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L'adulto nei gruppi
con bambini e adolescenti 2 |
| IL
TERAPEUTA E IL GRUPPO D'ADOLESCENTI DEVIANTI
Cristina
Saottini
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Gli interventi di gruppo con adolescenti imputati
di reato di cui vi parlo, hanno luogo all'interno dei Servizi per
la Giustizia Minorile, nell'ambito delle attività psicologica, che
fanno parte del più ampio intervento istituzionale.
Queste attività sono volte alla comprensione del significato del
gesto deviante e all'elaborazione soggettiva del reato e dell'intervento
della giustizia.
Gli interventi sono di norma rivolti ai singoli adolescenti e alle
loro famiglie, ma possono prevedere anche un intervento di gruppo,
soprattutto nelle situazioni in cui il reato è stato commesso in
gruppo.
E' quindi evidente come il contesto istituzionale, sia fondamentale
nel determinare le caratteristiche del setting e della relazione
tra terapeuta e adolescenti.
Se, da una parte, ne costituisce il limite, dall'altra è anche un'importante
occasione, perché consente di avviare l'attivazione di una funzione
d'elaborazione del significato del comportamento deviante, sul piano
evolutivo, in un momento in cui il contatto con il sistema della
giustizia e le reazioni pubbliche al reato, richiedono, da parte
dell'adolescente, una profonda e spesso drammatica riconsiderazione
del senso del proprio agire e dell'immagine di sé.
L'intervento quindi è prescrittivo, con un'adesione non volontaria
agli incontri, il cui numero è limitato.
E' spiegato ai ragazzi che il codice di procedura penale, quando
il reato è compiuto da minorenni, prevede la conoscenza della situazione
personale degli imputati, per capire le problematiche che fanno
da sfondo alle loro azioni.
L'obiettivo che ci si propone è di rendere "pensabile" il reato
compiuto in modo, in generale "non pensato" e contemporaneamente
di sottolineare come l'interesse dell'adulto, oltre a quello più
prettamente giuridico di valutazione del reato e di somministrazione
della pena, sia quello di accompagnare l'adolescente in questo momento,
per evitare l'appiattimento nell'identità di reo, che inevitabilmente
promuoverebbe nuovi agiti, bensì per favorire la ripresa del percorso
evolutivo.
Il cambiamento nelle modalità di pensare a sé, a partire dalla riflessione
sul reato, può essere molto ampio, per quanto non implichi necessariamente
lo sviluppo di una generale capacità di insight, di una funzione
riflessiva, o di una ridefinizione complessiva dell'immagine di
sé, obiettivi questi di un lavoro terapeutico più prolungato.
Può tuttavia costituire la premessa per interventi psicoterapeutici
successivi, Come è noto, non è facile che ragazzi che commettono
reati siano interessati ad un lavoro riflessivo, la normatività
dell'intervento, quindi, può sostenere la nascita di una domanda.
Interventi brevi, che hanno il carattere di un intervento precoce,
a partire da una situazione che ha caratteristiche traumatiche,
hanno dunque una grande rilevanza.
Il compito difficile del terapeuta è riuscire ad attivare una capacità
di riflessione con ragazzi che tendono ad agire più che a pensare,
e a costruire, in un contesto così difficile, un'alleanza di lavoro.
E' inevitabile trovarsi ad affrontare sentimenti e atteggiamenti
di reticenza e diffidenza da parte loro.
Centrale è la capacità da parte del terapeuta di sviluppare una
"collaborazione" empatica ma non collusiva o giustificazionista,
per sollecitare una ripresa delle funzioni emotive che possono sostenere
l'incontro con la propria responsabilità, senza essere schiacciati
dalla colpa, che inevitabilmente farebbe fuggire in facili meccanismi
di negazione.
Credo che solo l'incontro con un adulto sufficientemente capace
di empatia, a maggior ragione all'interno di un contesto di questo
tipo, può promuovere la capacità nell'adolescente di avvicinare
le proprie emozioni e motivazioni, aprendo così anche la strada
alla percezione dell'esistenza della vittima come essere umano con
propri sentimenti.
Nel caso di reati compiuti in gruppo, bisogna in primo luogo riconoscere
il senso e il clima dell'aggregazione che ha promosso e sostenuto
il reato. Questo è possibile poiché la normatività istituzionale
dell'intervento, consente di partire dal gruppo naturale, il gruppo
dei rei.
