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Introduzione
La psicopatologia dell’infanzia definisce l’anoressia
precoce come una sindrome caratterizzata da alimentazione scarsa
e problematica associata a difficoltà di accrescimento
– failure to thrive – o arresto nella crescita –
growth stunting – in assenza di cause organiche in grado
di spiegare il disturbo del bambino. In particolare, la Classificazione
diagnostica 0-3 descrive il disturbo dell’alimentazione,
che può manifestarsi in momenti diversi dell’infanzia,
come difficoltà del bambino a stabilire pattern regolari
di alimentazione con un’adeguata immissione di cibo e a
regolare la propria alimentazione con gli stati fisiologici di
fame o di sazietà (Zero to Three - National Center for
Clinical Infant Programs, 1994). Questa definizione permette,
quindi, di includere al suo interno il quadro clinico specifico
dell’anoressia infantile.
I più recenti contributi teorici e clinici sull’anoressia
precoce propongono un “modello eziologico multifattoriale”,
secondo cui, per l’insorgere di questo disturbo, possono
concorrere diversi elementi: le difficoltà di regolazione
e determinate caratteristiche temperamentali del bambino (difficile
regolazione di stato, scarso appetito, negativismo, oppositività,
dipendenza), la presenza di una psicopatologia materna (ansia,
depressione, disturbi alimentari), stili di attaccamento insicuro
del caregiver, stress psicosociali (Benoit, 2000; Chatoor, 1989;
1996; Chatoor, et al., 2000; Kreisler, 1985; Woolston, 1991).
Tale modello tenta di identificare una pluralità di concause
che possono condurre ad un’interazione genitore-bambino
negativa e conflittuale durante l’alimentazione che, se
persiste, può portare alla comparsa del quadro clinico
dell’anoressia infantile.
Dalle poche ricerche disponibili non risulta chiaramente identificata
la prevalenza dei casi di anoressia nella popolazione infantile.
In linea generale, si stima che la diffusione dei disturbi alimentari
nei primi tre anni di vita possa riguardare circa il 25% dei bambini
con un normale sviluppo psicofisico (Benoit, 2000; Chatoor, 1996;
Lindberg, et al., 1996). Riferendo disturbi gravi, quali il rifiuto
persistente del cibo che è causa di ricovero e si associa
a difficoltà di accrescimento (failure to thrive), i pediatri
riportano dati che indicano una prevalenza intorno al 5-10% nei
primi quindici mesi di età (Lindberg et al., 1996); in
particolare, il difetto di crescita non organico (non organic
failure to thrive) ha un’incidenza di circa il 50-58% sul
totale dei casi di failure to thrive (American Psychiatric Association,
1994). Mentre, quando i disturbi alimentari vengono riferiti dai
genitori, hanno una prevalenza che varia dal 6% tra i sei e i
quindici mesi di età, al 25-40% nelle età successive,
includendo sia i bambini che si nutrono eccessivamente, sia quelli
che mangiano poco, sia altri che possono presentare particolari
pattern alimentari, quali la pica e la ruminazione (Benoit, 2000;
Chatoor, 1996; Marchi, Cohen, 1990). I dati disponibili, quindi,
mettono luce che gli studi epidemiologici non prendono in considerazione
la specificità dei quadri clinici e il ruolo delle diverse
fonti di informazione: infatti, i dati sono piuttosto confusi
e contraddittori, sia per il differente coinvolgimento delle persone
che riportano i dati (genitori, specialisti), sia perché,
per ottenere una stima più attendibile della diffusione
di tale quadro clinico, sarebbe necessario distinguere i disturbi
transitori, spesso amplificati dall’allarme dei genitori,
dalla presenza di una vera e propria patologia.
Le teorie sulla psicopatologia dell’anoressia infantile
sono diverse e si sono modificate nel corso del tempo. Tradizionalmente,
le dinamiche alimentari del bambino sono state analizzate secondo
il “modello pulsionale” di impostazione psicoanalitica.
In questa teorizzazione, la personalità e i comportamenti
- e quindi anche quelli alimentari - sarebbero legati all’intensità
delle pulsioni e all’adeguatezza delle risposte ambientali
(Abraham, 1916; Freud, 1905; Klein, 1957). Secondo tale orientamento,
sarebbero le pulsioni orali a organizzare i comportamenti alimentari
nel corso dell’infanzia, sia che le pulsioni assumano, nella
prospettiva freudiana, il carattere di spinte che si collocano
fra la sfera biologica e quella psicologica, sia che assumano,
in una prospettiva kleiniana, il carattere di rappresentati psichici
delle pulsioni sotto forma di fantasie inconsce (Greenberg, Mitchell,
1983). Gli eventuali conflitti a livello orale possono comportare
fissazioni e regressioni che originano da particolari modalità
di soddisfacimento pulsionale in cui l’avidità, la
richiesta ripetutamente insoddisfatta, il risentimento, l’invidia,
la dipendenza avrebbero un ruolo centrale nello sviluppo di una
nevrosi infantile, le cui conseguenze per la nutrizione sono anormali
sensi di fame, inibizioni nel mangiare, il rifiuto di mordere,
masticare o ingerire cibo (Klein, 1957).
Questo “modello pulsionale” è stato gradualmente
sostituito dal “modello delle relazioni oggettuali”,
per il quale la personalità e i comportamenti si strutturano
attraverso la relazione dell’Io con gli oggetti del proprio
ambiente (Winnicott, 1958; Mahler, et al., 1975; Kernberg, 1976).
Il rapporto con gli oggetti, allora, non dipende più solo
da imprescindibili esigenze libidiche, ma anche dal mondo degli
adulti “reali” e dalle situazioni interattive giornaliere
(come il momento del pasto) che influiscono significativamente
sugli stadi evolutivi precoci. E proprio il passaggio da un modello
“pulsionale” ad uno “relazionale” ha dato
l’avvio a nuovi orientamenti teorici in campo clinico ed
evolutivo (Winnicott, 1958; Mahler et al., 1975; Bowlby, 1969-1982),
che hanno preso in considerazione anche la relazione precoce madre-figlio
durante l’alimentazione.
