L'adulto nei gruppi con bambini e adolescenti 2

FINZIONE E REALTA' PER LA COPPIA TERAPEUTICA
Maria Iole Colombini

Te ne prego, buon Mercuzio, ritiriamoci: 
la giornata è calda, i Capuleti sono fuori di casa e, se ci 
incontriamo,non potremo evitare una rissa; poichè in queste 
giornate di caldo il sangue, inviperito, ribolle 
(Shakespeare, Romeo e Giulietta III,1,1-4)


Quando i servi dei Capuleti incontrano quelli dei Montecchi, c'è come una tacita convinzione che avrà luogo uno scontro; sembra anzi che lo scopo dell'incontro sarà quello di combattere. Sin dalla prima scena dell'atto che presenta la contesa tra le famiglie rivali viene brillantemente evocato un mondo associato con la pubertà e con l'inizio dell'adolescenza (Copley, 1992). Giulietta: ha 13 anni, Romeo 17. Il dialogo di parte dei loro compagni suddivisi in due gruppi, al di là delle pesanti allusioni sessuali, il significato di alcuni giochi di parole fa riferimento alla genitalità, legata alla potenza aggressiva, che cerca di possedere piuttosto che amare. 
Dobbiamo alle psicoanaliste Beta Copley e alla Rustin l'analisi delle difficoltà di pensiero e dei significati delle dinamiche relazionali tra i protagonisti del dramma di Shakespeare.
Senza prendere realmente atto dell'odio esteso all'esterno dei loro gruppi di appartenenza, ai Capuleti e ai Montecchi creano uno spazio, la scena della lotta, in cui idee di guerriglia o di fuga rispetto al rischio di affrontarla possano essere trasformate simbolicamente per consentire all'amore di nascere dal caos deforme. 
Gli scambi suggeriscono la presenza di quello che Bion ha chiamato "gruppo in assunto di base attacco/fuga" descrivendo uno stato mentale comune secondo il quale tra gli scopi dello stare insieme in gruppo può esserci quello di combattere qualcuno o di fuggirlo. In tale situazione i punti di vista rivali vengono strenuamente combattuti, spesso con l'emergere di vinti e vincitori, mentre la capacità di pensare spesso sembra perduta. 
Un corpo dirigente, nel senso della presenza di un setting, di uno spazio contenuto e di un leader, potrebbe evitare questo compito, di lotta o fuga, dando l'impressione di favorirlo (Bion, 1970). Si tratta di una ipotesi di leadership con funzione di collante per un insieme di individui, le cui le emozioni possono essere pensate e le angosce contenute. Gli eventi esterni vengono introdotti nel gruppo costruttivamente, elaborati e collegati agli avvenimenti al suo interno, con il rischio di usarli come mezzi di fuga rispetto alle emozioni presenti in uno specifico momento.
La mentalità di un gruppo che inizia a narrarsi la sua storia potrebbe partire da qui.

Premessa alla dinamica di gruppo

Nell'approccio alla dinamica dei gruppi il problema centrale cui cercava di rispondere Freud era quello del legame che tiene uniti più individui.


* Comunicazione presentata presso La Casa della Cultura nell'ambito del Convegno 'Il gruppo, il bambino, l'adolescente', Milano 2001
° Psicologa, Psicoterapeuta, Socio e docente PsiBA, socio S.P.G.E.A., Leader accreditato AMIGB (Associazione Medica Italiana Gruppi Balint)
Bion ritiene che ogni gruppo sia soggetto a spinte emotive apparentemente oscure, che lo portano ad agire secondo dei filoni predeterminati definiti assunti di base. Un assunto è l'attacco-fuga, gli altri due sono la dipendenza, che comporta l'aspettativa di essere sostenuti da un 'leader' e l'accoppiamento, basato sulla convinzione che lo scopo del gruppo sia quello di produrre un 'salvatore'. Un gruppo in assunto di base non è in grado di sviluppare il pensiero, mentre come modo di azione usa il linguaggio già esistente predeterminato. Bion distingue simili gruppi in assunto di base dal 'gruppo di lavoro' la cui funzione "consiste essenzialmente nel tradurre pensieri o sentimenti in un comportamento adatto alla realtà" con caratteristiche "simili a quelle che Freud attribuì all'Io" (Bion, 1970,b).
La terapia di gruppo ad orientamento psicoanalitico si è sviluppata con un grado di somiglianza con le teorie bioniane. Secondo l'approccio di Foulkes "tutte le comunicazioni e tutti i rapporti sono visti come parte di un campo totale di interazione: la matrice di gruppo" (Foulkes-Anthony, 1957).
Per Kaes (1982 b) l'analista di gruppo è definito dalla doppia capacità di essere solo e in gruppo, mentre ogni individuo partecipante utilizza il gruppo per sviluppare se stesso. Tutto quello che succede nello spazio della seduta appartiene al gruppo in cui viene stimolato un graduale passaggio dall'intersoggettivo all'intrapsichico.
Secondo questo approccio i contributi dei membri di un gruppo vanno considerati nel loro insieme e i terapeuti cercano interpretazioni sulla dinamica 'qui e ora' nella situazione di gruppo come insieme (Sutherland, 1985). 