Ogni ragazzo si rapporta con se stesso e con le proprie motivazioni,
con la "narrazione" degli eventi che fa a se stesso e agli altri,
in modo molto diverso quando è visto individualmente, a tu per tu
con l'adulto, da quando è ascoltato insieme ai suoi coetanei.
I ragazzi, visti individualmente, possono per esempio mostrare un
livello di riflessione su di sé ed una capacità di mentalizzazione
che, una volta in gruppo, sembrano perdersi nella rigidità dei ruoli
che ciascuno difensivamente assume quando è in mezzo agli altri.
Può invece accadere, come spesso accade, che la deresponsabilizzazione
rispetto ai propri comportamenti, che è affermata individualmente,
si moduli in modo meno rigido e più facilmente modificabile in gruppo,
grazie al rispecchiamento reciproco che consente di vedere negli
altri e meglio tollerare gli aspetti meno accettabili di sé.
E' comunque fondamentale riconoscere che, soprattutto in adolescenza,
i modi di esprimersi individualmente ed in gruppo, possono essere
molto diversi e che, quindi, il processo di riflessione su di sé
ha spesso bisogno di svilupparsi in uno e nell'altro contesto.
La funzione dell'adulto, in questo caso, è primariamente una funzione
di regolazione, è il portatore del linguaggio, attraverso il quale
cerca di ricostruire l'intenzione comunicativa del gesto, dando
voce alla sofferenza e al disagio che l'hanno provocato, senza perdere
in questa operazione di comprensione il suo ruolo autorevole.
Questa autorevolezza che nasce dalla legge e la rappresenta simbolicamente,
si coniuga ad un atteggiamento di attenzione alle dinamiche emotive,
alle difficoltà evolutive che sono all'origine del comportamento
deviante, condizione entrambe indispensabili per avviare un processo
trasformativo che si può definire con la formula "dal pre-logico
al logico".
Come sottolinea Fonagy, i ragazzi con tendenza all'agire, mancano
della funzione riflessiva, della capacità di cogliere i propri stati
mentali e i propri bisogni, la differenza fra sé e altro e, quindi,
gli stati mentali dell'altro, e come questo derivi dall'essere stati
a propria volta oggetto di legami incerti e disorganizzati da parte
delle figure di riferimento, che hanno misconosciuto e mortificato
la loro soggettività.
Solo un lavoro psicoterapeutico prolungato potrebbe riattivare questa
funzione in modo globale, ma anche un lavoro istituzionale, breve,
centrato sull'elaborazione di un singolo evento a grande pregnanza
simbolica, può consentire la ripresa delle funzioni evolutive, quando
non sono troppo gravemente compromesse, per questo la realizzazione
di questo ambizioso progetto non è facile e non é sempre è possibile.
Vorrei descrivervi ora una situazione clinica in cui mi sembra si
sia potuto accendere, mettere in atto positivamente questo meccanismo
che ha portato ad una profonda rivisitazione del proprio agire,
e quindi dell'idea di sé in rapporto all'altro all'interno di un
breve processo di gruppo.
Ho scelto di parlarvi di un reato sessuale, perché mi sembra particolarmente
interessante seguire l'elaborazione che ha avuto in gruppo un reato
contro la persona e non contro la proprietà, che rappresenta il
più diffuso tipo di reati degli adolescenti.
E' anche interessante per descrivere la difficoltà della posizione
del terapeuta che non solo rappresenta un adulto nei confronti degli
adolescenti, ma anche una donna di fronte a maschi.
L'abuso sessuale commesso da adolescenti è, evidentemente, un atto
fortemente traumatico, ovviamente in modo preminente per chi lo
subisce, ma anche per chi lo agisce.
Nella grande maggioranza dei casi in adolescenza vittima e abusatore
si conoscono, hanno più o meno la stessa età, condividono la stessa
realtà sociale e familiare, spesso le dinamiche psichiche di entrambi
sono complementari.