A partire dagli anni ’60, soprattutto con i contributi di
Wolff (1966), Sander (1964), Stern (197l), lo studio dell’interazione
tra la madre e il bambino ha avuto un forte incremento, e si è
sviluppato sulla base di osservazioni dirette e sistematiche (e
non più o non solo alla luce di modelli teorici costruiti
attraverso la storia analitica e lo studio retrospettivo dell’adulto),
dando luogo a quel filone di indagini che è stato chiamato
Infant Research e che “ha profondamente modificato l’immagine
del lattante e del bambino nei primi anni di vita” (Ammaniti,
2001). Il punto cardine di questo orientamento è l’affermazione
che il lattante non solo è sottoposto alla spinta di soddisfare
una pulsione, di ottenere una gratificazione libidica e di ridurre
la tensione, ma ha anche e soprattutto la tendenza innata a creare
e mantenere relazioni (Field, 1994; Sameroff, 1993; Stern, 1985;
Trevarthen, 1990). Queste nuove acquisizioni sullo sviluppo del
bambino hanno indotto i ricercatori a studiare i disturbi psichici
della prima infanzia in relazione alle varie tappe del processo
di crescita. Si è quindi affermata la Developmental Psychopathology
(Cicchetti, 1984), che ha sottolineato la necessità di
studiare la psicopatologia infantile in rapporto ai cambiamenti
che si succedono in tutte le fasi del ciclo vitale, di descrivere
e classificare i disturbi, ricercarne le cause e prevederne gli
esiti in riferimento alle diverse tappe dello sviluppo biologico
e relazionale (Cicchetti, 1984; Sameroff, Emde, 1989; Sroufe,
2000).
I progressi della psicologia e della psicopatologia dello sviluppo,
dunque, hanno messo in luce il ruolo degli affetti e dei comportamenti
di caregiving nell’organizzazione della personalità
del bambino e nella possibile trasmissione del rischio psicopatologico
dal genitore al figlio (Ainsworth et al., 1978; Main, 1995). In
questa prospettiva, la teoria dell’attaccamento ha fornito
linee guida fondamentali per la ricerca e per la clinica. Il legame
di attaccamento madre-figlio è stato considerato un’esperienza
fondamentale, soprattutto perché il bambino, partecipando
a scambi relazionali ripetuti, si costruisce delle rappresentazioni
mentali di se stesso e degli altri. Il lavoro pionieristico condotto
da Ainsworth e collaboratori (Ainsworth et al., 1978) ha individuato
differenti modelli di attaccamento, mediante il paradigma standardizzato
della Strange Situation (i bambini sono esposti ad una situazione
di lieve stress, sono cioè inseriti in un ambiente non
familiare da cui la madre si allontana per breve tempo). Sono
stati identificati tre principali modelli di attaccamento dei
bambini: sicuro (B), evitante (A), ambivalente (C) e messi in
rapporto con due principali “contesti di accudimento”
(caregiving system) che sono stati definiti sensibile (sensitive)
e insensibile (insensitive) (Cicchetti, Cohen, 1995).
Un sensitive caregiver ha la capacità di rispondere ai
bisogni del bambino e di comunicare adeguatamente a livello emotivo
con il proprio figlio. In conseguenza, è stato formulato
il concetto di “responsività materna”, che
esprime la disponibilità emotiva e la capacità di
capire e di rispondere ai segnali e ai bisogni emotivi, cognitivi
e comportamentali del piccolo. In sintesi, un genitore “sensibile”
è quello che stabilisce un buon rapporto durante l’alimentazione
(nurturant), è attento a tutte le esigenze del piccolo
(attentive) e non è “controllante” (non controlling)
(Zeanah, Zeanah, 1989), tollerando un certo grado di crisi e di
dissincronia interattiva, che può essere rinegoziata e
riparata con sentimenti rinnovati di fiducia, efficacia e competenza
nella coppia (Beebe, Lachmann, 1994).
Viceversa, una situazione di insensitive caregiving è quella
in cui gli affetti e le emozioni non trovano uno spazio comune
e condivisibile tra il bambino e il genitore, e il caregiver si
dimostra insensibile agli stati mentali ed intenzionali del figlio.
Nella relazione con il bambino emerge uno scambio affettivo privo
di reciprocità ed incoerente, che non permette al piccolo
di comprendere i propri stati emotivi nascenti (Fonagy et al.,
1992; Morton, Browne, 1998). Tale interazione è caratterizzata
dal fatto che i partecipanti sono bloccati all’interno di
pattern relazionali scoordinati e negativi dal punto di vista
affettivo: i messaggi inviati sia dal genitore, sia dal bambino
non vengono assolutamente letti, compresi e decodificati all’interno
del rapporto. Un contesto di accudimento insensibile e imprevedibile
si può dimostrare disorganizzante per lo stato mentale
e affettivo del bambino, che può, pertanto, sviluppare
strategie relazionali inadeguate e modelli mentali di attaccamento
insicuro al proprio caregiver.
Ulteriori ricerche hanno mostrato come, con un genitore sensibile,
capace di rispondere prontamente e adeguatamente ai bisogni e
alle richieste del figlio, il bambino sviluppa un modello di attaccamento
sicuro (B), cioè elabora una strategia comportamentale
“primaria” che gli consente di cercare protezione
e cura e di stabilire vicinanza e contatto nel momento in cui
ne sente la necessità (Ainsworth et al., 1978; Belsky et
al., 1984; Egeland, Farber, 1984; Grossman et al., 1985). Contemporaneamente
costruisce un modello operativo interno secondo cui la figura
del genitore è avvertita e considerata come disponibile
e amorevole, e se stesso come capace di richiedere aiuto e degno
di cure. Il bambino ha quindi fiducia che la propria madre sarà
disponibile e sensibile in situazioni paurose e pericolose.
Un genitore insensibile, invece, che ha un atteggiamento di rifiuto
o è imprevedibile e incoerente nelle rispondere ai bisogni
del bambino, tende a far emergere nel proprio figlio un modello
di attaccamento insicuro (evitante/A o resistente/C). In particolare,
i bambini che non mostrano alcun disagio durante le separazioni,
non ricercano il contatto con il caregiver e distolgono la loro
attenzione da lui, sono definiti insicuri-evitanti; i bambini
che mostrano una combinazione di ricerca della vicinanza e resistenza
al contatto sono definiti insicuri-resistenti. E’ importante
mettere in luce che entrambi i modelli di attaccamento insicuri
(ansioso-evitante e ansioso-resistente) sono presenti nella popolazione
generale con una percentuale rispettivamente del 20-25% e del
10-15% (van Ijzendoorn, Kroonenberg, 1988) e sono spesso associati
alla comparsa di problemi comportamentali, difficoltà nel
controllo degli impulsi, scarsa autostima, scarsa regolazione
emozionale, difficili relazioni con i pari (Sroufe, 2000; Zimmermann,
Grossmann, 1994). Questi bambini insicuri hanno organizzato strategie
difensive di fronte a caratteristiche non ottimali dell’accudimento,
pur trattandosi di strategie adattive funzionali al mantenimento
del legame con il proprio caregiver.
