Lo psicodramma analitico di gruppo


Psicodramma ed effetti di presenza
Ophelia Avron



La mia pratica psicodrammatica si sviluppa nel contesto degli anni 60-70. Nello stesso tempo e in modo indipendente erano giunti in Francia, attraverso gli Stati Uniti, lo psicodramma moreniano e la dinamica di gruppo di Kurt Lewin. L'esperienze di gruppo rappresentavano all'epoca una novità, se non un'esaltazione che coglieva di sorpresa psicoterapeuti e psicosociologi, data la molteplicità di approcci e fondamenti teorici.

Alcuni psicoanalisti si sono subito appropriati di queste tecniche cercando di ri-orientare una teorizzazione della dinamica gruppale a partire dai fenomeni inconsci. Ma il passaggio da una comprensione fondata sulla conflittualità intra-psichica, così come Freud l'aveva elaborata, ad una spiegazione del funzionamento interindividuale sollevava più interrogativi che risposte. La contropartita era una grande libertà concettuale, senza "maitre à penser" .

 

Ero molto sensibile a questi diversi movimenti in quanto avevo terminato la mia formazione analitica, cominciavo la pratica terapeutica individuale, insegnavo all'Università di Parigi VII, ed ero incaricata di costituire gruppi di coinvolgimento per la formazione degli studenti.

Facendo confluire queste diverse tendenze decido di fare la conoscenza dello psicodramma con Anne Schutzenberger che si era formata con Moreno e di partecipare allo Psicodramma presso l'Istituto di Psicoanalisi dove tre psicoanalisti della Società Psicoanalitica di Parigi, Serge Lebovici, Renè Diatkine, Evelyne Kestemberg, tentavano dal 1948 di utilizzare a loro modo la tecnica psicodrammatica con bambini e pazienti psicotici. Essi stessi scrivono "a quei tempi non avevamo conoscenza se non per sentito dire dei lavori di Moreno, questo ci obbligava ad improvvisare ed a fare numerose prove in direzioni diverse" . Tuttavia, essenzialmente, essi mantenevano il punto di vista psicoanalitico, facendo intervenire come partner del gioco, degli psicoanalisti in formazione che assumevano direttamente il livello latente del tema proposto accentuando, ad esempio, nei loro ruoli, i movimenti pulsionali sottostanti o le voci superegoiche ed inibenti, internalizzate dal paziente.

Io stessa non avevo idee guida. Trovavo, intuitivamente, che gli psicoanalisti sottovalutassero un po' troppo la dinamica gruppale e che l'equipe di Anne Schutzenberg non tenesse sufficientemente conto dei processi inconsci. Imparavo.

Da parte sua Didier Anzieu riuniva psicosociologi e psicoanalisti per avviare una ricerca che integrasse, a partire dall'esperienza dei gruppi di formazione, gli apporti della dinamica grippale e la psicoanalisi.

Sono, dunque, immersa in questa storia culturale. I terapeuti di gruppo inglesi, Foulkes e Bion, sono ancora poco conosciuti. Conoscerò i lavori di Bion nel 1965 dopo la traduzione del suo libro "Esperienze nei gruppi" . Questa lettura avrebbe sostenuto e rilanciato i miei interrogativi, accompagnato la riflessione e le modificazioni sia cliniche che teoriche, tuttora in corso. Oggi penso che una concettualizzazione analitica che integri la dinamica gruppale è lontana dall'essere raggiunta. Questo tuttavia mantiene aperto un campo di ricerca stimolante.

 

Dispositivo psicodrammatico .

Prima di fornire gli elementi della mia ricerca, vorrei presentare il dispositivo attuale per dare una visione clinica più concreta del mio lavoro.

