del gruppo: dalla paura alla tenerezza.
Sullivan suggerisce che l’unica via per conoscere un’altra
persona sono le sue interazioni. «Arriviamo a conoscere
un altro osservando quello che fa, osservando noi stessi che interagiamo
con lui, ascoltando quello che egli ci racconta delle sue interazioni
e delle sue esperienze. In questo senso, chi raccoglie i dati
non è mai un relatore obiettivo, ma è sempre un
“osservatore partecipante”» [H. S. Sullivan,
1940].
Ricostruisco la storia di questo gruppo sei mesi dopo il suo termine.
Torno indietro nella memoria delle sensazioni che l’esperienza
mi ha fatto vivere e accolgo in me i vissuti del primo momento.
Mi sentivo come una madre incinta, tenevo il mio bambino in pancia
e fantasticavo come mi sarei sentita quando appena nato avrei
potuto vederlo e toccarlo.
Ripercorro attraverso le sensazioni della pelle la vicinanza e
l’uguaglianza del vissuto che porto dentro di me della relazione
con mia madre. Ritrovo il suo fare, il suo essere, il suo sentire,
il suo modo di toccarmi, di nutrirmi, di parlarmi. Riconosco il
suo e ricerco il mio.
Si risveglia in me il ricordo della mia esperienza di figlia e
in particolare la tortuosa strada che ho percorso per accogliere
le nostre diversità.
Ero improvvisamente madre, ma che tipo di madre sarei stata?
Ognuno di noi, nel gruppo, riattivando i vissuti legati alla primaria
esperienza con le rispettive madri, ha iniziato un cammino che
ci ha portate a fantasticarci figlie di una madre diversa dalla
nostra e, nel mio caso, madre di un figlio diverso da me.
La consegna della prima seduta era: “Scegli 1 o 2 foto per
presentarti al gruppo”.
Giorgia presenta la foto di una giovane donna nuda piegata su
stessa. Il volto è appoggiato sul ginocchio e attraverso
lo spiraglio che si crea tra questo e la spalla, guarda nell’obbiettivo:
“Mi ha colpita il suo sguardo… non so perché…mi
sento come lei, chiusa e come lei mi proteggo”.
Giorgia, attraverso questa immagine, si fa porta-voce del bisogno
di chiudersi per proteggersi dalla paura che questo tipo particolare
di incontro riattiva in ognuno di noi: il ricordo delle nostre
esperienze passate.
Le partecipanti, in posizione fetale, sono bambine che attraverso
lo sguardo, lentamente, iniziano a scoprire cosa c’è
nella madre-gruppo.
Sono curiosa ma pazientemente aspetto.
Lara interviene con la foto dell’occhio e dice: “Dagli
occhi si vede la persona... ma, purtroppo, io non riesco a guardare
gli occhi di nessuno”.
Le sue parole si depositano nel gruppo e in me come veli neri
attraverso i quali non si può vedere più nulla.
Un profondo vissuto di perdita si sostituisce al piacere di scoprire
chi siamo, lo accolgo in me e lascio che lentamente prenda forma.
Lo specchio cade, si frantuma e il bambino non sa dove guardarsi
per esistere.
Il silenzio abita il gruppo come una membrana che ci avvolge tutte
e nella quale condividiamo il vissuto di paura legato all’essere
nuovamente deluse da una madre disattenta.
Marina, rompe il silenzio con la foto della donna e l’adolescente
che mentre si guardano si sorridono: “E’ come mi piacerebbe
essere con mia madre…”.
Ecco introdotta nel gruppo la fantasia di una madre capace di
entrare in contatto empatico col proprio bambino grazie agli elementi
propri del linguaggio preverbale, lo sguardo e il tatto, portato,
quest’ultimo, da Elisa con la foto della donna e bambino
di spalle che si abbracciano e si guardano, “Si toccano…è
la felicità”.
La delusione si è sostituita al desiderio e adesso il desiderio
si sostituisce all’illusione, seguiamone il percorso.
Vanessa porta la foto del leone, “Mi piace per la sua forza...
è buono, potrei accarezzarlo”.
Percepisco in queste parole una sorta di incoscienza. Il bambino
non riconosce il pericolo fin quando non lo ha affrontato o se
lo ha sperimentato tanta è la paura che ha vissuto che
pur di mantenere una relazione con la madre, lo nega.
