| Il mio contributo
oggi è quello di proporvi l'articolazione tra mito fantasma e
destino che rinveniamo nel corso dell'esperienza analitica a partire
dall'etica della psicoanalisi, così come essa si radica nel desiderio
umano, desiderio che non coincide con il bisogno.
Questa è la questione cruciale per noi analisti, poiché l'etica
è il destino stesso della psicoanalisi. Già con Freud la psicoanalisi
non può accontentarsi di coincidere con l'idea di onestà e il
piacere non è il Sommo bene. Freud, infatti, radica l'etica nel
desiderio, nel paradosso di quel desiderio umano così sfuggente,
inafferrabile, indicibile e di cui Lacan nel Seminario VII, L'Etica
della psicoanalisi , farà ciò che marca la differenza tra la morale
tradizionale e l'etica.
C'è un humus che informa il destino di ciascun essere umano, quel
destino particolare di cui ogni uomo o donna dovrà assumere la
responsabilità a partire dalla propria Storia e dalla universalità
del mito in cui è preso. Se il mito ha carattere universale, e
dunque vale per tutti come struttura reggente, il destino si attua,
invece, a partire dalla particolarità che costituisce il dramma
del soggetto, in quanto ciò che vi emerge è il rapporto unico,
speciale, diverso da ogni altro che egli intrattiene con la pulsione
di morte, con ciò che il simbolico non ha potuto significantizzare,
con ciò che sfugge alle maglie della struttura fondamentale, che
è sempre una struttura di linguaggio, con ciò che rinviene Freud
nell'al di là del principio di piacere alla fine della sua vita
e che Lacan chiama "reale", il reale del godimento. Qui si situa
l'etica della psicoanalisi.
Freud ci ha detto che nessuno può e deve rendere conto individualmente
del senso di colpa, che ha le sue origini in un crimine fondamentale
e che sta nel cuore dell'uomo, perché di una sola cosa l'uomo
deve rendere conto: del proprio desiderio. Potremmo riassumere
la questione cruciale di questo seminario nella frase: "Hai tu
agito in conformità con il tuo desiderio?". Il legame tra crimine,
colpa e desiderio fa sì che la colpa risieda nel fatto di non
aver pagato il prezzo della conseguenza di tale crimine, conseguenza
che si riassume in un vuoto, una perdita, perdita che comporta
il prezzo di quella "libbra di carne" che Amleto, in ritardo,
pagherà con la propria morte, avendo ceduto sul proprio desiderio
per quello della madre .
La morale dei beni, l'imperativo categorico di un bene universale
compie, dunque, un errore fondamentale: quello di sbarazzarsi
del paradosso del desiderio, di metterlo fuori gioco, salvo poi
vederlo ritornare da un'altra parte nella forma di un reale doloroso,
così come vediamo nella clinica di tutti i giorni e oggi, con
spaventosa crudezza, negli eventi che si succedono nel mondo e
nei confronti dei quali ci sentiamo così impotenti, ma dove l'impotenza
maschera l'onnipotenza della ragione e la degradazione del desiderio.
Non è dunque operando per il proprio bene o per l'universale del
bene altrui che l'uomo guarisce la sua colpa, ma scegliendo per
il desiderio con il paradosso che esso comporta, ovvero il rapporto
con la pulsione di morte. Il desiderio si staglia su uno sfondo
di morte ed è così che possiamo cogliere la "dimensione tragica"
dell'esperienza analitica, in quella coincidenza tra destino e
desiderio proprio in rapporto alla Cosa, all'ex nihilo, coincidenza
che costituisce il punto di demarcazione tra la morale dei beni
e l'etica della psicoanalisi.
Con Freud e con Lacan, allora, ciò che guida la vita del soggetto
e che informa l'etica è il reale del godimento, mentre la morale
opera a partire da una preminenza data al simbolico, alla ragione,
alle leggi, quelle leggi umane, "troppo umane" cui si appella
Creonte. Il fatto che Lacan contrapponga il reale alla ragione
non significa che venga meno la logica. Si tratta, infatti, di
una logica dell'inconscio che comprende la pulsione di morte,
dove il significante include la sua parte di indicibile, di "impossibile",
quella parte che fa l'essere umano così attaccato al nucleo del
proprio sintomo e con cui, alla fine dell'analisi, dovrà fare
qualcosa di creativo, di vivificato: la sua opera, in un passaggio
dal tragico al comico.