Si può dire che spesso in adolescenza, sia la vittima sia l'abusatore
condividono uno spazio ambiguo: la vittima ra-ppresenta per l'abusatore
il ricettacolo della proiezione dei propri aspetti più intollerabili,
quelli che hanno a che fare con la propria impotenza, con il proprio
non riconoscimento di sé. D'altra parte la vittima sembra talvolta
aderire alla dinamica dell'abuso, prestandovi il proprio disconoscimento
di sé, la propria passiva mortificazione.
L'abuso in adolescenza sembra quindi riprodurre quella dimensione
di ambiguità indifferenziante, di cui parla Silvia Amati, riprendendo
Bleger, a proposito del clima che caratterizza la violenza nei regimi
autoritari. La dimensione di desoggettivazione , l'incerta distinzione
tra mondo interno e mondo esterno, accomuna le vittime e i carnefici.
In adolescenza, mi sembra che questo aspetto di "riconoscibilità"
di sé nell'altro, sia la chiave di volta che porta il giovane abusante
a voler cancellare, attraverso l'atto violento, la percezione in
sé di quegli aspetti di comune disvalore, che la presenza dell'altro
gli rende manifestamente intollerabili.
Questo porta al non riconoscimento della realtà emotiva dell'altro,
che assume, quindi, in modo esplicito in adolescenza, la caratteristica
di non riconoscimento di sé e può quindi sancire un fallimento "traumatico"
del proprio processo di sviluppo.
Nell'abuso sessuale, questa negazione dell'altro e di sé, prende
inoltre la forma di negazione del corpo sessuato e l'aggressione
appare come un tentativo per mettere a tacere il proprio corpo,
che l'adolescenza fa sentire pericolosamente familiare e contemporaneamente
estraneo.
L'aggressione ha anche la funzione di mantenere, attraverso quella
che Blos chiama concretizzazione adolescenziale, l'appartenenza
ad un sistema illusorio, prelogico e preverbale, in cui l'azione
magicamente espelle gli aspetti intollerabili di sé e afferma il
proprio dominio su se stessi e sull'ambiente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, tuttavia, in adolescenza
non sempre a gesti che appaiono anche gravi sul piano umano e giuridico,
corrisponde una analoga gravità patologica nella struttura di personalità
dei protagonisti, ma sempre sono segnali della rottura dell'alleanza
generazionale e del mancato riconoscimento e sostegno da parte dei
padri (reali e simbolici) ai bisogni di valorizzazione e di riconoscimento
delle nascenti virilità ed identità sociale dei figli.
Cito Blos: "L'adolescente che ricorre alla concretizzazione, usa
l'ambiente non solo per la gratificazione degli impulsi infantili,
ma nel contempo cerca di districarsi, tramite le sue azioni, dalle
dipendenze oggettuali infantili, in breve tende ad attivare il secondo
processo di individuazione dell'adolescenza." Blos 1966
Nel caso che voglio esporre i ragazzi, più di dieci, erano stati
visti individualmente dagli operatori e ne era risultata un'immagine
complessiva di persone che non solo non riconoscevano il senso del
loro gesto, ma che anzi, attribuivano alla vittima la colpa dell'intera
vicenda, affermando che lei stessa era consenziente e quindi le
vere vittime del suo "voltafaccia", della denuncia cioè, erano loro.
Questa affermazione, che certamente suona scandalosa, riflette la
confusione sui rapporti che è tipica di situazioni come queste,
in cui spesso manca la percezione soggettiva della propria aggressività,
vissuta come un comportamento accettabile ed accettato.
In questo caso il sentimento di ingiustizia, era inoltre accentuato
dalla rabbia, suscitata dalle affermazioni, certo molto enfatizzate
e in certa misura non vere, riportate dai giornali, che in cerca
di sensazioni forti e scandalistiche, avevano usato la vicenda per
dare voce a fantasie sui gruppi di adolescenti selvaggi e brutali,
che appartengono in grande misura all'immaginario degli adulti.
Prima di incontrarli in gruppo per quattro incontri a cadenza settimanale,
le informazioni che avevo su di loro erano limitate alla lettura
dei brevi profili stesi dagli operatori che li avevano visti individualmente.
I ragazzi, quindicenni e sedicenni, erano quasi tutti apprendisti
operai che avevano completato la licenza media, due frequentavano
le superiori e uno non aveva occupazione, le situazioni familiari
erano quasi tutte senza gravi problematiche, solo una famiglia era
già conosciuta dai servizi sociali.
