| In un congresso internazionale
sulla psicoterapia infantile di gruppo a Milano (febbraio 2001),
gli operatori concordavano su alcune considerazioni: "scopo dei
gruppi è parlare di affetti e attraverso ciò aumentare il grado
e l'area di pensabilità" (F. Sacco'). Si ribadiva anche che condizione
indispensabile per condurre gruppi infantili è il piacere di regredire
e, secondo me, di giocare. Inoltre "il gruppo permette di introiettare,
nei bambini, il principio organizzatore dell'esperienza di un
adulto con cui poter parlare delle emozioni" (M. Bernabei). Emergevano
motivi di discussione e di confronto centrati sulle modalità tecniche
di conduzione, improntate su propri modelli clinico-teorici, sulle
personali modalità di relazione coi bambini, sulla composizione
psicopatologica del gruppo. Come è possibile la trasformazione
del gruppo di bambini in un luogo ove si parla di emozioni? Come
affrontare la sensorialità, il preverbale, l'azione, il fare che
nel gruppo dei bambini predomina, specie all'inizio? Infatti i
bambini comunicano concretamente elementi sensoriali, motori,
cinestesici e in parte simbolici utilizzando il linguaggio primitivo
del corpo.
Da ciò si deduce che il terapeuta di un gruppo di bambini, investito
direttamente da questa massa informe di protoemozioni spesso non
riesce o ha difficoltà a "pensare" (soprattutto nei momenti di
turbolenza o carichi emotivamente). Inoltre quando ciò gli riesce
la velocità dei ritmi e gli agiti cinetici molteplici e sovrapposti
del gruppo di bambini mettono in crisi le sue capacità, di trovare
la combinazione adeguata fra interpretazione e gioco: quanto,
quando, come, se intervenire. Come mostrerò nelle tranches di
sedute nel gruppo infantile spesso al conduttore non viene permesso
di interpretare alcunchè, a volte viene tenuto a distanza, escluso
in quanto identificato come nel depositario delle parole sentite
veicoli pericolosi, a volte gli viene permesso solo di partecipare
al gioco con lo scopo di fargli provare concretamente angosce
ed emozioni poco contenibili. (1)
Nel gruppo di bambini "lo stato di attenzione intensa .. lo stato
percettivo volto a cogliere una grande quantità di segni diversi
per ordine e natura", richiesto, secondo Neri (1997, p. 155),
al terapeuta in un gruppo di adulti, viene notevolmente e incessantemente
minato dagli stimoli concreti ed agiti che spezzano sul nascere
gli abbozzi di rappresentazione e di pensiero dei conduttori.
Al terapeuta, pur mantenendo comunque una parte della sua mente
pronta all'ascolto e all'accoglimento analitico, spesso non resta
altro che immergersi e sperimentare di persona ciò che il gruppo
vuol far provare a lui. Come afferma Neri (1997, p. 127) "nel
piccolo gruppo (di adulti) non si parla del mare ma ci si immerge
nel mare, cioè si ha dapprima una presa di contatto, successivamente
una possibilità di conoscenza". Il terapeuta di gruppi infantili
deve allenarsi a rimanere nel caos e a tollerare in termini bioniani
il K-, cioè la capacità negativa che gli permette di sostare maggiormente
in una situazione indefinita, non conosciuta e già di per sé angosciante;
deve saper immergersi velocemente da livelli sensomotori a livelli
simbolici, e come scrive Miglietta nel suo libro "accettare il
pensiero che si confonde, il corpo che entra in gioco e talvolta
in scontro coi piccoli pazienti". In questo modo il terapeuta
sperimenta a vari livelli ciò che i bambini vivono, sentono, provano
dentro di sè e può trovare poi una modalità (verbale, verbale-giocata,
giocata) di rimandare loro tali sensazioni, per aumentare il grado
di rappresentabilità e pensabilità.
Nella mia esperienza con i gruppi di bambini (età di inizio: 4-5
anni, bambini con un livello intellettivo nei limiti della norma
e con blocchi evolutivi più o meno gravi: a volte viene inserito
anche un bambino con struttura psicotica di personalità) ho rilevato
che i conduttori svolgono funzioni diverse, a seconda del momento
del gruppo, funzioni che cercherò di illustrare attraverso la
storia di questo gruppo.
Vorrei specificare che tali funzioni in un modello di sviluppo
a spirale si intersecano e si sovrappongono permettendo al gruppo
di bambini il passaggio, e l'integrazione, da modalità di comunicazione
sensoriale, motoria, corporea degli affetti a modalità di comunicazione
verbale, utilizzando come ponte la transizionalità del gioco.
A livello tecnico viene lasciata libertà di espressione (gioco,
disegno, parole ecc.), in un assetto di lavoro nel quale il conduttore
stesso può intervenire in modo attivo, qualora i bambini richiedano
la sua partecipazione al gioco e nel momento in cui pare necessario
introdurre nel "campo" di gioco funzioni di regolazione e modulazione
degli affetti. La modalità tecnica da noi privilegiata è quella
del linguaggio ludico (gioco, storia, interpretazioni giocate)
come strumento interattivo e trasformativo in un contesto relazionale
gruppale.
In un'ottica winnicottiana utilizziamo l'area transizionale del
gioco come tramite che permette di esteriorizzare, controllare
così a debita distanza, rendere digeribile, far proprio e introiettare,
trasformato, ciò che è sconosciuto al Sè.
FUNZIONE CONTENITIVA: o di Holding o materna.
