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Una paziente di un gruppo terapeutico racconta una storia di
sua invenzione che si svolge nella valle dei "boccioli che
non si schiudono". Il luogo è stato stregato: indifferenti
al succedersi delle stagioni, i fiori tengono chiuse e immobili
le loro piccole corolle, vivono in un eterno presente. Non fioriscono,
non muoiono, non producono frutti. Di conseguenza, gli abitanti
della valle muoiono di fame, perché l'ambiente naturale
che li circonda è fuori sincronia con i loro ritmi vitali.
Per questo gruppo, l'incantesimo ha un nome: anoressia. L'anoressia
è una condizione patologica la cui osservazione e comprensione
si avvalgono utilmente di un uso flessibile di teorie e modelli
diversi. Questo perché la ricerca di una teoria capace
di spiegare e risolvere tutto, se da un lato rispecchia la sclerotizzazione
difensiva dei confini dell'io tipica di questi pazienti, dall'altro
produce spesso interventi che li costringono a ritirarsi dietro
una barriera difensiva ancor più fitta, nel tentativo di
far sopravvivere ciò che viene percepito come il vero sé:
il che, malauguratamente, segna spesso il punto di non-ritorno
sia per la terapia che per il paziente.
Non tutti i casi che arrivano in consultazione sono di eguale
gravità. Può trattarsi in effetti di un disturbo
transitorio, ma anche in quel caso ciò che emerge è
l'incapacità di elaborare efficacemente un trauma, un lutto,
o semplicemente una fase difficile del percorso adolescenziale,
incapacità legata a una sorta di disorientamento, a una
perdita di coordinate fisiche, mentali e relazionali, a sentimenti
di futilità e disorientamento affettivo, a una mancanza
di spazio interiore.
Ciò che emerge, dunque, è un sé incompleto
o vulnerabile; un sé che o non ha sviluppato le sue funzioni
e i suoi oggetti, o che ha potuto farlo solo sacrificando, segregando
e isolando il sé che è capace di imparare dal dolore
mentale, e insieme prendendo le distanze da tutti quegli oggetti,
incluso il corpo, capaci di istigare tale esperienza di apprendimento.
Il vero sé viene protetto da un "falso sé"
(Winnicot 1960) e un "falso corpo" (Orbach).
La ricerca sulle carenze infantili ha dimostrato che il mancato
sviluppo di una rappresentazione psichica del proprio corpo può
essere dovuto sia a un'eccesso che a una carenza di stimolazione
cognitiva ed emozionale.
La psicologia del sé imputa il mancato consolidamento di
un'immagine corporea integrata e coesa a una serie di interazioni
disadattive fra il sé e l'oggetto-sé: intrusività,
mancanza di risposta empatica, risposte incoerenti o selettive
ai segnali del bambino da parte delle figure percepite come fonte
primaria di cure sarebbero causa, fra l'altro, di difficoltà
nel processo di separazione-individuazione, scarsa percezione
dei confini, paura di essere invasi, estrema arrendevolezza alle
richieste di conformarsi.
Risposte difensive quali l'innalzamento della soglia determinano,
a un livello di organizzazione elevato, una scarsa integrazione
delle rappresentazioni fisiche e psichiche. Quando il genitore
non è in grado di entrare in risonanza con gli stati interiori
del bambino, la risposta del bambino stesso alle proprie esperienze
corporee ed emotive, ai propri movimenti e affetti, finirà
per essere incompleta, priva della convalida del riferimento diretto
alla propria esperienza. Il risultato di ciò sarà
un'immagine di sé distorta, e un' immagine corporea altrettanto
distorta, come emerge chiaramente dai disegni delle pazienti anoressiche,
in cui i confini sono vaghi o strabordanti e le figure caratteristicamente
deformate.
Ciò che sembra mancare è un'esperienza "sentita"
del corpo in quanto somma sempre presente delle esperienze personali
sia al livello cinestetico, visivo e uditivo, che a quello affettivo
e cognitivo: un'esperienza di "continuità dell'essere"
(Winnicott).
Le risposte genitoriali selettive alla comunicazione di stati
psicosomatici da parte del bambino creano una realtà selettiva,
e complessi schemi adattivi organizzati attorno a singoli modelli
percettivo-emotivi che divengono tratti della personalità
e strategie di interazione caratteristiche.
In un sé più integrato, le fantasie di perdita
prendono forme più definite (castrazione o perdita di parti
del corpo) che non compromettono gravemente la coesione del sé,
in quanto sono basate su uno schema corporeo più coerente
ma nelle pazienti anoressiche e bulimiche, al contrario, le angosce
prevalenti ruotano attorno a fantasie di annientamento e smembramento.