Si tratta di gruppi terapeutici privati. Sono costituiti da 7 pazienti adulti che, per la maggior parte, hanno precedentemente seguito delle lunghe terapie individuali. In breve, diciamo che rientrano nella categoria degli "stati limite". Sono la sola terapeuta. Le sedute sono di due ore, settimanali. Il contratto è di un anno, rinnovabile; questo comporta uno statuto di "gruppo parzialmente aperto", in generale due pazienti terminano a luglio e sono sostituiti da due nuovi pazienti a settembre. La durata media della terapia è di tre anni. Questo dispositivo permette ai pazienti di vivere le ansie di integrazione e separazione, lascia ad ognuno il tempo che ritiene necessario per riflettere e partecipare ai movimenti d'insieme dove bisogna, lentamente, apprendere a situarsi. Con l'esperienza, la seduta settimanale di due ore si è suddivisa in tre tempi successivi: lo scambio preliminare, il gioco, la discussione gruppale

•  Lo scambio preliminare

Dura da mezz'ora a tre quarti d'ora. Ci s'informa, si portano le difficoltà del momento, si ricorda un'ultima seduta, un sogno, un ricordo. Così si persegue la costruzione di una trama comune dove ci si muove nella storia presente e passata degli uni e degli altri, ci si articola alle differenti sensibilità, s'intravede la forza oscura della vita inconscia. Lascio che gli scambi, base del lavoro terapeutico, si organizzino liberamente. Se gli scambi tendono a frammentarsi, segnalo la linea affettiva che li sottende, oppure chiedo: "che cosa stiamo dicendo?" ,"che cosa ci inquieta?" E' un modo per ricordare che tutto ciò che avviene è significativo e ci lega l'uno all'altro.

 

•  Il gioco psicodrammatico :

Dopo questo primo scambio chiedo chi vuole giocare. Accompagno colui che propone il gioco nello spazio lasciato libero a questo scopo e l'aiuto a precisare il suo tema. Dopo di ciò il paziente stesso sceglie i suoi partner.

Anche quando il tema è individuale, come in questo caso, la " messa in scena" è gruppale. Richiede la partecipazione di più pazienti, portatori dei ruoli precisi a loro richiesti, ma anche di ciò che, coscientemente o inconsciamente, sanno dei loro partner. Il gioco fa circolare questi differenti livelli di conoscenza e d'intuizione. D'altra parte affinché la dinamica scenica possa realizzarsi occorre mantenere non solo la rappresentazione e la coerenza di una storia ma bisogna realizzare un atto collettivo in divenire e questo richiede un collegamento istantaneo delle reciproche stimolazioni. Questa struttura scenica gruppale costituisce un potente motore per i partner e per il pubblico sia a livello dei contenuti che delle modalità di legame createsi.

Non intervengo mai come partner del gioco. Qualche volta doppio l'autore per esprimere con una frase ciò che,soggiacente il discorso,rischia la dispersione,potrebbe non giungere alla parola. In un gioco Beatrice riprende gli interminabili rimproveri verso il marito giudicato egoista e distante.Conosciamo bene questi rimproveri così come le riconciliazioni con un padre freddo e severo. Ma, ogni volta, l'evento deludente l'assorbe completamente.Io doppio:" In realtà vorrei sapere se mi ami?". Questo brusco spostamento la sorprende e l'emoziona. La discussione di gruppo evidenzierà le vere poste in gioco affettive che si nascondono dietro i comportamenti manifesti. Spesso utilizzo la tecnica del cambiamento di ruolo per avvicinare quelle reazioni inconsce mutuamente intrattenute.Ad esempio è interessante chiedere ad un paziente che ripete delle situazioni di attacco persecutorio di prendere il posto del partner per sentire la propria violenza molto spesso negata.

 

•  La discussione gruppale

Al di là del contenuto del gioco è di fondamentale importanza sollecitare, in seguito, la partecipazione e l'elaborazione di ognuno. Gli apporti degli uni e degli altri sono allora di sorprendente acutezza.

