| Il mito ha la
funzione di conciliare degli opposti, di risolvere una contraddizione
di per sé insolubile. Il mito freudiano per eccellenza, l'Edipo,
deve conciliare la figura del padre della norma, il padre morto,
con il padre di Totem e Tabù, il padre che gode della madre.
Già con le teorie sessuali infantili (TSI) il bambino è impegnato
ad articolare queste due valenze sul mito dell'origine: da dove
vengono i bambini e che c'entra il padre in tutta questa faccenda.
Il desiderio della madre e la funzione paterna costituiscono il
luogo in cui si struttura la questione del soggetto, che è impegnato
a rispondervi.
Nel gruppo di psicodramma analitico il bambino espone, di fronte
ad un uditorio di altri bambini e alla presenza di due terapeuti,
il suo teatro privato. Narrazioni di frammenti della vita quotidiana,
sogni, avvenimenti bizzarri o particolari compongono progressivamente
un quadro che fa emergere il suo "romanzo familiare", freudianamento
inteso. Ovvero l'Altro simbolico, l'entourage familiare e sociale
e l'altro immaginario, i partners speculari a cui è confrontato.
Contemporaneamente, il bambino è al lavoro in un processo di separazione,
che gli fa incontrare altre figure adulte di riferimento per qualificarsi
singolarmente come soggetto desiderante.
Questo meccanismo di "sostituzione" dei genitori con figure idealizzate
(nella fantasia il bambino è figlio immaginario di un re e di
una regina) è il compito più arduo ma umanamente necessario di
staccarsi dall'autorità genitoriale, conservando al fondo un'idea
di 'elevazione'dei propri genitori con le figure che vi subentrano
idealmente.
E' la tesi del saggio di Freud (1) che viene riletta da J.Lacan
nel "Mito individuale del nevrotico" (2), in cui la costellazione
familiare dell'"Uomo dei topi" di Freud - il padre che da giovane
ha contratto un debito insoluto e la scelta tra una donna povera
con una ricca - si raddoppia nelle scelte del soggetto con un
debito per un paio di occhiali e l'amore per una fanciulla povera,
lasciandolo in preda ad un terrore ossessivo per una tortura anale
spaventosa. Vi è anche un raddoppiamento dal lato del soggetto,
come nel caso del giovane Goethe, che amava travestirsi da seminarista
o da ragazzo da bottega per i suoi incontri amorosi con una fanciulla,
per scongiurare la profezia di una sua spasimante delusa.
Ora, per dirlo brevemente, lo psicodramma analitico è solidale
con il romanzo familiare dei partecipanti, perché ne costituisce
il passaggio obbligato. Nella composizione e decomposizione delle
"versioni" attuali della storia dei partecipanti emerge il mito
individuale cui esso è ancorato. Più o meno l'equivalente delle
formazioni dell'inconscio nell'analisi individuale, con questa
differenza, che al racconto di un partecipante si associano i
racconti degli altri, i quali formano così dei temi di gruppo.
La dialettica tra l'esposizione del teatro privato e la sua "pubblicazione"
(3) é mantenuta dalla proposta di gioco, cioè la rappresentazione
di un frammento individuale raccontato, che ritorna in questo
modo come interrogativo al soggetto. Durante la seduta di psicodramma,
l'animatore del gruppo può proporre al partecipante di organizzare
simbolicamente l'avvenimento raccontato, scegliere tra i partecipanti
i partners del racconto (io-ausiliari) e drammatizzare la situazione,
facendo "come se". E' possibile altresì che il protagonista operi
un'inversione di ruolo, prendendo nel gioco il posto dell'antagonista.
Alla fine della seduta, l'osservatore, che rimane al di fuori
del cerchio libidico, darà una lettura analitica delle sequenze
narrative o degli scarti tra rappresentazione e discorso che avrà
rilevato nel suo ascolto.
In questo contesto il racconto dei sogni si rivela come uno degli
strumenti più preziosi di questo doppio aspetto degli elementi
del romanzo familiare: da un lato, nella sua funzione di enigma,
come l'espressione più intensa della vita intima dell'individuo
e dall'altra nel suo aspetto di "messaggio socializzante" offerto
come lettura all'elaborazione secondaria cui risponde l'associazione
degli altri partecipanti, nel transfert orizzontale.
In secondo luogo il tempo del gioco presentifica nell'attualità
le impasses del soggetto di fronte all'innominabile della pulsione.