L'attenzione all'esperienza corporea di questo tipo di pazienti
può essere vista come l'espressione di un più grave
disturbo del sé corporeo e psicologico, e come un tentativo
di ripristinare l'integrità del corpo e della sua rappresentazione,
tentativo che può esprimersi in sintomi come la depersonalizzazione,
l'ipocondria, le allucinazioni somatiche e la dissociazione psicosomatica
(Ciocca 1997).
Diversamente, come hanno osservato Winnicott e Lichtemberg, l'esperienza
di un sè corporeo tende a prodursi spontaneamente in presenza
di stimoli "in fase" e di intensità appropriata.
Lo scambio affettivo fra il bambino e le figure accudenti rende
possibile al bambino l'esperienza di possedere un corpo. L'esperienza
di un senso di sé stabile ha come presupposto quella di
uno spazio fisico autonomo dotato di confini. Ossia, il bambino
deve essere stato trattato come un'entità distinta a partire
dal corpo e dal suo rapporto con l'ambiente.
Il sistema madre-bambino può essere osservato da due vertici:
come una "coppia" (couple), o come un "paio"
(pair). Nel primo caso, gli umori, gli interessi e i comportamenti
dei due ruotano attorno alle reciproche differenze e ai vantaggi
che esse offrono; nel secondo, il tentativo è quello di
ridurre le differenze, di diventare una cosa sola, ad esempio
imitando i movimenti, le espressioni facciali e i suoni dell'altro
(Emde 1983). Agli occhi dell'osservatore, la madre apparirà
impegnata ad aiutare il bambino a conformarsi alla cultura dell'ambiente
circostante, mentre il bambino mira a crearsi la propria nicchia
nel sistema ecologico; entrambi sono alle prese con problemi relativi
alle opportunità di "aggregazione al gruppo"
e "accoppiamento" (H. Boris 1993).
Aspetti primari fondamentali dell'esperienza umana si costruiscono
nell'individuo per mezzo di una specifica funzione "gruppale";
e d'altro canto, una specifica funzione gruppale può istigare
radicali trasformazioni di quella esperienza.
Bion ha descritto il processo secondo cui la madre, attivando
la propia funzione alfa, contiene mentalmente e fisicamente le
angosce, le sensazioni e le emozioni che il bambino non è
ancora in grado di metabolizzare: gli elementi beta, che corrispondono
a oggetti cattivi niente-seno. La futura capacità del bambino
di contenere, trasformare e metabolizzare autonomamente gli elementi
beta dipenderà dalla qualità della sua relazione
con la madre, e dalla capacità di sintonia, amore e attenzione
(in ultima analisi, di reverie) della diade: "Non è
possibile intrattenere un rapporto diretto con noi stessi senza
l'intervento di una sorta di levatrice mentale e fisica. A quanto
sembra c'è bisogno di rimbalzare contro un'altra persona,
di avere qualcuno che rifletta ciò che diciamo, perché
possa diventare comprensibile" (Bion 1987).
Le anoressiche, come altri pazienti gravi che incarnano nella
propria condizione le forme che il disagio assume nella società
occidentale contemporanea, appaiono segnate da un presentimento
al confine fra il biologico e il mentale, dalla sensazione di
essere condannate al gruppo dei non eletti, dei non riconosciuti
come simili, e dunque destinati, o condannati, a non sopravvivere
o non giungere a maturità. Quella che agli occhi del terapeuta
è una malattia, per il paziente è un mezzo di salvezza;
e tuttavia io ho notato in questi pazienti l'emergere di un desiderio
di essere parte integrante di un collettivo, desiderio a volte
mai conosciuto prima, o ritrovato dopo averlo perduto precocemente.
Queste osservazioni si basano sulla mia esperienza di terapeuta
di gruppo con pazienti in cura presso l'ABA - associazione per
lo studio e la ricerca su anoressia e bulimia, che idealmente
accomuna pazienti e terapeuti in una sorta di vasto gruppo specializzato.
Nel periodo in cui lavoravo nell'associazione, questa gestiva
centri clinici che promuovevano come strumento terapeutico d'elezione
piccoli gruppi a lungo termine a inserimento graduato. Ponendosi
come anello intermedio fra gruppo primario e gruppo secondario,
un'associazione
si presta particolarmente ad accogliere la richiesta terapeutica,
spesso ambivalente e confusa, di una popolazione ben nota ai professionisti
come estremamente difficile da raggiungere. Il disturbo alimentare
costituiva l'elemento di omogeneità che legava gli individui
al gruppo; il sintomo condiviso era una fonte di identità
provvisoria e insieme chiave di accesso alla terapia. Frequentare
il centro clinico era inoltre un modo, spesso l'unico, per convincersi
che se esiste un luogo deputato all'analisi della loro condizione,
tale condizione esiste davvero, ed è degna di attenzione
come lo è la persona che ne soffre.