In questo contesto interpretare a livello del gruppo o individuale, sottolineare una reazione personale o un movimento di insieme non è molto diverso.Avviene parallelamente una presa di contatto più stretta con sé stessi e con gli altri.

 

Prime riflessioni sulla funzione psichica in gruppo

Questo legame complesso tra l'intra-psichico e l'inter-psichico è diventato l'asse principale della mia ricerca. L'esperienza dei piccoli gruppi di terapia fa scoprire come la conoscenza dei contenuti inconsci sia d'importanza capitale per comprendere il funzionamento dell'essere umano legato alla sua sessualità infantile. Grazie alle scoperte dei Freud , utilizziamo il cammino delle libere associazioni per intravedere gli echi inesauribili delle domande di appagamento, la loro ripetizione, la loro via d'espressione deviata. In situazioni di gruppo la catena associativa che si organizza tra i partecipanti può lasciare intravedere il fantasma attivo e dominante . I lavori di Didier Anzieu prima, di Renè Kaes in seguito, fanno assegnamento sull'universalità dei fantasmi originari per mettere in luce la loro modalità di articolazione tra individui.

M'ispiro a questi aspetti dei loro lavori per analizzare come alcune concatenazioni di contenuti manifesti possano fare eco, in ciascuno, e nello stesso momento ad una fantasmatica sessuale infantile. Ma resta aperta la domanda attorno alle modalità psichiche che permettono questo contatto immediato da una struttura psichica all'altra. Fin dall'inizio delle mie esperienze di gruppo sono stata colpita oltre che dai contenuti, anche dalla tensione che si genera tra gli individui riuniti e che crea un clima emozionale difficile da definire ma portatore di movimenti instabili di unione-separazione. Chiamo effetti di presenza questi sistemi fluttuanti di tensione-attenzione per sottolineare che sono legati alla presenza effettiva degli individui ed al legame immediato che si crea.

Questi effetti di presenza di natura energetica ,che suscitano un legame psichico immediato,vanno differenziati dai contenuti rappresentativi legati all'assenza dei primi personaggi investiti e all'appello desiderante che conserva la loro internalizzazione e la loro ricerca nel mondo esterno.Queste due modalità psichiche così diverse s'intrecciano così intimamente da risultare, il più delle volte ,indissociabili. Perciò la loro osservazione è difficile.Prima di passare ai postulati necessari per situare le mie riflessioni ad un livello metapsicologico,vorrei attraverso un esempio clinico mostrare il flusso incessante che, allo stesso tempo, ci mette in contatto con il mondo esterno ed interno.

 

Esempio clinico

Ho tratto L'esempio da uno dei gruppi di psicodramma in corso

Aperto due anni fa ha avuto molte difficoltà "a fare gruppo". Riunisce 7 partecipanti con particolare difficoltà di contatto. La maggior parte di loro è in una posizione di ritiro tranne una donna fin troppo esuberante, Jacqueline. Per molto tempo la parola troverà poca possibilità di rimbalzo e di ritorno. Visibilmente ci si evita. I giochi si afflosciano rapidamente, salvo per Jacqueline che parla molto ma non viene affatto ascoltata come se il suo fiotto di parole avesse una funzione di sbarramento e l'obbligasse ad insistere nel discorso. L'atmosfera è pesante. Provo a fare dei collegamenti, ad attribuire un senso. Vengo ascoltata con attenzione e perfino con una certa riconoscenza ma subito riprende la solita descrizione degli avvenimenti come se fossero dei fatti di cronaca, separati gli uni dagli altri.

Quando colgo la dominante affettiva del discorso può accadere che un partecipante (sensibilizzato da u lungo lavoro analitico precedente) riconosca: "questo è legato a mia madre.. O a mio padre.. Questo lo so ma non cambia nulla"; provo in modo palpabile la paura che hanno di entrare in contatto gli uni con gli altri, perché troppo sensibili alla loro presenza reattiva.