Più di recente, sono stati identificati gruppi di bambini
con comportamenti di attaccamento incoerenti e contraddittori,
messi in atto in relazione a madri gravemente insensibili (Main,
Solomon, 1990). Essi sviluppano modelli di attaccamento atipici
(disorganizzato/disorientato-D, evitante/ambivalente-A/C, instabile/evitante-U/A)
(Crittenden, 1985; Lyons-Ruth et al., 1987; Main, Solomon, 1990)
e manifestano comportamenti intensamente contraddittori, mal diretti
e incompleti, poiché, per un collasso delle strategie adattive,
non sono in grado di organizzare e progettare comportamenti coerenti
con cui richiedere protezione e conforto alla figura di accudimento.
I modelli di attaccamento atipici sono più spesso associati
a patologia psichiatrica materna, lutti e/o traumi irrisolti nella
storia del genitore, gravi stressor familiari in situazioni di
abuso e violenza (Lyons-Ruth, 1996).
I modelli operativi interni, ossia le rappresentazioni di sé
e dei genitori, elaborate in seguito alle esperienze vissute con
il caregiver e al modello di attaccamento che ne risulta, danno
origine ad un’organizzazione complessa di percezioni, pensieri,
sentimenti, comportamenti, che influenzano la forma e la qualità
dei rapporti che si instaurano nel corso della vita. Main e il
suo gruppo di ricerca hanno elaborato un’intervista - Adult
Attachment Interview (AAI) - tesa a far emergere questi modelli
operativi interni nell’individuo adulto e, quindi, risalire
alle esperienze e alla qualità dei legami di attaccamento
sviluppati nell’infanzia (George et al., 1984; Main, Goldwyn,
1991). Sono emerse differenze individuali nelle modalità
di narrare l’esperienza relazionale con il genitore e di
ricordare la relazione di attaccamento con il proprio caregiver,
che hanno condotto alla definizione di quattro principali categorie
di modelli di attaccamento rispetto a specifici stati mentali
relativi alle esperienze di attaccamento nell’infanzia (Main,
Goldwyn, 1991). Gli adulti sicuri-autonomi (F) esplorano i loro
ricordi, i pensieri e i sentimenti in modo chiaro e coerente;
gli individui distanzianti (Ds) tendono a svalutare o sottovalutare
l’importanza e le conseguenze delle esperienze di attaccamento;
gli adulti preoccupati-invischiati (E) risultano preoccupati e
ancora coinvolti rispetto alle loro relazioni infantili e incapaci
di elaborare queste esperienze passate; gli adulti irrisolti-disorganizzati
(U) presentano un crollo dei processi di ragionamento e di pensiero
in relazione alla narrazione di eventi traumatici e/o luttuosi,
come la perdita di una figura di attaccamento ed episodi di abuso
fisico e/o sessuale. Infine, tramite l’AAI, è possibile
individuare un’ulteriore categoria denominata cannot classify
(CC) (non classificabile) (Hesse, 1996), che raggruppa individui
con rappresentazioni mentali contraddittorie e con caratteristiche
incompatibili fra loro, proprie dei modelli precedenti.
Le ricerche finora compiute hanno evidenziato una corrispondenza
significativa tra la classificazione dell’attaccamento nei
bambini alla Strange Situation e quella dell’attaccamento
nei genitori all’AAI; esiste, cioè, uno stretto parallelismo
tra l’organizzazione del comportamento di attaccamento infantile
e l’organizzazione dei modelli genitoriali del pensiero
e degli affetti (per una rassegna delle ricerche si veda: van
IJzendoorn, 1995; Hesse, 1999).
In questa prospettiva, negli ultimi decenni, sono emerse consistenti
evidenze empiriche sull’associazione tra la qualità
del sistema di caregiving e i fattori di protezione o di rischio
nella psicopatologia dell’infanzia. In breve, si è
rilevato che una relazione di attaccamento sicuro funziona come
un fattore protettivo dello sviluppo psicologico infantile (effetto
di buffering), mentre un attaccamento insicuro al proprio caregiver
rappresenta un fattore di rischio e di vulnerabilità nell’organizzazione
della personalità (Belsky, Pasco Fearon, 2002). Inoltre,
diversamente dall’attaccamento sicuro, un sistema di caregiving
non ottimale può amplificare i fattori di rischio psicopatologico
che hanno origine da una varietà di fonti nel bambino (ad
es., temperamento difficile) e nell’ambiente (ad es., psicopatologia
del genitore, povertà, stressors psicosociali, conflittualità
e instabilità nella relazione coniugale) (Sroufe, 2000)
.
In questa prospettiva, alcuni autori si sono posti il problema
di verificare empiricamente se esiste una relazione tra i modelli
di attaccamento del bambino, del caregiver e un’anoressia
precoce. Diverse ricerche hanno evidenziato che, nel caso di anoressia
infantile, sia le madri sia i figli risultano classificabili nelle
seguenti categorie dell’attaccamento “insicuro”:
evitante/A, resistente/C o disorganizzato-disorientato/D nei bambini;
distanziante/Ds o preoccupato-invischiato/E nelle madri (Benoit
et al., 1989; Chatoor et al., 2000; Ward et al., 1993). E’
emerso, inoltre, che, se si sviluppa un’anoressia infantile,
un attaccamento insicuro può intensificare le problematiche
e fornire la base per una malnutrizione cronica (Chatoor et al.,
2000; Ward et al., 1993). In particolare, i bambini con una sindrome
di non organic failure to thrive di grado moderato o grave tendono
a presentare più spesso modelli di attaccamento atipici
(disorganizzato-disorientato/D, evitante-resistente/A-C) associati
alla presenza di vari stress psicosociali ambientali (povertà,
patologia psichiatrica materna, maltrattamento e abuso, contesti
familiari conflittuali e instabili) (Chatoor et al., 2000; Crittenden,
1987; Lindberg et al., 1996; Valenzuela, 1990).