In effetti, la prima richiesta di queste pazienti sembrava essere
quella di un riconoscimento della propria esistenza, un desiderio
di vedere "istituzionalizzata" la propria identità
grazie al riconoscimento della malattia non come qualcosa da interpretare,
ma da ascoltare, da interrogare con curiosità e rispetto,
qualcosa dotato di un potenziale espressivo il cui significato
sconosciuto andava rivelato. Gli interventi terapeutici più
formalizzati, di tipo medico, psicologico o sociale, erano radicati
e sostanziati da quell'assunto di base - una sorta di embrionale
alleanza terapeutica ideale - condiviso fin dall'inizio da terapeuti
e pazienti membri dell'Associazione.
Se la scelta di un setting istituzionale di questo tipo, in alternativa
a un setting più asimmetrico basato sul modello medico
tradizionale, rispondeva all'esigenza di spostare l'accento dall'isolamento
alla connessione, e dalla salvazione alla rivelazione di se’a
se’ stessi attraverso l’altro, la finalità
del piccolo gruppo era fondamentalmente quella di promuovere il
passaggio graduale della persona da un progetto di autotrasformazione
fondato su fantasie di onnipotenza a un progetto di crescita fondato
sulla realtà e sull'interdipendenza.
Appartenenza
Costruire un corpo-sé autentico nel gruppo significa costruire
un corpo di rappresentazioni e di affetti attraverso la narrazione
di storie che si intrecciano in uno spazio comune: connettere
i diversi elementi contenuti nel campo del gruppo a livello verbale,
pre-verbale e non verbale, può essere un modo per riannodare
le fila di una crescita precocemente interrotta o deviata con
il sostegno dello spazio protetto del gruppo.
A un livello primitivo, l'appartenenza di un individuo a un gruppo
dipende dall'aver collocato nel gruppo aspetti di sé marcatamente
indifferenziati e difficilmente rappresentabili, e trova riscontro
nella crescente fiducia dell'individuo nel proprio diritto di
esistere all'interno del gruppo (Sheidlinger 1964).
Nelle prime fasi del gruppo, le fantasie onnipotenti predominano;
la distinzione fra soggetto e oggetto è assente, e dunque
i membri hanno l'opportunità, spesso per la prima volta,
di contattare e condividere le proprie dimensioni ed esperienze
simbiotiche, momenti di fusionalità protetta.
L'intensa attivazione emotiva è condivisa dall'intero
gruppo, all'interno del quale comincia a mostrarsi una prima forma
embrionale di Noi, di uno spirito di gruppo (Bion 1961). Il clima
emotivo è connotato da un'intensa speranza. In un gruppo
in cui la fusionalità ha una funzione di contenimento (Neri
1990), l'esperienza individuale fluttua, emozioni, sensazioni
e pensieri convergono senza perdersi in un vuoto indifferenziato.
In effetti, la fusionalità gruppale implica la dissoluzione
dei confini individuali e simultaneamente la costituzione di un
contenitore gruppale dotato di confini. La capacità di
sentirsi, di rappresentare e narrare il sé è all'inizio
una funzione del gruppo che gradualmente si comunica all'individuo,
proprio come lo sviluppo graduale di una funzione alfa autonoma
nel bambino è sostenuto dallo svolgimento pieno e maturo
di quella stessa funzione da parte della madre all'interno della
diade.
Grazie alla presenza del gruppo, gradualmente si viene a creare
un campo di sensazioni, emozioni, pensieri, fantasie, miti, storie
ed esperienze condivise. Inconsciamente, tutti i membri del gruppo
vi contribuiscono, recandovi le particolari atmosfere dei propri
ambienti di origine e le caratteristiche della propria patologia.Al
tempo stesso da questo campo tutti i mmbri sono contenuti "Il
campo è un luogo, un tramite e uno stato mentale che influenza
tutti i membri di un gruppo. E' caratterizzato da sincronia e
interdipendenza, e da costante evoluzione" (Neri 1997).
Secondo Bion, a un certo livello l'individuo è parte di
un sistema, il sistema protomentale. A questo livello i fenomeni
sono tanto somatici che psichici: da qui evolvono quelli che Bion
definì "assunti di base", tipici meccanismi di
difesa primitivi di stampo etologico.
che possono prendere la forma di fantasie collettive
Il concetto di socialità sincretica (Bleger 1967) ci consente
di utilizzare l'idea di Bion di una dimensione protomentale, e
al tempo stesso di dare conto di fenomeni di gruppo che, diversamente
dagli assunti di base, parlano più di non-ancora-evoluto,
che di involuzione. Socialità sincretica è un modo
per definire la dimensione sensoriale, propriocettiva e cinestetica
dell'esperienza gruppale. Ritmi fisiologici condivisi, percezioni
spaziali comuni, regolazione collettiva della tonalità
affettiva sono gli elementi più ovvi dell'ambiente a cui
danno vita e che silenziosamente conferma l'esistenza del gruppo-nella-mente
come qualcosa di affidabile, noto e stabile. Questo è il
livello dove differenze e identità individuali non esistono,
ma che tuttavia comunica con il livello superiore di socialità
dove queste esistono e svolgono la loro funzione. Socialità
sincretica e socialità evoluta non si contraddicono e non
si escludono a vicenda ma sono, nella visione di Bleger, interdipendenti.