La funzione dell'adulto facilitatore nella fase di costituzione del gruppo

Secondo un linguaggio metaforico il ruolo del terapeuta, nelle prime fasi di costituzione di un gruppo, assomiglia a quello di un ragno che tende la tela. I diversi fili, le connessioni, gli incroci corrispondono a differenti modi di pensare, a diversi funzionamenti mentali e a diverse emozioni che l'esperienza di gruppo dà l'opportunità di percepire. Ma il ragno-terapeuta tesse la tela insieme ad altri simili che con il loro contributo ne estendono la trama, la rinforzano o la indeboliscono. Tale immagine sottolinea l'idea che il gruppo non venga definito solo dal fenomeno di riunire persone in uno spazio, ma rappresenti una conquista graduale ed impegnativa. 
Quando un terapeuta comincia a pensare ad un gruppo, nella sua mente "si concretizzano" i potenziali membri. Nella fase di preparazione si porrà quesiti inerenti alla struttura dei soggetti, alla fascia di età, alla qualità delle loro relazioni. Se si tratta di adolescenti, facilmente si chiederà se essi siano individui incapaci di partecipare ai normali gruppi sociali dell'adolescenza o giovani che partecipano attivamente alla vita sociale, candidati 'naturali' per diventare membri di un gruppo.
Se prendiamo in considerazione i bambini, la terapia di gruppo riesce ad andare incontro al bisogno infantile di possedere "un piccolo spazio, a poca distanza dal mondo degli adulti, ma protetto, dalla presenza di un adulto che si pone con una peculiare modalità di relazione con loro" (Baruzzi, 1990). Si tratta, per i bambini, di ricreare il mondo degli adulti, dandogli un proprio assetto originale ed esclusivo che può funzionare in quanto le loro angosce vengono in questo spazio contenute. In latenza il gruppo di bambini si costituisce in presenza dell'adulto: si può dire che i bambini per crescere hanno sempre bisogno dello sguardo di altre figure che assumono una funzione di specchio, simile a quella di una madre disponibile e attenta. 
Nell'incognita della nuova situazione bambini e adolescenti facilmente riconoscono gli altri partecipanti, agganciandosi alle proprie relazioni interiorizzate, mentre gli atteggiamenti degli adulti assumono nel gruppo terapeutico la funzione di facilitare la comunicazione tra i membri. Si tratta di nuove figure, con ruoli da essi non riconducibili a quelli svolti nella vita di tutti i giorni da familiari o da insegnanti, ma in grado di favorire nuove rappresentazioni (data la messa in atto di nuove possibilità di relazioni).
L'inizio di un lavoro di gruppo implica per i partecipanti facilmente l'angoscia di perdere la propria individualità, che nel caso di adolescenti può essere particolarmente significativa. La mente inconscia di gruppo, che è il risultato e il contenitore dei contributi dei singoli partecipanti, comporta la tendenza a dare risposte alle sollecitazioni su base emotiva, non filtrate dall'Io. Quanto più il gruppo funziona secondo la mentalità primitiva, tanto più può limitare la libertà delle persone, richiedendo che si adeguino ad un certo funzionamento collettivo. Un adeguamento che viene richiesto sia nel pensiero che nelle emozioni.
Il contenimento delle angosce si ottiene tramite il setting, la presenza dei conduttori ed il loro stato mentale. Si tratta di un movimento che può essere attivato tramite l'intervento interpretativo, raro nei gruppi di bambini, dove trova maggiore spazio il gioco e la sottolineatura di quanto avviene. Il conduttore dovrà entrare in risonanza con i fantasmi dei partecipanti ed essere in grado di distaccarsene, sviluppando un pensiero legato alla mente di tutti. Tale processo favorisce l'attivarsi di una area di simbolizzazione indispensabile affinchè il processo di gruppo si costituisca e prenda forma. 
Bion ci ha stimolati ad individuare i modi in cui le emozioni possono passare tra i membri di un gruppo in un setting clinico e possono essere redistribuiti tra loro. La descrizione di quanto avviene, la sottolineatura dei passaggi più significativi o dei silenzi realizza una sorta di movimento oscillatorio. Tale flessibilità piazza il terapeuta nella posizione di essere alternativamente fuori e dentro nella mente inconscia del gruppo a seconda del movimento in atto (Chapelier, 1985). E' possibile per lui assumere una funzione materna di accudimento e una funzione paterna che tende a limitare e contenere. 
In questo lavoro viene presentata la situazione creata da due "tessitori" con funzione di coppia conduttrice in gruppi di soggetti in età evolutiva condotti con il modello dello psicodramma psicoanalitico.

Perché la coterapia ?