La vittima quindicenne, era stata compagna di classe di alcuni degli
aggressori ed era conosciuta da tutti, anche per i suoi comportamenti
sessuali disinibiti.
In un pomeriggio domenicale in cui tutti passeggiavano ai giardinetti,
senza premeditazione, due ragazzi avevano "caricato" la vittima
sul motorino dirigendosi con lei verso un altro parchetto, lungo
la strada avevano incontrato altri amici in motorino che si erano
aggregati.
Alla fine raggiunta la meta, la ragazza aveva avuto rapporti orali
con più di dieci di loro, uno a uno, mentre gli altri aspettavano
il loro turno riparati dietro una siepe, come in una sorta di cerimonia.
Si erano poi salutati come se nulla fosse. Una volta a casa la ragazza
ne aveva parlato alla madre che aveva sporto denuncia.
In seguito all'intervento della Giustizia i ragazzi erano stati
portati al Centro di prima accoglienza del Carcere minorile, consolidando
in questo modo il loro essere gruppo, attraverso l'esperienza comune
della reclusione e delle indagini preliminari.
Non era quindi un gruppo strutturato da abitudini comuni, ma un
insieme di ragazzi, chi legato da amicizia, chi solo conoscente,
trovatisi in modo relativamente casuale, riuniti da una specie di
tam tam in funzione del reato.
Ciononostante la dimensione di gruppo è stata decisiva in questa
situazione: in primo luogo ha reso possibile l'agito, poiché senza
la forza del gruppo nessuno di loro avrebbe pensato di compiere
una simile azione, ha poi dato ai suoi componenti la definizione
sociale, "il marchio", di branco, per poi fungere da sostegno e
motore per l'elaborazione del senso emotivo del reato.
Il gruppo si è inizialmente presentato ai colloqui, con me e con
un collega maschio in funzione di recorder, molto compatto e coeso,
nell'affermare che non si era trattato di un'azione né coercitiva
né, tanto meno, violenta, ma che la presunta vittima era in realtà
consenziente e si era ben volentieri e liberamente prestata a compiere
con loro questa bravata.
Quest'affermazione, che suona immediatamente rozzamente difensiva
e frutto di disimpegno morale e di deresponsabilizzazione, testimonia
tuttavia anche una fantasia, che tutti hanno condiviso al momento
del reato e che consentiva loro di collocarsi dentro un immaginario
universo di potenza virile, cioè quella che certe donne, sono a
disposizione del desiderio maschile al quale aderiscono passivamente.
Uno dei primi temi è quindi quello di cercare di capire le ragioni
per cui la ragazza poteva essersi prestata volontariamente a questo
tour de force. Per denaro no, si chiarisce subito, visto che non
l'avevano pagata.
Forse per piacere? Su questa ipotesi lavorano a lungo: magari a
lei piaceva farlo, visto che lo faceva. Qualcuno esprime in modo
scurrile le sue opinioni sul desiderio femminile, incerto tra la
voglia di far vedere che lo considera ovvio e scontato e quella
di esibire una sovrana indifferenza. Certo, ma allora, se in fondo
non si capisce cosa ci sia nella testa della ragazza, cosa a cui
peraltro non vale la pena di interessarsi, come si fa a dire che
era certamente consenziente?
Anche l'ipotesi che le piacesse perché era matta, non ha seguito,
tutti concordano nel dire che non è matta. D'altra parte anche loro
l'hanno fatto per imitare i film pornografici e alla fine, salvo
per uno che sostiene l'idea che l'ha fatto per piacere, gli altri
non sono stati tanto bene.
Se il piacere non ha avuto tanto spazio per loro, possiamo pensare
che non lo avesse nemmeno per lei. Quindi sembra proprio che il
piacere non c'entri.
Allora perché? Forse per paura? No!, tutti concordemente e senza
tentennamenti dicono che no, loro non le hanno fatto paura.
Raccontano quindi di come la ragazza li abbia seguiti; pur affermando
di "averla caricata" sul motorino, insistono sulla sua possibilità
di fuggire, se avesse voluto: non è fuggita, quindi, concludono,
le andava di restare.
Loro, invece, sì che sono stati arrestati, sono stati portati in
carcere e i genitori si vergognavano mentre loro piangevano tutti.