Di più, la prima è il fondamento dell'altra, in
quanto sostanzia le "costanti" dell'identità
e mantiene il rapporto con la risorsa degli "affetti vitali".
Nel gruppo, le esperienze sensoriali, emotive e affettive sono
connesse agli aspetti più evoluti della vita mentale, e
la condivisione di affetti e le esperienze di appartenenza rivestono
un'importanza paragonabile a quella del pensiero formale. Cambiamento
ed evoluzione sono possibili quando i due livelli operano in sincronia.
Contrariamente ai fenomeni degli assunti di base, le manifestazioni
di socialità sincretica non sono forme generali onnipresenti
nei collettivi, ma anzi sono altamente specifiche di un determinato
gruppo e sono passibili di trasformazione e non come gli assunti
di base di semplice alternanza.
Il concetto di "genius loci",elaborato da C.Neri ,coglie
certi aspetti di questa dimensione.
La funzione Genius Loci, come la divinità romana, è
in risonanza con la qualità affettiva ed emotiva dell'atmosfera
del gruppo e la rispecchia, promuove un sentimento di appartenenza
che non si basa sull'opposizione fra "gruppo" e "non-gruppo",
preservando il potenziale di scambio fra "interno" ed
"esterno"promuove la partecipazione dei membri alla
vita di gruppo, custodendone l'armonia e quindi la coesione, trasforma
oggetti minacciosi ed estranei in oggetti familiari mediando gli
scambi fra esterno e interno,gruppo e individuo (Neri 1992, 1997).
Il gruppo come oggetto-sé
Una volta ebbi modo di vedere un oggetto che nella medicina
tradizionale cinese veniva usato dalle donne che dovevano sottoporsi
a visita medica, dato che il contatto diretto con il corpo della
donna era proibito. L'oggetto in questione era una specie di bambola.
La donna toccava la bambola per indicare la zona dove avvertiva
il disturbo, e l'esame veniva condotto dal medico sulla bambola.
La bambola è una caratteristica di quel particolare rapporto
medico-paziente, ma la cosa particolarmente interessante è
che gli occidentali colonizzatori la chiamarono "la donna-medico":
quindi, sorprendentemente, non "la bambola del medico",
o "la donna visitata dal medico", ma "la donna-medico"!
Il gruppo può essere paragonato a questo oggetto mediatore.
Si potrebbe dire che sintomi omogenei o esperienze tipiche contribuiscano
a forgiare un'area di appartenenza gruppale, la quale offre uno
spazio alternativo al sé, separato ma accessibile, dove
le caratteristiche del male possono prendere corpo nel discorso
del gruppo e acquistare visibilità. La comunicazione nel
gruppo permette inoltre una migliore localizzazione o configurazione
della patologia.
Gli oggetti-sé sostengono il sé ma ne sono distinti,
esistono al di fuori di esso nel "mondo reale". Kohut
e la sua scuola hanno ipotizzato che gli individui facenti parte
di un gruppo non soltanto avrebbero molteplici occasioni per soddisfare
il proprio bisogno di oggetti-sé grazie alle interazioni
con gli altri membri, ma che il gruppo stesso, in quanto entità
affettivo-cognitiva dotata di una sua specificità, potrebbe
essere considerato un fondamentale oggetto-sé (Pines 1998).
Un gruppo può assumere, in momenti diversi, tutte e tre
le funzioni attribuite agli oggetti-sé da Kohut: quella
di oggetto-sé gemellare o alter-egoico, di oggetto-sé
ideale e di oggetto-sé speculare. Le esperienze di oggetto-sé
gemellare sono particolarmente frequenti in un gruppo omogeneo,
e contribuiscono in misura determinante alla creazione della matrice
di gruppo (Foulkes 1975), ossia quell'area da cui si evolvono
sia il gruppo stesso che gli individui, e che ha un duplice aspetto
di matrice culturale e - a un livello molto più primitivo
- di matrice -ovaio contenente il corpo-mente ancora indifferenziato,
l'area protomentale di Bion.
