| Il Servizio
di Psicosomatica, che nel suo impianto sostanziale è stato formalizzato
all'interno della clinica ematologica nel 1986, deriva da una
lunga fase di ricerca, formazione e collaborazione con operatori
dell'area psicosociale a partire dall'avvio dell'era chemioterapica
e dei primi tentativi, nell'ambiente universitario romano, di
migliorare il decorso di malattie (leucemie, linfomi) sino ad
allora considerati inevitabilmente mortali e non passibili di
terapia. Dalla metà degli anni '70, allora ematologa, mi sono
dedicata alla ricerca nell'area della psicosomatica e della prevenzione
del rischio psicopatologico. Dopo una fase di formazione psicologico-psicodinamica
ho assunto il coordinamento dell'attuale servizio per la ricerca,
l'assistenza e la formazione in area psico-oncologica.
Il termine psicosomatica rispecchia l'area delle interreazioni
tra fenomeni biologici, psicologici e relazionali nel processo
dell'ammalarsi e nell'evoluzione della malattia. Poiché tale termine
è usato in molte accezioni diverse, è necessario precisare che
nella particolare formazione del servizio si riferisce allo sforzo
costante di non irrigidire l'esperienza all'interno di teorie
deterministiche, a partenza organica o psicologica, ma piuttosto
di cercare di raggiungere l'intreccio dinamico dei tanti linguaggi
che la persona utilizza per esprimere il suo malessere. Il principale
interesse è per gli interventi nati da e per l'esperienza di malattia,
che potranno oppure no evolvere verso una richiesta di psicoterapia
classica, ma tale evoluzione non può rappresentarne l'obiettivo,
pena l'uso manipolativo della relazione. Ovviamente, se l'intervento
riesce ad attivare un processo di elaborazione dell'esperienza,
può consentire di individuare bisogni sommersi e facilitare l'accesso
ad una psicoterapia classica.
Il primo punto da sottolineare, perciò, è che mi riferisco ad
un lavoro sulla frontiera psico-somatica, che coinvolge tutta
l'ambiguità della difficile relazione tra biologia e psicologia,
tra medicina e psicoterapia.
Le terre di mezzo.quei luoghi desolati, eppure talvolta splendidi,
che dividono due nazioni, due modi di essere, due culture. Terre
di mezzo, terre di nessuno. Le attraversi veloce, dopo aver varcato
un confine. Ti senti un poco straniero. Nessuno si ferma.L'uso
della citazione, tratta da un giornale dedicato all'immigrazione
e all'emarginazione, é il tentativo di comunicare attraverso una
metafora la necessità di attraversare, nella relazione con le
persone malate, l'esperienza di confine tra mente e corpo, una
sorta di area intermedia ove il bisogno è presente, ma la richiesta
non ancora identificabile.
Il servizio deriva anche dalla più generale evoluzione dell'oncologia
e dall'investimento che su di essa è stato fatto dall'istituzione
medica e psichiatrica. La sensibilità ai problemi psicosociali
dei pazienti oncologici ha avuto un impulso straordinario rispetto
ad altri settori della medicina. Gli insperati successi terapeutici,
l'aumentata frequenza della malattia, la persistenza del mistero
tumore ha reso difficilmente eludibile la necessità di occuparsi
dell'impatto sociale e psicologico della malattia su pazienti,
curanti, ambiente. A nostro avviso rispecchia anche la spinta
riparativa per il tabù sociale che investe la malattia tumore
e chi ne è portatore. Ancora oggi è difficile non identificare
la diagnosi di neoplasia con l'ineluttabilità della morte. In
ogni caso la terapia dei tumori è vissuta come una sfida ai confini
biologici e culturali della morte, le terapie causano sofferenze
e non garantiscono la guarigione. Ma le due sfere, quella psicoaffettiva
e quella medica, sembrano poste una accanto all'altra. Le iniziative
scientifiche e tecnologiche evolvono in parallelo ad iniziative
di solidarietà sociale, professionali e di volontariato, per rendere
la vita dei pazienti più "umana". La mancanza di un vero programma
integrativo assistenziale e formativo rispecchia non solo la storica
diffidenza della medicina nei confronti della funzione psichica,
ma anche la difficoltà dell'istituzione psichiatrica a venire
in contatto con l'esperienza somatica della sofferenza. Le obiezioni
più frequenti sono l'urgenza dei decorsi, la realtà della perdita,
separazione e morte, la difficoltà di lavorare a livello simbolico
e in tempi utili su qualcosa che è concretizzato dalla malattia.
Il problema da elaborare è in realtà la difficoltà per tutti ad
investire su un paziente del cui futuro non si può prevedere niente.
Per di più tale paziente porta nella relazione tutto il bagaglio
dei sintomi, della sofferenza, delle trasformazioni somatiche,
delle manipolazioni mediche.