Loro sì che hanno avuto paura, era pieno di pericolosi extracomunitari,
sono stati minacciati.
A ben vedere, ricostruiscono, queste minacce non è che fossero esplicite,
ma un ragazzo marocchino si era tolto le stringhe delle scarpe e
questo aveva suscitato il terrore che volesse strangolarli. Poi
non era successo niente, avevano giocato a calcetto e fatto chiacchiere.
Anche con i carabinieri che li avevano trasportati in carcere, non
c'era certo bisogno di essere chiusi a chiave in macchina, comunque
non si sarebbero mossi, erano come paralizzati.
Convengono che la paura è un sentimento strano, blocca la mente,
ti fa vedere dei pericoli anche dove non ci sono, è una cosa nella
testa.
L'attesa di un evento che sai che accadrà e non puoi farci niente,
ti terrorizza, come quando erano tutti in fila davanti alla porta
del giudice che doveva decidere le misure cautelari per ciascuno
di loro, ed entravano uno alla volta e quando quello prima usciva,
quello dopo sbiancava, e prima di entrare a sua volta chiedeva "e
a te cosa ha fatto" e la risposta era sempre la stessa: "permanenza
in casa", ma loro avevano il terrore che li rimandasse in carcere.
Questo rito della giustizia, sembra riproporre, rovesciata, la stessa
dinamica del reato, il trionfo sprezzante "dell'uno via l'altro"
si è trasformato in una attesa terrorizzata.
E' proprio partendo dalla possibilità di esprimere la propria paura
e di discuterne in gruppo come vittime, che possiamo parlare della
paura che può aver provato la ragazza, anche se loro non hanno pensato
di minacciarla con violenza.
Come si può vedere l'intervento del terapeuta è consistito nell'agevolare
il confronto verbale, nel sottolineare le incoerenze della narrazione,
cercando insieme ai membri del gruppo una coerenza narrativa comune,
nella quale potessero riconoscersi, per poi arrivare a parlare delle
emozioni provate.
Quando si è tanti si fa più paura - dicono -. E ancora: "il gruppo
dà forza, in gruppo facciamo cose che non faremmo mai da soli, ma
è anche vero che in gruppo devi fare quello che decidono gli altri,
per esempio devi far vedere che fai sesso, altrimenti ti danno della
checca."
Si introduce nel pensiero comune, il senso di una propria rassegnazione
nei confronti della pressione del gruppo, che non è più solo sentito
come lo stare tutti insieme uniti da una sola volontà condivisa.
Uno di loro, il più caratteriale e forse il più disturbato, si fa
portavoce della posizione più autodifensiva in modo espulsivo (noi
siamo bravi è lei che è una donnaccia), in modo così caricaturalmente
rigido da risultare non più condivisibile da molti del gruppo, ora
più sensibili alle sollecitazioni che il gioco delle identificazioni
ha messo in atto.
La sensazione di essere oggetto delle prepotenze verbali di quell'amico,
che cerca di usarli come complici per non pensare, e di doverlo
sopportare per solidarietà, porta quasi naturalmente un altro di
loro a dire, come per gioco: "forse, come noi dobbiamo sopportare
te, anche lei c'è stata per rassegnazione." Ma poi il gioco si approfondisce
nell'affermazione che arriva da più parti: "forse lei la prima volta
lo ha fatto perché le andava e poi non è più riuscita a tirarsi
indietro. Magari le andava di farlo con uno e si è trovata a farlo
con tutti."
Si parla della sessualità, del disagio provato dopo il rapporto,
"non credo di essere colpevole di qualcosa, ma mi sentivo di aver
fatto una cavolata, me lo sentivo nello stomaco" dice uno.
Sembra che con relativa rapidità e facilità si siano messi in moto
dei processi di identificazione con la vittima che comincia a far
parte del gruppo interno al gruppo reale, "lei è un po' loro", come,
io credo, sia sempre stato, ma ora questo rispecchiamento, pur non
essendo oggetto di riflessione consapevole, non deve più essere
rigidamente negato, poiché è meno minaccioso per l'identità.