Nel caso di pazienti anoressiche e bulimiche, il gruppo omogeneo
in quanto oggetto-sé offre un'esperienza di autoriconoscimento
e di regolazione affettiva che getta le basi di un processo di
esplorazione di sé, altrimenti impossibile in persone per
cui il senso stesso della propria esistenza è in pericolo.
Se le pazienti riescono a percepire la forma soggettiva della
propria vita affettiva riflessa dagli altri membri come qualcosa
di condiviso e quindi significativo, umano, comunicabile e perciò
trasformabile, potranno col tempo riuscire a riconoscere come
propri sentimenti di amore, odio, curiosità.
Il gruppo consente ai suoi membri di fare il primo, indispensabile
passo fuori dell'isolamento generato dal sentirsi un mostro, un
aggregato di elementi incoerenti. Il gruppo rimanda all'individuo
un riflesso fedele, ma in qualche modo migliorato, di sé.
E' come se il rapporto individuale con il gruppo rispecchiasse
quello del bambino con una madre che esprime il suo orgoglio e
il suo amore dicendo: "Il mio bambino è il migliore
che ci sia, è un bambino speciale". Non si tratta,
tuttavia, di un falso. Non è una menzogna, perché
l'elemento riflesso è di tipo affettivo, non ha la concretezza
di una fotografia. Ciò che conta è il fatto di essere
guardati con una certa luce negli occhi, che illumina anche l'oggetto
osservato, come se ( parafrasando l'affermazione di Freud) "la
luce dell'oggetto si riflettesse sull'io".
La questione diventa allora sentire che per il proprio gruppo,
o il proprio genitore, si è il tipo giusto, che si soddisfano
i criteri estetici e si è quindi riconoscibili, se non
proprio "belli". Non si tratta di "piacere",
ma di dare una coerenza affettiva a elementi disparati, in un
dialogo che essenzialmente dona significato ad elementi già
dotati di forma. Nel gruppo omogeneo, la coesione inizialmente
offerta dalla comune attenzione a sintomi e comportamenti condivisi
genera coerenza (Pines 1984).
Per questi pazienti è anche di importanza cruciale che
l'onnipotenza solitamente distruttivamente espressa in fantasie
magiche terrorizzanti sia trasferibile al gruppo, che potrà
essere esperito come un oggetto realmente capace di prestazioni
superiori a quelle dell'individuo - capace quindi di offrire sostegno
- e come qualcosa di più grande ma al tempo stesso alla
portata del singolo. Questo sostegno è particolarmente
efficace nei gruppi in cui protezione e incoraggiamento vengono
offerti non solo a quelle funzioni mentali collettive che costituiscono
il sostrato del sentimento di esistenza e costanza al livello
del nucleo più primitivo del sistema sé/oggetto-sé,
ma anche ai livelli superiori del pensiero di gruppo, come accade
in un gruppo a orientamento psicoanalitico (Neri 1998).
Nel corso del primo mese di terapia, una paziente, Carola, racconta
un sogno che mette in parole la sua esperienza di incontro con
il gruppo ed attiva risonanze multiple fra i membri,promovendo
la comunicazione:
Mi trovo in un mondo fatto di vetro, ho paura di muovermi perché
è tanto fragile. Tutto è fatto di vetro, ma stranamente
tutto è opaco. Poi mi ritrovo sulla spiaggia: la superficie
è piatta, ma so che c'è un mondo nelle profondità
dell'oceano che pullula di vita; l'acqua diventa così trasparente
che posso guardare dentro, le creature che ci abitano sono grandi
e piccole e di ogni forma e tipo. Cominciano a parlare in coro
a voce alta e a muoversi in sincronia come ballerini. Mi sento
felice e salto dentro, comincio a danzare e cantare con loro.
Poi scompaiono, si fa buio, ho paura. Guardo le stelle per confortarmi
e mi sento dissolvere in loro. Poi sono sulla strada di casa:
posso vedere la strada illuminata dalla luna piena e la casa davanti
a me. Mi volto, e vedo le mie impronte profonde nel terreno, come
se avessi un corpo molto pesante; stranamente non mi dispiace.
Serena dice, unendosi alle danza: Come le impronte di un gigante...
visto che hai lasciato le impronte puoi tornare su quella spiaggia
e continuare a danzare...
Maria racconta che prova così fastidio a guardarsi allo
specchio che spesso le viene voglia di farlo a pezzi. Tutte concordano,
e raccontano esperienze simili. Alcune hanno paura di diventare
grosse come elefanti. Marina, un'anoressica sottile ed emaciata,
non si guarda mai allo specchio: "loro", racconta, le
dicono che è pelle e ossa, non sembrano vedere altro in
lei, non sembrano voler parlare d'altro, nessuno vuole conoscerla
davvero.
Ma noi sì! interloquisce Maria. Marina resta in silenzio.