Uno dei principali problemi è come accedere al livello simbolico
dei vissuti corporei senza dissociare il paziente dalla sua concreta
esperienza. Le modalità della diagnosi e della cura possono indurre
il paziente a vivere la malattia su un corpo scisso, trattato
come un oggetto esterno. Emozioni, paure e bisogni di dipendenza
possono essere così ignorati o repressi. D'altra parte l'approccio
psicologico può indurre il paziente a vivere la malattia su un
piano psichico scisso dal somatico, idealizzando la sofferenza
e la morte, rinunziando di fatto a incertezze e speranze, oppure
utilizzando l'interpretazione simbolica come una negazione della
realtà fisica della malattia e producendo, attraverso l'intellettualizzazione,
una scissione psicosomatica simile, anche se di segno opposto,
a quella indotta dalla cultura medica tradizionale. Si può così
creare una collusione nella fantasia onnipotente di controlla
re con la mente il corpo malato. La relazione acquista un valore
magico, la dipendenza difficile da utilizzare e da risolvere.
Nella nostra esperienza molto importante è stata una particolare
formazione biologica e psicodinamica, elaborata attraverso supervisioni
e lavoro in gruppo, per sopportare l'incertezza e la drammaticità
dell'esperienza fisica e psichica dei pazienti senza perdere di
vista il fondamentale obiettivo di lavorare in quell'area ove
bisogno psichico e somatico sono confusi e proiettati all'esterno.
USO DELLA REGRESSIONE
La regressione alla dipendenza, che la malattia necessariamente
induce, favorisce la attivazione di fantasie primitive, che collegano
l'esperienza attuale, biologica e relazionale, a strutture interne
legate alla storia personale e transgenerazionale. A livello dell'esperienza
della malattia, quindi, la forma biologica ed il tipo delle cure
non solo influenzano le conseguenze fisiche e relazionali, la
qualità della vita, ma attivano anche emozioni, pensieri e fantasie
inscrivibili in un contesto di senso derivabile dal bagaglio di
credenze ed esperienze personali e culturali, consce ed inconsce.
Il senso della malattia sarà, quindi, a livello manifesto quello
fornito dalla spiegazione medica e dalle scelte terapeutiche,
a livello più profondo da un sistema di interpretazioni e ricostruzioni
che vanno a costituire una sorta di teoria parallela, che molto
influenza l'atteggiamento dei pazienti e delle famiglie nei riguardi
della malattia. Specularmente funziona il substrato esperienziale
e culturale del personale curante, che, se scisso dall'apparato
tecnico professionale ed ignorato, agirà comunque controtransferalmente
nella relazione terapeutica. Tanto più la regressione è importante,
tanto più ci si avvicina a modalità di pensiero magico, poco traducibili
in una transazione tra paziente, curanti e ambiente che si attesti
difensivamente solo su livelli razionali e pseudoadulti.
Nel caso di un intervento psicologico diretto all'integrazione
dell'esperienza psicofisica della malattia nella storia del paziente
e del suo contesto, il lavoro sulle fantasie relative alla malattia
e alla cura può rappresentare uno strumento importante per cogliere
come i messaggi biologici e le comunicazioni con l'ambiente di
cura ed il contesto sociale vengano tradotti nel particolare idioma
del paziente. Il lavoro sulle fantasie legate alla malattia, quindi,
consente di creare un ponte tra realtà biologica ed esperienza
psichica, che dia ad entrambe diritto di cittadinanza e, per così
dire, di conoscenza reciproca.
L'area di incontro è il vissuto somatico e ciò che il paziente
sa, pensa ed immagina della sua malattia. Nel tentativo di verbalizzare,
tradurre l'esperienza, il linguaggio stesso utilizza allusioni,
suggestioni, modi di dire, comuni anche al linguaggio popolare
e al linguaggio medico, alla base di una comunicazione apparentemente
esplicita e concreta, ma in larga misura metaforica. Si può quindi
ricostruire una sorta di linguaggio della malattia a partire proprio
dalle metafore più comunemente usate e che mettono in luce le
fantasie che il processo biologico veicola. Ciò aiuta il paziente
ad esprimere le proprie fantasie e consente di convergere sempre
più in profondità verso il significato che quel particolare paziente
dà della sua particolare malattia. Tale processo può considerarsi
preliminare al processo di elaborazione simbolica.