Dal caos al gioco (attraverso la rappresentazione).
E' un gruppo composto da 6 bambini: Giorgia inviata per disturbi
alimentari, Alessio per inibizione e mutismo elettivo, Luca per
enuresi e mutismo, Stefano per encopresi e inibizione (bambino
psicotico), Cinzia per alopecia, iperadattabilità alternata a
comportamenti regressivi, Daniele, il più piccolo (gli altri frequentavano
l'ultimo anno della scuola materna) per disturbi del linguaggio.
Del gruppo faceva parte Giulia inviata per inibizione e ritirata
dai genitori dopo poche sedute. *
Esplicativo dei primi mesi di terapia di questo gruppo era la
rappresentazione, all'interno di un gioco, di "una nave-gruppo
molto carica, con il conseguente bisogno, espresso dai bambini,
di un timone più grande". In effetti all'epoca mi dava una sensazione
di grossa fatica e pesantezza la conduzione di questo gruppo perché
avvertivo una sensazione di sballottamento, come imprigionato
in una risacca da cui risultava arduo ed impossibile uscire: le
sedute apparivano spesso un caos ove ognuno faceva qualcosa di
proprio e non lo condivideva con gli altri; i livelli sensoriali
e cinetici costantemente invadevano gli abbozzi e i tentativi
delle mie rappresentazioni che cercavano di cogliere un minimo
significato affettivo-simbolico; nello stesso tempo non c'era
la possibilità di difendere uno spazio, un gioco, un argomento
individuale perché veniva regolarmente attaccato e distrutto;
l'angoscia di essere inglobati in un rapporto fusionale soffocante
veniva per fortuna esplicitata e rappresentata ripetutamente in
alcuni giochi ove noi conduttori dovevamo divenire le figure e
i personaggi delle loro angoscianti fantasie: le sabbie mobili,
i coccodrilli di merda, la cacca-spazzatura, le onde giganti.giochi
che permettevano loro comunque di sperimentare un essere inglobati
e la possibilità di riemergere. Corbella (1996) sottolinea come
"il gruppo viene sentito dai membri come un corpo materno inglobante
come un tutto in cui l'individuo rischia di perdersi ed annullarsi,
con angosce sia di fusione sia di frammentazione". Mi chiedevo
se i bambini non ci volessero far provare, attraverso la fatica
controtrasferale di conduttori, la loro situazione di impotenza
e pesantezza ad uscire da una situazione relazionale di indifferenziazione-differenziazione,
che il gruppo faceva loro ri-affrontare.
Questi primi mesi di terapia offrono lo spunto per sottolineare
che il gruppo specie all'inizio della sua costituzione, convogliando
le rappresentazioni fantasmatiche dei suoi componenti, è causa
di eccitazione, angoscia, confusione per ciascun bambino e, in
quanto spazio nuovo e sconosciuto, viene percepito immediatamente
come colmo di insidie e pericoli. Uno dei miei interventi iniziali,
coi gruppi di bambini, consta nel riconoscere e nel raccogliere
attivamente gli aspetti sensoriali-cinetici connessi all' ansia
provata dal ritrovarsi assieme, attraverso il dar voce con rappresentazioni
affettive semplici, ma nello stesso complesse, agli stati emotivi
che circolano nella stanza e alle fantasie collegate (di inglobamento
di frammentazione, di fusione, di divoramento ecc) caratteristiche
di quel gruppo e di quel momento.
Inoltre appare spesso indispensabile mettere sui conduttori le
personificazioni persecutorie, con lo scopo di evitare l'eccesso
di agiti e , di conseguenza, come afferma A. Baruzzi (1990, p.
8), "che il gruppo diventi luogo di eventi esplosivi arenandosi
in un cronico assetto di battaglie distruttive in cui l'onnipotenza
cresce a dismisura con l' angoscia". In questo il mio lavoro si
avvicina a quello che spontaneamente e semplicemente fa una madre
che cerca di alleviare, sia con il contatto e con la vicinanza
corporea, sia con le sue parole cariche di risonanza affettiva,
le sensazioni corporee confuse intollerabili e quindi evacuate,
attraverso il pianto e la corporeità, del proprio bambino, e lo
fa convogliando su di sé le componenti sentite persecutoriamente
aggressive (reverie). Quindi verbalizziamo che li abbiamo messi
in un posto pieno di pericoli rappresentati, a seconda di ciò
che si vede, si sente, si vive nella stanza, da trappole, cadute
di massi, bombe, vulcani, terremoti, serpenti, lupi, ragni, squali,
coccodrilli affamati, arrabbiati, inferociti ecc.; rimandiamo
la loro paura, la loro fatica e il conseguente loro bisogno di
trovare e costruire qualcosa di protettivo: infatti le grotte,
gli anfratti, le barche, le case, quasi prima di essere usate
a volte vengono distrutte; le montagne, su cui rifugiarsi, franano
o gli alberi su cui si arrampicano vengono abbattuti. Insomma
ci assumiamo noi la responsabilità di averli messi in questa situazione.
Il ruolo dei conduttori in questa fase è di "far fare gruppo",
anche contro sé stessi, per favorire "l'illusione gruppale", reazione
ad un'angoscia e smarrimento totali, ma condizione necessaria
di nascita e di sviluppo. Infatti convogliare l'aggressività nei
confronti dei conduttori attraverso i giochi permette di lasciare
emergere immagini persecutorie ed ostili, sperimentandone sì la
pericolosità, ma anche ricercando via via le personali modalità
per poterla affrontare, constatando poi l'infondato timore di
esserne distrutti.