Ecco una sequenza del gioco dove intervengono 4 partecipanti:

- Jacqueline, l'esuberante

- Julie, come attrice principale, donna silenziosa e depressa

- Jane, la cui vita affettiva è un deserto

- Jean-Paul, molto chiuso con idee persecutorie, a volte vicino al delirio.

Quel giorno l'atmosfera generale è come al solito pesante, sgradevole, devitalizzata.

Ad un certo punto Jean-Paul si fa portavoce di questo stato generale. Fa notare quanto sia riposante ritrovarsi la sera da soli, nella propria stanza, con i propri libri ed eventualmente uno spinello. Ha avuto una relazione affettiva disastrosa, il suo direttore lo perseguita, i colleghi non sono interessanti. Ripete "finalmente non avere più nessuno sulle spalle", "si è più tranquilli"; "gli altri sono lontani".

Collego "in effetti sembra che anche qui ci sia una grande paura l'uno dell'altro".

Julie, una donna silenziosa la cui caratteristica è di tenere sempre gli occhi abbassati, dietro quel sipario chiuso si lascia sfuggire una constatazione "se mi sentono fragile gli altri ne approfittano subito. Non mi so difendere, sono troppo " porosa" .

- "Porosa?" chiede qualcuno.

- "Si, tutto ciò che si dice mi colpisce troppo violentemente, questo m'impedisce d pensare. Le mie idee si sfilacciano, è il vuoto".

Chiede di giocare. Ciò che è stato detto le fa venire voglia di giocare ma non sa come mettere in scena questo stato d'angoscia e di vuoto che conosce fin dall'infanzia. L'aiuto a fare delle associazioni. Improvvisamente le ritorna in mente una scena abituale, quella della colazione: "Ero io che dovevo garantire tutto... Dovevo pensare a tutto". A quell'epoca ha una decina d'anni. Sua madre ammalata da anni è a letto. E' una donna depressa ed ipocondriaca ma, a quell'età Julie la crede in pericolo. Le porta la colazione in camera, poi deve preparare il fratellino e portarlo a scuola. Quanto al padre è in cucina, "prostrato". Sceglierà Jacqueline, l'esuberante, nel ruolo di madre. Lei con facilità comincia ad incalzare la figlia con domande e lamentele. Jane, la grande inibita, prende il ruolo del bambino. Immobile, priva di reazioni si fa strapazzare dalla sorella maggiore. Jean-Paul, gettato su di una sedia ripete con convinzione una frase che Julie ha riportato all'inizio "Fa molta attenzione a tua madre perché può morire da un momento all'altro".

E' impressionante vedere sopra tre sedie un pò lontane l'una dall'altra i tre partners ripiegati su s stessi e Julie in piedi che si affanna, angosciata, a rispondere a tutte le sollecitazioni del padre, della madre, del bambino. A bassa voce dice "non ce la faccio, non ce la faccio". Fermo il gioco riprendendo questa frase "non ce la faccio".

Lei "bisognava che pensassi a tutto, altrimenti avevo l'impressione che tutto crollasse". Piange.

Durante la successiva discussione gli scambi sono profondi. Ci si ascolta. Finalmente si entra nel gioco azzardando reciproche reazioni. Senza dubbio molti di loro hanno sperimentato il sostegno ed l'invischiamento di questi livelli primari di partecipazione gruppale . Si ripropongono nel gruppo antiche modalità di coinvolgimento delll'atmosfera familiare:

- Jean-Paul, facendo eco a Julie, racconterà scene di violenza incomprensibile tra i suoi genitori. Un giorno c'era calma. Un giorno era l'inferno. Sotto la tempesta se ne stava in un angolo "mi perdevo completamente d'animo".

•  Jacqueline, più sobria del solito, racconta come tentasse di fare il clown per far rilassare i genitori, sempre silenziosi e tristi "ero contenta quando ci riuscivo, esageravo" (come fa anche con noi) "se non mi ascoltavano, giravo in tondo, non sapevo più che fare".