Credo che la mentalizzazione si realizzi in gruppo anche attraverso
la possibilità di sperimentare rispecchiamenti differenti tra i
diversi membri, rispecchiamento molteplice che protegge dal timore
di confondersi con l'altro, nella sua dimensione di doppio di sé.
Questo è possibile perché il terapeuta rende emotivamente percepibile
e fruibile la funzione del terzo, funzione di realtà e di protezione
dall'angoscia di perdita dei confini in uno spazio gruppale confusivo,
quale è stato quello che ha promosso il reato.
Certo i rapporti con le ragazze sono complicati -dicono- "le ragazze
sono più mature di noi, sanno parlare, anche se hanno due anni di
meno, ti tengono testa, fanno paura." Prende forma un pensiero comune,
che con le ragazze, ma non solo con le ragazze, o fai paura o hai
paura, non è tanto possibile avere incontri in cui ci siano rapporti
reciproci.
Ce chi ha una ragazza e chi non ce l'ha, chi è stato lasciato dopo
la denuncia.
Le comunicazioni personali si moltiplicano in una discussione vivace
in cui hanno posto le opinioni differenti, in un clima molto diverso
da quello monolitico con cui il gruppo aveva preso avvio.
L'incontro successivo inizia all'insegna della persecutività, inizialmente
avvertita nei miei confronti, sentita come la rappresentante del
giudice, che con sottili arti psicologiche cerca di far dire loro
quello che non vorrebbero. Il clima è teso, qualcuno sembra più
disponibile a riprendere il discorso, altri tacciono ostilmente.
La possibilità che avevano sperimentato nell'incontro precedente,
di un modo di essere insieme, non centrato sul fare ma sul pensare,
sembra averli incuriositi, ma anche sconcertati e spaventati. Dicono
di non aver mai parlato tra loro, fanno cose insieme e in queste
vanno d'accordo, ma avere opinioni diverse li mette in difficoltà,
hanno paura che poi litigheranno. "Le parole inguaiano" dicono e
io -terapeuta- sembro rappresentare il responsabile del guai.
Il linguaggio, come la sessualità, sembra la prerogativa del mondo
degli adulti, da cui i ragazzi sono esclusi e che possono solo cercare
di imitare caricaturalmente. Credo che in questo ci sia l'aspetto
dell'adulto terapeuta come una nuova figura adulta che si pone diversamente
dagli altri adulti, in quanto investe il linguaggio di significati
emancipativi, partecipa della comunicazione linguistica con loro,
la promuove e la valorizza.
L'adulto terapeuta presiede in un certo senso ad un rito, al rito
della costruzione della comunicazione.
Si potrebbe pensare ai riti iniziatici in cui era l'adulto, depositario
del segreto della tribù che rendeva possibile la continuità generazionale,
che consentiva il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, dal gruppo
dei bambini al gruppo degli adulti, mettendo a parte dei segreti
degli adulti attraverso il rito iniziatico.
Questo movimento implica l'abbandono del pensiero magico dell'infanzia,
e quindi fa paura. Il linguaggio, fa paura, come fa paura la sessualità,
come fanno paura le ragazze perché suscitano desideri e perché pensano.
Queste riflessioni, che prendono forma frase dopo frase, dal lavoro
mentale di tutti, e che la terapeuta cuce tra loro e sottolinea,
consente loro di rendersi conto che il timore di cui stanno parlando,
riguarda il perdere la protezione del gruppo. Se sperimentano pensieri
differenti al loro interno,non sono più un insieme di persone costruito
intorno ad un agito, si individuano maggiormente, perdendo la protezione
dell'ambiguità e dell'anonimato gruppale, e questo fa paura, (tanto
più adesso che si trovano esposti al giudizio pubblico.
Le differenze, allora, rompono i legami e rendono deboli e soli?
Le tensioni che sperimentano tra loro, riguardano anche la rappresentatività
delle diverse opinioni: "Io parlo solo per me" dice uno. Oppure:
"Quando qualcuno parla, lo fa a nome proprio o anche per gli altri?"
Siamo io o siamo noi?
Compare l'altro, differente da sé ma non inconciliabile, nei confronti
del quale si avverte una responsabilità fino ad allora non riconosciuta:
la preoccupazione di tradire e la paura di essere traditi, non per
volontà malvagia, ma per incompetenza nel comprendere e nel farsi
portavoce di quello che l'altro pensa e che si condivide solo in
parte.
