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Un bimbo di tre anni osserva dal finestrino dell'auto le montagne e gli alberi che si presentano ai suoi occhi come un incommensurabile panorama e dice: "Ma quanti sono questi alberi e quante sono queste montagne?". Gli viene risposto che le centinaia e centinaia di alberi vivono sostenendosi con le loro radici nella terra e nella roccia di decine e decine di montagne.
Segue un lungo momento di silenzio durante il quale il bimbo "traffica" con le dita di una mano; segue un'altra domanda: "Se io metto due dita a tre dita faccio cinque alberi sulla mano montagna?". Chi lo ascolta annuisce facendo un largo sorriso di apprezzamento. Il bimbo afferma l'essere un soggetto in palmo di mano e dichiara di avere una legge tra le dita: ora conta anche lui.
RAPPRESENTAZIONI: le persone e i fatti
Questo breve aneddoto presenta lo scritto che segue, il quale, nel rispetto di una teoria e di una clinica legate all'etica e alla passione nella psicoanalisi, desidera narrare avvenimenti intorno alla questione delle psicosi e al dispositivo dello Psicodramma Analitico proposto in tali campi di cura. Si sottolinea narrare nel senso di presentare con parole alcuni momenti della direzione della cura con persone che come "soggetti" si trovano nel territorio di chi - non conta più come prima; tenta attraverso una cura della parola di enumerare un nuovo modo di vivere, esistere, riumanizzarsi.
Il gioco psicodrammatico allora è il momento significante di un percorso nell'ambito della seduta in gruppo dove lo psicotico "conta" in presenza; pur "dando i numeri" propone comunque la cifra del proprio discorso; giocando al centro del gruppo prova a rincontrare una sequenza del proprio essere, per avere "lo scambio dei numeri" con l'altro da sé e forse potersi ri-chiamare dichiarando nuovamente chi è.
In un Centro Diurno a Roma, seduta settimanale, i partecipanti seduti in cerchio, l'animatore e l'osservatore del gruppo di P.A., un operatore del luogo che fisicamente rappresenta lo spazio e il tempo di tale luogo di cura.
La seduta ha inizio e M. si domanda rivolto all'animatore: "Data la roba che facciamo in falegnameria perché non apriamo un negozio, qui manca un punto vendita".
L'animatore chiede a M. se ha parlato di ciò con qualcuno del C.D.. M risponde di aver posto la questione ad un operatore qualche giorno prima.
L'animatore propone di rappresentare tale situazione attraverso il gioco psicodrammatico. M. sceglie per la parte del responsabile R., suo compagno in gruppo.
Chi è M. in realtà: la sua camminata oscillante dove la testa pare muoversi indipendentemente dal resto del corpo inquadra la persona; M. oscilla tra fare, fare molto al C.D. e non fare nulla attraverso chiusura e solitudine quotidiane; tra uscite culturali tipo teatri e mostre, organizzate da lui stesso e interi periodi a casa dove aiuta la madre a "togliere la polvere".
M. prende la pensione di invalidità al 70% della riduzione della capacità lavorativa, come lui stesso dice.
Chi è R. in realtà: R. è monoliticamente piantato nella sua pensione di invalidità al 100%; è gentile, tranquillo apparentemente ma dentro la sua suscettibilità, ira, insofferenza possono scattare per la minima parola fuori posto e scatenarlo, più con le parole che con i fatti. Il C.D. e i genitori sono per R. i suoi punti fermi, le donne a pagamento sono talvolta i suoi punti mobili.
Torniamo al gioco: l'animatore chiede a M. perché ha scelto M. nella scena da rappresentare; la risposta è perché R. come l'operatore è sempre presente al C.D.
Si organizza la messa in scena; M. consegna le parole da dire a R; il gioco ha inizio: M "perché non si apre un negozio data la roba che si fa in falegnameria?".
Op."M. questo non è un centro commerciale, questo è un luogo di cura per disagiati .".
M. "manca un punto vendita!".
Op. "M., non è questo il luogo, lei deve trovarsi qualcosa fuori, un lavoro, quello che fate qui nei laboratori lo doniamo .".
M. torna a sedersi e prova a "CONTARE": ho sentito dire che adesso se uno vuole lavorare può rinunciare all'invalidità e iscriversi al collocamento, è vera questa legge? Ai miei tempi quando ho avuto la pensione non potevi chiedere più nulla.".