Dove si cede sul proprio desiderio salgono le azioni del godimento;
dove si assume il proprio desiderio vi è perdita di godimento.
Nella clinica lo vediamo continuamente e in particolare in quella
clinica dei disturbi alimentari, delle dipendenze e, per altre
ragioni, che sono ragioni di struttura, nelle psicosi, là dove
il simbolico ha poca presa sul soggetto e l'irruzione del reale
del godimento può essere spaventosa, in tutti quei casi così detti
"gravi".
Un soggetto che si rivolge a un analista, tra le parole confuse
che può pronunciare, nell'espressione della sua sofferenza, nello
smarrimento che porta con sè, nel silenzio, chiede fondamentalmente
che gli si dica qualcosa su questo desiderio che non c'è, su questo
desiderio smarrito, su questo desiderio vacillante. "Sono come
un cavallo tra due balle di fieno", dice un giovane uomo molto
ossessivo, "e morirò di fame". Un soggetto chiede che l'analista
gli dica quale è il suo desiderio, cosa che l'analista naturalmente
non fa, salvo indicargli un percorso nel quale egli stesso dovrà
trovarlo.
Questo percorso passerà attraverso le maglie del mito, l'inerzia
del fantasma, fino all'assunzione del proprio destino. Il soggetto
che intrapprende l'esperienza dell'analisi è preso in una logica
che lo porta a farsi carico di ciò che avrà estratto a partire
dai significanti della sua storia, riscrivendola nel corso dell'esperienza
e scoprendo di esserne l'autore, esattamente come l'autore di
un testo, come colui che ne ha i così detti "diritti d'autore",
ma anche il dovere che è un dovere etico, quello di dire bene.
Potremmo forse vedere una sorta di parentela tra destino autore
e desiderio.
"Certo. A ciascuno il suo ruolo. Lui deve farci morire, e noi,
noi dobbiamo andare a seppellire nostro fratello. E' così che
sono state distribuite le parti. Cosa vuoi che ci facciamo, noi?"
. Così parla la piccola Antigone di Anouilh alla sorella Ismene
che non vuole morire, che non vuole assumere su di sè il destino,
che non vuole accettare la distribuzione delle parti. "Non essermi
compagna nella morte, non ti appropriare di ciò che non hai neanche
sfiorato. La mia morte basterà" . Così parla l'Antigone di Sofocle
con linguaggio crudo, determinato ed estremo.
Lacan ricorre ad Antigone nel Seminario VII per mettere in rilievo
la struttura del desiderio nel suo punto più estremo, quello che
chiama il "punto di mira del desiderio", punto di mira che è fondamentalmente
la Cosa. Fa parte di un uso della letteratura, dell'opera d'arte
in generale che era già di Freud per elucidare aspetti della teoria
e della clinica. Se però in Freud vi era talvolta una tendenza
a fare dell'artista un caso clinico, pensiamo a Leonardo, a Dostojewsky,
con Lacan la congiuntura tra arte e psicoanalisi avviene principalmente
per illustrare un punto della struttura, lasciando in sostanza
poco spazio alla suggestione per chi legge, anche se l'opera in
sè è suggestiva. Per questo interpella Antigone, Antigone che
va verso il suicidio, Antigone che va oltre l'Até, Antigone che
oltrepassa la barriera del bene e della pietà per affrontare la
barriera del timore e del bello, al di là del principio di piacere,
Antigone come paradigma di colei che, presa in un mito, presa
nella legge significante, porta fino in fondo il suo desiderio
al fine di compiere il suo destino.
