Mito, Sogno e gruppo 2

IL SOGNO DEL BAMBINO DAL ROMANZO FAMILIARE AL MITO
Renato Gerbaudo


Il mito ha la funzione di conciliare degli opposti, di risolvere una contraddizione di per sé insolubile. Il mito freudiano per eccellenza, l'Edipo, deve conciliare la figura del padre della norma, il padre morto, con il padre di Totem e Tabù, il padre che gode della madre.
Già con le teorie sessuali infantili (TSI) il bambino è impegnato ad articolare queste due valenze sul mito dell'origine: da dove vengono i bambini e che c'entra il padre in tutta questa faccenda. Il desiderio della madre e la funzione paterna costituiscono il luogo in cui si struttura la questione del soggetto, che è impegnato a rispondervi.
Nel gruppo di psicodramma analitico il bambino espone, di fronte ad un uditorio di altri bambini e alla presenza di due terapeuti, il suo teatro privato. Narrazioni di frammenti della vita quotidiana, sogni, avvenimenti bizzarri o particolari compongono progressivamente un quadro che fa emergere il suo "romanzo familiare", freudianamento inteso. Ovvero l'Altro simbolico, l'entourage familiare e sociale e l'altro immaginario, i partners speculari a cui è confrontato. Contemporaneamente, il bambino è al lavoro in un processo di separazione, che gli fa incontrare altre figure adulte di riferimento per qualificarsi singolarmente come soggetto desiderante.
Questo meccanismo di "sostituzione" dei genitori con figure idealizzate (nella fantasia il bambino è figlio immaginario di un re e di una regina) è il compito più arduo ma umanamente necessario di staccarsi dall'autorità genitoriale, conservando al fondo un'idea di 'elevazione'dei propri genitori con le figure che vi subentrano idealmente. 