Carola, emozionata, grida: Qui la trasparenza è legittima,
possiamo e dobbiamo dire la verità! Fiona, osserva che
il peso è più leggero nell'acqua.
In un gruppo omogeneo, l'universalità viene particolarmente
rinforzata, sebbene all'inizio abbia un carattere fortemente immaginario
(Longo 1997). Nei momenti di crisi, che si verificano con l'entrata
di un nuovo membro o quando il gruppo si trova a confrontarsi
con un'immagine di sé minacciosa o non familiare, la conversazione
si focalizza ossessivamente sul sintomo, sul confronto e il rispecchiamento
di elementi che saranno condivisi perché formalmente identici,
per il fatto stesso di essere stereotipati, uniformi. In situazioni
del genere, l'attenzione delle pazienti slitta dal "perché?"
al "quanto?", dalla qualità alla quantità.
A quel punto, "meno è più" (o meglio),
e "più e più della stessa cosa" sembra
diventare la filosofia e la parola d'ordine del gruppo. In quell'universo
di discorso, le narrative che emergono riguardo ai rapporti con
figure significative, a persone e interazioni, si caricano di
dettagli e del medesimo entusiasmo ripetitivo che le pazienti
applicano al loro rapporto col cibo e alla tormentosa complessità
dei rituali connessi al cibo; ma sono narrative tutte identiche,
fotocopie l'una dell'altra,in qualche modo piatte: “Proprio
come mia madre... mio padre... mio fratello... il mio fidanzato.”
Mi sembra di sentir parlare della mia famiglia..." La differenza
è intollerabile, perché significa morte e separazione,
non complementarietà e vita, una possibilità generativa.
Se lasciamo da parte le parole e ci concentriamo sulla musica,pero’,
queste comunicazioni stereotipate appaiono come un rituale volto
alla ricerca di sintonia: il discorso del gruppo suona come un
coro che intona un'unica nota. E' una sola voce? Più voci?
La risonanza fra i membri è il fondamento del lavoro di
gruppo, ed equivale all'esperienza della sintonia nella diade
madre-bambino (Stern 1985).
La sintonia fra pensiero individuale e pensiero di gruppo è
indispensabile ai fini della comunicazione; se a un livello più
fondamentale può dirsi automatica, ai livelli superiori
richiede una buona dose di lavoro psichico (Kaës 1985).
L'incapacità di “pensare pensieri”, ossia
di elaborare le emozioni, e il bisogno di espellerle o fuggirle,
sono caratteristiche delle persone che soffrono di disturbi alimentari
di vario tipo e gravità che in maggiore o minor misura
mostrano tratti alessitimici.
Tuttavia,partecipando a un gruppo composto interamente di pazienti
anoressiche e bulimiche, si viene colpiti dall'impressione di
qualcosa di troppo pieno, eccessivo, qualcosa di stranamente dissimile
dal freddo tono distaccato con cui le pazienti parlano di cose
che le disgustano o terrorizzano. La consapevolezza che tutti
i componenti del gruppo hanno avuto esperienze simili genera rapidamente
un sentimento di sollievo, e una tacita fiducia che comincia con
questo linguaggio comune apparentemente già esistente prima
dell'entrata nel gruppo, e che malgrado le varie sfumature sembra
incapace di ospitare o trasmettere affetti. Come ogni codice rigido,
può far circolare ogni sorta di oggetti senza però
coglierne adeguatamente la natura o la forma.
Questo ineffabile “resto” si fa però sentire
in molti modi. Sensazioni dotate di incipienti sfumature psicologiche,
in procinto di divenire pensieri, o pensieri che sono stati abortiti,
trovano espressione in gesti, stati somatici, perfino in parole,
ancorché parole spogliate del loro significato comunemente
accettato per far posto all'informe e inarticolato che la paziente
tenta di liberare. Contenuti mentali, stati mentali intollerabili,
non trovando un contenitore adeguato capace di trasformarli in
pensieri onirici, vengono allucinati, ossia evacuati nello spazio
del gruppo, che viene invaso da oggetti dolorosi, violenti e iper-concreti:
"Lo spazio diventa terrorizzante... diventa terrore esso
stesso" (Bion 1970). Se la funzione alfa è assente
o invertita, gli elementi beta formano uno " schermo beta",
che impedisce il contatto con la realtà e l'elaborazione
delle impressioni sensoriali.