Abbiamo dunque il mito universale dell'Edipo a cui la fanciulla
è assoggettata, potremmo dire costretta, esattamente come la sorella
Ismene, prese tutte e due nella struttura simbolica del linguaggio,
ma il destino non è lo stesso per tutte e due, il suo compimento,
tramite la catarsi della tragedia, è particolare per ciascuna
di loro. Nel caso di Antigone abbiamo una coincidenza tra desiderio
destino e Cosa, ex nihilo. Siamo nella assoluta estremizzazione,
quella stessa estremizzazione che rinveniamo spesso nel desiderio
dell'anoressica ma che non è il fine di un'analisi, ma solo un
passaggio strutturale, logico, che deve trovare uno sbocco non
di morte ma di vita.
La "dimensione tragica" del desiderio, la sua necessaria articolazione
con la pulsione di morte che Lacan fa in questo seminario è dovuta
al fatto che egli pensa che lo scopo ultimo dell'essere vivente
sia quello di attingere ciò che lo ha fabbricato. In questo senso
il percorso è come una sorta di anello che si chiude. Ciò che
lo ha fabbricato, in effetti, è il linguaggio, la sua introduzione
nel linguaggio, e dunque il taglio originario operato dal significante,
taglio che lo marchia come un essere per la morte. Il soggetto
si coglie dunque in un'esperienza della morte.
Si potrebbe pensare che il mito venga prima, poi c'è in mezzo
il fantasma e, alla fine, il destino. In un certo senso sì, se
pensiamo che ciascun essere umano è un piccolo particolare in
un grande universale e che deve arrangiarsi come può per affrontare
l'Altro, la sua domanda, il suo desiderio e dunque il proprio.
In realtà questi tre momenti sono ben intrecciati, e nel percorso
analitico lo vediamo, non solo per gli andirivieni del percorso,
ma perché si va in una direzione per poi voltarsi indietro, come
a chiudere un anello, appunto, e ci si ritrova paradossalmente
al punto di prima, ma con sguardo diverso e trasformando ciò che
appariva tragico in comico. E' a partire da un tempo di après-coup,
da un cammino a ritroso, che il soggetto potrà aprire gli occhi
su una nuova prospettiva, come scrive Hölderlin quando dell'Istro
dice: "...sembra quasi / Che vada a ritroso / E io penso debba
venire / Da Oriente",
Sarebbe terribile non poter ridere, alla fine di un'esperienza
analitica, non poter ridere un po' di quella grande Storia con
la S maiuscola, difficile, a volte veramente tragica, da cui siamo
partiti per riscriverla nel corso dell'esperienza stessa dell'analisi
e per accorgerci che, in fondo, non è poi così grande ma è, anzi,
piccola, infima, condensata in una sorta di trucco, di stratagemma
-peraltro non sempre così tanto efficace- che Lacan ha chiamato
fantasma.
Ne "Il mito individuale del nevrotico" , Lacan parla del mito
come di "una certa rappresentazione oggettiva di un epos o di
gesta che esprimono in modo immaginario le relazioni fondamentali
caratteristiche di un certo modo di essere dell'uomo in un'epoca
determinata; se prendiamo il mito come la manifestazione sociale
latente o patente, virtuale o realizzata, vuota o piena di senso,
di questo modo di essere, allora è certo che possiamo ritrovarne
la funzione nel vissuto stesso di un nevrotico". In questo caso
si tratta non tanto del Mito con la M maiuscola inteso come universale,
vedi l'Edipo in cui tutti siamo presi, ma, proprio perché "individuale",
si tratta di quel mito che il soggetto si è costruito e che prima
chiamavo Storia con la S maiuscola e che contiene una verità nascosta,
indicibile, non oggettivabile fino in fondo e che, proprio per
questa ragione, ha del mitico, diventa mitica, per potersi raccontare.