Mi trovo d'accordo con Privat (1996, p.91) che "un comportamento
pseudoanalitico, silenzioso, in disparte, . non riguarda la formazione
di un gruppo di bambini .. l'adulto dovrà partecipare alla sistemazione
del contenitore gruppale". Quindi il gruppo può prendere vita
e strutturarsi solo se il conduttore vi prende parte attiva e
solo in una fase successiva, quando è ormai fondato un sentimento
di appartenenza al gruppo, saranno gli stessi bambini ad assumersi
la responsabilità di preservare lo spazio gruppale dai loro attacchi
distruttivi. Come afferma D. Vallino (1998, p. 50) compito dello
psicoterapeuta è "dare significato" attraverso la rappresentazione
"al terrore e alla gioia", trasformare il sensoriale- cinetico
e il non verbale in rappresentabile, quindi in pensabile; o come
afferma Neri (1997, p.130) "le passioni in affetti". Il conduttore
deve porsi "come oggetto trasformativo" (C. Bollas, 1987).
A titolo esemplificativo di ciò introdurrei un primo flash clinico:
Trottola. In una seduta poco prima delle vacanze estive i 6 bambini
correvano, con un movimento vorticoso, intorno alle pareti della
stanza. Dopo un po' cercai di offrire una figura (rappresentazione)
al movimento (azione-sensorialità), riproponendo un loro gioco
di alcune sedute prima: quello del treno. La proposta venne accolta
per qualche istante e fu poi subito abbandonata dai bambini che
ripresero a correre ancora più disordinatamente dandosi spintoni.
Continuando a cercare la costruzione di un immagine per il gruppo,
provai a dire che i bambini sembravano vagoni senza binari e mi
offrii ad aiutarli a costruire i binari. I bambini continuarono
a correre ignorando la mia proposta. Riflettendo su ciò che poi
avveniva nella stanza mi ero fatto l'idea che i bambini comunicassero
con due vertici: a livello simbolico rappresentavano il loro essere
vagoni privi della guida di un binario (la continuità del gruppo,
interrotta dalle vacanze); a un livello più primitivo, sensoriale,
uno stato di angosciosa tensione, scaricata motoriamente, risposta
a una profonda sensazione di una continuità interrotta. E avvertivo
che era questo il livello in cui doveva avvenire un avvicinamento
al gruppo per vedere la possibilità di costruire assieme un ponte
per integrare i due livelli di comunicazione. Pensavo alla possibilità
di offrire al gruppo il gioco dell'interruzione della corsa fin
lì regolare del treno, ma avevo la sensazione dal gruppo stesso
di un'immagine troppo vicina, una luce troppo forte in quel momento
della seduta. Aspettai con ansia, causata concretamente dal fatto
che i bambini, urtandosi, rischiavano di accendere litigi o risse.
Si avvertiva nell'aria uno stato di tensione che poteva esplodere
attraverso agiti da un momento all'altro.
Nel frattempo la mia attenzione venne attratta dall'andamento
ritmico e veloce dei movimenti dei bambini che giravano su sé
stessi e attorno alla stanza: provai allora a dire che avrei fatto
la trottola dato che il gruppo si muoveva proprio come se fossero
tutti bambini-trottola e mi misi al centro del gruppo per girare
su me stesso. I bambini si fermarono immediatamente e, gridando
divertiti, mi circondarono per farmi girare come una trottola.
Avevo fornito la possibilità al gruppo di dare un senso (uno dei
tanti) a un movimento, attraverso un oggetto inanimato, che, animato
nel gioco, diveniva veicolo per comunicare sensazioni profonde,
non ancora pensate, ma solo sentite. (2) Quindi diedi voce a quello
che provavo come trottola e i bambini si misero ad interagire
con me, anche con le parole. Il gruppo aveva finalmente trovato,
attraverso la rappresentazione trottola, una forma condivisa di
comunicazione che potesse far da ponte fra sensorialità ed emozioni.
Alessio propose che la trottola diventasse una giostra e lui si
autonominò giostraio che mi manovrava facendomi girare sempre
più vorticosamente. Dissi che mi girava così tanto la testa che
non riuscivo più a stare in piedi e mi coricai. Mi concessero
pochi secondi e poi Alessio schiacciò ancora il comando di avvio
della giostra riprendendo però a farmi girare in modo meno vorticoso.
Dopo qualche sequenza mi chiesero di fare la parte del giostraio:
mi dissero che avrei potuto far partire la giostra, ma anche mi
avvertivano di fermarla o rallentare quando andava troppo forte
"perché non girasse troppo la testa a tutti". Prima facendomi
provare l'esperienza in modo diretto e concreto, poi attraverso
l'uso di una comunicazione anche verbale mi avvisavano però di
essere meno veloce, più delicato nella conduzione della conoscenza
di quegli affetti che l'imminente separazione evocava dentro di
loro pur riconoscendomi il ruolo di adulto a cui potersi affidare
(riconoscendo così il lato positivo della dipendenza), Nel fare
la parte della trottola avevo animato il giocattolo, gli avevo
dato voce e non soltanto movimento, creando un gioco comunicativo
che si situava ad un livello accettabile nel particolare momento
del gruppo. Il gruppo aveva potuto, nella stessa seduta, successivamente,
accedere al gioco più rappresentativo dei bambini travolti ma
poi riemersi dalle onde-vacanze. E' stato così possibile cogliere
e trasformare l'angoscia dei bambini sia di sentirsi oggetti inanimati
(trottole), manovrati da adulti poco attenti alle loro angosce
di separazione, sia di oggetti così totalmente dipendenti (come
lo sono tutti gli oggetti inanimati) che se non manovrati dall'adulto
finiscono senza vitalità.