Recentemente Ward et al. (2000) hanno studiato un campione di
bambini con difficoltà di accrescimento che provenivano
da diverse classi sociali. Osservando questi bambini attraverso
la Strange Situation Procedure, sono state rilevate percentuali
di attaccamento ambivalente e disorganizzato più elevate
rispetto al gruppo di controllo. Inoltre nella storia passata
delle loro madri, valutate tramite l’Adult Attachment Interview,
sono emersi frequentemente lutti o episodi traumatici irrisolti
(attaccamento irrisolto-disorganizzato/U).
Allo stato attuale delle ricerche emerge quindi che, in presenza
di un’anoressia infantile, sia le madri, sia i figli (rispetto
ai soggetti del gruppo di controllo) risultano spesso classificabili
entro la categoria dell’attaccamento “insicuro”
(Benoit et al., 1989; Chatoor et al., 2000; Crittenden, 1987;
Lindberg et al., 1996; Ward et al., 2000), con stime rilevabili
dal 49% al 92% (Benoit et al., 1989; Chatoor et al., 2000; Crittenden,
1987; Lindberg et al., 1996; Ward et al., 2000); e questo non
solo quando i campioni esaminati presentano un elevato grado di
stress psicosociali (povertà estrema, famiglie disgregate,
episodi di maltrattamento e abuso), ma anche quando sono presi
in considerazione campioni di bambini che provengono da diverse
classi sociali e da ambienti a basso rischio psicosociale (Chatoor
et al., 2000; Lindberg et al., 1996; Ward et al., 2000).
Gli orientamenti clinici e di ricerca brevemente delineati, dunque,
pongono in luce l’importanza di esaminare i modelli di attaccamento
sia del bambino, sia del genitore, poiché essi possono
essere predittivi di eventuali relazioni disfunzionali, spesso
all’origine di un’anoressia infantile.
Sulla base delle linee di ricerca delineate è stata avviata
una collaborazione clinica tra il nostro gruppo di ricerca e il
Reparto di Dietologia clinica di un Ospedale Pediatrico. Questa
collaborazione ha reso possibile, nelle situazioni di anoressia
infantile, l’introduzione di una metodologia di valutazione
attraverso il lavoro coordinato di un’équipe di pediatri
e psicologi. In particolare, oltre alle indagini medico-strumentali
e alla valutazione dello stato nutrizionale, si effettua un assessment
clinico-psicologico volto ad esplorare il funzionamento emotivo-adattivo
del bambino, unitamente al profilo psicologico materno. Si esamina,
inoltre, la qualità dei pattern interattivi durante l’alimentazione
e i modelli di attaccamento dei bambini e dei genitori. All’interno
di questa esperienza istituzionale, che ha coinvolto diverse figure
professionali, sono stati raccolti i dati di ricerca e le osservazioni
cliniche che saranno oggetto del presente lavoro.
Obiettivi
Il presente studio si propone di verificare i seguenti obiettivi:
1) rilevare una frequenza più elevata di modelli di attaccamento
insicuro e/o disorganizzato nelle coppie di madri e dei loro bambini
con diagnosi di anoressia infantile, confrontati con un gruppo
di controllo;
2) evidenziare una concordanza, in termini di sicurezza/insicurezza,
tra il modello di attaccamento del figlio e quello della madre
in un gruppo di bambini con diagnosi di anoressia infantile, confrontati
con un gruppo di controllo.
Metodo
Campione
Il campione esaminato è composto da 45 diadi madre-figlio,
di cui 18 coppie con bambini che presentano una diagnosi di anoressia
infantile (Gruppo clinico) e 27 coppie con bambini senza nessun
disturbo fisico o psichiatrico e con un ritmo di accrescimento
nella norma (Gruppo di controllo), appaiati al Gruppo Clinico
per età e genere del bambino.
Il Gruppo di controllo (40.7% maschi) è stato reperito
all’interno degli asili nido, mentre il Gruppo clinico (22.2%
maschi) all’interno del Reparto di Pediatria con cui è
stata avviata una collaborazione clinica. Sulla base di una valutazione
clinica e diagnostica sono stati selezionati solo i bambini che
presentavano una diagnosi di anoressia infantile, con l’esclusione
di cause organiche all’origine delle difficoltà di
questi bambini a stabilire ritmi regolari dell’alimentazione
e un’adeguata assunzione di cibo, identificando in tal modo
un deficit di crescita non organico (non organic failure to thrive)
di grado lieve o moderato, presente nella totalità dei
casi. La diagnosi di disturbo alimentare infantile è stata
posta sulla base dei criteri diagnostici della Classificazione
0-3 (Zero to Three - National Center for Clinical Infant Programs,
1994) e del DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994).
L’età dei bambini appartenenti ad entrambi i gruppi
è compresa tra i 12 ei 36 mesi (media=18.6; d.s.=7.6),
mentre l’età delle loro madri varia da 33 a 40 anni
(media=35.7; d.s.=2.0). Sia nel gruppo normale, sia nel gruppo
clinico l’età gestazionale di tutti i bambini esaminati
ed il loro sviluppo psicomotorio si presentavano in un range di
normalità. La maggior parte dei bambini nei due gruppi
hanno avuto un allattamento al seno (Gruppo di controllo=65%;
Gruppo clinico=74%). La maggior parte delle famiglie appartenevano
ad uno status socio-economico (SES) medio o medio-alto.
Strumenti e procedure
Sono stati determinati i modelli di attaccamento del genitore,
intervistando la madre di ciascun bambino mediante l’Adult
Attachment Interview-AAI; nel Gruppo clinico, esaminato in questo
contributo, è stato possibile intervistare, attraverso
la AAI, 11 madri del campione totale (N=18), in quanto sette madri
hanno interrotto il percorso di valutazione per vari motivi (rifiuto,
mancato consenso del coniuge, trasferimento del nucleo familiare).
Inoltre, tutti i bambini del campione sono stati valutati attraverso
la Strange Situation al fine di identificare i modelli di attaccamento
al loro caregiver.
Valutazione dei modelli di attaccamento nelle madri. L’Adult
Attachment Interview (Main, Goldwyn, 1991) è un’intervista
semi-strutturata, della durata di circa un’ora, che si articola
in 18 domande che indagano la relazione con i caregiver e/o con
altre figure significative nell’infanzia, specifici ricordi
del soggetto e, infine, come l’adulto percepisce l’influenza
delle relazioni passate sullo sviluppo della propria personalità.