Torna, allora, il desiderio di ricompattarsi e di risolvere le tensioni
interne, proponendosi nuovamente come vittime di un'istigazione
da parte della ragazza, anziché come autori di un danno nei suoi
confronti.
Ma l'aver potuto sperimentare una forma di responsabilità reciproca
all'interno del gruppo aiuta a parlare della responsabilità. "Se
ti rubano il motorino - dice uno - è forse colpa tua che non custodendolo
hai provocato qualcuno al furto?" O forse il prendere vantaggio
dalla situazione di debolezza altrui è segno di una mancanza di
responsabilità che riguarda chi compie il gesto, anche indipendentemente
dal danno fatto?
"Ma lei ha scelto una strada facile per avere la compagnia dei maschi",
concordano alcuni.
"Ma anche noi abbiamo scelto una strada facile" , dicono altri.
Sembra, infine, che sia possibile raggiungere un sufficiente riconoscimento
dell'esistenza della ragazza e del danno a lei inferto, in una dimensione
in cui non domina la colpa ma in cui, attraverso l'identificazione
con la vittima, trova spazio il senso della propria responsabilità.
"L'abbiamo proprio trattata come uno straccio!", affermano, quasi
tutti concordi. E di quello che ostinatamente insiste sulla propria
innocenza, dicono: "sembra che non capisca niente, è di coccio,
ma in fondo capisce anche lui", con un atteggiamento responsabile
che non cade nel facile rischio di usarlo come capro espiatorio.
Cosa si può fare adesso?
Propongo di pensare insieme a quale misura di messa alla prova potrebbe
essere proposta, ed è pensando al loro amico "di coccio" che tutti
dicono: "potrebbero costringerci a servire una donna bellissima
e inavvicinabile; oppure costringerci a soddisfare delle donne che
ci cercano solo per sesso; oppure mandarci a lavorare in un centro
per ragazze madri", in una serie di ipotesi in cui si mescolano
contrappasso e riparazione.
Il loro sentirsi sessualmente inadeguati, si dilata in considerazioni
che riguardano il generale senso d'inadeguatezza e di mortificazione,
che possono condividere.
Parlano del loro lavoro, dell'essere apprendisti di operai anziani
che li trattano in modo irrispettoso, costringendoli a lavori ripetitivi,
senza insegnare loro niente.
"Ci costringono a scopare tutto il giorno -dicono alcuni, intendendo
il lavoro di ramazza che fanno gli apprendisti- ma non possiamo
toccare un arnese senza sentirle su!"
Molti pensano che le prepotenze siano un modo inevitabile di avere
rapporti con i datori di lavoro. Qualcuno sostiene che l'unico modo
per imparare e quello di farsi "cazziare" dai più anziani, così
poi potrai diventare come loro!
Qualcuno mette in dubbio che l'umiliazione sul lavoro sia così utile,
c'é chi dice che "la paura non fa imparare". La prepotenza genera
prepotenza. Il discorso si approfondisce e fioriscono le ipotesi
per affrontare le prepotenze, senza subirle e senza diventare a
propria volta dei prepotenti.
In questo caso, il processo di mentalizzazione ha portato al disoccultamento
di un livello di umiliazione profonda, il proprio livello di abuso
da parte degli adulti che umiliano la loro soggettività e la loro
virilità nascente, portandoli poi a mettersi loro, in un'imitazione
caricaturalmente disperata, nei panni dell'aggressore. La disperazione
della nascita sociale bloccata porta alla necessità di ricorrere
difensivamente ad un acting che recuperi dallo stato di umiliazione
e di mortificazione narcisistica. Questi ragazzi sono soggetti sociali
a crescita bloccata, con padri sociali che non aiutano a nascere
e non daranno il proprio nome, ragazzi che cercano nella dimensione
di gruppo una delle soluzioni possibili.
Hanno quindi utilizzato uno strumento fase specifico, delegando
al gruppo la funzione di fare paura, sottomettere, infliggere l'umiliazione
e derespondabilizzare il soggetto. Hanno convocato il gruppo-banda,
perché avevano bisogno di convocare un interlocutore a cui delegare
la funzione di mettere in scena un'azione che rappresentasse collettivamente
la soluzione del loro problema.