Jane, quel giorno dirà soltanto "a casa mia non succedeva niente.. Mi annoiavo".

Queste atmosfere sono così continue ed abituali che vengono vissute come norma. Sono parte costituita dell'essere senza che si debba riflettere a questo proposito. "Più tardi mi ha molto sorpreso constatare che non era la stessa cosa a casa dei miei compagni", dirà Jean-Paul che ha trascorso l'infanzia in una famiglia ripiegata su se stessa, con scarsi contatti con il mondo esterno.

A livello di lavoro gruppale è importante riconoscere la dimensione di questa esperienza vissuta ed aiutare a tradurre in parole questa partecipazione impensata. Si tratta in qualche modo di riabilitare il fondamento esistenziale dell'individuo affinché si riappropri della sua partecipazione ai legami inter-psichici. Lentamente si renderà conto che il clima emotivo, quale che sia la sua tonalità umiliante o ingenua, è stato determinato da tutti, compreso egli stesso .

A partire da lì ha modellato le proprie funzioni di inter-legame.

Avendo avviato ed accettato questa conoscenza sarà possibile mettere in luce le difese funzionali ripetitive ed eccessive che ne sono scaturite. In un secondo tempo potranno essere affrontati gli eventuali benefici libidici ritirati attraverso l'esercizio di queste funzioni e di queste difese. Tenere insieme un gruppo o diventare il porta-sfortuna del gruppo può essere il percorso inconscio per farsi riconoscere ed amare. La partecipazione ai legami scenici può allora essere analizzata nella sua dimensione sessualizzata.

Così, per quanto riguarda Julie, è proprio a partire dalla presa di coscienza della sua funzione di responsabilità sacrificale - avvicinata da diverse angolazioni; nel passato, nel suo lavoro, nel nostro gruppo, che è stato possibile accostare efficacemente i benefici che avrebbe potuto ricavarne:

•  ottenere la riconoscenza del padre

•  rimuovere l'aggressività verso la madre

•  esercitare un violento ascendente sul fratellino

Le risonanze inter-individuali acquistano così una grande forza, tutto riprende movimento e vita.

 

Per tutta la durata del lento lavoro analitico con un gruppo di pazienti, lo psicoanalista deve mantenere quella visione binoculare preconizzata da Bion:

•  attenzione alle modalità di partecipazione che aprono e chiudono il contatto

con gli altri

•  attenzione al materiale dei contenuti latenti che esprime, senza fine, i desideri

della sessualità infantile

Queste due attività s'intrecciano con i diversi aspetti predominanti a seconda dei momenti. Questo significa che la scelta degli interventi, accentuazione a dare un certo movimento, sono il frutto combinato dell'esperienza dello psicoanalista, della sensibilità partecipativa al clima gruppale, della sua riflessione concettuale. Esperienza che non finisce mai di evolvere.

 


 

 

Ripresa della riflessione teorica

La lettura del libro di Bion sui piccoli gruppi è stata determinante nella misura in cui sosteneva le mie prime intuizioni.

Non riprenderò la teoria bioniana in quanto è ormai molto conosciuta. La descrizione della mentalità di gruppo e degli assunti di base mi è servita come punto di partenza. Bion presupponeva la realizzazione immediata di uno stato mentale collettivo primario, uniforme ed anonimo, di tipo emozionale. Per dare una base concettuale alle sue osservazioni avanzerà in seguito il postulato del proto-mentale, postulato che mi sembra quello della pulsione. "Non posso esporre chiaramente questo postulato senza ricorrere ad una concettualizzazione che trascenda l'esperienza... vedo il sistema protomentale come un tutto in cui il fisico, lo psicologico ed il mentale sono indifferenziati". Da questa matrice proto-mentale costituita da tutti i membri del gruppo nascerebbero "dei sentimenti discreti ed a malapena legati gli uni agli altri...Le emozioni relative all'ipotesi di base per rinforzare, invadere e qualche volta dominare la via mentale del gruppo".