L’analisi narrativa dell’intervista, trascritta verbatim,
prevede l’assegnazione di punteggi da 1 a 9 su diverse Scale
che valutano sia la “probabile esperienza durante l’infanzia”,
sia “lo stato attuale della mente nei confronti dell’attaccamento”.
In particolare, la “probabile esperienza durante l’infanzia”
è formata da cinque scale: 1) amorevolezza, 2) rifiuto,
3) coinvolgimento/inversione dei ruoli, 4) trascuratezza, 5) spinta
e riuscire. Lo “stato attuale della mente nei confronti
dell’attaccamento” è, invece, suddiviso in
nove scale: 1) coerenza del trascritto, 2) idealizzazione, 3)
insistenza sulla mancanza dei ricordi, 4) rabbia coinvolgente,
5) passività del discorso, 6) paura della perdita, 7) distanziamento/svalutazione,
8) monitoraggio metacognitivo, 9) coerenza globale della mente.
Il sistema di codifica prevede l’assegnazione dell’adulto
a cinque principali categorie dell’attaccamento: sicuro/autonomo
(F), preoccupato/invischiato (E), distanziante (Ds), irrisolto/disorganizzato
(U) e non classificabile (CC). Le prime tre categorie sono a loro
volta suddivise in sottocategorie che permettono di cogliere in
maniera più precisa le peculiarità di espressione
del modello operativo prevalente.
Valutazione dei modelli di attaccamento nel bambino. La Strange
Situation (Ainsworth et al., 1978) è una procedura di valutazione
composta da otto episodi sperimentali, della durata di tre minuti
ciascuno, in cui il bambino è sottoposto ad alcune circostanze
lievemente stressanti: la non familiarità della stanza
di laboratorio, l’introduzione di una persona estranea e
due separazioni dal caregiver. Il sistema di codifica prevede
l’assegnazione del bambino ad una della quattro categorie
dell’attaccamento: sicuro (B), insicuro/evitante (A), insicuro/resistente
(C), disorganizzato/disorientato (D). Le prime tre categorie sono
a loro volta suddivise in sottocategorie che colgono in maniera
più puntuale e articolata le peculiarità di espressione
del modello operativo interno del bambino.
Risultati
La distribuzione del Gruppo clinico, secondo le principali categorie
dell’attaccamento del bambino, valutate mediante la Strange
Situation Procedure, è stata la seguente: 4 bambini con
attaccamento sicuro (B) (22.2%), 7 bambini con attaccamento insicuro/evitante
(A) (38.9%) e 7 bambini con elementi di disorganizzazione (D)
(38%). Il Gruppo di controllo, invece, ha presentato la seguente
distribuzione: 15 bambini con attaccamento sicuro (B) (55.6%),
5 bambini con attaccamento insicuro/evitante (A) (18.5%), 2 bambini
con attaccamento insicuro/resistente (C) (7.4%) e 5 bambini con
elementi di disorganizzazione (D) (18.5%). Le due distribuzioni
emerse si differenziano in maniera significativa [c2 (3 gdl)=7.53,
p<.05] indicando una prevalenza di bambini con modello di attaccamento
insicuro nel campione clinico (Grafico 1).
Nel Gruppo clinico dei bambini, in cui l’Adult Attachment
Interview è stata applicata a 11 delle 18 madri, si è
evidenziata, secondo le principali categorie dell’attaccamento
del genitore, la seguente distribuzione: 2 madri Sicure/Autonome
(F) (18.2%), 1 madre Distanziante (Ds) (9.1%), 7 madri Preoccupate/invischiate
(E) (63.6%), 1 madre Non Classificabile (CC) (9.1%). Il confronto
con il Gruppo di controllo, in cui erano presenti 20 madri Sicure/Autonome
(F) (87.0%), 2 madri Distanzianti (Ds) (8.7%) e 1 madre Preoccupata/Invischiata
(E) (4.3%), ha mostrato una differenza molto significativa [c2
(3 gdl)=18.64, p<.001] (Grafico 2).
Inoltre, nel campione clinico è emersa una elevata concordanza
tra modello di attaccamento materno e infantile in termini di
sicurezza/insicurezza, che è risultata pari a 90.9% (k=.62,
p<.02). La concordanza rispetto alle principali categorie dell’attaccamento
del genitore e del bambino si è presentata, invece, molto
bassa, dal momento che tutte le madri Preoccupate/Invischiate
avevano bambini con attaccamento Evitante o Disorganizzato. Il
gruppo di controllo ha presentato una bassa concordanza anche
in termini di sicurezza/insicurezza (52.2%, k=.07, n.s.).
Discussione
I risultati emersi hanno messo in luce dati interessanti e in
linea con diverse ricerche che hanno evidenziato come modelli
di attaccamento insicuro bambino-caregiver siano spesso associati
alla comparsa di un’anoressia infantile.
In particolare, l’analisi del primo obiettivo del nostro
studio ha permesso di rilevare una frequenza più elevata
di modelli di attaccamento insicuro e/o disorganizzato nelle coppie
di madri e dei loro bambini con diagnosi di anoressia infantile,
che si differenziano in modo significativo dal gruppo di controllo.
Inoltre, dalla verifica del secondo obiettivo, è stata
evidenziata una significatività riguardo alla concordanza
tra i modelli di attaccamento del caregiver e del bambino in termini
di sicurezza/insicurezza nei bambini con diagnosi di anoressia
infantile rispetto alle coppie di controllo. Questi dati sono
in accordo con gli studi clinici che hanno esaminato i modelli
di attaccamento materni e infantili in bambini con anoressia infantile
(Benoit et al., 1989; Benoit et al., 1997; Chatoor et al., 1998;
Chatoor et al., 2000; Coolbear, Benoit, 1999; Ward et al., 2000).
Nel nostro studio è emersa, inoltre, una più elevata
frequenza di madri preoccupate/invischiate (E) (63.6%), nel Gruppo
clinico dei bambini. Una preponderanza di madri preoccupate/invischiate
(61%) è stata rilevata anche in una precedente ricerca
di Benoit e collaboratori, in cui sono stati valutati i modelli
di attaccamento delle madri di bambini con anoressia infantile
e di un gruppo di controllo (Benoit et al., 1989). Anche in altre
ricerche analoghe è stata spesso individuata questa categoria
dell’attaccamento materno (Benoit et al. 1997; Chatoor et
al., 2000; Coolbear, Benoit, 1999). Tutte le madri preoccupate/invischiate
(E) del campione da noi esaminato hanno bambini che presentano
modelli di attaccamento evitante o disorganizzato.