Rispetto al modello di conduzione del gruppo da parte di un solo leader, nel gruppo che si basa sulla coterapia ci sono più possibilità di giocare aspetti diversi. E' quanto ho potuto realizzare nelle mie diverse esperienze come conduttrice di gruppi di bambini ed adolescenti.
In precedenza avevo condotto diversi gruppi a termine in ospedale, con bambini ed adolescenti affetti da patologie croniche. Si trattava di esperienze di solitaria leadership, per gruppi omogenei con obiettivi di tipo focale. L'idea di affrontare un gruppo terapeutico mi spaventava. Quando la conduzione di gruppi terapeutici di bambini stava diventando per me una realtà vicina e possibile, la tendenza ad enfantizzarne gli ostacoli ed i rischi di fallimento mi ha permesso di riconoscere il mio timore di entrare in questa nuova dimensione. La disponibilità e l'interesse di un collega in giovane età e con una più breve esperienza formativa, mi è sembrata un'opportunità da utilizzare. Mi ero potuta documentare sul fatto che tale asimmetria nella formazione dei due leader viene considerata una situazione ideale per mettere in atto una coterapia anche nella esperienza di alcuni terapeuti di gruppo anglosassoni, che l'hanno usata però raramente. Molti di essi, in particolare Slavson, avevano molte riserve rispetto a questa tecnica di conduzione, considerata troppo complessa per la elaborazione delle reciproche proiezioni all'interno della coppia. 
Nella consultazione abbiamo potuto dividerci l'impegno per i colloqui: uno vedeva i genitori, l'altro i bambini e poi si mettevano insieme le informazioni. Negli incontri iniziali di gruppo bisognava sempre ricordarsi e tenere conto del legame dei membri del gruppo nascente che avevano avuto un rapporto precedente di natura diversa con uno di noi due. L'esigenza di un rapporto esclusivo e la sofferenza per il sentirsi 'mescolati' agli altri venivano spesso palesate tramite la ricerca di maggiore vicinanza o di contatto fisico o attraverso la maggiore difficoltà di qualcuno ad inserirsi nel gruppo dei pari, per una sorta di dipendenza predeterminata con il terapeuta conosciuto.
La scelta di lavorare affiancati nel gruppo traeva anche origine dalla consapevolezza che bambini ed adolescenti sono soggetti con una forte tendenza a passare all'atto. Si poteva prevedere che l'essere in due potesse rispondere all'esigenza all'interno del gruppo di bloccare quei soggetti, che potevano fare cose pericolose e farsi del male, agendo con aggressività o violenza. Con i bambini abbiamo potuto sperimentare che entrare in risonanza con le loro emozioni non escludeva, nei frangenti più difficili, anche un nostro passare all'atto, grazie ad interventi tempestivi che avevano la funzione di un contenimento fisico. Anche con gli adolescenti ci sembrava indispensabile porci, come coppia verso la quale loro avrebbero 'agito' le istanze tipiche dell'età all'interno del gruppo. Stava ai ragazzi scegliere la distanza ideale per meglio individuarsi e separarsi da noi, in quanto modelli adulti di riferimento.
Secondo quelli che l'hanno a lungo sperimentata la coterapia permette di offrire ai membri del gruppo un'immagine di coppia che rinvia facilmente ad una modalità di funzionamento familiare e si pone come base per ulteriori identificazioni (Privat, Quelin, Souligaux, 2000). 
Nei bambini abbiamo spesso potuto percepire sulla nostra pelle il loro desiderio di dividere la coppia terapeutica, intesa come coppia di genitori, mentre negli adolescenti era spesso evidente la loro tendenza a porsi come insieme o sottogruppo contrapposto a noi adulti ( si può dire che il gruppo degli adolescenti si costituisce contro gli adulti).
Successivamente, nel corso dell'esperienza, ho potuto riflettere come la mia necessità di essere affiancata da un partner nella conduzione del gruppo fosse sicuramente legata alle angosce suscitate dal gruppo stesso. Mi sembrava impossibile immaginarmi unica testimone e leader con funzione protettiva contro i fantasmi di frammentazione e di annientamento così spesso associati alla rappresentazione del processo di gruppo in atto. Mi sembrava irrinunciabile l'idea di poter essere sostenuta da un partner nelle fasi difficili o di stallo.
Per qualche tempo abbiamo lavorato con bambini ed adolescenti in due diverse strutture private, sperimentando così il diverso significato di essere in coppia con soggetti appartenenti a fasce di età differente.
Con gli adolescenti il metodo di lavoro di gruppo è particolarmente efficace per far fronte a processi di frammentazione e proiezione delle proprie istanze pulsionali sugli altri; una riunificazione di tali parti è favorita dal processo di regressione che permette ai partecipanti di percepirsi come unità. Per alcuni psicoterapeuti che conducono gruppi l'adolescente viene definito come un individuo sospeso tra l'identità familiare e l'identità sociale e rappresenta " un lungo lavoro di costituzione del soggetto per far emergere l'identità personale, che ha come momenti essenziali, ma non esclusivi, le funzioni gruppali fondanti l'articolazione Sé-altro" (Munelli, 1999). I timori rispetto ad una vicinanza intollerabile con la coppia dei terapeuti che evoca la coppia parentale, da cui iniziano a prendere le distanze, o di una fusione con la mente dell'insieme gruppale, possono stimolare il costituirsi di un'alleanza tra pari. In tal senso si può assumere che il modello di trattamento ha una funzione di contenimento nel raccogliere e pensare le loro proiezioni, oltre che nel fornire quelle interpretazioni che risultino utili al processo di gruppo (Sacco, 1993). 
L'obiettivo ambizioso che ci eravamo posti era di aiutare i membri del gruppo a diventare più consapevoli di se stessi e dei propri bisogni. Con i diversi interventi di sottolineatura di gesti, atteggiamenti, movimenti e di osservazione o commento sui toni usati e sulle parole cercavamo di cogliere e trasmettere ogni messaggio in modo significativo per tutti i presenti nel luogo dell'incontro, evitando un'attenzione individuale focalizzata, con la consapevolezza sia della funzione circolare dell'esperienza, sia della sua dimensione temporale nel hic et nunc della seduta.. Era così possibile mostrare come ogni contributo di un membro poteva servire a trasmettere l'emozione espressa nel gruppo, percepito come insieme. 
La presenza di una coppia di terapeuti non rappresenta solo la possibilità di uno schermo protettivo delle conflittualità edipiche ma un legame tra due individui legati da reciproche interazioni inconsce che può avere l'effetto di un vissuto difficilmente rimovibile in quanto esistente nella realtà. L'attività psichica inconscia della coppia assorbe una gran parte del suo investimento ma soprattutto rischia di essere il punto di evocazione di difese arcaiche sia per i terapeuti sia per i membri del gruppo, mirate a proteggere da intense attività pulsionali che possono ricadere sul comportamento del gruppo stesso. Si tratta di difese particolari in funzione dei differenti livelli fantasmatici (arcaici o edipici) esistenti in una fase del processo di gruppo. 
Possiamo domandarci da che cosa è occupata la mente della coppia. Ho potuto percepire che fra le nostre menti esisteva uno scambio comunicativo, come terreno d'incontro la cui struttura profonda era organizzata da identificazioni proiettive reciproche. Ciò implicava la formazione di uno spazio terzo, campo comune di energie emotive da esplorare, come in seduta individuale può verificarsi quella "dilatazione mentale che favorisce nuovi pensieri" (Bezoari, 1991).
L'analisi del controtransfert è una necessità permanente per valutare i diversi movimenti del gruppo e l'impatto dei molteplici transfert attivi nel gruppo. Nel caso della coppia, si assiste spesso alla notevole difficoltà ad analizzare le controreazioni, il controtransfert e l'intertransfert. Spesso il blocco del processo del gruppo rinvia al punto cieco dell'analisi intertransferenziale. 
Decobert-Soulé (1984) sottolineano come una conduzione terapeutica a due possa essere guastata da una analisi troppo approfondita delle implicazioni inconsce che legano i due terapeuti. Noi, come partner, eravamo messi di fronte alla possibilità di evocare, in una dimensione esterna al gruppo, il nostro rapporto nel contesto della supervisione, rigorosamente di gruppo, negli spazi ricavati a fatica per una verifica delle esperienze emotive che potevano essere arrivate alla coscienza. Di fatto i nostri scambi ci permettevano di definirci anche come soggetti appartenenti da un gruppo esterno rispetto a quello dei ragazzi. Il poter elaborare insieme, successivamente alle sedute, in uno spazio e tempo definiti, una riflessione clinica e teorica ha rappresentato per noi una non trascurabile risorsa. Si trattava per noi dello scambio sulle esperienze emotive, sulla possibilità di teorizzare, partendo dall'esperienza concreta della seduta. Quando non abbiamo potuto mantenere questo spazio il nostro lavoro sicuramente ne ha risentito. Diventavamo figure misteriose, reciprocamente impermeabili che si muovevano nella scena del gruppo, come alieni intrappolati in una navicella dal funzionamento misterioso.