Non so dire quali di questi due aspetti fossero in gioco, ma sono
certa dello sconcerto che ho vissuto di fronte a tanta sicurezza.
Repentino il mio bisogno di mettere in guardia il gruppo da un
“animale” che può essere anche molto feroce,
dando voce alla sua parte selvaggia e aggressiva che noi non possiamo
gestire e di fronte alla quale bisogna stare molto attenti, “Il
leone può essere anche molto aggressivo. Bisogna stare
attenti!”.
Probabilmente, il mio avvertimento ha portato Susanna ad esprimere,
attraverso la foto della mano di un uomo che copre il viso di
una bambina, un vissuto di protezione.
Ma perché ci si dovrebbe sentire protetti da qualcuno che
ci copre gli occhi?
Forse riesco a cogliere il significato di questo vissuto operando
una “mescolanza” tra ciò che Susanna ed io
abbiamo percepito su questa foto.
La natura della protezione che Susanna vede in quell’immagine
evoca in me lo stesso vissuto della foto del leone: cecità
davanti al pericolo.
Per lei si tratta di un adulto che protegge la bambina, per me
di un adulto che copre gli occhi di una bambina per impedirle
di vedere qualcosa che le potrebbe fare male.
Al di là di ciò che la bambina vede o non vede mi
colpisce la scelta dell’adulto di “coprirle gli occhi”.
Perché, per proteggere la bambina, l’adulto sceglie
di coprirle gli occhi?
Ricostruisco il percorso e percepisco l’intimo vissuto che
Susanna porta nel gruppo della sua esperienza con la propria madre:
“ti copro gli occhi per escluderti/proteggerti dal mondo
della relazione che a me fa tanta paura”.
Una madre che non riconosce la propria parte aggressiva/animale
è una madre che si relaziona col proprio bambino eliminando
dallo spazio relazionale quegli aspetti che non può elaborare,
né trasformare perché vissuti come distruttivi.
L’ansia, che attraverso il legame empatico, pervade la mente
del bambino, viene da lui personificata nel non Me e dunque esclusa
dalla coscienza .
Possiamo dunque pensare che Susanna si sia sentita protetta dal
mio intervento/avvertimento di pericolo, identificando il vissuto
di protezione con l’immagine di un uomo che copre il viso
della bambina perché questa è l’esperienza
di protezione che lei ha vissuto, l’esclusione.
Presento la mia foto, la giovane donna nuda piegata su se stessa:
“Più volte mi è capitato di scegliere questa
foto. Oggi la porto qui per esprimere la paura che in questo momento
provo. Siete persone nuove, non vi conosco e non so che cosa potrà
nascere da questo incontro. Come la ragazza della foto mi proteggo,
ma non mi nascondo, sono cauta... mi colpisce il suo sguardo perché
è attento, rivolto verso l’esterno, vede tante cose”.
Riconosco e do voce alla paura che vivo in quel momento, la paura
legata all’inizio di una nuova esperienza, ad un nuovo incontro
con l’altro.
Creo spazio nella mia mente per un contenitore in cui l’emozione
e il vissuto possano essere elaborati e dove l’altro, sentendo
riconosciuti i propri vissuti, potrà sentirsi “pensato”
e dunque esistere.
Gli esseri umani devono sviluppare legami con i loro simili per
poter diventare umani, ma in tale processo spesso imparano a temere
le modalità con le quali si creano rapporti di attaccamento,
perché riconoscono in essi la possibilità di ferite
e perdite.
Allora, la possibilità di relazionarsi ed identificarsi
con qualcuno capace di dare voce alle emozioni, che nel campo
relazionale emergono, permette all’altro di sentirsi protetto
dalla paura, perché condivise e non percepite più
come distruttive.
Elisabetta, la dietista, ritorna sulla foto del leone per esprimere
la sua paura.
Qui, Vanessa ci porta il ricordo della tigre nella gabbia di un
circo che stacca con un morso la testa del suo padrone.
Questo racconto svela l’inconscia immagine di una madre/tigre
percepita aggressiva e chiarisce l’incoscienza da me vissuta
dopo la prima affermazione sulla foto del leone.
Il bambino come può far fronte alla paura che i vissuti
della madre provocano in lui?
