Narcisismo e Gruppo


ELEMENTI INDIVIDUALI E GRUPPALI NEL PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE
Romolo Petrini



 

Gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto hanno trattato il problema dello sviluppo del processo di individuazione a partire da uno stadio di autismo, attraverso fasi intermedie rappresentate da stadi diversificati di condizioni simbiotiche. Sono state riprese le concezioni elaborate primariamente dalla Mahler, poi via via approfondite da successive elaborazioni da parte di altri autori. Lo scenario proposto è rappresentato da uno spazio costituito dalla riflessione sulla situazione clinica: la psicoterapia della psicosi, dei funzionamenti psicotici.
Da parte mia, le note che vorrei proporre riguardano la possibilità di estrapolare le nozioni prese in considerazione (autismo/simbiosi/individuazione), dal contesto per il quale sono state formulate, una teoria dello sviluppo, e provare ad utilizzare tali categorie interpretative, al fine di comprendere/illuminare alcuni fenomeni con i quali tutti noi, in vario grado ci troviamo a confrontare, in stanze attigue a quelle cui svolgiamo il nostro lavoro clinico.
I fenomeni ai quali mi riferisco sono rappresentati dal vitale proliferare, in questi ultimissimi decenni, di nuove idee e teorie; alcune riformulano dalle fondamenta le teorie classiche alle quali siamo abituati. Preciso che l'ambito del quale sto parlando è quello della psicoanalisi, fondata da S.Freud un secolo fà.
I fenomeni di conservazione e innovazione, ortodossia ed eterodossia, fedeltà e rottura, hanno sempre caratterizzato lo sviluppo della psicoanalisi; si sono verificate lacerazioni nel corpus teorico della psicoanalisi, a volte ricomponibili, a volte insanabili, che hanno portato a scissioni e formazione di nuove scuole ed indirizzi; lo stesso Freud, nel corso della sua vita, è stato al centro di vivaci dibattiti tra i suoi allievi, ed egli stesso è andato via via modificando le sue teorie.