Come è stato sottolineano da alcuni Autori (Fonagy et al.,
1992; Tronick, 1989), le “strategie difensive di evitamento”
possono avere una posizione centrale nel funzionamento mentale
di bambini “forzati” a sviluppare precocemente meccanismi
mentali che limitano le interazioni con gli oggetti primari, in
conseguenza di relazioni oggettuali non ottimali, come quando
una madre preoccupata presenta ansia, confusione, preoccupazione
eccessiva, o rabbia connesse alle funzioni di genitorialità.
Le risposte evitanti del bambino possono pertanto rappresentare
strategie difensive e adattive nel mantenere un modello di relazione
con un caregiver che presenta scarsa regolazione emozionale e
difficoltà nel tollerare stati emotivi conflittuali e di
disagio nella relazione con il bambino.
Clinicamente è inoltre interessante rilevare che i bambini
insicuri con elementi di disorganizzazione del nostro campione
presentano spesso un comportamento “controllante”
che corrisponde ad un attaccamento materno per lo più passivo,
caratteristico dei soggetti preoccupati/invischiati (E1), come
se il bambino avesse il bisogno di controllare con il suo comportamento
la relazione con un caregiver scarsamente responsivo, confuso,
emotivamente poco sensibile ai segnali comunicativi del figlio
e incoerente nelle sue risposte. Il bisogno di controllo sulla
relazione ha la conseguenza di limitare lo sviluppo di adeguati
pattern di esplorazione, iniziativa e autonomia del bambino. Queste
osservazioni cliniche sono in linea con diverse ricerche, che
hanno indagato la relazione tra madri e bambini con anoressia
precoce, evidenziando scambi comunicativi problematici nella fase
in cui madre e figlio sono impegnati nell’affrontare l’emergente
autonomia del bambino; in particolare, queste coppie madre-figlio
appaiono negativamente coinvolte, durante l’alimentazione,
in schemi comunicativi rigidi e fallimentari, dove i figli sono
protestatari e intensamente oppositivi, ma disimpegnati e loro
madri intrusive e controllanti, ma incapaci di porre regole e
limiti e di negoziare il controllo della situazione alimentare
(Ammaniti et al., 2003; Chatoor, 1989, 1998; Kreisler, 1985; Lindberg
et al., 1996; Woolston, 1991). Alla luce di queste considerazioni,
i risultati emersi dal nostro studio potrebbero anche dare validità
ad alcuni dati a cui sono pervenuti alcuni ricercatori, secondo
cui le precoci strategie di attaccamento disorganizzato sono correlate
a comportamenti controllanti verso il genitore a sei anni (Main,
Cassidy, 1988) e a condotte oppositive o a comportamenti ostili-aggressivi
all’età di sette anni e a difficoltà di relazione
con i pari (Jacobvitz, Hazen, 1999).
In conclusione, sulla base dei risultati emersi, per comprendere
e studiare i disturbi alimentari infantili, sembra opportuno prendere
in esame il complesso intreccio tra caratteristiche del bambino,
della madre, della loro relazione e i compiti evolutivi che entrambi
devono affrontare in considerazione dei processi di separazione-individuazione
e della crescente autonomia del bambino. Gradualmente, il bilanciamento
fra l’attaccamento alla madre e l’autonomia emergente
dovrebbe essere rispecchiato dal compito del caregiver di bilanciare
in modo flessibile i comportamenti protettivi con i comportamenti
di “lasciar fare” al bambino, facilitando in lui le
iniziative di autonomia, l’esperienza del Sé come
agente, la spinta ad autoregolarsi e a padroneggiare le situazioni
(mastery) (Ammaniti, 2001; Lieberman, Slade, 2001; Speranza, 2001).
Al contrario i modelli di attaccamento insicuro nelle coppie di
madri e di bambini con anoressia infantile sembrano influenzare
in modo importante i pattern comunicativi dell’interazione
e risultano essere all’origine non solo di una disturbata
regolazione alimentare del bambino, ma anche dell’emergere
in quest’ultimo di oppositività, negativismo e disimpegno
che possono ostacolare lo sviluppo di adeguati pattern di esplorazione,
autonomia e individuazione e di capacità nelle relazioni
interpersonali.
Questo nostro contributo, che riporta dati ancora in discussione
e che richiedono ulteriore verifica empirica su un campione più
rappresentativo, ha messo comunque in luce l’importanza
di approfondire la valutazione sul funzionamento e sui modelli
di sviluppo del sistema di caregiving per la formulazione della
diagnosi e di strategie di intervento mirate nella clinica dei
disturbi alimentari infantili e della sindrome di non organic
failure to thrive.
Esemplificazione clinica
Corrediamo i risultati del contributo empirico di questo lavoro
mediante la descrizione clinica del caso di una bambina con anoressia
infantile, giunta alla nostra osservazione nel corso della collaborazione
clinica con il Reparto di Pediatria.
Caso di N
N, 13 mesi, figlia secondogenita dei Signori S, viene accompagnata
dai genitori per un problema alimentare nell’ambulatorio
di Dietologia Clinica. I genitori riferiscono che la bambina presenta
“vomito” durante il pasto; il problema ha avuto inizio
da circa sei mesi con l’introduzione delle prime pappette.
Gli episodi di “vomito” non si presentano se la bambina
viene alimentata al biberon e pertanto la mamma tende ad alimentare
la bambina con un biberon di latte e biscotti. Indipendentemente
dalla modalità di assunzione del cibo - con il biberon
o il cucchiaino - i pattern alimentari della bambina sono irregolari
nei ritmi e nella quantità di cibo assunta giornalmente.
Quasi ogni giorno, nel cuore della notte, N si sveglia piangendo;
la mamma interpreta il comportamento della bambina come un segnale
di fame, in quanto la piccola si riaddormenta dopo aver preso
il biberon di latte.