"Il bambino diventa l'oggetto e contemporaneamente ne assume la
qualità", scrive Neri (1997, p. 126). Aggiungerei che il conduttore
cerca di assumere quella qualità attraverso lo sperimentarsi lui
stesso oggetto e verbalizzando e comunicando con vari linguaggi
(cinetico, visivo, uditivo, scenico, Kinestesico, verbale) le
sensazioni sperimentate cercando di favorire nei bambini l'integrazione
delle varie sensorialità con gli affetti. Il divenire trottola
(come anche il divenire binari che facevano deragliare) permette
cioè di sperimentare l'insieme di sensazioni, emozioni, fantasie
ancora informi che la configurazione trottola permette poi di
precisare. In questo modo dando voce e rappresentazione a sensazioni
poco conosciute dentro di loro, si permette ai bambini di poter
""vedere" in scena, attraverso lo specchio dei conduttori, a una
rassicurante distanza, qualcosa che ora può essere meno terrificante.
Infatti la trasformazione delle forze, delle azioni in rappresentazioni
e in personaggi rende giocabile e affrontabile qualcosa che prima
era sensorialmente pericoloso, e fa sì che lo sconosciuto, l'
ignoto possa avere una forma.
Il treno, la trottola, le onde-vacanze appaiono tre delle mille
modalità di rappresentazione di emozioni e sensazioni espresse
anche sensorialmente che prendono forma e divengono simboliche
del gradiente di affettività presente nel gruppo.
Può poi nascere il gioco narrativo.
FUNZIONE TRANSIZIONALE.
Dal gioco alle parole: il gioco come "veicolo" della esteriorizzazione,
controllo a distanza e introiezione delle emozioni.
Dopo le prime vacanze estive rimaniamo meravigliati dal cambiamento
del gruppo: l'atmosfera è meno caotica. Nascono finalmente "le
prime differenziazioni" accettate dal gruppo. I bambini si rappresentano
nei giochi come animali diversi, a volte biologicamente lontani
(draghi, cani, leoni, pipistrelli ..), anche se permane una estrema
angoscia di perdere questa fragile differenziazione: spesso c'è
ancora bisogno che noi assumiamo il ruolo di madri inglobanti
attraverso le personificazioni di figure orali persecutorie, per
rassicurarsi attraverso la funzione del gioco, che nel gruppo
è possibile esistere come singoli. Compaiono piano piano le differenzazioni
di genere e, con esse, espressione di una vicinanza emotiva, i
personaggi umani: le due femmine si occupano della casa, di cucinare,
dei piccoli; i maschi giocano a pallone ecc..
Il gruppo viene, dopo un anno e mezzo di vita, privato dopo le
seconde vacanze estive, della conduttrice, sostituita dopo due
mesi di attesa.
Illustrerò alcune sedute della fine del secondo anno, esplicative
di questo bisogno dei bambini di transitare continuamente fra
parole e gioco, modalità quest'ultima che permette di rendere
digeribile la comunicazione verbale sentita in certi momenti come
troppo diretta.
Dopo una mia assenza protrattasi per 4 settimane per malattia,
i bambini propongono di giocare al "coccodrillo di merda". Naturalmente
fanno assumere a noi il ruolo dei coccodrilli e dò voce al coccodrillo
affamato per i tanti giorni di digiuno, collegando poi ciò ai
tanti giorni che non li vedo.. Nel gioco alcuni di loro mostrano
un piacere frammisto a eccitazione-paura nell' essere catturati
e mangiati. Infatti fanno in modo da essere catturati, ricatturati...
(3). Daniele e Giorgia invece assumono il ruolo di tartarughe
"difficili da poter mangiare": si erano rifugiati sotto il tavolo,
circondato da corde, dicendo che noi non potevamo prenderli perchè
erano dentro il guscio. E' come se una parte del gruppo rappresentasse
il piacere-bisogno di riattaccarsi, Daniele e Giorgia invece forse
una parte del gruppo più scottata, che non si fida e teme di essere
poi nuovamente ferita. Dò voce all' animale affamato, che non
riesce a sfamarsi, perchè le tartarughe spariscono dentro il guscio,
non riesco a vederle, drammatizzando anche una certa impazienza.
A questo punto i bambini si trasformano in leoni affamati e arrabbiati
con me. Mi attaccano e io sono costretto, come Giorgia e Daniele
prima, a mettermi sotto il tavolo, sottolineando loro che mi "rifugio
nella geep", come era avvenuto in un gioco, prima della mia assenza.
Tutti i leoni mi circondano; chi davanti al parabrezza, chi sulla
portiera, chi sul tetto: sono inferociti. Dò voce alla loro rabbia,
per la paura di essere stati abbandonati. Dico loro che forse
erano preoccupati che io non tornassi più, come era già successo
con Giulia, o, come mesi prima, con la conduttrice. Non rispondono
verbalmente, le parole ora sono solo oggetti concreti da espellere
come le pallonate-bombe lanciate contro di noi da Daniele, per
farci provare come si sta a essere lasciati e a sentirsi bombardati,
invasi da qualcosa di esplosivo e violento (come sono state sentite
le mie parole) (4). Successivamente in un gioco fanno comparire
dei cuccioli (i pelusch) da accudire e costruiscono due case:
una per le due bambine, che si occupano dei cuccioli, un'altra
per Luca, "leone zoppo" , bambino quel giorno infortunato.