Operando una schematizzazione semplificante si può dire con S.A. Mitchell (1995, p.21) che "gli psicoanalisti si considerano impegnati ad affrontare le dimensioni universali e atemporali dell'esperienza umana, le correnti che scorrono in profondità, piuttosto che le ondate superficiali dei cambiamenti culturali e delle mode scientifiche o sociali. Per gli psicoanalisti è importante credere che vi è stata una sola rivoluzione, quella freudiana. Tutti gli altri contributi sono stati delle aggiunte lente, graduali e progressive all'opera del fondatore. Molti psicoanalisti basano la loro identità su un senso di discendenza diretta da Freud, che li lega e li rende partecipi del suo genio e della sua autorità. Per essi è importante credere che si sta scavando nelle sabbie della mente nel punto esatto indicato da Freud, con strumenti migliori, su scala più vasta, forse più in profondità, ma sempre all'interno di un ampliamento delle concezioni freudiane." Si consideri, a questo proposito, la lettera di Freud a Fliess del 21 dicembre 1899, esattamente un secolo fà, in cui egli si paragona all'archeologo Schliemann che dissotterra l'antica città di Troia. E' in questa grande tradizione che molta parte della psicoanalisi si identifica, l'archeologia della mente.
Credo che questa posizione, l'adesione ad un corpus magistrale Freud/la psicoanalisi, soddisfi pienamente un'esigenza simbiotica, valida, reciprocamente arricchente, capace di validare e dare sostanza al gruppo e all'idea che sostiene quel gruppo: i membri del gruppo sono riparati da sentimenti di odio e colpa; il vissuto di discendenza diretta da Freud, il sentimento di forza derivante dalla partecipazione al grande progetto della scoperta di Troia, la gestione ed amministrazione del gruppo, fornisce coerenza e stabilità.
Accanto a questo assunto, ed in equilibrio con esso, si sviluppa una seconda esigenza, caratterizzata da desiderio di innovazione, cambiamento; è una esigenza che sorge dalla necessità di adattare/conformare la psicoanalisi alle differenti condizioni sociali, politiche, o dalla presa in considerazione di diverse, nuove correnti filosofiche e culturali, ovvero dalle mutate insorgenze di nuove patologie, o dalla presa in carico di patologie prima non considerate.
Conseguentemente, insieme alle teorie, mutano gli obiettivi analitici. Sandler (1997, p. 2): "Dopo la seconda guerra mondiale la psicoanalisi ha visto svilupparsi al proprio interno una varietà crescente di indirizzi teorici ad opera di gruppi di analisti quali gli psicologi dell'Io, gli psicologi del Sé, i teorici delle relazioni oggettuali, i membri della scuola kleiniana. In seno a ciascuno di questi gruppi sono state proposte formulazioni differenti rispetto agli obiettivi analitici, quali: elaborazione della posizione depressiva, accresciuta coesione del Sé, raggiungimento di maggiore autonomia da parte dell'Io, sviluppo della capacità di "preoccuparsi" per l'oggetto, etc." Quindi, come si vede, siamo molto distanti, in quanto ad obiettivi, dagli scavi archeologici, dal razionalismo positivistico di Freud-Schliemann, dalla scoperta delle antiche mura di Troia.
Se è pur vero che nuove condizioni sociali, filosofiche, nuove patologie, impongono il mutare delle teorie psicoanalitiche, è altrettanto vero, però, che il gruppo degli psicoanalisti secerne al proprio interno pensieri-teorie-modelli che permettono sia di andare incontro alle nuove esigenze della realtà sia di soddisfare proprie necessità caratterizzate da autonomia, distacco, separatezza, individuazione.
Fedeltà-rottura non sono fasi in sviluppo cronologicamente ordinato, non osservano una linearità e costanza, ma si compenetrano, sono momenti diversi, creano intersecazioni e sovrapposizioni.
Simbiosi-individuazione possono essere pensate, all'interno di un gruppo, come momenti basici di funzionamento, come modi attraverso cui un processo di sviluppo si attua.
Lo svolgersi di tale processo (sono consapevole che il termine processo non é certamente il più adeguato), avviene con gradienti diversi di intensità, con accelerazioni progressive o subitanee. Ciò è legato non soltanto a quanta capacità un membro del gruppo o un sottogruppo ha nel pensare e promuovere una nuova idea, ma anche a quanta fatica comporta accettare una nuova idea.
I sentimenti connessi a questo processo possono essere improntati all'entusiasmo, all'autoidealizzazione, alla svalutazione di tutto ciò che ha preceduto.
Il gruppo che secerne nuove idee e promuove individuazione è animato da uno stato d'animo appassionato; definibile come sentimento di entusiasmo (Greenson, 1984).
L'atmosfera che circonda tale sentimento può essere di stravaganza ed espansività. I membri di tale gruppo si sentono molto buoni. C'è un senso di esuberanza e di ricchezza. L'entusiasmo é generoso. C'è disponibilità a condividere con gli altri la ricchezza che lo sostiene.
Gli altri devono essere convertiti all'entusiasmo, altrimenti l'entusiasmo stesso è in pericolo.
La forza e l'intensità che sostiene tale atmosfera è in relazione ed è determinata da due fattori connessi tra di loro: il primo fattore è relativo alla distanza che la nuova idea stabilisce con le idee precedenti, quanto più se ne separa o quanto più ne nega la validità, tanto più forti saranno gli aspetti emozionali ed affettivi che vengono posti in gioco.
Il secondo fattore, in equilibrio con il primo, è la qualità della risposta affettiva da parte dei difensori delle idee costituite: quanto più la minaccia è vissuta come disturbante e rovinosa, tanto più la risposta, oltraggiosa e improntata alla negazione, alimenterà lo stato di entusiasmo dei sacrileghi.
Numerose sono le questioni connesse all'emergere, nel gruppo degli psicoanalisti, di tali stati basici e delle fantasie corrispondenti. Si tenga presente che la persecutorietà è un ingrediente ubiquitariamente diffuso, in forme più o meno accentuate, ma pur sempre ravvisabile nel gruppo.
Posso solamente accennare ad alcune di tali questioni: la prima, che mi sembra la più rilevante, è relativa al comprendere quali sono le operazioni che il gruppo degli analisti deve compiere al suo interno per prendersi cura dei propri membri. L'altra questione che si pone, intrecciata con la prima, è relativa all'atteggiamento mentale dell'analista allorché si pone, con il proprio bagaglio teorico, ad operare analiticamente. Rispetto al primo problema, il gruppo degli psicoanalisti che si prende cura di se stesso e dei propri membri, credo di poter dire che è un compito per il quale non saprei suggerire alcuna indicazione utile; mi sembra un obiettivo affascinante ed al tempo stesso disperato. Quanto al secondo punto, equipaggiamento mentale dell'analista al lavoro, intendo lavoro clinico, penso di poter indicare una qualità, che nella mia esperienza si rivela proficua: senza arrivare alla condizione indicata da Bion, "assenza di memoria e desiderio", condizione questa che richiede una cospicua adesione ad una idea forte ed estrema, credo che una qualità utile è il disincanto, una condizione mentale che può essere sostenuta da leggerezza e assenza di fede, dimenticanza e ingenuità. Il termine ingenuità lo riferisco non ad una condizione descrivibile con il linguaggio comune: sciocco, un po' stupido, etc., il contrario di sapiente; bensì al significato derivato dall'etimologia: nascere dentro: uno stato mentale cioè che rimanda alla valorizzazione della condizione vissuta in quell'istante con quella persona.

BIBLIOGRAFIA

Mitchell, S.A., Speranza e timore in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1995.
Sandler, J., Dreher A.U., Che cosa vogliono gli psicoanalisti - Gli obiettivi della terapia psicoanalitica, Cortina, Milano, 1997.
Greenson, R.R., Esplorazioni psicoanalitiche, Boringhieri, Torino, 1984.
Bion, W.R., Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1971.

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