Il compito del gruppo è di rendere "le cose"
pensabili. Inizialmente,infatti, negli individui non c'è
lo spazio perché ciò accada. Questo comporta la
necessità di un altrove, uno spazio dove possa avere inizio
la trasformazione del materiale grezzo. Nello spazio del gruppo,
si sviluppano processi fra il gruppo e i singoli membri, o fra
individui appartenenti al gruppo, che sono simili a quelli che
in condizioni ideali intervegono fra madre e bambino allorché
la madre funge da contenitore dei pensieri incipienti del bambino,
accoglie i sentimenti e le percezioni indifferenziate, li "digerisce
con la sua reverie", e li restituisce al bambino trasformati,
evoluti. In un gruppo impegnato nella costruzione di legami, la
stimolazione reciproca proveniente dai suoi membri e dall'analista
tramite il lavoro della reverie,sogno o alfa -sogno(Bion 1992)
prefigura in un terzo soggetto, il sogno del gruppo, la possibilità
di pensare pensieri e usarli per far fronte al terrore dell'annientamento.
In tutti quei momenti, inevitabili se il processo terapeutico
decolla, in cui l'accumulo di materiale nuovo e doloroso minaccia
di rendere l'esperienza intollerabile per i singoli membri del
gruppo, l'altro come oggetto può essere messo in ombra,
parzialmente sostituito da un diffuso Io-Noi, e il gruppo può
"arrendersi" al sogno.
Un gruppo che non è ancora in grado di sognare può
nondimeno lasciarsi sognare, accettare di divenire il soggetto
del sogno dell'analista o di uno dei suoi membri (Baglioni 1996).
Ogniqualvolta la funzione alfa arriva a un punto morto al livello
individuale, può subentrare un'analoga funzione gruppale,
quella che Corrao definisce "funzione gamma". La funzione
gamma è in grado di destrutturare e ricostruire rappresentazioni
transitorie, operando sugli elementi sensoriali ed emotivi presenti
nel campo gruppale (Corrao 1981). Ciò consente da un canto
la fluidificazione dei campi individuali, e dall'altro la creazione
di un nuovo soggetto composito organizzato sulla falsariga di
un sogno. Questa fase di attività del gruppo può
essere rappresentata, con un'immagine cara alla fantascienza,
da un salto nell'iperspazio, dove le stelle per un attimo scompaiono
per ricomparire con un'altra configurazione.
Il reciproco stimolo della funzione alfa veicolata dall'efficace
linguaggio onirico aumenta la capacità di comunicare e
conoscere le proprie emozioni, nonché di usarle per creare
e mantenere collegamenti.
Tenere aperto il canale che dall'incubo conduce al pensiero nascente,
alla costruzione del sogno è, a mio modo di vedere, un
aspetto cruciale del lavoro con le pazienti anoressiche e bulimiche.
E' questa funzione della terapia che viene costantemente messa
in pericolo nel corso della vita del gruppo, e che richiede quindi
fondamenta solide e una "manutenzione" continua da parte
del terapeuta, assai più necessaria e impegnativa di quanto
lo sia nel caso di gruppi non omogenei.
E' infatti attraverso sogni, fantasie e speculazioni immaginative
che il sé viene rappresentato al gruppo.
Il sogno è uno dei più importanti mezzi di autorappresentazione,
sia per l'individuo che per il gruppo nel suo insieme (Neri 1997).
Esso diviene il contenitore di ciò che è provocatorio
e terrorizzante (Friedman 2001), un palcoscenico pubblico e privato,
una membrana di pensiero (Bion 1970), una pelle mentale (Anzieu
1985). Raccontare un sogno significa rompere l'isolamento, partecipare,
chiedere aiuto, condividere. A volte un sogno può trasmettere
un messaggio che è di vitale importanza per la sopravvivenza
del gruppo (Shlachet 1995).
Nei gruppi con pazienti anoressico-bulimiche,aiutare i partecipanti
a sviluppare un
pensiero analitico implica sostenere attivamente la capacita’
di pensare per immagini e operare trasformazioni di sentimenti
in cognizioni, Il compito del conduttore non è interpretare,
ma piuttosto rispecchiare e dar forma verbale ai movimenti emotivi
del gruppo nel suo insieme, incoraggiando la "decontrazione"
delle singole posizioni dei membri all'interno del gruppo mediante
l'amplificazione tematica.
Un rito di passaggio
Carmen, una giovane donna che per prima ha abbandonato il sintomo
nel corso del secondo anno del gruppo, ma si è ammalata
di diabete, ha avuto un aborto. Nella seduta immediatamente successiva
alla comunicazione di questo evento, tutte trovano difficile non
reagire scaricando il dolore vissuto come tensione insostenibile,
attraverso una serie di acting-out.
Carmen stessa vuole smettere di venire al gruppo.