La funzione di contenimento in un gruppo di adolescenti: il gioco delle parti

Il posto occupato dai membri di un gruppo nella mente dei terapeuti è fin dall'inizio fondamentale per la dinamica che va attivandosi. I terapeuti, favorendo l'espressione delle angosce presenti all'interno del gruppo e utilizzando il loro controtransfert, offrono un contenimento riflessivo e la possibilità di una elaborazione. E' facile percepire la paura vissuta dai ragazzi che i terapeuti non siano in grado di tenere in mente ciò che viene offerto al pensiero comune. Si tratta di una paura spesso mascherata da un loro atteggiamento oscillante tra l'apparire e il nascondersi tramite giochi di parole, basate su emozioni, ricordi, pensieri, gesti che definiscono la loro condizione di essere dentro e fuori dal gruppo. L'esperienza di gruppo funziona come contenitore comune in grado di raccogliere "aspetti per ciascuno diversi dell'identità individuale, in un gioco di riflessi e rimandi speculari." (De Polo, 1996). Essa funziona, sia per i ragazzi che per i conduttori del gruppo, anche per quando 'si è fuori' dalla stanza in cui ci si riunisce una volta la settimana, cioè nell'ambiente di tutti i giorni.. 
L'esperienza dello psicodramma fornisce l'occasione di giocare con cose vere/ non vere (vere per l'inconscio, non vere per la coscienza) e nei partecipanti facilita lo sviluppo delle funzioni difensive. "Lo psicodramma non è il teatro, semmai è la rappresentazione di un teatro privato: come un luogo in cui le norme sociali sono sospese e ciascuno si è messo nella condizione di ritrovare il proprio desiderio" (Gerbaudo, 1988). A livello simbolico attraverso il gioco l'esperienza psicodrammatica favorisce la trasformazione dei movimenti psichici in immagini (Sacco, 1995).
I partecipanti chiedono ai terapeuti di essere spettatori di "gesta", storie, rappresentazioni, comunicazioni, di diventare depositari della memoria comune, di funzionare da contenitore e specchio dei sentimenti più intensi e meno gestibili. Le energie della coppia vengono spese nel riuscire a comprendere il messaggio e nel fornire un senso all'esperienza condivisa (Sacco, 1993). Anche nella nostra esperienza di coppia in molte occasioni le parole sembravano cadere nel vuoto, soverchiate dalle grida, dal chiasso o dall'apparente disinteresse mentre il gruppo nel tempo mostrava d'aver colto con precisione il senso dei commenti più efficaci, che nella seduta erano parsi del tutto inascoltati dai ragazzi.
Esempi clinici tratti dall'esperienza con gruppi di ragazzi all'inizio dell'adolescenza condotti secondo il modello dello psicodramma psicoanalitico vengono presentati come riflessione della coppia. L'attenzione è focalizzata sul contenuto delle storie, rispetto ad aspetti che possono rappresentare un'ottica di osservazione della dinamica del gruppo.
· l'angoscia attivata all'inizio della costituzione di un gruppo 
· la dinamica gruppale sollecitata dallo scarto generazionale 
· l'angoscia per il rischio di disgregazione del gruppo
· la ricaduta sul gruppo del rapporto della coppia di conduttori con l'istituzione