La rappresentazione modifica il tempo nel senso grammaticale:
si esce da un tempo passato, mitico, per entrare in un presente
veicolato dalla parola che può rendere trattabile ciò che rimane
chiuso e ripetitivo nell'agire sintomatico. Poiché vi è implicato
il corpo, il gioco può produrre, se è condotto a buon termine,
una forma di rilassamento o di distensione. Forse è anche la ragione
per cui, almeno nella mia esperienza con i bambini, il racconto
dei sogni è abbastanza raro o saltuario!
L'elaborazione verbale e discorsiva è avvertita come un pericolo
dal bambino, che nella maggior parte vi si oppone nei vari attacchi
al setting, proprio perché assume un valore operatorio nel far
emergere la mancanza soggettiva come perdita di godimento. Il
mito individuale si presenta piuttosto come uno scenario fisso
e irrinunciabile e in questa direzione si collega ai fantasmi
immaginari che lo sostengono. L'uso nello psicodramma degli altri
partecipanti, non solo per la parte verbale associativa, ma per
quella di partners del gioco, liberamente scelti, può produrre
effetti di sorpresa, come il cambiamento del copione dato dal
protagonista o una modalità di rappresentazione del ruolo da parte
di un "Io-ausiliario".
Effetti di interpretazione che indicano delle vie di uscita che
interrogano il soggetto: in un gioco di psicodramma di bambini
si doveva rappresentare un episodio di una visita dentistica.
La protagonista, una bambina di dieci anni, non voleva l'apparecchio
per i denti e cercava di convincere il dentista di non averne
bisogno. Per il gioco sceglie come specialista un bambino carino
e intelligente, che aveva sempre dimostrato nei suoi confronti
un certo "feeling". Nella rappresentazione lei, seduttiva e mollemente
sdraiata sul divano, parla con voce flautata al partner nel ruolo
del medico, da cui si sente però rispondere "Tu l'apparecchio,
non solo lo devi mettere, ma lo dovrai portare tutta la vita!".
Se da un lato la scelta del partner rivela il tentativo di un
raddoppiamento narcisistico, dall'altro la sorpresa del gioco
mette in luce la dimensione del terzo simbolico, che le ritorna
nella frase del partecipante. In altre parole, la sostituzione
immaginaria nel romanzo familiare con un Io-Ideale, si può rivelare
nel gioco o negli interventi degli altri come una sostituzione
simbolica, poiché introduce la quota di castrazione orale che
era attivamente evitata. La costruzione del mito individuale si
rivela dall'inizio chiusa e protetta dal raddoppiamento immaginario,
ma la finzione del dispositivo del gruppo apre ad una formula
discorsiva che può essere tradotta al soggetto in termini di verità.
Dal lato degli psicodrammatisti, ho evocato altrove (4) il mito
dei Cavalieri della Tavola Rotonda, in particolare la funzione
del "seggio periglioso", unico scranno lasciato vuoto dal consesso
dei valorosi partecipanti. Questa funzione del "meno uno" è ciò
che i terapeuti valorizzano operativamente, sostenendo la dimensione
insatura del gruppo, che permette ai partecipanti di passare dalla
formazione di temi di gruppo all'elaborazione della questione
soggettiva.
Vediamo ora, con la descrizione di una sequenza di sedute di psicodramma,
la funzione assunta dal racconto di sogni, che possa illustrare
brevemente questo percorso.
Sogno, mito e gruppo
Mario inizia la seduta raccontando un sogno che catalizza l'attenzione
di tutti: "Si trovava a scuola, nella sala computer con i compagni
della sua classe. Ad un certo punto i compagni spariscono e dalla
porta entra un coccodrillo. Quando lui se ne accorge, scappa,
ma il coccodrillo lo insegue e lo inchioda al muro, tra due banchi.
Il sogno termina con il suo braccio nelle fauci del coccodrillo
e non sa se verrà mangiato." A questo racconto risponde Dario
con un suo sogno: "Sta a casa sua con il fratello Renzo e la sorella
Alessia, c'è anche la madre e fuori, in giardino, c'è il loro
cane arrabbiato, lui esce, lo accarezza sulla testa, facendogli
<caro, caro>, ma il cane gli mozzica lo stesso una mano". Un
terzo bambino, Rino, racconta di aver visto un film, vietato ai
minori di 14 anni, dal titolo "L'anaconda", un serpente delle
paludi amazzoniche, lungo 12 metri e che si mangia gli uomini
interi, li risucchia e ne sputa gli ossicini.Tutti gli altri si
impressionano e Rino sembra particolarmente contento di ottenere
quest' effetto.
Faccio notare che si parla di animali pericolosi, nel sogno e
nella realtà, che hanno una bocca che può divorare. Cosa pensa
Mario dei coccodrilli? Risponde che gli piacciono e che sono animali
antichi, parenti dei dinosauri e lui ad esempio sa che i serpenti
hanno le zampe, anche se sono atrofizzate. Nei sogni ci sono degli
interrogativi: il coccodrillo 'mozzicherà' il braccio di Mario?