Nel corso delle sedute successive, però, il gruppo evoca
una fantasia in cui questo evento traumatizzante non è
mai accaduto, o può essere annullato: Fiona sogna il Gatto
del Cheshire, il gatto magico che scompare pezzo a pezzo solo
per ricomparire tutto intero. Ma questo gatto dal ghigno conturbante
è una presenza scomoda. Nel laborioso sogno che fa seguito
a questo, compare un gatto raggomitolato, che viene identificato
sia col gruppo che col bambino perduto. Nel sogno il gatto diventa
sempre più caldo e viene messo nel congelatore... ma si
teme che la’ possa morire. Il gruppo è ansioso di
placare le sue emozioni intense, ribollenti; tenta la soluzione
di congelarle, insieme alla paura di aver cacciato via la compagna
e aver forse recato danno a tutto il gruppo.
In una delle sedute successive, Maria, una ragazza dall'aspetto
molto dolce che non riesce assolutamente a esprimere rabbia ed
è la più giovane del gruppo, sogna di stare per
partorire, e di essere condotta in sala parto dove sono radunate
tutte le sue amiche: il neonato che le viene presentato è
un cagnolino, morbido al tocco e con un buon odore. Lei comincia
a toccarlo con piacere, ma all'improvviso le viene dato un secondo
esserino: ha partorito due gemelli! Il secondo è un neonato
umano. Maria pensa che averli entrambi vada bene, ma il bambino
comincia a crescere molto rapidamente e sembra molto geloso del
fratellino; comincia anche a parlarle e a stringerla così
forte "da spezzarle le ossa".
Il sogno si presta a essere interpretato come un mito cosmico:
Marta, che studia filosofia indiana, racconta la storia del serpente
primordiale che regge il mondo nelle sue spire. Marina, un'anoressica
restrittiva di solito molto chiusa, che la settimana prima era
stata ricoverata in ospedale con l'intesa che avrebbe continuato
a partecipare alle sedute, a questo punto rompe il silenzio. Anche
lei ha sognato: Mio fratello ha bevuto qualcosa di velenoso; lo
tengo fra le braccia e sento il suo cuore che batte sempre più
debolmente e a un certo punto si ferma. Mi sveglio con la sensazione
che è il mio cuore a essersi fermato: ho paura di poter
morire. Ho paura che sia troppo tardi.
Il sogno fa uscire alla ribalta Marina e il suo cuore malato
per la prima volta, e sfida il gruppo con la fine di una comune
fantasia di invulnerabilità. Appare evidente che tutto
il gruppo ha partecipato alla tragedia della gravidanza interrotta
di Carmen, anche se ha potuto parlarne solo in sogno.
Con grande emozione, Carla parla di come, per la prima volta,
stia affrontando la realtà della morte di suo padre, avvenuta
diversi mesi prima: Voglio essere capace di sentire queste emozioni,
anche se sono dolorose, altrimenti lo avrò perso davvero
per sempre. Mentre parla, comincia a piangere. Carmen, che per
diverse sedute è rimasta in silenzio, seduta con il petto
piegato sulle ginocchia e il volto quasi completamente nascosto
dai lunghi capelli neri, solleva la testa e dice che la disposizione
spaziale dei personaggi del sogno di Marina le fa pensare alla
Pietà di Michelangelo.
Sentire di nuovo la sua voce ridona speranza e forza al resto
del gruppo: il cuore del gruppo ricomincia a battere, il tempo
riprende a scorrere. Ciò a sua volta permette a Carmen
di sentire e pensare un evento che altrimenti, senza l'aiuto del
gruppo, non avrebbe avuto altro teatro che il suo corpo.
Fronteggiare insieme la perdita, e le sue catastrofiche conseguenze,
in modo nuovo ed efficace nel contesto della storia del gruppo,
dà forza a un sentimento nascente di avere tutto ciò
che occorre per vivere, e offre l'opportunità a ciascuno
dei membri di riesaminare esperienze antiche mai del tutto integrate,
ma spesso solo registrate sotto forma di terremoti somatici, angosce
senza nome. Una giovane donna di questo stesso gruppo dirà:
oggi mi guardo intorno e vedo che siamo tutte belle. Lo dirà
in un momento, vale la pena sottolineare, in cui tutte le partecipanti
sono in lacrime. E la bellezza che scorge non ha nulla a che fare
con l'essere attraenti: è un modo per esprimere una verità
complessa contenuta, come nell'esperienza estetica, in una sensazione
di completezza e pienezza,o verita’ che non è necessariamente
piacevole, ma densa e vibrante di vita.
Dopo un lungo processo, attivato dall'enzima del sogno e solo
parzialmente fatto di parole, il nucleo congelato della sofferenza
si è sciolto. Ora è importante che le lacrime versate
siano viste come qualcosa di “bello”, qualcosa capace
di contenere ed esprimere il dolore in una forma comunicabile
e tollerabile, una forma che collega il dolore di ciascuna e di
questo piccolo gruppo alle radici del più vasto gruppo
umano attraverso i riti del lutto e la figura delle "dolenti".
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