Tale costruzione mitica, tale Storia include i significanti che
hanno fatto e fanno la vita del soggetto e la "costellazione immaginaria"
che ha presieduto alla sua nascita e che sta in un rapporto preciso
con qualcosa di contingente e fantasmatico, qualcosa di morboso
anche, che, come il granello di sabbia intorno a cui l'ostrica
costruisce la perla, è ciò intorno a cui il soggetto costruisce
il suo fantasma personale, la sua piccola, infima storia. Tale
fantasma supporta il sintomo in quanto contiene, racchiuso e fissato
nel suo cuore, l'elemento pulsionale per eccellenza, l'oggetto
della pulsione per quel soggetto lì, l'oggetto che fissa in forma
di inerzia il soggetto in un godimento conosciuto e ripetitivo
e che ha la funzione di stratagemma per affrontare l'Altro e che
rende palpabile la sofferenza e il piacere che il sintomo comporta.
Il fantasma è come una sorta di "impresa" del soggetto, il suo
dramma, la sua messa in scena che, tra l'altro, prende spesso
la forma di una vera e propria scena, una scena molto speciale
che può apparire tramite un sogno, che viene a isolarsi nel percorso
analitico e di cui il prototipo è "Un bambino viene picchiato",
scena che si riassume in una frase che stigmatizza la posizione
del soggetto difronte al godimento e al desiderio.
E' nel tempo dell'analisi, nella sua durata e nella sua scansione,
tramite l'esperienza della "dimensione tragica", che, a partire
dal fantasma e dal sintomo, i due pilastri dell'architettura che
il soggetto scopre man mano che la erige, il soggetto acquisirà,
da una parte, un sapere nuovo sulla sua causa e, dall'altra, si
scoprirà con un "desiderio inedito" in una sorta di sguardo retroattivo
che, una volta che il soggetto ha isolato l'oggetto pulsionale
come nucleo e matrice del fantasma, lo vede ritornare, alla fine
dell'analisi, nella forma di un godimento particolare, di un desiderio
nuovo, come ciò che lo particolarizza, ma, appunto, alleggerito
del peso del fantasma che faceva da limite al desiderio.
E' così che la Storia perderà il valore di mito e il soggetto
potrà cogliersi, invece, in una storia meno grande, meno ideale,
ma reale. Il mito, che conteneva in filigrana e come "costellazione
immaginaria" il marchio che ha segnato il soggetto fin dall'inizio,
solo con la costruzione e lo svelamento del fantasma, potrà farsi
destino particolare. Ciò di cui il soggetto non voleva sapere
più di tanto era velato, racchiuso nel fantasma come un punto
di cecità su cui tutta l'impalcatura si sorreggeva; il suo svelamento
permette al soggetto di incontrare ciò che lo ri-guarda nella
maniera più intima, come nucleo non significantizzabile, come
resto pulsionale, e farne la chiave del suo destino. Il fantasma
avrà fatto da rélè tra il mito e il destino di un soggetto.
Alla fine dell'analisi il soggetto fa dunque il lutto dell'oggetto,
che non è più lì a velare la mancanza ma, svincolato dal fantasma,
cade come un resto che fa del sintomo un sintomo ormai depurato
del fantasma, un sintomo che è dunque la parte più viva del soggetto,
la parte più vera, il suo modo di essere, di godere, di operare
nel mondo al di là delle implicazioni edipiche in un passaggio
che va dalla mortificazione alla vivificazione. Questo è ciò che
con Lacan chiamiamo il godimento in più che passa per il corpo,
come cifra, lettera, come segno particolare: il famoso piccolo
a. E' a tale proposito che Jacques-Alain Miller dice che "perché
ci sia questo 'a' minuscolo è necessario che ci sia vita, che
ci sia del vivo, è necessario che ci sia corpo". Lo cito per spezzare
una lancia a favore dell'importanza cruciale che viene data al
corpo nella teoria e nella clinica lacaniana, a differenza di
quanto molti pensano.
Il mito, dunque, è caduto definitivamente, l'architettura del
percorso analitico ha lasciato intravvedere il misero e prezioso,
al tempo stesso, secreto che un'architettura ideale e edificante,
potremmo dire estetica, ricopriva. Sarà compito del soggetto che
ha potuto estrarre la chiave del proprio destino proseguire la
sua piccola o grande opera la cui materia prima è stata reperita
nel corso di un'esplorazione nei dintorni del niente della Cosa
per essere poi vivificata.
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