E' la tesi del saggio di Freud (1) che viene riletta da J.Lacan nel "Mito individuale del nevrotico" (2), in cui la costellazione familiare dell'"Uomo dei topi" di Freud - il padre che da giovane ha contratto un debito insoluto e la scelta tra una donna povera con una ricca - si raddoppia nelle scelte del soggetto con un debito per un paio di occhiali e l'amore per una fanciulla povera, lasciandolo in preda ad un terrore ossessivo per una tortura anale spaventosa. Vi è anche un raddoppiamento dal lato del soggetto, come nel caso del giovane Goethe, che amava travestirsi da seminarista o da ragazzo da bottega per i suoi incontri amorosi con una fanciulla, per scongiurare la profezia di una sua spasimante delusa.
Ora, per dirlo brevemente, lo psicodramma analitico è solidale con il romanzo familiare dei partecipanti, perché ne costituisce il passaggio obbligato. Nella composizione e decomposizione delle "versioni" attuali della storia dei partecipanti emerge il mito individuale cui esso è ancorato. Più o meno l'equivalente delle formazioni dell'inconscio nell'analisi individuale, con questa differenza, che al racconto di un partecipante si associano i racconti degli altri, i quali formano così dei temi di gruppo. La dialettica tra l'esposizione del teatro privato e la sua "pubblicazione" (3) é mantenuta dalla proposta di gioco, cioè la rappresentazione di un frammento individuale raccontato, che ritorna in questo modo come interrogativo al soggetto. Durante la seduta di psicodramma, l'animatore del gruppo può proporre al partecipante di organizzare simbolicamente l'avvenimento raccontato, scegliere tra i partecipanti i partners del racconto (io-ausiliari) e drammatizzare la situazione, facendo "come se". E' possibile altresì che il protagonista operi un'inversione di ruolo, prendendo nel gioco il posto dell'antagonista. Alla fine della seduta, l'osservatore, che rimane al di fuori del cerchio libidico, darà una lettura analitica delle sequenze narrative o degli scarti tra rappresentazione e discorso che avrà rilevato nel suo ascolto.
In questo contesto il racconto dei sogni si rivela come uno degli strumenti più preziosi di questo doppio aspetto degli elementi del romanzo familiare: da un lato, nella sua funzione di enigma, come l'espressione più intensa della vita intima dell'individuo e dall'altra nel suo aspetto di "messaggio socializzante" offerto come lettura all'elaborazione secondaria cui risponde l'associazione degli altri partecipanti, nel transfert orizzontale. 
In secondo luogo il tempo del gioco presentifica nell'attualità le impasses del soggetto di fronte all'innominabile della pulsione. La rappresentazione modifica il tempo nel senso grammaticale: si esce da un tempo passato, mitico, per entrare in un presente veicolato dalla parola che può rendere trattabile ciò che rimane chiuso e ripetitivo nell'agire sintomatico. Poiché vi è implicato il corpo, il gioco può produrre, se è condotto a buon termine, una forma di rilassamento o di distensione. Forse è anche la ragione per cui, almeno nella mia esperienza con i bambini, il racconto dei sogni è abbastanza raro o saltuario!
L'elaborazione verbale e discorsiva è avvertita come un pericolo dal bambino, che nella maggior parte vi si oppone nei vari attacchi al setting, proprio perché assume un valore operatorio nel far emergere la mancanza soggettiva come perdita di godimento. Il mito individuale si presenta piuttosto come uno scenario fisso e irrinunciabile e in questa direzione si collega ai fantasmi immaginari che lo sostengono. L'uso nello psicodramma degli altri partecipanti, non solo per la parte verbale associativa, ma per quella di partners del gioco, liberamente scelti, può produrre effetti di sorpresa, come il cambiamento del copione dato dal protagonista o una modalità di rappresentazione del ruolo da parte di un "Io-ausiliario". 
Effetti di interpretazione che indicano delle vie di uscita che interrogano il soggetto: in un gioco di psicodramma di bambini si doveva rappresentare un episodio di una visita dentistica. La protagonista, una bambina di dieci anni, non voleva l'apparecchio per i denti e cercava di convincere il dentista di non averne bisogno. Per il gioco sceglie come specialista un bambino carino e intelligente, che aveva sempre dimostrato nei suoi confronti un certo "feeling". Nella rappresentazione lei, seduttiva e mollemente sdraiata sul divano, parla con voce flautata al partner nel ruolo del medico, da cui si sente però rispondere "Tu l'apparecchio, non solo lo devi mettere, ma lo dovrai portare tutta la vita!".
Se da un lato la scelta del partner rivela il tentativo di un raddoppiamento narcisistico, dall'altro la sorpresa del gioco mette in luce la dimensione del terzo simbolico, che le ritorna nella frase del partecipante. In altre parole, la sostituzione immaginaria nel romanzo familiare con un Io-Ideale, si può rivelare nel gioco o negli interventi degli altri come una sostituzione simbolica, poiché introduce la quota di castrazione orale che era attivamente evitata. La costruzione del mito individuale si rivela dall'inizio chiusa e protetta dal raddoppiamento immaginario, ma la finzione del dispositivo del gruppo apre ad una formula discorsiva che può essere tradotta al soggetto in termini di verità. Dal lato degli psicodrammatisti, ho evocato altrove (4) il mito dei Cavalieri della Tavola Rotonda, in particolare la funzione del "seggio periglioso", unico scranno lasciato vuoto dal consesso dei valorosi partecipanti. Questa funzione del "meno uno" è ciò che i terapeuti valorizzano operativamente, sostenendo la dimensione insatura del gruppo, che permette ai partecipanti di passare dalla formazione di temi di gruppo all'elaborazione della questione soggettiva. 
Vediamo ora, con la descrizione di una sequenza di sedute di psicodramma, la funzione assunta dal racconto di sogni, che possa illustrare brevemente questo percorso.