La Signora S pensa che sua figlia possa avere “una malattia”
che è causa del “vomito”; è comunque
convinta di aver sbagliato ad interrompere l’allattamento
al seno per iniziare lo svezzamento, in quanto, secondo lei, la
bambina non ha accettato il cambiamento. Descrive la figlia come
una bambina “testarda”, “prepotente”,
“se non vuole mangiare non c’è modo di convincerla”;
è una bambina “sempre in movimento”, “vuole
toccare tutto”, “bisogna controllare sempre quello
che fa”.
Il padre di N sostiene che la figlia sia come lui che è
sempre stato magro, anche quando era piccolo non voleva mangiare;
ha preso dei chili in più da quando si è sposato,
ma lui non mangia mai troppo. Tende a sottolineare gli aspetti
di “normalità” della bambina: è “allegra”,
“è una bambina normale”, e sottolinea in modo
positivo il fatto che N “va con tutti” mostrandolo
alla pediatra, al termine della visita, quando la bambina dalle
braccia della madre chiede di passare nelle braccia della pediatra,
e poi nelle braccia del padre e poi di nuovo nelle braccia della
madre.
Poiché il problema alimentare descritto dai genitori (vomito
durante il pasto), potrebbe costituire il sintomo di un reflusso
gastroesofageo ed inoltre, la bambina presenta una condizione
di sottopeso per l’età, viene consigliato un breve
ricovero per gli accertamenti del caso. Parallelamente agli accertamenti
medici e strumentali e alla valutazione dello stato nutrizionale
della bambina, viene proposto ai genitori un percorso di counselling
psicologico.
Valutazione pediatrica
Gli accertamenti medico-pediatrici svolti escludono la diagnosi
di reflusso gastroesofageo; emerge scarso accrescimento della
bambina conseguente ad una malnutrizione; la bambina presenta
un regolare sviluppo psicomotorio.
Valutazione psicologica
Inizialmente è stata osservata l’interazione alimentare
madre-bambina, mediante la procedura standardizzata della Feeding
Scale (Chatoor et al., 1998), che esamina, nel corso di un’osservazione
videoregistrata di venti minuti, la qualità degli scambi
comunicativi, valutando gli stati affettivi della madre e della
diade, la frequenza e l’intensità dei comportamenti
di rifiuto alimentare e di disimpegno del bambino durante il pasto.
Nel caso di N, gli scambi sociali e comunicativi sono molto ridotti;
risultano scarsi gli affetti positivi e il piacere nell’interazione;
si osserva un comportamento intrusivo materno e la presenza di
un comportamento difensivo evitante della bambina. E’ inoltre
presente un comportamento accentuato di rifiuto alimentare, quando
la bambina viene forzata dalla madre nell’alimentazione;
si osservano manifestazioni di disagio e di rabbia durante le
quali la bambina evita il contatto visivo con la madre, si irrigidisce
e inarca la schiena mentre è in braccio alla madre; si
osserva, infine, scarsa responsività materna alle iniziative
di autonomia della bambina che vorrebbe avvicinarsi al piatto
e toccare il cibo.
Successivamente, sono stati svolti colloqui di coppia e interviste
individuali ai genitori. La Signora S ha 30 anni, mentre il Signor
S 35. Si sono conosciuti in tarda adolescenza; il loro matrimonio
è avvenuto in un clima di tensioni e difficoltà,
soprattutto per la Signora S che viveva gravi disaccordi familiari
con i suoi genitori.
Il Signor S lavora come operaio edile; la Signora S ha lavorato
come commessa prima del matrimonio e ha deciso di lasciare il
lavoro per dedicarsi alla famiglia. La coppia ha deciso di comune
accordo la prima gravidanza; la figlia maggiore, ha sei anni.
La gravidanza della seconda figlia - N - è stata decisa
in un momento in cui la coppia si sentiva “unita”
e coinvolta nell’affrontare un’importante problema
di salute della figlia maggiore (episodi ripetuti di convulsioni
febbrili). Inoltre, in questo stesso periodo, la Signora S affronta
un problema che era in sospeso dal momento del suo matrimonio:
da alcuni documenti riesce ad accertare in modo definitivo che
l’uomo che credeva essere suo padre, non è il suo
padre naturale. Nonostante le sue insistenti richieste, la madre
della Signora S rifiuta di rilevarle l’identità del
padre. Da due anni, la Signora S vive con estremo disagio la problematicità
della sua storia. Ha rapporti conflittuali con i genitori, dai
quali ancora oggi non è stata messa a conoscenza dell’identità
del padre naturale.
Riferisce, inoltre, di essere stata in un Istituto fino all’età
di tre/quattro mesi, e di aver vissuto con la nonna materna fino
all’età di 4/5 anni, quando sua madre si è
sposata - i ricordi della prima infanzia sono confusi e poco chiari
e la permanenza in Istituto potrebbe essere stata più lunga.
Infatti, la Signora S non era mai stata messa a conoscenza del
fatto che sua madre fosse una ragazza-madre, fino a quando non
lo ha scoperto da sola. Descrive un’infanzia difficile (nei
suoi ricordi più chiari a partire dai 5 anni), caratterizzata
da comportamenti di rifiuto e di negligenza da parte di entrambi
i genitori e da una disciplina dura e violenta, con forti pressioni
verso l’autonomia.
Il Signor S ha perso suo padre in modo traumatico all’età
di 5 anni; il padre è morto cadendo da una scala mentre
svolgeva un lavoro in casa. La perdita e l’assenza di una
figura paterna sembrano costituire una problematica molto presente
nella vita affettiva del Signor S.
I genitori di N stanno attraversando una crisi coniugale; durante
alcune discussioni per un sospetto di tradimento da parte del
marito, il Signor S ha mostrato comportamenti di rabbia violenta
nei confronti della moglie; le tensioni si sono in parte calmate
da quando la Signora S ha intimato al marito di volersi separare
da lui.
Si decide, quindi, di svolgere un’osservazione della relazione
di attaccamento madre-bambina attraverso la procedura della Strange
Situation e di effettuare l’Adult Attachment Interview ad
entrambi i genitori al fine di approfondire la conoscenza dei
modelli operativi interni dei caregiver e dello stile di attaccamento
che la bambina sta organizzando.