R. prende la parola a sua volta e si mette pure lui a "contare": ho chiesto a mio padre dato che sono più di tre anni che vengo al C.D. quando guarirò? M'ha risposto che devo curarmi, mantenere la pensione, fare quello che mi piace. Allora gli ho detto che qui c'è gente che viene da più di sei anni, quando si guarisce?". M'ha detto di venire, tenere il posto e poi mi inserirò in società. Ma se vengo qui al C.D. e percepisco una pensione non sono comunque inserito in società, non m'è chiara tanto 'sta questione del tempo".
Presso una comunità istituzionale di Roma: seduta settimanale; partecipanti in gruppo; animatore e osservatore; operatore della comunità.
La seduta prende avvio e T. dice quanto segue: "ogni struttura ha le sue esigenze psicologiche e non è facile capire quali sono e come fare le cose: qui il più delle volte si capisce il problema: così messa a posto la cosa poi alla fine si mangia tutti insieme no?".
L'animatore chiede a T. cosa sta tentando di dire in realtà e lei risponde di quello che ha appena detto, dice inoltre che di questo ne ha parlato proprio qui in comunità.
Viene invitata a riproporre la situazione appena consegnata in gruppo.
T. sceglie nella parte dell'interlocutore l'operatrice L. presente in gruppo.
Chi è in realtà T. : la piccola di mamma a cui sempre torna nei momenti liberi: del padre non c'è parola, né presenza; lei e la madre sempre vicine dentro e fuori casa; per gli uomini c'è tempo (T. ha quasi 30 anni) e adesso come lei dice deve solo pensare a curarsi per tornare una "brava ragazza"; vuole lavorare ma dopo ogni tirocinio le dicono che non l'assumono; T. non si assume il numero della maggiore età.
Chi è L., l'operatrice: infermiera psichiatrica; ha lavorato in manicomio; non si è però "rinchiusa"; s'è sempre aggiornata e ha continuato a forarsi usando il registro dell' umanità fatta di ascolto e accoglienza; la sua piccola-grande macchia cieca è calarsi nel ruolo materno con troppa emozione forse per tenere a bada una carica continua di eros incontenibile; si potrebbe azzardare la parola "perfetta" per impersonare la madre di T.
La scena ha luogo preceduta dalla richiesta dell'animatore di esplicitare la scelta di L. per fare l'interlocutore del discorso appena fatto. T. sorride ammiccando a L. e dice "quando mi abbraccia non mi lascia più .".
T. "ogni struttura ha le sue esigenze psicologiche e non è facile capire quali sono, qui invece le cose si capiscono...".
Op.: (Senza rispettare il canovaccio consegnatole) "guarda t. che 'sto casino di cui parli credo abbia a che fare col fatto che in questi giorni hai perso il lavoro".
T. "'è vero, non so come reagire, sono a tocchi, non mi sono resa conto che non pulivo bene in banca, dimenticavo ogni volta di svuotare i cestini, il resto lo facevo bene, perché nessuno me l'ha detto, il problema mio là non l'ha visto nessuno?".
Op. "proprio non ti sei resa conto dei cestini, hai fatto solo il resto.".
T. "adesso cosa posso fare?".
Op. "sarebbe utile che riprendessi a frequentare qualche corso".
T. "non ho finito quello di restauro, potrei riprenderlo, mi piaceva poi ho smesso, così.".
Op. "allora puoi riprendere da là".
T. "ma il restauro aiuta? Il restauro è come la terapia? Se io parlo qui del restauro vuol dire che sto dicendo una cosa che conta? Insomma cosa porta al paziente?".
Op. "Delle volte T. smetti così, lo hai appena detto, ciò che ti piace e resti col resto".
T. al centro della scena si ferma immobile qualche secondo poi rivolta all'animatore prova a "far di conto": "allora qual è, là al lavoro, lo psicodramma? Bastava che uno mi dicesse dei cestini e io non perdevo il posto, mamma le cose me le dice e io non sbaglio mai.".
L'animatore osserva rivolto a T. ad alta voce: "mamma quando m'abbraccia non mi lascia più.".
T. (sorriso perplesso) "mamma mica te la scartavetri di dosso come coi mobili a restauro, altro che psicodramma questa è una psicotragedia".
Si torna a sedere.
Comunità in convenzione con la Regione Lazio, presso Roma; seduta settimanale; partecipanti in gruppo; animatore e osservatore; operatore.
F. apre la seduta raccontando di un colloquio avuto con il padre in cui gli descrive il suo lavoro al canile; il padre si mostra interessato e così F. lo incalza chiedendogli di poter usare i nuovi macchinari acquistati nell'azienda familiare; dice di poter avere la sua fiducia; il padre dice a F. che non se ne farà nulla.