 

Da questo approccio, descritto troppo rapidamente, riprenderei, ora due aspetti:

•  l'importanza accordata al vissuto emozionale condiviso, base di ogni sviluppo mentale

•  la constatazione,che Bion metterà in risalto successivamente, di una forte resistenza ad utilizzare questa esperienza emozionale in vista dello sviluppo progressivo del pensiero.

 

Per descrivere la specificità del funzionamento mentale gruppale, Bion utilizza indifferentemente i termini di emozioni, stato affettivo, sentimento, sensazione, tendenza emozionale. E' difficile nominare questi stati soggettivi attraverso i quali è possibile sentire il legame con tutti gli altri, senza indietreggiamenti e senza responsabilità. Questi stati soggettivi non sono necessariamente piacevoli, possono essere noiosi e stressanti ma mantengono la comunione di un legame primario istantaneo, da qui la difficoltà di farlo evolvere. "Rifiuto aggressivo - egli scrive - di un processo di sviluppo...i membri desiderano poter arrivare perfettamente attrezzati. Senza evoluzione e senza apprendistato per vivere,agire e stabilirsi nel gruppo". I suoi lavori sulla psicosi non cesseranno di sottolineare questa formidabile resistenza all'evoluzione mentale che si traduce con il rifiuto di apprendere dall'esperienza.

Una forma di evitamento psicotico ancora più radicale consiste nell'attaccare e distruggere il legame emozionale primario stesso, quando l'esigenza della sua elaborazione psichica diventa troppo forte e richiede costrizione e sforzo.

Nel suo libro " Alle origini dell'esperienza " , la cui traduzione letterale è più esplicita " Apprendere dall'esperienza ", Bion constata "l'incapacità di utilizzare l'esperienza emozionale provoca un disastro di uguale entità nello sviluppo della personalità: annovero tra questi disastri i diversi gradi di deterioramento psicotico che si potrebbe descrivere come morte della personalità" .

 

Effetti di presenza, pulsione d'inter-legame

Mi sono a lungo confrontata ed anche differenziata dal corpus teorico bioniano benché questi abbia dato un forte impulso alle mie ricerche e continui a stimolarle.

Oggi penso che l'emozionalità gruppale non corrisponda alla combinazione uniforme proposta da Bion con la mentalità di gruppo e gli assunti di base. Quando questa uniformità compare è l'espressione di una difesa collettiva provocata dall'immobilizzazione dei processi interni-esterni della funzione di inter-legame. Tale funzione deve garantire il legame inter - psichico non all'interno di un immaginario uniforme ma attraverso la mobilizzazione degli apparati psichici in stato di recettività e stimolazione

Le mie ipotesi attorno a questa funzione pulsionale d'inter-legame conducono a tre punti principale che continuo a riproporre :

•  Essa si organizza a partire da spinte energetiche estremamente mobili, originate da tutti gli individui presenti. Queste spinte non corrispondono a scariche di eccitazione interna. Sono delle forme di tensione-attenzione, interne-esterne la cui funzione è di legarsi tra di loro, tra le loro polarità dissimmetriche di stimolazione e ricettività, e di rovesciarsi a contatto con la polarità esterna attiva. Asimmetria strutturale di base che permette, al tempo stesso, lo scarto dinamico e l'inversione indispensabile alla formazione, alla continuità o alla rottura di un'auto-organizzazione in movimento.