«…la minaccia nascosta, che interferisce con una vita
semplice e con una positiva integrazione di situazioni, è
l’angoscia. Il potere che [questa] esercita sulle nostre
vite […] deriva dalle circostanze che caratterizzano la
sua comparsa durante l’esperienza dell’infanzia. Per
il bambino angoscia vuol dire paura.» [Sullivan da J. R.Greenberg
e S. Mitchell, 1986, pag.102].
Quando i bisogni primari vengono appagati da una madre angosciata
che trasmette un’ansia eccessiva, il bambino si sentirà
insicuro e li integrerà in quell’area della personalità
definita non Me.
Al fine di evitare l’angoscia che da qui può provenire,
il bambino, nel tentativo di trovare sollievo da tali emozioni,
nega la paura per non “perdere la testa”.
Con le parole di Sullivan potremmo dire che per difendersi dall’ansia
il bambino concentra tutta la sua attenzione solo su quegli atti
che possono suscitare l’approvazione degli adulti, mentre
tutto quello che per lui è motivo di angoscia viene dissociato
e trattato come se non esistesse: sviluppa cioè quell’operazione
di sicurezza che Sullivan definisce disattenzione selettiva.
Lentamente il gruppo, attraverso le foto, inizia a fantasticare
un dialogo con la madre. La consegna della seconda seduta era:
“Scegliamo due foto per esprimere cosa è piacevole
e cosa è spiacevole nel fare la dieta”. Questa introduce
la possibilità di elaborare gli aspetti ambivalenti della
relazione con la madre.
La dieta, ossia la gestione del cibo, è la metafora attraverso
la quale ogni partecipante può dare voce alla naturale
ambivalenza dei vissuti legati alla primaria esperienza di “nutrimento
relazionale”.
Utilizzando ancora una volta il pensiero di Sullivan, “...nella
situazione interpersonale dell’allattamento, il neonato
si trova esposto a vari tipi di seno materno, il seno buono e
soddisfacente, il seno buono ma insoddisfacente, il seno inefficiente
- ovvero che non dà più latte - e, infine, il seno
cattivo, ovvero il seno di una madre ansiosa” (2000, Conci,
pag. 446).
Vanessa, per esprimere l’aspetto piacevole della dieta,
presenta la sua prima foto (scelta da quattro partecipanti su
sette, me compresa), quella di una giovane donna magra che gioiosa
corre sulla spiaggia,: “Lei è come vorrei essere,
libera. Lei è felice perché sta bene nel proprio
corpo… ha ottenuto quello che voleva”.
Tale immagine introduce sia il desiderio oggettivo delle ragazze
di essere come lei sia il desiderio di identificarsi con una madre
buona.
Vanessa, per esprimere l’aspetto spiacevole della dieta,
attraverso la foto della bambina in pigiama che stringe il peluche,
dice “quando si fa la dieta ci sentiamo esclusi e isolati”.
I bisogni primari del bambino, quale la fame, sono i veicoli attraverso
i quali egli può entrare in relazione con l’oggetto
primario.
“...le rappresentazioni della buona e della cattiva madre
si creano nel neonato nella misura in cui la situazione interpersonale
“seno tra le labbra” - che rappresenta il prototipo
di tutte le situazioni interpersonali - dà luogo ad una
positiva integrazione con la madre, con conseguente soddisfazione
del neonato, oppure, al contrario, tale situazione va incontro,
a causa dell’angoscia della madre, a quella che Sullivan
chiama disintegrazione” (Conci, 2000, pag. 446).
Il gruppo esprime, attraverso l’immagine della bambina col
peluche, l’esclusione/isolamento che deriva dall’incapacità
di gestire il cibo intesa come incapacità di gestione della
relazione da parte della madre.
La successiva foto della donna incinta accovacciata per terra
con le mani sul pancione e gli occhi chiusi, da’ voce e
corpo al desiderio di pensarsi vicine ad una madre capace di essere
in “contatto con se stessa”, di ascoltarsi e dunque
ascoltare.
Giorgia la commenta così: “Ho scelto questa donna
incinta…non so perché…forse per dire che lei
è in contatto con se stessa”.
Nell’immaginario del gruppo, avanza e prende corpo l’immagine
di una madre capace di creare nella propria pancia/mente lo spazio
necessario per vivere ed elaborare le emozioni che emergono nel
contatto con il proprio bambino. Una madre dunque nella quale
esiste quello spazio mentale necessario al bambino per sentirsi
esistere, accolto e dunque amato.