Ma le fantasie che si sviluppano in fase di regressione portano
direttamente al cuore di strutture molto profonde, su alcune delle
quali converge il vissuto del gruppo a vari livelli: il gruppo
familiare, sociale, culturale. In questo senso si crea, a livello
inconscio, un'area di rappresentazioni collettive, condivise dall'ambiente
di cura e che è alla base delle collusioni tra aspetti difensivi
dei pazienti e del personale curante. Infatti la relazione con
pazienti in fase di regressione attiva meccanismi di identificazione-proiezione
difficili da riconoscere ed analizzare, emersione di problematiche
evolutive non risolte, ansie di contaminazione e di perdita di
controllo sui propri strumenti. L'apparato tecnico della medicina
ed il mito dell'obiettività scientifica possono essere inconsapevolmente
utilizzati per difendersi dal mondo di esperienze, fantasie ed
emozioni sentiti come minacciosi, che verranno espulsi o razionalizzati,
piuttosto che accolti e compresi.
Ciò riguarda anche il terapeuta e richiede una continua attenzione
nel lavoro di controtransfert, poiché tocca le corde della sopravvivenza
biologica e dell'onnipotenza scientifica, a contatto con esperienze
somatiche e manipolazioni mediche sulle quali non può avere nessun
controllo e che può essere molto difficile accogliere empaticamente
senza sentirsi confusi o minacciati. In assenza di una adeguata
formazione, che permetta di comprendere l'espressione somatica
della malattia e di una possibilità di lavoro e di scambio con
l'area medica, il terapeuta riceverà gli stessi messaggi del paziente,
in termini di assiomi pseudoscientifici e di subliminali suggestioni,
senza essere in grado di distinguere tra realtà e fantasia, con
l'angoscia, per di più, di mettere in crisi la delega magica alla
medicina del potere di dare risposte certe sulla possibilità di
vivere o morire.
A nostro avviso, quindi, un importante strumento per lavorare
con il paziente solo sui nuclei psichici collegati alla malattia
e di elaborare i correlati profondi del controtransfert è un lavoro
sulle fantasie che la malattia attiva negli operatori, già presenti
nelle metafore che vengono usate per parlarne, che ripropongono
le fantasie collettive condivise e quelle prevalenti nelle persone
malate di uno stesso tipo di malattia.
LA MALATTIA ONCOLOGICA
Senza poter sino in fondo spiegarne il perché, l'assistenza ai
pazienti oncologici, in senso medico, psicologico, sociale, deve
in qualche modo rappresentare una istituzione separata, temuta
ed idealizzata, ma che comunque mantenga l'illusione di non entrare
in contatto diretto con il cancro. E' come se, in presenza della
malattia tumore, ci si debba dividere in chi si distanzia e cerca
di estraniarsene e chi se ne occupa per tenerlo sotto controllo.
Tale stigma è profondamente radicato dal punto di vista culturale
e, se oggi è più raro sentire definire apertamente il cancro "quel
brutto male", "quella malattia innominabile", occorre comunque
affrontare un particolare lavoro di elaborazione di angosce profonde
di isolamento e di contaminazione.
Le fantasie che possono circolare in un gruppo di lavoro sulla
malattia oncologica sono riferibili a tre livelli. La rappresentazioni
collettive dominanti, che sono poco e lentamente modificabili
dalle scoperte scientifiche e dal livello culturale, come se poggiassero
su strutture arcaiche poco raggiungibili da un vaglio razionale.
Le rappresentazioni legate allo specifico tipo di tumore ed agli
organi coinvolti, che, come è intuitivo, assumono un valore reale
e simbolico assai differente da tipo a tipo di tumore. Le rappresentazioni
legate alle esperienze individuali, sia personali che familiari
e agli assunti del gruppo di appartenenza. Questi tre livelli
si incrociano in vario modo, ma a noi sembra che il livello più
individuale è forse il più accessibile alla elaborazione con un
appropriato lavoro di tipo psicodinamico. Più difficile è scalfire
le fantasie più profondamente radicate culturalmente, poiché hanno
a che fare con criteri normativi, etici e comportamentali che
vengono dati per scontati, trasmessi, più che scelti e spesso
ritenuti strutture portanti del sistema di valori del quale si
fa parte.
E' quindi particolarmente importante cercare di tenere presente,
nel lavoro di formazione, la necessità di avvicinarsi a questo
livello, se si vuole realmente entrare in rapporto con i pazienti
che attraversano l'esperienza di malattia.
In questa sede portiamo alcune riflessioni su quelle che sono
le più diffuse associazioni che abbiamo incontrato nel lavoro
clinico e con le équipes di assistenza, già enucleabili dalla
descrizione della malattia neoplastica.
Il tumore è una malattia mortale caratterizzata dalla crescita
indefinita ed anarchica di cellule dell'organismo stesso divenute
maligne senza una causa chiaramente individuabile e in grado di
paralizzare le normali difese dell'organismo da ciò che è divenuto
diverso da sé. Il tumore è quindi caratterizzato dal rischio mortale,
dalla misteriosità, dall'aspetto autogenerativo della proliferazione
maligna.