Sogno, mito e gruppo
Mario inizia la seduta raccontando un sogno che catalizza l'attenzione di tutti: "Si trovava a scuola, nella sala computer con i compagni della sua classe. Ad un certo punto i compagni spariscono e dalla porta entra un coccodrillo. Quando lui se ne accorge, scappa, ma il coccodrillo lo insegue e lo inchioda al muro, tra due banchi. Il sogno termina con il suo braccio nelle fauci del coccodrillo e non sa se verrà mangiato." A questo racconto risponde Dario con un suo sogno: "Sta a casa sua con il fratello Renzo e la sorella Alessia, c'è anche la madre e fuori, in giardino, c'è il loro cane arrabbiato, lui esce, lo accarezza sulla testa, facendogli <caro, caro>, ma il cane gli mozzica lo stesso una mano". Un terzo bambino, Rino, racconta di aver visto un film, vietato ai minori di 14 anni, dal titolo "L'anaconda", un serpente delle paludi amazzoniche, lungo 12 metri e che si mangia gli uomini interi, li risucchia e ne sputa gli ossicini.Tutti gli altri si impressionano e Rino sembra particolarmente contento di ottenere quest' effetto. 
Faccio notare che si parla di animali pericolosi, nel sogno e nella realtà, che hanno una bocca che può divorare. Cosa pensa Mario dei coccodrilli? Risponde che gli piacciono e che sono animali antichi, parenti dei dinosauri e lui ad esempio sa che i serpenti hanno le zampe, anche se sono atrofizzate. Nei sogni ci sono degli interrogativi: il coccodrillo 'mozzicherà' il braccio di Mario? E perché il cane di Dario l'ha 'mozzicato', nonostante lui gli facesse le carezze? "Boh!" è la risposta collettiva. Propongo allora di mettere in scena il sogno di Mario, che ha raccolto tutte quelle associazioni. Per fare la parte del coccodrillo sceglie Rino, che ha manifestato il piacere della divorazione. I compagni di classe saranno interpretati dai due che hanno parlato di animali, Dario e Luisella, una bambina che ha detto che il suo cane non mozzica.
Nella rappresentazione si vede Rino, che, a differenza del racconto, è titubante a fare l'animale 
feroce, mentre gli altri due non spariscono. Succederà così che Mario offrirà il braccio proteso al coccodrillo, con grandi risate. Non si vede la paura, fortemente annunciata. Nell'inversione di ruolo, nella parte del coccodrillo, Mario fa una bestia ferocissima, strabuzza gli occhi e muove la lingua come un serpente, movendosi sinuosamente. Stringe all'angolo Rino, avvolgendolo nelle sue fauci, aiutandosi con le braccia protese. Gli altri due scappano impauriti.
Dopo il gioco Rino, che è agitato, propone a tutti di disegnare, ma i fogli di carta diventano aeroplanini. Interrogato sulla sua agitazione, il bambino risponde che lui ha sempre bisogno di stare al centro dell'attenzione. "E' così importante?" gli chiedo. "Si, risponde, perché i miei compagni di classe fanno le bande e mi escludono, allora io devo stupirli con qualcosa, perché vorrei qualche amico!." Rino fa così emergere la sua abilità intellettuale e grafica nello stupire, ma la sua difficoltà a giocare con gli altri, come ha manifestato nel gioco. Così come Luisella, che ha partecipato alla scena, di fronte ai disegni o a fare gli aeroplani, prima ancora di provarci, dichiara sempre "Nun so' bona!", da qui il soprannome che gli sarà appioppato nel gruppo. Alla fine della seduta, Rino farà vedere a tutti il suo disegno, che in realtà è una frase scritta a caratteri maiuscoli: "RENATO PERICOLO GERBAUDO".
La seduta successiva è la seduta del caos. I bambini cominciano ad urlare, a costruire degli aerei di carta, su cui Rino d'impulso scrive "Poste italiane". Gli altri lo imitano, il tema sembra essere quello dei messaggi.senza destinatario apparente! Il luogo e il mio nome citato precedentemente sembrano costituire, nel transfert verticale, il luogo dell'emergenza del coccodrillo e le urla sembrano scongiurare la paura dell'oralità pulsionale. Dario si risponde al sogno della volta precedente: lui pensa, gridando, che quando uno sogna il mozzico di un cane significa che c'è "un tradimento" (come quando a uno gli prude il naso). Mi chiedo se Dario conosca il detto "Dentro calci, fuori baci".
Le associazioni che emergono si riferiscono a temi sessuali (membra squartate, piselli strappati, donne che "sculettano" troppo). Dario ne ha vista una, con un grande sedere, mentre andava dal pediatra. Il medico che cura i bambini ha un riferimento con il corpo e allo psicodramma la sessualità sembra fare irruzione, come "un tradimento". L'urto con il reale pulsionale suscita queste immagini di frammentazione del corpo, senza una protezione simbolica sufficiente (5). La tolleranza al caos e la sottolineatura di questa paura sembra per il momento l'unico intervento possibile.