•  E' possibile comprendere l'attività delle corrente energetiche oscillanti dell'inter-legame distogliendo parzialmente l'attenzione dallo scambio dei contenuti ed arrivare ad una percezione partecipativa dei movimenti d'insieme. In questo caso non si tratta di una percezione sensoriale del mondo esterno o di una percezione soggettiva centrata sui propri sentimenti. L'apertura percettiva all'impatto dell'attività esterna si produce attraverso la risposta che induce dentro di noi. Nel momento stesso in cui il mondo esterno ci provoca è in gioco il nostro operato perché noi partecipiamo a delle reazioni a catena. Ci troviamo così nella situazione paradossale di essere provocati e fare conoscenza di un ambiente psichico di cui, senza saperlo, siamo co-autori. Siamo, allo stesso tempo, all'interno ed all'esterno di noi stessi. Da questo paradosso nasce una forma di conoscenza. Conoscenza esperenziale del mondo psichico circostante ritmato su un'attività esterna che contribuiamo a creare e che, in cambio, ci informa sulla propria esistenza ed intensità.

•  Definisco pensiero scenico questo proto-pensiero capace di sceneggiare ed in parte prevedere le attività reciproche del legame. Questa forma di pensiero scenico, sperimentando e guidando l'inter-legame acquisisce, attraverso la molteplicità di situazioni da affrontare, una maggior capacità di previsione. Progressivamente potrà essere messa al servizio di azioni collettivi finalizzate. Come ogni azione psichica il pensiero scenico potrà essere utilizzato sia per finalità di solidarietà gratificante che per finalità di lavoro. Il valore morale dell'azione è un altro grande problema. Ma in ogni caso la capacità esperenziale di partecipazione alle forme primarie dei reciproci legami e lo sviluppo del pensiero scenico apriranno l'accesso alla consapevolezza generalizzata dell'intercausalità psichica ed ancora di più alla multi-causalità che lega gli esseri, gli avvenimenti e le cose.

Per provare a collocare questa energia plurima che lega gli individui fra loro ed a loro insaputa ho proposto di prendere in considerazione, nella prospettiva metapsicologica della seconda topica, l'esistenza di una pulsione di inter-legame che farebbe parte delle molteplici forze dell'Es, quella "pentola bollente" come Freud l'ha definita, che da impulso all'energia di ogni legame e slegatura psichica. Qui non posso sviluppare la mia concezione ma il postulato di una pulsione d'inter-legame permette di attribuire una specificità propria all'emergere della dinamica inter-pulsionale, costitutiva dei legami immediati tra gli individui. Possiamo allora pensare che gli effetti della pulsione di inter-legame si combinino con gli effetti rappresentativi della pulsione sessuale per dare forma agli scenari fantasmatici originari ed alla oro sensibilità universale. Così l'espressione del piacere e la necessità di sentirsi sufficientemente collegati per garantire la propria sicurezza dovrebbe, fin dall'origine, trovare quel dosaggio instabile e mai soddisfacente tra interiorità ed esteriorità, tra i legami desessualizzati e quelli di raggruppamento comunitario. Tutto ciò richiederebbe, ben inteso, una lunga trattazione. Qui non faccio altro che indicare questa dimensione metapsicologica.

 

Le disfunzioni dell'inter-legame.

Le disfunzioni gravi dell'inter-legame provocano disturbi di ordine psicotico. E' l'organizzazione stessa del legame permanente e reciproco con l'ambiente circostante ad essere disturbato, produce stati emozionali di angoscia più o meno profonda che intaccano il sentimento stesso di esistere.

Accettando che in ogni personalità vivono fianco a fianco una parte nevrotica ed una parte psicotica, mi sembra che nei pazienti relativamente adattati, che fanno parte del gruppo di psicodramma che ho presentato, vi sia una copertura nevrotica che li protegge da angosce d'identità più o meno profonde. L'incontro con altri rappresenta una sorta di attrazione repulsiva: attrazione e paura del mondo esterno, capace di sostegno o di distruttività. Il gruppo terapeutica rappresenta un confronto non solo con le loro problematica sessuali intrapsichiche ma anche con il legame diretto con quegli "altri" indispensabile e pericoloso

Attualmente questo m'induce a seguire non solo il clima emozionale del gruppo e le sue oscillazioni ma anche le modalità funzionali di stimolazione e ricettività esercitate da ogni individuo, a propria insaputa, al fine di partecipare o meno alla contatto ed alle modificazioni della trama emozionale gruppale del momento.