E perché il cane di Dario l'ha 'mozzicato', nonostante lui gli
facesse le carezze? "Boh!" è la risposta collettiva. Propongo
allora di mettere in scena il sogno di Mario, che ha raccolto
tutte quelle associazioni. Per fare la parte del coccodrillo sceglie
Rino, che ha manifestato il piacere della divorazione. I compagni
di classe saranno interpretati dai due che hanno parlato di animali,
Dario e Luisella, una bambina che ha detto che il suo cane non
mozzica.
Nella rappresentazione si vede Rino, che, a differenza del racconto,
è titubante a fare l'animale
feroce, mentre gli altri due non spariscono. Succederà così che
Mario offrirà il braccio proteso al coccodrillo, con grandi risate.
Non si vede la paura, fortemente annunciata. Nell'inversione di
ruolo, nella parte del coccodrillo, Mario fa una bestia ferocissima,
strabuzza gli occhi e muove la lingua come un serpente, movendosi
sinuosamente. Stringe all'angolo Rino, avvolgendolo nelle sue
fauci, aiutandosi con le braccia protese. Gli altri due scappano
impauriti.
Dopo il gioco Rino, che è agitato, propone a tutti di disegnare,
ma i fogli di carta diventano aeroplanini. Interrogato sulla sua
agitazione, il bambino risponde che lui ha sempre bisogno di stare
al centro dell'attenzione. "E' così importante?" gli chiedo. "Si,
risponde, perché i miei compagni di classe fanno le bande e mi
escludono, allora io devo stupirli con qualcosa, perché vorrei
qualche amico!." Rino fa così emergere la sua abilità intellettuale
e grafica nello stupire, ma la sua difficoltà a giocare con gli
altri, come ha manifestato nel gioco. Così come Luisella, che
ha partecipato alla scena, di fronte ai disegni o a fare gli aeroplani,
prima ancora di provarci, dichiara sempre "Nun so' bona!", da
qui il soprannome che gli sarà appioppato nel gruppo. Alla fine
della seduta, Rino farà vedere a tutti il suo disegno, che in
realtà è una frase scritta a caratteri maiuscoli: "RENATO PERICOLO
GERBAUDO".
La seduta successiva è la seduta del caos. I bambini cominciano
ad urlare, a costruire degli aerei di carta, su cui Rino d'impulso
scrive "Poste italiane". Gli altri lo imitano, il tema sembra
essere quello dei messaggi.senza destinatario apparente! Il luogo
e il mio nome citato precedentemente sembrano costituire, nel
transfert verticale, il luogo dell'emergenza del coccodrillo e
le urla sembrano scongiurare la paura dell'oralità pulsionale.
Dario si risponde al sogno della volta precedente: lui pensa,
gridando, che quando uno sogna il mozzico di un cane significa
che c'è "un tradimento" (come quando a uno gli prude il naso).
Mi chiedo se Dario conosca il detto "Dentro calci, fuori baci".
Le associazioni che emergono si riferiscono a temi sessuali (membra
squartate, piselli strappati, donne che "sculettano" troppo).
Dario ne ha vista una, con un grande sedere, mentre andava dal
pediatra. Il medico che cura i bambini ha un riferimento con il
corpo e allo psicodramma la sessualità sembra fare irruzione,
come "un tradimento". L'urto con il reale pulsionale suscita queste
immagini di frammentazione del corpo, senza una protezione simbolica
sufficiente (5). La tolleranza al caos e la sottolineatura di
questa paura sembra per il momento l'unico intervento possibile.
Nella seduta successiva trovo Rino ad aspettarmi in anticipo in
sala d'attesa. Vuole un colloquio individuale, gli dico che gli
concedo senz'altro qualche minuto prima dell'inizio del gruppo.
Esordisce dicendo che al gruppo "non si può parlare", c'è troppo
macello, non è il caso di tornare alle sedute individuali? Gli
dico che questa è una questione importante e che, da quello che
ha raccontato, lui desidera riuscire a parlare con gli altri e
lo invito a trattare la questione nella seduta che sta per cominciare.
Quando arrivano gli altri Rino li riceve con l'avvertimento che
ha una cosa importante da dire e sembra comunque rinunciare per
la prima volta a volerli controllare con i suoi "effetti speciali".