L'animatore propone questo gioco da rappresentare e chiede a F. di scegliere chi impersonerà il padre; F. sceglie un compagno in gruppo dal suo stesso nome.
Chi è in realtà F.: è un gemello; a specchio si potrebbe dire; il fratello è il suo opposto, uno dal futuro roseo che sa far di conto e sa occuparsi delle finanze familiari; F. è roseo pure lui ma delle macchie di psoriasi che sono presenti in faccia, sulle mani; perde spesso i suoi soldi; è, come dice lui stesso, tanto compres(s)o - l'inflessione dialettale confonde le due parole, quasi un lapsus - dalla madre e con il padre poco va d'accordo da sempre; dice che con il fratello ci esce delle volte ma non vuole l'elemosina; forse elemosina di essere l'erede unico.
Chi è in realtà l'altro F. scelto per fare il padre: orfano in età infantile prima della madre e poco dopo del padre, vede morire anche lo zio che fa da parente sostitutivo ai genitori persi; diventa uno che se l'è sempre vista da solo, come usa dire; si mette a lavorare presto e mantiene i due fratelli agli studi; ha un campeggio come fonte di sussistenza che ora gli gestisce il fratello; quando non ce l'ha fatta più la depressione e l'alcool sono diventati "i suoi genitori"; più volte ha tentato di morire; ora ha una relazione con una donna sposata che ha un figlio; dice "se il marito lo scopre e mi dice qualcosa gliela faccio pagare.".
La messa in scena ha inizio:
F. "papà al lavoro a Roma al canile va bene, tutti sono proprio contenti di me, gli animali sono malandati ed io cerco di fare il possibile, li faccio uscire, sempre al guinzaglio, poi sembrano essere più calmi".
Padre "bene F., il lavoro è come una medicina".
F. "sono arrivati i nuovi macchinari in azienda, se mi spieghi come funzionano posso darti una mano".
P. "non se ne parla nemmeno, sono macchinari costosissimi, non è il lavoro per te e lo sai, ti perdi".
F. "papà al lavoro a Roma le persone mi danno fiducia, mica conterà solo mio fratello no?".
P. "guarda che quelle macchine vanno governate, mica sono da portare al guinzaglio a spasso.".
L'animatore coglie che la scena si svolge tra F. e il padre faccia a faccia; posizione speculare, distanza ravvicinatissima, e il padre è impersonato da un omonimo. Invita F. al cambio di ruolo e la scena si ripete con F. nei panni del padre. Viene alla fine chiesto a F. di pensare ad alta voce nel ruolo del padre, questo è ciò che ra-conta: "facendo mio padre il primo pensiero è 'che palle 'sto figlio, sempre a chiedere e sempre a lamentarsi, poi è così impacciato, così legato, che può fare uno così?'".
Si torna a sedere e F. riflette parlando del suo gemello, che ha la fiducia del padre: lui al contrario è sempre stato un po' mammone ed enumera parole in fila che denunciano il suo stare al guinzaglio materno, non essere calmo affatto, sentirsi assai malandato.
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Dunque cosa conta in questi tre giochi appena riportati e quanto conta la posizione del soggetto che si mette in gioco e infine lo P.A. permette di ri-conta-tare per ogni partecipante un senso che enumeri dalla conoscenza perduta attraverso una possibile domanda, quel ritrovarsi che se non garantisce mai dal rischio continuo di smarrimento e perdita, permette grazie all'incontro con l'altro da sé di trovare indicazioni necessarie per quel bordo da seguire per restaurare e ricucire un'esistenza perduta?
M. chiede come R. ai terapeuti e alla cura di fare il PUNTO della questione attraverso una vera e propria negoziazione. M. come R. vanno verso il punto centrale del loro discorso e hanno ragione e sentimento da "vendere". Il gioco svela il confine nell'ambito della direzione della cura tra PUNTI e PUNTI MANCANTI.
M. e R. non sono merce di scambio nell'ambito del percorso di cura; tentano di affermare con parole puntuali che, contano come persone e come persone vogliono essere tra gli altri senza finire "in mezzo" agli altri, là in quel buco appunto far punti e punti mancanti.