Angoscia attivata all'inizio della costituzione di un gruppo *

Prima seduta. Gruppo di 6 ragazzi di età dai 13 ai 14 anni; sono presenti 4 ragazzi (3 femmine -Clara, Silvia, Maria- e 1 maschio - Sergio), assenti Manuela e Salvatore.
Entrano e si siedono uno accanto all'altro, avvicinano inizialmente le sedie in cerchio, sembrano raggruppati nel far fronte alla nuova situazione ed alla presenza della coppia di terapeuti. Dopo aver chiesto come mai dei ragazzi mancano a questo primo incontro, sembrano come tranquillizzati per il fatto che oggi sono malati e che hanno assicurato di partecipare al gruppo nelle prossime sedute. Dopo le consegne e la nostra proposta di raccontare una storia e di giocarla insieme, una ragazza suggerisce come 'luogo' una spiaggia dove dei ragazzi fanno amicizia, un'altra suggerisce che l'incontro tra ragazzi potrebbe essere favorito dall'amicizia dei genitori. I loro 'genitori reali' sono riuniti in una stanza del piano inferiore in un gruppo, condotto secondo un metodo mutuato dal modello Balint, dove possono affrontare e discutere diversi aspetti della loro funzione genitoriale.
La storia: Una ragazza figlia dei gestori di un lido, si trova con i genitori al mare in vacanza. Al bar incontra un'altra ragazza con cui fa amicizia. Poi insieme vanno a ballare in discoteca e conoscono altri due ragazzi. Trascorrono l'estate insieme, si salutano e alla fine si scambiano gli indirizzi. Il padre della protagonista viene descritto come un rompiscatole che fatica a concedere libertà alla figlia, mentre sua madre tenderebbe a mediare tra il desiderio della figlia, la severità del marito e la sua esigenza di controllo. 
I personaggi. 1° ragazza : Clara, madre proprietaria lido : terapeuta donna, padre barista : terapeuta uomo, 2° ragazza : Maria, 1° ragazzo : Silvia, 2° ragazzo : Sergio. 
Messa in scena. Si gioca l'incontro iniziale sulla spiaggia: le due ragazze vorrebbero rappresentare un malinteso tra loro dovuto al fatto di essersi inizialmente sbagliate sul luogo dell'incontro. Dobbiamo fermare il gioco ed osservare che questo malinteso che loro inventano durante la messa in scena, non era stato 'raccontato' nella fase iniziale. La regola, infatti, consiste nel 'giocare' le nostre parti con fedeltà rispetto alle sequenze e ai temi della storia. 

* Il materiale clinico presentato in questa comunicazione è stato registrato ed elaborato insieme al coterapeuta dott. Piergiorgio Tagliani, psicologo, specializzando presso il Psiba

La ripresa del gioco non migliora il loro atteggiamento: Clara e Maria si scrutano a distanza, bloccate, irrigidite e sembrano non riuscire a trovare un modo tranquillo per conoscersi e fare amicizia. Il mio collega rende bene nel ruolo del padre rompiscatole, ripetendo più volte che non è d'accordo sull'uscita della figlia; in discoteca alle due ragazze si avvicinano Silvia e Sergio, anch'essi un po' impacciati, che impersonano i ragazzi che desiderano conoscerle. 
Dopo che, per proteggersi dalla giornata troppo calda, Clara ha proposto di "spostarsi all'ombra", tutti si collocano in un angolo della stanza nella scena del gioco, il più lontano possibile da noi che facciamo del nostro meglio, come fossimo una coppia di genitori reali, realmente preoccupati, che si chiede, cosa starà facendo a quest'ora la figlia. 
Dopo una puntata in discoteca, i ragazzi si mettono in un cerchio dove creano un'intimità da cui siamo chiaramente esclusi. 
I ragazzi, nella finzione resa possibile dal gioco, riescono a fare quello che nella nuova dimensione del gruppo li aveva inibiti e bloccati: si presentano, inventando la loro età, la classe frequentata, gli interessi: si tratta di un gioco di finzione che rispecchia la loro realtà, cioè il desiderio di conoscersi e di confrontarsi.
Commento: i ragazzi hanno cercato un contatto, tramite il distanziamento reso possibile dalla messa in scena. La distanza da 'genitori' che vengono inclusi nel gioco ma in uno spazio separato, offre loro l'opportunità di rappresentare una dimensione segreta intima dove essi riescono a trovare una distanza accettabile dai due adulti presenti. 
Nella messa in scena è stato possibile 'far finta' di essere genitori con ruoli diversificati, rappresentando funzioni parentali differenziate, come quella di una madre tollerante e mediatrice e quella di un padre rigido e limitante.