Valutazione del modello di attaccamento della bambina: Strange
Situation Procedure
Modello di attaccamento: D-B2/A2 Tratti disorganizzati
N mostra comportamenti evitanti alla prima riunione, ricerca la
prossimità con il caregiver alla seconda riunione; all’approccio
di prossimità con il caregiver, compaiono segni moderatamente
evitanti quando N viene presa in braccio con un ritorno alla neutralità,
all’esplorazione. Si osservano pertanto simultanee manifestazioni
di modelli di comportamento contradditori: comportamenti di evitamento,
ricerca di prossimità e resistenza al contatto. Il caregiver
non riesce a sintonizzarsi con reciprocità nella comunicazione
con la bambina; N parla molto con un linguaggio ancora poco articolato,
si osserva un’assenza di partecipazione del caregiver nel
cercare di comprendere il linguaggio della bambina.
Valutazione del modello di attaccamento del genitore (madre):
Adult Attachment Interview
Modello di attaccamento: CC/Ds4/E2
Nello stato della mente della Signora S, riguardante le relazioni
di attaccamento, coesistono un’organizzazione difensiva
evitante riconosciuta nella paura della perdita non collegata
ad una fonte possibile, realistica e uno stato della mente preoccupato,
invischiato e arrabbiato verso la figura di attaccamento. In particolare,
nella sottocategoria Ds4, la paura della perdita del figlio non
è connessa ad una causa nota, possibile e realistica; è
stata trovata in molti genitori di bambini insicuri/evitanti.
La sottocategoria Ds4 è risultata applicabile in situazioni
di una perdita familiare tenuta segreta nelle loro circostanze
di accadimento; nel trascritto della Signora S la paura della
separazione dalle figlie si associa oltre a cause imprecisate,
alla paura del maltrattamento, anche fisico che potrebbe essere
causato da altri. La sottocategoria E2 è stata invece scelta
per il punteggio alto di rabbia nei confronti della madre per
comportamenti di rifiuto, negligenza, criticismo, pressioni verso
l’autonomia e inversione di ruolo. La Signora S. è
preoccupata, arrabbiata, sopraffatta rispetto alle esperienze
infantili delle relazioni di attaccamento.
Valutazione del modello di attaccamento del genitore (padre):
Adult Attachment Interview
Modello di attaccamento: U/F4b
Emerge una non risoluzione della perdita e del trauma; preoccupazioni
legate alle separazioni e alla perdita, incoerenze, confusioni
relative alle relazioni di attaccamento; nelle scale dell’esperienza
sono presenti comportamenti materni di “inversione di ruolo”
nelle esperienze infantili. E’ presente un certo grado limitato
di consapevolezza convincente delle proprie problematiche infantili,
tuttavia il lutto irrisolto e una fragilità del senso di
Sé e della propria autonomia non consentono di attribuire
la classificazione F3 degli individui sicuri e autonomi.
Commento
I dati emersi dalla somministrazione degli strumenti di valutazione
sono confermati dai colloqui clinici. La diagnosi di anoressia
infantile è stata posta, alla fine del processo diagnostico-valutativo,
sulla base dei criteri diagnostici della Classificazione 0-3 (Zero
to Three - National Center for Clinical Infant Programs, 1994)
e del DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994). I problemi
disregolativi della bambina nell’alimentazione e nel sonno
appaiono strettamente collegati tra di loro e connessi alle caratteristiche
disfunzionali del sistema di caregiving. Le difficoltà
materne di sintonizzazione affettiva e comunicativa con la bambina
sono all’origine di una interazione madre-bambina problematica.
Infatti, il comportamento controllante, intrusivo della mamma
di N e nel contempo la sua insicurezza nel dare limiti e regole
entrano in conflitto con le caratteristiche temperamentali di
N: una bambina vivace e molto attratta dalle stimolazioni ambientali.
E’ esemplificativa la loquacità della bambina, alla
quale la madre risponde pochissimo, descrivendo il linguaggio
di N come: “Un parlare a modo suo, per lei incomprensibile”.
La storia della madre di N e le esperienze infantili deprivanti
e negligenti sembrano riproporsi nella relazione attuale con la
bambina nella difficoltà di attuare le funzioni genitoriali
secondo modalità sensibili. La consistenza del livello
sub-clinico di un disturbo alimentare della madre, emerso dalla
somministrazione di questionari strutturati e da successivi colloqui
psicologici, fa supporre che si siano instaurate precocemente
difficoltà nel riconoscimento empatico dei segnali affettivi
e dei ritmi autoregolativi della bambina nel contesto dell’alimentazione.
Nell’attuale momento evolutivo, gli atteggiamenti materni
ipercritici verso la bambina, il forte controllo e l’intrusività
si evidenziano in modo importante, unitamente alle difficoltà
di fornire un supporto emotivo, protettivo e rassicurante nel
processo di separazione-individuazione della bambina.
Il padre di N è poco presente affettivamente; ciò
sembra fortemente legato ad un ritiro emotivo per le sue problematiche
affettive irrisolte. Ne deriva la difficoltà ad assumere
un ruolo paterno significativo che aiuti la madre a distaccarsi
dalla figlia e quest’ultima ad affermare e conquistare la
sua autonomia. Infatti, la coppia genitoriale non riesce a coinvolgersi
in una comunicazione emotiva aperta e continuativa e in una condivisione
intima di intenzioni e aspettative coerenti sulla crescita della
bambina, non sostenendone adeguatamente il “processo di
separazione-individuazione”, che risulta ostacolato.
La valutazione clinica, riportata brevemente in questo lavoro,
ha dunque messo in luce come l’anoressia infantile e le
difficoltà nella relazione madre-bambino, che ad esso spesso
si associano, sembrano emergere da un complesso intreccio, in
cui possono essere implicate variabili multiple: le caratteristiche
individuali del bambino e dei caregiver, i modelli mentali della
relazione, la qualità dell’interazione familiare
e del sistema di co-parenting. I dati e le evidenze cliniche emerse
dal processo di valutazione hanno permesso di proporre alla famiglia
di N un progetto di sostegno alle funzioni genitoriali e un programma
di supporto alle strategie interattive durante il comportamento
alimentare della bambina, cioè, favorire il gioco e l’autonomia
durante le interazioni alimentari, introducendo cibi solidi nell’alimentazione
della bambina, ripristinando sentimenti di fiducia nel caregiver,
coinvolgendo attivamente entrambi i genitori.
E’ stato, inoltre, consigliato un intervento psicologico
ai coniugi mirato ad un sostegno delle problematiche individuali
e delle dinamiche di coppia.
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Grafico 1. Distribuzione dei modelli di attaccamento dei bambini

Grafico 2. Distribuzione dei modelli di attaccamento delle madri
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