“Adesso può guardarsi... finalmente si piace”,
con queste parole, Vanessa esprime il piacere di vedersi riconosciuti
nello specchio dell’altra (foto ragazza che si trucca allo
specchio).
Il ciclo degli incontri si conclude con la sesta seduta, la cui
consegna era: Scegliamo la foto che più ci piace per parlare
di questa esperienza.
Ricordo con estrema chiarezza l’atmosfera di quell’ultimo
incontro. Come per non disturbare quella creazione, nel totale
silenzio, ognuno di noi cercava gli occhi dell’altra.
Accolsi dentro di me quel piacevole silenzio come per custodirlo,
senza preoccuparmi di niente. Sentivo un gran calore privo di
parole e ricco di comunicazione.
Eravamo lì, sedute sulle nostre sedie cullate da quel ovattato
e caloroso silenzio.
Ascoltavamo e ci guardavamo fino a quando è apparsa nella
mia mente l’immagine di un abbraccio.
A questo punto decisi di far partecipe il gruppo del flusso dei
miei pensieri e con piacevole stupore ci accorgemmo che quattro
persone su sette scelsero la stessa foto: una madre mentre allatta
il proprio bambino in un prato.
Stefania dice, “Mi fa tenerezza… la madre che abbraccia
il suo bambino”, e Irene continua: “Anche io l’ho
scelta… ne ho una a casa di me e mia madre uguale identica
a questa… anche l’angolazione da cui è presa
la foto è la stessa… Mi sono ricordata di me”.
Poiché il bambino piccolo non può soddisfare da
sé i suoi bisogni, deve pensarci un’altra persona.
Sullivan ha elaborato quello che egli stesso chiama «teorema
della tenerezza», per spiegare il modo in cui l’espressione
dei bisogni del bambino induce l’integrazione di un’interazione
con la madre, che porta al soddisfacimento di quei bisogni.
«L’attività che osserviamo nel bambino e che
nasce dalla tensione prodotta dal bisogno, induce tensione nell’agente
di cure materne… [tensione] sperimentata come tenerezza
e come un impulso verso attività volte al soddisfacimento
dei bisogni del bambino piccolo» (H. S. Sullivan, 1962,
pag. 39).
Il percorso ha permesso alle ragazze di iniziare ad immaginare
un modo alternativo di relazione con una madre/gruppo aperta al
dialogo.
L’esperienza ha permesso il recupero di un’immagine
positiva di relazione primaria con la madre, nella quale il gruppo
ha ritrovato la tenerezza attraverso il ricordo della propria
esperienza.
IV - Conclusione.
Ancora una volta il Photolangage© si è rivelato essere
uno strumento capace di stimolare il dialogo tra persone chiuse
nel silenzio della propria esperienza.
Precedenti studi ed esperienze cliniche ci hanno dimostrato la
sua forza nel fornire un contenitore alle emozioni che emergono
nei percorsi di gruppo.
Questa sua importante caratteristica ci ha permesso di utilizzare
lo strumento, nel rispetto delle sue regole, sperimentando un
“nuovo paio di occhiali” per la lettura delle dinamiche:
il modello psicoanalitico interpersonale.
Ascoltare il mondo delle immagini significa prestare ascolto alle
sensazioni elementari che queste suscitano “nel qui ed ora”
dando voce ai contenuti della propria esperienza.
Per noi interpersonalisti, le immagini fotografiche e i relativi
commenti sono la metafora della relazione che si instaura tra
il terapeuta (figura genitoriale) e i partecipanti (figli) al
gruppo. Il terapeuta gioca il ruolo che gli viene attribuito nelle
fantasie dei partecipanti, ma il riportare quello che viene detto
sulle immagini nel qui ed ora della relazione, permette a tutti
di poter sperimentare una nuova modalità di relazione,
all’interno della quale è possibile iniziare ad immaginare
nuove tipologie di relazione con la figura genitoriale interiorizzata.
Questo importante aspetto compare in chiusura del nostro lavoro
ma apre un interessante spazio di riflessione che ci porta a fantasticare
la stesura di un altro articolo!
Bibliografia
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d’Organisation.
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CONCI M., DAZZI S., MANTOVANI M. L., 1997, La tradizione interpersonale
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CONCI M., 2000, Sullivan rivisitato, Massari editore, Bolsena
(VT)
GHERI L. et al.,
- 1999, C.I.C.: una nuova realtà della scuola, Ed. Coop.
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