· Dinamica gruppale sollecitata dallo scarto generazionale 

Seduta n° 7, presenti 4 ragazzi. Oggi come tema viene proposta una gita scolastica. La discussione sulla destinazione del viaggio, lo sviluppo degli eventi e la scelta dei personaggi è lunga e laboriosa. Si arriva a concordare di giocare la scena del viaggio e dell'arrivo in albergo. I personaggi sono caratterizzati e descritti minuziosamente: c'è 'il secchione' che durante il viaggio ripassa sul vocabolario alcune parole, 'il grassone' che mangia patatine per tutto il tempo, 'l'ipersocializzato' che si alza continuamente e disturba i compagni con le sue chiacchiere, due insegnanti con atteggiamenti differenti nei confronti degli errori e delle trasgressioni degli allievi. I ragazzi vorrebbero assegnarci dei ruoli precisi scelti da loro, contravvenendo ad una regola conosciuta da tutti i membri del gruppo. Pensano più a 'come dovremmo essere' noi terapeuti che a scegliere i loro ruoli; alla fine rimane non assegnata la parte di un insegnante-accompagnatore, descritto come 'indulgente' e quello del ragazzo 'grassone' impacciato. 
Nella messa in scena, nel ruolo dell'insegnante indulgente, mi accingo ad aiutare lo studente "grassone" impersonato dal collega che si incastra, secondo copione, nelle porte del pulman. L'insegnante più severa, impersonata dalla ragazza narratrice, si inquieta e lo rimbrotta senza pietà per la sua sbadatezza. Mentre io propongo agli altri di aiutarlo, ai miei goffi tentativi di stimolare una loro solidarietà i ragazzi ridono e, nel contesto della finzione scenica, sembrano portati ad utilizzare la situazione critica di un personaggio loro pari, per sottolineare la condizione critica dell'attore-leader del gruppo.
Commento - Impersonando quel ruolo, mi era sembrato quel giorno di rispondere all'esigenza del gruppo di una funzione materna di cure e di accudimento, ma in realtà la mia finzione suscita nel gruppo difese di tipo maniacale (il riso dei ragazzi) e la loro incapacità sulla scena a muoversi in aiuto dell'incidentato. 
In questa seduta sentiamo indebolita la nostra funzione genitoriale: nel gioco la parte debole era impersonata dal collega, ma la mia richiesta ai ragazzi di una sorta di 'alleanza alla pari' li ha fatti reagire negativamente, in quanto sembrava capace di modificare l'equilibrio bilanciato tra sottogruppi diversi, i pari e la coppia di adulti. Il messaggio che oggi il gruppo ci ha trasmesso sembra comunicare: 'Per chi ci prendete? Non abbiamo di certo bisogno di aiuto, noi!'. In una fase in cui tenderebbero a non riconoscere una dimensione adulta, data dalla differenza di età e di esperienza non riescono a fingere ed a giocare con spontaneità. 

Angoscia attivata dal rischio di disgregazione del gruppo

Angosce presenti nei membri del gruppo sulla capacità dei terapeuti di contenere possono a volte essere legate a particolari emozioni. L'effettiva assenza dei membri alle sedute o la paura dell'assenza provocata da un ritardo, può essere intesa da tutti come un segno della mancanza di potenziale espressivo nel gruppo, che porta alla disperazione e alla paura condivisa che il gruppo si disintegri. Si tratta di una angoscia per la sopravvivenza del gruppo unita al timore che la coppia non riesca a contenerla.