T. nell'impossibilità di svuotarsi del cestino materno vive ormai solo di resti. Ma in gruppo di P.A. trova presenza e parola e come soggetto che vive una situazione psicotica si pone nella possibilità di accedere al proprio discorso nelle diverse sfaccettature che la sua domanda di cura assume. Ciò è reso possibile dal lavoro delle associazioni e dalle scene rappresentate, così da produrre una posizione di possibile riconoscimento dell'altro dove entrano in gioco complessi meccanismi identificatorii. Nel difficile equilibrio tra compensi e scompensi diventa possibile un con-pensare, non scartavetrare soltanto, rispetto al posto assunto e a quello da assumere nella vita.
F. chiede a se stesso attraverso il discorso col padre faccia a faccia qual è la sua possibile competenza ora che ha bisogno di cure, presumendo che se è lui a tenere il guinzaglio può dunque accedere a meccanismi sofisticati e costosi. F. stesso è come se si riportasse alla realtà proprio mettendosi al posto di un padre così da avere di fronte qualcosa di apparentemente esterno origina all'interno stesso del soggetto. Nel suo posto dichiara di essere al guinzaglio della madre, al posto del padre nel gioco sulla scena svela questa verità in modo sofisticato e di assoluto valore: validità di un nuovo percorso attorno alla propria mente.
Perché degli alberi svettino in cielo e ci siano e molti ci vogliono delle montagne e molte che facciano da terraferma; per poter contare tutto ciò bisogna avere le mani e far di conto mettendocele queste mani.
Si potrebbe dire che sono le basi per poter istituire quel campo di lavoro che permette un'esistenza attraverso il suo ri-trovamento ri-conta-tandosi: lo P.A. può essere il campo geometrico di tale esperienza di cura; l'animatore e l'osservatore ascissa e ordinata nella direzione della cura; il gioco l'equazione che tenta di svelare l'incognita proposta dal soggetto partecipante - contando sul fatto ineludibile di indicare un orlo che fornisca a persone così profondamente oscurate quel tenue bagliore che metta in gioco la
quadratura del cerchio. Impossibile operazione che però certifica del desiderio alla pari della necessaria prova del nove che è il tempo proprio a ciascuno rispetto alla cura, nell'individuazione graduale dei bisogni personali di ogni umano essere.
Lo P.A. con la sua presenza nell'ambito delle psicosi conta, nel nome del padre e nella legge del desiderio, di poter ripristinare in chi "dà i numeri" il valore di UNO che sia ancora qualcuno .
NOTA CONCLUSIVA: condizione necessaria e sufficiente per l'emergere del soggetto di un discorso
Perché ci sia uno P.A. ci devono essere delle persone, una struttura fisica che li contiene, una equipe organizzata, un'istituzione dichiarata: questa geografia complessa ma chiara nella sua presenza certifica della possibilità che il dispositivo terapeutico dell'esperienza in gruppo sin qui presentata abbia luogo e senso.
Il tentativo del lavoro terapeutico sul campo mira, attraverso un intento comune di ogni soggetto implicato nella direzione della cura, al reale della sofferenza, della malattia - senza dimenticare l'utopia, quell'aspetto ideale in tali situazioni, della completa integrazione fra tutti i soggetti operanti - i pazienti in primis lo sono.
Il gruppo di P.A. vuole essere uno strumento che permetta ai partecipanti, ospiti di un luogo di cura, di affrontare le complesse realtà che tale luogo comunque propone al soggetto che lo "abita": di far emergere una domanda intorno al progetto terapeutico che ci si trova a dover sostenere; di poter costituire e costruire una rete di relazioni "mettendo in gioco" quelle urgenze e drammaticità che accompagnano tutto il percorso di cura; di poter pensare, grazie al gioco della rappresentazione, chi è l'altro della relazione e come questa in realtà possa avvenire, di tentare di mettere sulla scena, attraverso le proprie parole, le spinte fusionali e quelle disgreganti così da permettere al soggetto attraverso tale processo legato all'inconscio di ri-passare dall'individuale al molteplice e viceversa.
Questo tentativo di lavoro sul campo non può prescindere dall'integrazione reciproca tra i vari soggetti responsabili del percorso di cura proposto ai pazienti: l'agglomerarsi è un requisito del lavoro di equipe tanto quanto l'emergere delle singole specificità; lo P.A: nel rispetto di tale percorso terapeutico tenta comunque un in più di sfida teorico-clinica: attraverso l'esperienza in gruppo che mette in gioco tenta di produrre ulteriore spazio per la clinica, per il caso di ogni paziente, un situarsi in gruppo in quello che osiamo definire il luogo più vuoto per la costruzione in ogni caso.. |