L'esercizio di queste funzioni d'inter-legame nei piccoli gruppi di terapia interroga la loro organizzazione e la loro eventuale struttura difensiva nell'ambiente originario di ciascuno.

Questa disamina utilizza sia l'osservazione diretta che la strada indiretta delle associazioni circa il clima emozionale familiare:

1. L'osservazione diretta permetterà, prestando attenzione ai momenti, agli interventi, alle reazioni, di seguire sul campo la variabilità o la staticità delle modalità di contatto e di esitamento: come ogni paziente risponde o meno alle sollecitazioni individuali e partecipa al clima d'insieme per modificarlo o renderlo immobile, che posto prende nel gruppo, come viene sollecitato o dimenticato.

•  Via indiretta: presuppongo che le caratteristiche di queste funzioni di inter-legame osservabili nel gruppo di terapia si siano sviluppate nell'ambiente primario del soggetto. Dal momento che queste assumono tonalità ripetitive-difensive si può pensare che si siano plasmate in un ambiente egli stesso disfunzionale. I sistemi emozionali instabili hanno, in questo modo, segnato profondamente le funzioni partecipative e di legame del bambino; la sovrastimolazione o il ritiro sistematico ne sono gli attuali testimoni.

Le funzioni innate di stimolazione e recettività hanno, in qualche modo, perso la capacità di flessibilità ed estensione originali. Si sono fissate in modo eccessivo e ripetitivo sulle reazioni dell'ambiente circostante non permettendo più o, non sufficientemente, l'apertura e l'attrativa indispensabile alle varie azioni e reazioni del mondo esterno. Tutto ciò è rinforzato dal fatto che le famiglie sono generalmente troppo ripiegate su se stesse. Vissuti psicotici possono apparire nei pazienti sotto forma di lamentele ricorrenti e non ben definite: l'impressione di essere inconsistente, senza colonna vertebrale, trasparente, attaccato da tutte le parti o minacciato di crollo immediato. A questi stati si unisce spesso l'idea che gli altri ci utilizzino o che sia impossibile difendersi dai loro attacchi. Da qui i sistemi di fuga o di timore persecutorio.

Per facilitare la presa di coscienza di queste strutture familiari e l'eventuale rimaneggiamento dei processi partecipativi del soggetto, facilito non solo il ricordo di personaggi familiari dell'infanzia ma anche quelli dei luoghi emozionali costitutivi della sicurezza o insicurezza del legame. Appaiono così ricordi precoci dai contorni imprecisi.

Nella seduta di gruppo che ho presentato abbiamo visto come Julie e gli altri partecipanti hanno progressivamente dato forma e parola all'opacità di atmosfere familiari gravemente disturbate. Le trame energetiche non - verbali, al cui interno ognuno è preso a propria insaputa, sono costitutive del sentimento stesso di esistere. Sentimento che richiede una certa consistenza per permettere, parallelamente, l'avventura personalizzata del desiderio e il lavoro umanizzante della simbolizzazione

Lebovici S., Diaktine R., Kestemberg e., -"Bilan de dic ans de pratique psychodramatique chez l'enfant e l'adolescent", La Psichiatrie del 'enfant, PUF, Vol.1 fascicule 1, 1958

Bion W.R. - Recherches sulr le petits groupes, PUF, 1965

Anzieu D. - Le groupe et l'incosciente, Dunod, 1975

Kaes R. - L'appareil psychique groupal, Dunod 1976

- Le groupe et le sujet du groupe, 1993

Bion W.R. - Aux sources del'expérience, PUF, 1979

Avron O. - La pensée Scénique, Erès, 1986

 

 






 

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