10° seduta nello stesso gruppo di 6 adolescenti di 13/14 anni; si svolge nella seconda settimana di dicembre.
Manca Manuela, la ragazza più trainante del gruppo ed anche la più avanti per le caratteristiche somatiche e gli atteggiamenti apparentemente maturi e disinvolti. Oggi non ha voluto partecipare ed è rimasta fuori dalla stanza ad attendere la madre. All'inizio della seduta percepiamo l'imbarazzo ed il disagio di tutti ed un'emozione condivisa che attribuiamo alla sua assenza o meglio al suo rifiuto di partecipare alla seduta del gruppo, reso a tutti visibile dalla sua presenza 'fuori' dalla stanza. Clara, che si è sempre posta come sua antagonista, ridacchia e mordicchia le unghie. Salvatore è agitato, esplora le sue tasche, rovesciandole come alla ricerca di oggetti misteriosi che non riesce a far apparire. Osservo il mio collega che sembra partecipare al senso di minaccia che aleggia sul gruppo e forse non avverte con la mia stessa intensità l'esigenza di pensare ad un aiuto. Mi sento indotta a riempire il vuoto con un intervento che mi sembra utile in quella fase iniziale di seduta e successivamente, discutendone con lui, riconosco come un mio movimento difensivo. Ricordo ai ragazzi che avremo solo una seduta prima di Natale. La mia uscita è sollecitata sicuramente non solo dall'imbarazzo del silenzio e del senso di vuoto creato dall'assenza della ragazza leader, ma anche dalla mia difficoltà di affrontare un sentimento di impotenza. Grazie all'intervento di un narratore che pare aderire al mio implicito invito, il gruppo si attiva e tesse una trama in armonia con il periodo prenatalizio. 
La prima storia. Dei ragazzi dormono mentre Babbo Natale e la Befana cercano di entrare in casa attraverso la cappa del camino. Essi, avvertendo nella notte degli strani rumori, si alzano per acchiapparli, ma senza successo. Babbo Natale è un po' grassoccio e la Befana, per aiutarlo, deve spingerlo su con un manico di scopa. I genitori si alzano a loro volta e vanno verso l'albero di Natale accanto al quale si trovano i pacchetti di doni, già aperti dai ragazzi che, per la curiosità, non sono riusciti ad attendere il mattino. Noi terapeuti ci troviamo ad impersonare i ruoli di Babbo Natale e della Befana. 
La seconda storia inventata in questa seduta si svolge in montagna dove un ragazzo un po' imbranato cade, sciando, in una buca, dove si trovano due mostri congelati. Dopo la prima caduta riesce ad uscire ed a raccontare l'avventura agli amici; alla seconda caduta, i due mostri si sciolgono e animandosi iniziano a rincorrerlo mentre lui scappa lungo dei sotterranei.
Dopo questo racconto e la messa in scena, un profondo silenzio si abbatte sul gruppo, che sembra esprimere un senso di depressione che sentiamo legato alla assenza di M.: i ragazzi controllano gli orologi e, manipolandoli, fanno suonare varie musichette. Noi non comprendiamo cosa stia succedendo, se non che ora siamo noi ad essere esclusi dai loro rituali. Ne abbiamo conferma quando le due ragazze iniziano a parlarsi con un linguaggio muto gestuale. 
Commento: Riflettendo sulla prima storia, sembra che i personaggi Babbo Natale e Befana, portando avanti dei loro misteriosi piani cui gli altri non hanno accesso e non lasciandosi afferrare dai ragazzi, rappresenti una coppia che riesce a definire uno spazio separato, in cui i figli non possono entrare, simbolizzato dal camino. Ci si potrebbe arrischiare a riconoscere nei ragazzi un tratto di invidia per una presunta 'cena condivisa' dai terapeuti e la gelosia per altri figli, che aspettano nelle case il loro ingresso da altri camini.
La metafora dei ragazzi che, sfuggendo alla guida dei grandi, prendono l'iniziativa di aprire anzitempo i pacchetti prima di Natale sembra sottolineare sia bisogni infantili (l'albero di Natale, i pacchetti dei regali), sia l'esigenza di differenziarsi e di emanciparsi dal mondo degli adulti (aprire i pacchetti, trasgredendo le consegne dei genitori). Il tutto in un contesto di infanzia protetta che riflette la nostalgia per il tempo passato. Nella seconda storia due mostri congelati che se ne stanno da soli nelle caverne paiono simbolicamente rappresentare una coppia che, per non risultare pericolosa, limitante e non nuocere, deve essere devitalizzata, congelata.
Tramite i nostri sguardi che si incrociano, come coppia, riusciamo a riconoscere e a condividere il senso di fallimento e di inadeguatezza per non essere riusciti a mantenere nel gruppo Manuela, la ragazza che ci sembrava esprimere la parte più matura del gruppo. Ci sentiamo colpevoli e, forse per compensare la nostra mancanza di non aver tenuto dentro il gruppo l'attacco disgregante, nella rappresentazione della scena spendiamo un'energia particolare, che ci fa dimenticare per il tempo della finzione il peso della responsabilità rispetto alla sopravvivenza del gruppo stesso.

Processi interattivi con il setting istituzionale

I terapeuti non sono a contatto solo con l'emotività del gruppo nel suo complesso ma anche con i processi interattivi tra gruppo e setting istituzionale in cui si svolge. Il legame con l'istituzione è sempre presente, indispensabile come 'terzo' che permette il pensiero creativo, si trova all'esterno rappresentato dall'équipe con cui collaboriamo, dalla struttura che ci offre uno spazio, nei tempi per la supervisione.
Si può vivere molto pesantemente l'ambivalenza dell'istituzione che, per esigenze di controllo di eventi cui non riesce ad accedere, tende ad attaccare il gruppo ostacolando lo svolgimento delle sedute, negando lo spazio assegnato o non rispettando i tempi stabiliti..
Nell'ambito di più strutture abbiamo potuto vivere questa esperienza estremamente frustrante. Ne ricordo in particolare una. 
3° seduta dello stesso gruppo, presenti 5 ragazzi.
Lo spazio per gli incontri si trova all'interno di un poliambulatorio: con notevole dispendio di energie ed una forte determinazione siamo riusciti ad ottenere una stanza per realizzare il nostro gruppo di psicodramma. I funzionari dell'amministrazione hanno assicurato di riadattare ogni mercoledì quello spazio per il nostro lavoro. Alla terza seduta dopo l'inizio troviamo la stanza non preparata, con tavoli e scrivanie con computer e tavolini per gli utenti dell'ambulatorio che al mattino hanno affrontato un check up. Ci troviamo ridotti in uno spazio angusto, ricavato all'ultimo momento dalle nostre concitate manovre. Si tratta di una stanza dimezzata rispetto a quanto era a disposizione nelle sedute precedenti. Iniziamo la seduta innervositi, delusi per la mancanza di rispetto per il nostro lavoro, imbarazzati per l'attacco da cui non siamo stati in grado di proteggere il gruppo. Il sentimento che ci pervade è quello dell'impotenza. Dopo aver fatto entrare i ragazzi, al minimo rumore 'fuori', nell'ufficio attiguo, sentiamo un pericolo incombente. Il mio collega scatta impetuosamente andando a vedere che cosa succede, lo osservo: ha la fronte aggrottata, lo sguardo deciso ad eliminare qualunque responsabile dell'amministrazione si trovi sul suo cammino. Sento che questa sua rabbia può riversarsi su tutti noi e cerco di avere un atteggiamento rassicurante e fiducioso. Mi chiedo come farò oggi a contenere anche questa angoscia della perdita dello spazio vitale per il nostro psicodramma.
La storia - La trama, che oggi narra di una gita di un gruppo di ragazzi a Parigi, viene modificata più volte dal narratore, con i personaggi che devono spostarsi in continuazione nel corso del loro viaggio, al momento dell'arrivo, nel corso della permanenza in quella città. I ragazzi non riescono a decidere 'il luogo' dove dovrebbe svolgersi la scena. Il gruppo appena costituito sembra frammentato e disgregato. I membri del gruppo sembrano domandarsi: "siamo partiti (si tratta della seconda seduta dall'inizio), siamo in viaggio o siamo già arrivati a destinazione?". Anche la invenzione dei personaggi richiede molte energie al gruppo, con tentativi di costruire ruoli su misura per noi, attori in attesa del personaggio da interpretare. Sembra che l'incidente di quel giorno, a livello fantasmatico, abbia evocato la difficoltà di trovare uno spazio definito; nel gruppo si sono attivate esigenze di controllo che inducono i ragazzi ad anticipare le nostre battute riducendo nella scena la nostra libertà di espressione. Il gruppo oggi non sembra più in grado di accogliere ulteriori sorprese. Noi terapeuti abbiamo sentito una minaccia allo svolgimento della seduta e, come coppia terapeutica, abbiamo avuto molte difficoltà a distanziarci dalla coppia reale. In quanto operatori della struttura ospitante eravamo una coppia che rivendicava il diritto di agire nello spazio concordato e ci sentiamo investiti della funzione di difensori del nostro gruppo. Nella finzione della scena, che alla fine si svolge in treno, per il senso di pericolo che invade la nostra mente, facciamo molta fatica ad interpretare personaggi spensierati. 