Sarà, quindi, il gruppo che dovrà risoggettivizzare, rimentalizzare,
riresponsabilizzare, rendere pensabile e pronunciabile, ciò che
era stato nascosto nella disperazione di un'azione ignobile.
Dalla dimensione privata, di gruppo "nascosto dietro i cespugli",
in un rituale di affermazione di una virilità immaginaria, ottenuta
attraverso l'espulsione sulla vittima della propria angoscia di
passività e di mortificazione, rituale che ricorda nella sua ripetitività
i giochi ai videogames, il gruppo si è trovato esposto allo sguardo
pubblico e alla pubblica sanzione. Successivamente, passando attraverso
i riti della giustizia, che ha potentemente riportato sulla scena
del rito la figura adulta, é arrivato gradatamente a costituirsi
come gruppo terapeutico.
Il gruppo è diventato "parlante": gli accadimenti e le emozioni
hanno trovato uno spazio di espressione relazionale all'interno
di una azione drammatica nel senso teatrale, quindi linguistico
del termine e non come sulla "scena del delitto" come concretizzazione
di una esigenza evolutiva abortita sul nascere.
Questo percorso "dentro" gruppi che pur composti dalle stesse persone,
si sono via via trasformati nella loro struttura, ha promosso nei
membri una modificazione nella capacità di autorappresentazione.
Lavorare con ragazzi in situazioni così critiche suscita il timore
di non riuscire a sentire un minimo di indispensabile empatia, e
qualche volta questo può succedere, e implica il rischio per il
terapeuta di sentirsi istintivamente ed esclusivamente dalla parte
della vittima, soprattutto per la terapeuta donna, e quindi interpretare
il ruolo istituzionale come un'alleanza con la vittima e quindi
semplicemente stigmatizzare l'azione delittuosa, razionalizzando
l'intervento della giustizia e la sua inevitabilità.
Certamente la legittimità dell'intervento della giustizia, è fortemente
presente nella mente del terapeuta, ed informa molto il suo ruolo,
ma è una giustizia in qualche modo non contro il reo ma contro il
reato e, quindi, a sostegno della ripresa del percorso evolutivo.
Molto intensa è, anche in casi difficili come questo, sul piano
contro transferale, la possibilità di cogliere l'aspetto traumatico
e la profonda "somiglianza" tra vittima e persecutore.
Proprio la possibiltà di riconoscere questa intollerabile somiglianza,
prima non riconosciuta, in un clima di non annichilimento, ma di
sostegno al rispecchiamento e alla riflessione, clima che il terapeuta
promuove e stimola, consente di accedere ad un iniziale riconoscimento
dell'altro, della sua soggettività, della sua presenza nella rappresentazione
di sé.
Sul fronte dell'empatia: si può empatizzare quindi con loro in quanto
vittime per avvicinarli alla percezione della vittima come persona
e quindi riconoscere la propria responsabilità nei suoi confronti
senza essere esiliati nella colpa, ma accostandosi al dolore per
il proprio scacco.
La pena quindi può essere sentita come una messa alla prova, non
solo in senso giuridico, ma in senso di costruzione di un percorso
di riparazione di sé e dell'altro.
Il terapeuta regge, si potrebbe dire, lo scudo di Perseo, permettendo
ai membri del gruppo di sostenere l'impatto con la propria violenza
e la propria mortificazione, senza restarne pietrificati.
Il suo obiettivo quindi è di rendere pensato il conosciuto, per
usare (in modo forse un poco "eccentrico") le parole di Bollas,
sostenendo questo parto, consentendo che la vittima, in modo riconosciuto,
entri a far parte del gruppo, senza che questo si trasformi per
gli adolescenti in una esplosione mentale.
Il gruppo che ha condiviso questo acting, ha mostrato una straordinaria,
a mio parere, capacità nell'elaborare il significato dell'acting,
elaborazione che ha importanza sia per i processi di mentalizzazione
del gruppo, che si ricostituirà nella sua dimensione amicale su
una nuova base, sia per i processi d'interiorizzazione individuale,
sia per lo sviluppo di un senso della propria responsabilità individuale
e sociale. La mentalizzazione collettiva favorisce la capacità di
simbolizzazione individuale che sostiene la crescita.
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