Gli altri due bambini (Daniele e Stefano) giocano a pallone. Notano
che Luca non può, che Alessio non c'è, chiedono a me di giocare.
Mi domando se la richiesta di una mia partecipazione al gioco
esprima il bisogno di riassaporare felicemente la mia presenza,
accanto al bisogno, dopo tanta sofferenza, di riposare, prendere
fiato, evitando momentaneamente, perché troppo dolorosi e troppo
caldi, i sentimenti connessi con le assenze. Assecondo l'invito
drammatizzando il piacere di giocare assieme dopo tanto tempo,
ma contemporaneamente riaffronto, con cautela, attraverso il gioco,
il tema delle mancanze (quella attuale di Alessio; quella, passata,
mia). Daniele dice con violenza "che temeva che io non sarei più
tornato" (5) e, urlando, tira pallonate nella casa delle femmine.
Verbalizzo la presenza di un pericolo, qualcosa di troppo pesante
per il gruppo che può distruggere questa nuova casa dei cuccioli.
Sembra che il gruppo ancora cucciolo e fragile, (rappresentato
da Luca cucciolo ferito), appena costituitosi come un insieme
di individualità, (i bambini che giocano a calcio, le bambine
che fanno le mamme) non possa sopportare, tollerare qualcosa che
ora è sentito come fortemente caricato di un' aggressività distruttiva,
collegata a sentimenti di perdita. Sentiamo che va protetto e
i bambini confermano ciò decidendo di costruire una nuova casa,
unica e più resistente. Tale funzione viene assunta dalle bambine
che non tollerano che entrino palloni in casa. Daniele sembra
esprimere per il gruppo cucciolo, fragile e ferito (Luca), emozioni
e sensazioni così forti, primitive e confuse (fame, rabbia, dolore)
che al momento necessitano di protezione e contenimento (le bambine).
Nella seduta dopo ci sono tutti. Cinzia chiede ad Alessio perchè
non è venuto. I bambini sembrano sentire anche oggi il gruppo
luogo di sofferenza e si scaricano, utilizzando il gioco, contro
di noi. Poi costituiscono due sotto-gruppi e iniziano il gioco
della guerra per avere il predominio territoriale: i calciatori
(Daniele e Luca) e i Pokemon. Nella guerra muore Luca e tutti
accorrono attorno a lui: il gruppo pare fermarsi per riflettere
sulla perdita di uno di loro. Dapprima pensano che si risvegli
(come quando una persona sparisce, tornerà presto), poi iniziano
ad arrabbiarsi, soprattutto Daniele, perchè non si risveglia (tornerà?).
Si cerca di scrollarlo, svegliarlo in tutti i modi (traspare sempre
più rabbia e disperazione, come quando l'altro non compare più).
Poi lo mandano a "fare in culo" e lo seppelliscono vendicandosi
dei sentimenti che ha fatto provare loro: infatti saltano sopra
la tomba urlando "ci hai fatto soffrire!". Colleghiamo le loro
rabbie alle recenti paure di perdere qualcun altro del gruppo
(me, Alessio): la paura che non tornassimo più. Giorgia chiede
se la vecchia dottoressa c'è ancora, se lavora in Ospedale. E
Cinzia domanda "e Giulia?". Parliamo delle persone del gruppo
perse per strada, del bisogno di scoprire dove sono le persone
sparite, rassicurarsi che ci sono ancora, per la paura che sia
successo loro qualcosa. A questo punto rimane sulla tomba solo
Daniele che appare spaventato, dice che c'è troppa luce, di abbassare
le tapparelle. Sembra chiederci di modulare il gradiente e la
tollerabilità degli affetti. Nel buio il gruppo propone il gioco
degli Zombie, morti persecutori e vendicativi. Sta terminando
la seduta e sembra necessario riportarli alla realtà, preso atto
noi stessi di quanto sia stata intensa, pesante la seduta stessa.
Diciamo loro che quando spariscono le persone circolano nella
nostra testa tante sensazioni, emozioni, pensieri fra i quali
anche quello che possiamo, in qualche modo, essere stati anche
noi un poco responsabili di tali sparizioni, ma la realtà è che
la vecchia dottoressa ha avuto un bambino, e Giulia invece è da
un'altra parte.
Come rileva V. Bianchi Ranci (1996, p. 116) "i cambiamenti sono
sentiti come una minaccia della continuità del gruppo". Poter
rievocare la storia del gruppo, riesumando i sentimenti di abbandono
e di perdita all'interno del hic et nunc, funge da contenitore,
in quanto permette, come atto di cucitura, di mantenere il sentimento
della continuità del gruppo. Inoltre condividere e rivivere l'esperienza
dolorosa della perdita dei membri del gruppo crea e costruisce,
attraverso il filo frammisto di gioco e parole, quella ragnatela
contenitiva che è la memoria affettiva. "Della storia del gruppo
fanno parte non solo i membri attuali, ma anche quelli che c'erano
e l'hanno lasciato" ( p. 117) e che come fantasmi, dapprima, e,
come ricordi, dopo l' elaborazione del lutto, faranno sempre parte
del gruppo.