Conclusioni

La necessità di avere precisi limiti di tempo e un luogo in cui i processi possono essere contenuti è un requisito fondamentale per l'esperienza di gruppo. Vale a dire che un setting stabile con chiari limiti di tempo e di spazio deve venire rispettato e offerto all'esperienza di gruppo e alla mente della coppia di terapeuti.
Il gruppo consente all'adolescente alcuni importanti movimenti dinamici, rendendo possibile lo spostamento sul gruppo dei pari dei conflitti di dipendenza infantile irrisolti nei confronti dei genitori, permettendo l'elaborazione delle relazioni d'oggetto sia in funzione dei rapporti legati alle esperienze attuali, sia dei conflitti non risolti con le figure genitoriali, consentendo, grazie alla presenza dei coetanei, la rielaborazione e il cammino verso un'identità gruppale ed individuale.
Nell'alternarsi dell'attività del gruppo e delle osservazioni o degli interventi dei terapeuti, l'adolescente può acquisire dall'esperienza un apprendimento, che porta ad una differenziazione di massima importanza nella sua fase di sviluppo. 
Nelle nostre esperienze di conduzione in coppia di questi gruppi, è stato possibile in alcuni casi riconoscere le angosce del gruppo e attivare la nostra capacità di contenerle. Giocando con i ragazzi le scene dello psicodramma abbiamo percepito le loro ansie ed, in alcuni casi, le abbiamo interpretate, in riferimento ai personaggi ed alle diverse modalità di rappresentazione nella scena. E' stata una ricerca ed elaborazione graduale che ci ha permesso di crescere nella condivisione dell'esperienza sia di coppia di terapeuti sia del gruppo intero. 
I membri del gruppo, in grado variabile tra un adolescente e un altro, venivano aiutati ad entrare in contatto con la loro realtà psichica; in particolare ad estendere la conoscenza di se stessi e dei loro rapporti. 
Per alcuni ragazzi il funzionamento del gruppo ha potuto così rispondere ad una carenza evolutiva nell'esperienza adolescenziale, per la carenza di esperienze significative nei processi dei gruppi sociali, offrendo un movimento per contenere il disagio e lo sconforto e per riconoscere la fuga da questi. 
Emozioni come l'ostilità, la gelosia, l'invidia e l'avidità hanno in alcuni casi potuto ricevere qualche tipo di configurazione mentale. Man mano che la fine si avvicinava abbiamo tentato di intraprendere un lavoro di elaborazione degli aspetti più persecutori del lutto, accompagnato dal graduale riconoscimento della perdita e dell'emergere di sentimenti più depressivi da parte di alcuni membri.
Il riconoscimento del valore della fine come esperienza emotiva significativa, che alcuni membri di questo gruppo sono riusciti a raggiungere è di per sé un brano di crescita emotiva, significativo per lo sviluppo adolescenziale e potrebbe servire come solida base per costruire un'ulteriore interiorizzazione delle loro esperienze evolutive.
Come coppia terapeutica, in cui il rapporto asimmetrico nel senso della formazione non esiste più, potremmo ora ripartire con un progetto di lavoro che implichi spazi di scambio e di elaborazione più mirati. Si può anche pensare che, essendo noi oggi maggiormente in grado di contenere le angosce che nel passato ci hanno portati a scegliere il modello della coterapia, potremmo, separatamente, affrontare l'avventura di una solitaria leadership.

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