Nella seduta successiva trovo Rino ad aspettarmi in anticipo in sala d'attesa. Vuole un colloquio individuale, gli dico che gli concedo senz'altro qualche minuto prima dell'inizio del gruppo. Esordisce dicendo che al gruppo "non si può parlare", c'è troppo macello, non è il caso di tornare alle sedute individuali? Gli dico che questa è una questione importante e che, da quello che ha raccontato, lui desidera riuscire a parlare con gli altri e lo invito a trattare la questione nella seduta che sta per cominciare.
Quando arrivano gli altri Rino li riceve con l'avvertimento che ha una cosa importante da dire e sembra comunque rinunciare per la prima volta a volerli controllare con i suoi "effetti speciali". La cosa importante è il racconto di un sogno: "Mi trovavo a scuola e giocavo a nascondino con il mio compagno Fabrizio e io andavo a nascondermi nel 'giardino dei piccoli'. Successivamente arriva un altro compagno, Luciano, che lo trova e lo vuole riportare indietro. lui intanto parla, parla, parla, fino a che gli si gonfia la bocca e rischia di rimanere soffocato e la bocca di esplodergli!" A quel punto si sveglia. Mario racconta che aveva sognato suo padre che voleva ucciderlo. Dario dice che anche lui, nella realtà, va a giocare nel giardino dei bambini della scuola materna e poi aggiunge cose che fanno generalmente solo i grandi (mettere incinta una ragazza, parlare al telefonino, uscire per andare a ballare). Il tema 'del grande e del piccolo' emerge nelle associazioni come un confronto impossibile con il padre, mentre nel sogno si parla apparentemente di bambini di scuola diversa. 
Tutti e tre i maschi che hanno parlato hanno una situazione familiare problematica, prevalentemente dal lato paterno (uno ne è orfano, l'altro ha il padre tossicomane e il terzo un padre con disturbi psichiatrici). Propongo di rappresentare il sogno di Rino, che racconta, prima di giocare, un altro sogno:"Si trovava in un letto grande, con tutte le candele grandi accese intorno, aveva a sua disposizione tutto quello che poteva desiderare, soprattutto cibi di ogni genere, giochi etc." "Ma che eri un principino?" commenta Dario. "Ad un certo punto mi accorgevo però che sotto il letto c'era un serpente velenosissimo che stava per attaccarmi." 
Si mette in scena il gioco della scuola: per fare l'amico Fabrizio, con cui si trova in sintonia, sceglie Mario, per fare Luciano, che vuole riportarlo dai grandi, sceglie Dario. La prima parte è senza parole, i due si rincorrono, fanno la lotta, sembra un gioco infantile pieno di divertimento e di piacere. E' proprio quando Rino va a nascondersi nel giardino dei piccoli, che cominciano i problemi. 'Non riesce a dire una parola', è rannicchiato e depresso, non sembra neanche accorgersi dell'amico che lo vuole riportare indietro.
Dopo il gioco sembra a tutti evidente l'estrema fragilità del bambino rappresentata da Rino. Luisella fa un disegnino e ripete "Nun so' bona", Mario scrive in varie lingue inventate "Mario è grande" e Rino parla del "Mamba verde", come il serpente più velenoso al mondo. Dopo disegna un complesso monumentale in cui abita un re, ma nel disegno non appare nessuna figura umana, sembra piuttosto un complesso cimiteriale. Il tema del grande appare prevalentemente come un doppio ideale, che si sgretola lentamente come difesa dalla pericolosità e dalla complessità dell'essere piccoli e senza parole, in balia di una minaccia incombente. Si prospetta la possibilità di iniziare un lutto.
L'ultima seduta, cui voglio fare riferimento, è la successiva che apre al tema del terzo sotto una forma problematica, ma importante. Rino racconta che ha smarrito il suo gatto Gedeone e fa vedere l'annuncio che ha scritto per il suo ritrovamento. E' un momento di rara intensità, che prelude ad una paura di smarrimento e alla tristezza dipinta sul suo volto, come richiamo alla seduta precedente. L'andamento è sussultorio, si alternano momenti di confusione con momenti di parola, il lutto da affrontare rispetto alla perdita del giardino dei piccoli è enorme, soprattutto in relazione alle loro storie personali. La svolta che prelude a questa possibilità avviene poco dopo, quando Mario, nell'eccitazione di una discussione con Rino, lo apostroferà con un "bastardo!", insulto molto in uso tra i bambini all'epoca. Rino gli risponderà seccato "Non chiamarmi così, perché io un padre ce l'ho, ma non vengo certo qui per parlare dei miei problemi personali!" Cosa che fortunatamente farà con gli altri nel prosieguo delle sedute.

Riferimenti bibliografici

(1) S.Freud (1908)"Il romanzo familiare dei nevrotici" in Opere, vol.5, Boringhieri, Torino 1980
(2) J.Lacan (1964)"Il mito individuale del nevrotico" J.A.Miller, M.Silvestre e C.Soler a cura di A. Di Ciaccia), Astrolabio, Roma 1986
(3) S.Gaudè (1998)"De la reprèsentation. » L'exemple du psychodrame "Il bambino reale" Psicodramma analitico e istituzioni della cura infantile Franco Angeli, Milano 2002 
(5) E.B.Croce(2001)"La realtà in gioco" Reale e realtà in psicodramma analitico Borla, Roma 2001

 



 

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