Da queste due sedute è evidente che il conduttore in questa fase
del gruppo si trova a contatto con emozioni dolorosamente pericolose
e minacciose, presenti nel campo gruppale. Sente la necessità
di trovare la modulazione giusta fra la rappresentazione di parola
(troppo diretta) e la rappresentazione di cosa, fra una interpretazione
satura e una intermedia (giocata), sente la difficoltà di fornire
una condivisione anche attraverso la comprensione e la traduzione
del gioco e della sensorialità presente, sente la fatica di essere
un "conduttore forte di emozioni forti" (M. Bernabei, 1996, p.
103).
Fino a che punto, quando, come, se utilizzare le parole per rendere
più trasparente e visibile nell' hic et nunc qualcosa già rappresentato
in scena attraverso il gioco (e quindi già frutto di un lavoro
mentale del gruppo)? (6) Quanto le nostre interpretazioni verbali
spesso appaiono come interpret-agiti nostri, frutto di una difficoltà
a tenere dentro emozioni controtranferali collegate a identificazioni
proiettive del gruppo?
Penso che il conduttore deve cogliere e accogliere il bisogno
di modulazione degli affetti nel gruppo attraverso "l'entrare
attivamente nel gioco del bambino, accettandone le parti assegnategli,
facendosi ora utilizzare e collocare là dove il bambino vuole,
talora assecondando le sue richieste, altre volte incanalando
la rappresentazione ludica del conflitto nella direzione di una
possibile soluzione" (A.M. Lanza, 1997, p. 597-598).
Infatti nelle due sedute il gioco appare la modalità utilizzata
dal gruppo affinchè "il contatto fra soggetto e realtà (mondo
interno e realtà esterna) avvenga a piccole dosi". Come afferma
Winnicott "Il modo in cui il bambino (gruppo) vede l'oggetto è
soggettivo e la madre è disponibile a rendere per lui reale ciò
che egli è pronto a scoprire". Come mostrato nelle sedute il gioco
diviene uno strumento della terapia. Giocare non è terapia, terapeutica
è la relazione affettiva (transfert) che si instaura fra individuo
e gruppo, fra individui del gruppo e fra individuo-gruppo e conduttori.
Anche se accedere al gioco simbolico e al gioco assieme è già
poter usufruire dentro di sé di quell'area transizionale che permette
ad ogni individuo di trasformare e di controllare ciò che è dentro
di sé ma anche fuori di sé.
Infatti il gioco in gruppo si configura come area transizionale
intersoggettiva di condivisione, che permette, attraverso il poter
fare esperienza di sé (con gli altri), di poter pensare su di
sé (attraverso gli altri) qualcosa di affettivo e di emotivo prima
non accessibile al pensiero. (7)
Inoltre, attraverso la ripetizione nei giochi, il gruppo trasforma
"ciò che in sé stesso è spiacevole in un oggetto suscettibile
di essere ricordato e psichicamente elaborato" (Freud 1920, 9,
p 203).
Il terapeuta deve favorire la formazione di un involucro o contenitore
che svolge "una funzione . di interscambio tra il dentro e il
fuori, costituendo un vero spazio transizionale che renderà possibile
uno spazio di pensiero". (Privat, 1996, p. 87)
Questa è invece una seduta di alcune mesi dopo; nel frattempo
la coconduttrice, per motivi di lavoro, ha dovuto lasciare il
gruppo sostituita da una nuova co-conduttrice.
Dopo le vacanze di Natale, Cinzia manifestando la contentezza
di ritrovarsi, sottolinea, con rammarico, che sono solo in 4,
che manca Alessio e Luca. Daniele inizia allora accompagnato da
Stefano a lanciare cuscini, palle dapprima alla dottoressa, poi
anche al dottore, dicendo che sono bombe. Ci seppelliscono e Giorgia
ci fa dapprima esplodere, poi resuscitare. Facciamo loro notare
che l'inizio della guerra è coinciso con le parole di Cinzia,
e Daniele ci urla di stare zitti. Commentiamo che quindi è dalla
bocca che partono le bombe e proponiamo il gioco delle parole-bombe,
pesanti, esplosive, sparate come cuscini dalle nostre bocche.
Chiediamo loro di dare un nome alle parole-bombe e ci suggeriscono:
vacanze, ferie, riposo, gruppo, cuore del gruppo, Alessio, Luca.
Noi aggiungiamo il nome delle due dottoresse che ci hanno lasciato.
Nel gioco ci fanno vedere che sanno sopportare tali bombe, e noi
commentiamo che un po' di allenamento è stato fatto; poi Giorgia
propone una parola segreta che fa smettere la battaglia e che
alla fine dirà anche a noi: merda. Sembra che l'aver raccolto
il bisogno di mettere in campo le emozioni rivissute con le vacanze
(le perdite, le mancanze, le rabbie, le cose sporche, puzzolenti)
permetta al gruppo di fare un salto: finalmente si inizia a digerire
e si possono eliminare le cose che non servono (la cacca). Coricati
iniziano a parlare di vacanze estive e poi si riuniscono in segreto,
escludendoci dal gruppo. Giorgia parlando dei Centri Estivi invita
Stefano a fidarsi di lei, a seguire i suoi consigli, ad entrare
in piscina "tanto si tocca", a non aver paura. Daniele dice che
al centro estivo hanno rubato il dischetto del game-boy. Commentiamo
che ci si chiede se ai centri estivi ci si può fidare o no, e
di chi, aggiungendo che anche qui sembrano fidarsi di loro ma
non di noi, tanto che ci escludono. Daniele apre la porta e getta
fuori un pennarello. Giorgia parla del suo fidanzato, lasciato
da lei perchè "è pettegolo, riferiva le loro cose alla mamma".