La cosa importante è il racconto di un sogno: "Mi trovavo a scuola
e giocavo a nascondino con il mio compagno Fabrizio e io andavo
a nascondermi nel 'giardino dei piccoli'. Successivamente arriva
un altro compagno, Luciano, che lo trova e lo vuole riportare
indietro. lui intanto parla, parla, parla, fino a che gli si gonfia
la bocca e rischia di rimanere soffocato e la bocca di esplodergli!"
A quel punto si sveglia. Mario racconta che aveva sognato suo
padre che voleva ucciderlo. Dario dice che anche lui, nella realtà,
va a giocare nel giardino dei bambini della scuola materna e poi
aggiunge cose che fanno generalmente solo i grandi (mettere incinta
una ragazza, parlare al telefonino, uscire per andare a ballare).
Il tema 'del grande e del piccolo' emerge nelle associazioni come
un confronto impossibile con il padre, mentre nel sogno si parla
apparentemente di bambini di scuola diversa.
Tutti e tre i maschi che hanno parlato hanno una situazione familiare
problematica, prevalentemente dal lato paterno (uno ne è orfano,
l'altro ha il padre tossicomane e il terzo un padre con disturbi
psichiatrici). Propongo di rappresentare il sogno di Rino, che
racconta, prima di giocare, un altro sogno:"Si trovava in un letto
grande, con tutte le candele grandi accese intorno, aveva a sua
disposizione tutto quello che poteva desiderare, soprattutto cibi
di ogni genere, giochi etc." "Ma che eri un principino?" commenta
Dario. "Ad un certo punto mi accorgevo però che sotto il letto
c'era un serpente velenosissimo che stava per attaccarmi."
Si mette in scena il gioco della scuola: per fare l'amico Fabrizio,
con cui si trova in sintonia, sceglie Mario, per fare Luciano,
che vuole riportarlo dai grandi, sceglie Dario. La prima parte
è senza parole, i due si rincorrono, fanno la lotta, sembra un
gioco infantile pieno di divertimento e di piacere. E' proprio
quando Rino va a nascondersi nel giardino dei piccoli, che cominciano
i problemi. 'Non riesce a dire una parola', è rannicchiato e depresso,
non sembra neanche accorgersi dell'amico che lo vuole riportare
indietro.
Dopo il gioco sembra a tutti evidente l'estrema fragilità del
bambino rappresentata da Rino. Luisella fa un disegnino e ripete
"Nun so' bona", Mario scrive in varie lingue inventate "Mario
è grande" e Rino parla del "Mamba verde", come il serpente più
velenoso al mondo. Dopo disegna un complesso monumentale in cui
abita un re, ma nel disegno non appare nessuna figura umana, sembra
piuttosto un complesso cimiteriale. Il tema del grande appare
prevalentemente come un doppio ideale, che si sgretola lentamente
come difesa dalla pericolosità e dalla complessità dell'essere
piccoli e senza parole, in balia di una minaccia incombente. Si
prospetta la possibilità di iniziare un lutto.
L'ultima seduta, cui voglio fare riferimento, è la successiva
che apre al tema del terzo sotto una forma problematica, ma importante.
Rino racconta che ha smarrito il suo gatto Gedeone e fa vedere
l'annuncio che ha scritto per il suo ritrovamento. E' un momento
di rara intensità, che prelude ad una paura di smarrimento e alla
tristezza dipinta sul suo volto, come richiamo alla seduta precedente.
L'andamento è sussultorio, si alternano momenti di confusione
con momenti di parola, il lutto da affrontare rispetto alla perdita
del giardino dei piccoli è enorme, soprattutto in relazione alle
loro storie personali. La svolta che prelude a questa possibilità
avviene poco dopo, quando Mario, nell'eccitazione di una discussione
con Rino, lo apostroferà con un "bastardo!", insulto molto in
uso tra i bambini all'epoca. Rino gli risponderà seccato "Non
chiamarmi così, perché io un padre ce l'ho, ma non vengo certo
qui per parlare dei miei problemi personali!" Cosa che fortunatamente
farà con gli altri nel prosieguo delle sedute.
Riferimenti bibliografici
(1) S.Freud (1908)"Il romanzo familiare dei nevrotici" in Opere,
vol.5, Boringhieri, Torino 1980
(2) J.Lacan (1964)"Il mito individuale del nevrotico" J.A.Miller,
M.Silvestre e C.Soler a cura di A. Di Ciaccia), Astrolabio, Roma
1986
(3) S.Gaudè (1998)"De la reprèsentation. » L'exemple du psychodrame
"Il bambino reale" Psicodramma analitico e istituzioni della cura
infantile Franco Angeli, Milano 2002
(5) E.B.Croce(2001)"La realtà in gioco" Reale e realtà in psicodramma
analitico Borla, Roma 2001
. |