Collego ciò agli incontri mensili coi genitori e al timore che
come pettegoli possiamo spifferare quello che qui succede. Come
Daniele che con il pennarello ha voluto dirci che delle cose escono
da qua o come Stefano che, commentando un disegno di Giorgia nel
quale ero rappresentato come un essere mostruoso, esprime il timore
del gruppo, che "si fida ma ha paura". Continuano per tutta la
seduta a chiacchierare fra loro scambiandosi le loro esperienze:
per la prima volta parlano di loro, dove abitano, che animali
hanno, la classe ecc. Giorgia vorrebbe continuare e riprendere
a chiacchierare anche la prossima volta, gli altri sembrano un
po' confusi, come si può esserlo quando nasce una modalità nuova
di rapportarsi, la nascita delle parole.
Il gruppo da luogo di scontro e di gioco è divenuto luogo di incontro
e di scambio attraverso l'interpretazione giocata comunicata dalle
parole-bombe. Le parole da veicoli carichi di tensione esplosiva
si trasformano in veicoli di scambio di esperienze condivisibili.
FUNZIONE VERBALE o PATERNA
L'aggressività in Gruppo: da PS a PD. Il silenzio come spazio
di pensiero in contrapposizione al gioco come atto di non pensare.
In questa seduta sono presenti Giorgia, Cinzia, Luca, Daniele.
Cinzia porta una palla di gomma dura, blu e rossa, "palla matta"
che non dà a nessuno, tiene per sè mentre si siede sul tavolo.
Vediamo Giorgia e Cinzia che si dicono qualcosa. Daniele seduto
per terra scrive al pannello: "Matteo", "Davide", e poi aggiunge
"Boatti è un bastardo", poi "Renato". Riprendiamo la rabbia di
Daniele che ha scoperto da poco, a scuola, che Renato, suo compagno
di classe, "viene dal dottor Boatti", rabbia di cui la volta precedente
si era parlato, collegandola al dispiacere di dover dividere i
dottori con altri gruppi di bambini. Intanto Daniele ci confida
che "Matteo è l'amico del cuore" e che anche "Davide è un suo
amico", "Renato non lo è ..." poi aggiunge "lo è un poco". Sottolineiamo
la sofferenza di dividere l'amico del cuore, anche per la paura
che nel cuore dell'altro ci sia meno spazio per loro e ricordo
che Cinzia la seduta precedente mi aveva criticato perchè "non
mi ricordavo la data dei loro compleanni", come possibile segnale
di un mio disinvestimento affettivo dal loro gruppo. Nel frattempo
Cinzia timidamente cancella "bastardo" dal pannello. Il gruppo
poi inventa un gioco ove io e la coconduttrice diveniamo la squadra
avversaria del gruppo nel catturare una pallina di spugna, alla
quale diamo voce alternativamente come "cuore del dottor Boatti"
o "cuore di Matteo", assumendoci il ruolo rispettivamente di Renato
o Davide e drammatizzando i sentimenti connessi. Il gioco finisce
in un bagno di sudore e stanchi ci corichiamo.
Giorgia, assente la volta scorsa, forse in preda a una forte emotività,
evocata dal gioco, cerca di ri-attivare il gruppo proponendo un
nuovo-vecchio gioco: "la casa degli assassini". Sembra che per
Giorgia non sia ancora possibile tollerare il silenzio, la pausa
perchè fonte di pensieri e sensazioni spiacevoli e incontenibili,
che abbisognano però di trovare una modalità di comunicazione.
L'azione, attraverso il gioco-movimento, mi appare tuttavia come
un ulteriore tentativo difensivo di evitare la nascita di un nuovo
modo di affrontare una tematica intragruppale attinente l'aggressività
(dividere i dottori coi fratelli). Fino ad allora l'aggressività
non poteva che essere negata all'interno del gruppo e spostata
o proiettata al di fuori: sui conduttori (gli assassini), su Stefano
(il membro del gruppo "handicappato" o ambasciatore, non gradito,
delle loro parti inadeguate e fragili però anche bisognose e dipendenti:
"è' attaccato, è viziato" dicono con tono arrabbiato di lui) o
su Renato (i bambini degli altri gruppi). Siamo di fronte a un
passaggio PS-PD. E' un momento delicato per il gruppo e per chi
lo conduce perchè è indispensabile per i terapeuti mantenere alta
l'attenzione all'atmosfera emotiva presente per decidere se il
gruppo abbisogna ancora del gioco come ponte favorente il legame
tra gli affetti e le rappresentazioni o ne può fare a meno. Sta
di fatto che nessuno si alza a costruire la casa, anche noi non
lo facciamo, nonostante le insistenze di Giorgia che chiede agli
altri e a noi di farlo; in particolare si rivolge a Cinzia accusandola
di "fannullonaggine". Cinzia e Giorgia iniziano a stuzzicarsi.
Chiedo a Giorgia perchè è arrabbiata con Cinzia. Non mi risponde
e si scatena un litigio che termina con il pianto di Giorgia per
una piccola spinta. Cinzia le urla "sono contenta che non sei
venuta la volta scorsa". Sottolineiamo la rabbia di Giorgia verso
Cinzia dalla quale non si è sentita accolta dopo un' assenza,
ma anche la rabbia di Cinzia che la seduta prima era l'unica femmina
e si era forse sentita tradita da Giorgia. Parlano allora di amiche
del cuore e Giorgia chiede a Cinzia se ha una vicina con cui può
giocare e esprime il dispiacere perchè una compagna di scuola
trasloca e lei non sa dove andrà ad abitare. Inoltre afferma su
nostra richiesta che con questa compagna più volte si sono viste
a casa di una o dell'altra. Dico che forse Giorgia e Cinzia stanno
dicendosi che nel gruppo una è l'amica del cuore per l'altra.
Daniele interviene e ribadisce il suo essere venuto nel gruppo
nonostante la bella giornata lo spingesse ad andare a calcio.
Sottolineiamo il regalo che Daniele ci ha fatto, rinunciando per
stare con noi a una sua passione. A questo punto Cinzia scambia
in un gioco la sua palla matta con Giorgia come se ora fosse possibile
scambiare nel gruppo le emozioni di rabbia, di gelosia, perchè
bonificate e tollerabili, anzi cementanti il rapporto, in quanto
rappresentative di una forte intensità di affetti positivi all'interno
del gruppo. La palla matta se lanciata con violenza può rompere
davvero qualcosa, a differenza delle palle di spugna. A immagine
di ciò ci appare il gioco finale di Daniele, "serpente" che insegue
e, nel momento della cattura, finge di dare calci a Luca per poi
tenerlo avvinghiato a sè.
Si evidenzia nel gruppo un ulteriore avvicinamento alle emozioni,
alle cose del cuore, a un'integrazione fra testa e cuore e, come
afferma Neri (1997, p. 130), "una connessione dinamica fra passioni,
conoscenza e rapporti". Il conduttore deve cogliere empaticamente
i momenti in cui il gioco può essere tralasciato perchè assume
una funzione "difensiva" di non voler staccarsi da una posizione
emotiva sicura e perciò tranquillizzante, di non crescere che
nel nostro lavoro può significare non voler pensare per non soffrire.
E diviene essenziale assumere una funzione paterna di non giocare,
sostenendo invece il gruppo nella nuova capacità di contenimento
delle emozioni.
NOTE
1) Lo stesso caos rappresentato, a fine seduta, dal materiale
di gioco sparso per la stanza, dagli scarabocchi, pasticci, parolacce
scritti sui pannelli o a volte sui muri o sullo stesso materiale,
costringono i conduttori a "sentire controtranferalmente, in modo
concreto", sia la fatica di trovare uno ordine interno a sensazioni-emozioni
a tratti debordanti e bisognose di essere comprese e accolte,
sia il bisogno di sperimentare la possibilità di rompere anche
violentemente l'assetto adulto del mondo (l'ordine iniziale della
stanza) per "creare un proprio assetto originale" (A. Baruzzi).
2) Per Correale "è importante che il curante abbia dentro di sè
l'abbozzo potenziale o una tendenza o propensione alla costruzione
di uno scenario ..... per proporre quelle coordinate che il paziente
(gruppo) ha bisogno" (Correale 1991, pg. 148).
3) mi chiedo spesso quanti di loro da piccini hanno potuto godere
di questi giochi coi genitori o coi nonni.
4) i bambini sentono il bisogno di comunicare gli affetti ma anche
avvertono il timore che il gioco o il linguaggio verbale esprimano
una fotografia troppo cruda, nitida della propria realtà emotiva.
Si ripresenta nel conduttore che conduce il gioco o che usa le
parole la minaccia di una madre troppo soffocante ed intrusiva.
5) la mia assenza era dovuta a un problema di salute la cui guarigione,
per una serie di complicazioni impreviste, non era possibile prevedere.
Nella realtà personale Daniele in quel periodo soffriva per il
nonno molto malato, che morì 2-3 mesi dopo.
6)Poter usare le parole come veicoli di pensiero presuppone un
lavoro mentale di elaborazione, una mente che gradualmente ha
appreso la capacità di tollerare la rabbia e il dolore.
Anche per noi adulti ci sono momenti particolari o situazioni
così difficili da tollerare, la cui emotività abbisogna necessariamente
in un primo tempo di essere espulsa, evacuata da dentro di noi.
Ammaniti afferma che "l'uomo cerca di dare significato-rappresentazione
a ciò che di nuovo gli succede per garantire una continuità. Ci
sono eventi così difficilmente rappresentabili, troppo forti per
la mente umana, come la guerra".
7) Kaes (1999) sottolinea che "un certo numero di patologie e
di intense sofferenze della vita psichica sono legate a gravi
cedimenti dell'attività del preconscio. Queste patologie possono
essere trattate in un dispositivo psicoanalitico di gruppo: il
lavoro di preconscio dell'altro, di più-di-un-altro, la sua attività
di figurazione e di messa di rappresentazione di parole rivolte
a un altro crea le condizioni di rilancio dell'attività di simbolizzazione".
* Le co-conduttrici succedutesi sono la Dott.ssa Stefania Bellora,
Neuropsichiatra Infantile e Psicoterapeuta dell' Azienda Ospedaliera
di Alessandria; la Dott.ssa Maria Grazia Pelizzari e la Dott.ssa
Alessandra Zappino, Psicoterapeute Coirag-Sipsa.
Una parte del presente lavoro, parzialmente modificato, è stato
presentato in occasione del 18° Congresso Nazionale S.I.N.P.I.A.
Villasimius, 6-10 giugno 2001.
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