Tumore=morte
Una prima diffusa associazione è che tumore sia sinonimo di morte,
nonostante esistano molte malattie a grave rischio mortale. Viceversa,
una percentuale sempre più alta di tumori può essere curata o
avere un andamento cronico con buona qualità di vita. L'ambiguità
scientifica sulla natura e la terapia dei tumori e l'evidenza
di guarigioni non previste è molto destabilizzante a livello psichico.
E' così che la gravità della malattia, l'aggressività delle terapie
e l'incerto controllo sulle cause ed il decorso clinico introducono
sin da subito la dimensione dell'urgenza e della morte e un inconsapevole
bisogno di ancorarsi a criteri univoci e definiti.
Una prima conseguenza è che quando si parla della comunicazione
della diagnosi di tumore, spesso ci si pone l'interrogativo se
sia giusto o no dire "la verità" ai pazienti.
Tale interrogativo, che mette in dubbio in modo radicale la necessità
della comunicazione della diagnosi come base indispensabile del
contratto terapeutico, sembra legato fondamentalmente alla rappresentazione
che abbiamo della malattia.
Un medico, nel comunicare la diagnosi di L. di Hodgkin, spiega
tutto sulla malattia, compresi i rischi di evoluzione sfavorevole
in assenza di una terapia adeguata. Non usa però il termine tumore
"non posso usare il termine tumore, perché dentro di me sono convinto
che l'Hodgkin non sia un tumore: se lo dicessi trasmetterei una
realtà alla quale non credo".
In questo affermazione sono contenute due chiare equivalenze:
tumore non implica una possibilità di morte, ma una certezza;
pronunciare la parola tumore è come inoculare la morte nel paziente.
Che la diagnosi venga comunicata o no, l'aspettativa di guarigione
o di vita statisticamente valutate viene spesso inconsapevolmente
trasformata nella realtà futura del paziente e questo pesa molto
sulle strategie, le scelte terapeutiche, le relazioni, introducendo
una sorta di "timer" inconscio deformante. E' come se si producesse
una confusione tra probabile e certo, tra speranza e illusione.
Negli anni '70 un paziente affetto da Linfoma di Hodgkin con riespansione
della malattia mi viene inviato per effettuare le indagini preliminari
all'impiego delle allora nuove chemioterapie. Il paziente rivelò
che desiderava fare il punto della sua situazione, ma non intendeva
curarsi, perchè tanto sapeva di avere solo nove mesi di vita.
Quando chiesi da cosa avesse tratto tale convinzione, il paziente
spiegò che era la prognosi fatta al momento della diagnosi e che,
d'accordo con il medico curante, aveva allora deciso di effettuare
solo una radioterapia palliativa. Quando gli feci notare che erano
passati 9 anni, e che quindi la prognosi di 9 mesi era già smentita,
il paziente sembrò subire un violento shock, una sorta di angoscioso
disorientamento spazio-temporale: guardava e riguardava le sue
cartelle cliniche come se le vedesse per la prima volta. Gli feci
allora notare che, forse, l'unico modo per lui ed il suo medico
di sfuggire alla disperazione o alla negazione maniacale conservando
la fiducia negli strumenti obiettivi della scienza, era stato
di congelare il tempo per poter pensare per lunghi 9 anni di avere
almeno 9 mesi di vita.
Il paziente si è poi curato ed guarito, ma è stato necessario
un lungo periodo di sostegno psicologico per fronteggiare una
profonda crisi depressiva, e, successivamente, l'ansia per la
riacquistata possibilità di progettare.
Specularmente non è infrequente che, quando un paziente è davvero
vicino all'ultima fase della sua vita, la morte colga di sorpresa
i curanti.
E' stato inviato alla consulenza psicologica un paziente con linfoma
HIV correlato per anoressia, apatia e depressione. Il paziente
era considerato molto grave, ma ancora sufficientemente compensato
sul piano clinico. Il medico voleva offrirgli un sostegno per
combattere ancora. Il consulente, invece, ebbe l'impressione che
la morte fosse imminente. In effetti il medico curante comunicò
2 giorni dopo che il paziente era morto e confidò, con profonda
angoscia, che pur sapendo la gravità della situazione aveva come
scotomizzato quanto la fine fosse vicina.
Gli esempi clinici mirano a sottolineare che il miglioramento
della prognosi non sembra sufficiente a bilanciare l'ampia variabilità
dei decorsi. La necessità di stare in all'erta per il rischio
di improvvisi incidenti di percorso e di evoluzione sfavorevole
si collega ad un vissuto di non avere tempo e l'angoscia di non
avere tempo dura spesso molti mesi nei casi sfavorevoli, anni
nei casi che guariranno. In altri termini, è come se nella relazione
con i pazienti oncologici si sia confrontati con un lutto impossibile.
Tenere conto del rischio e della speranza significa essere in
difficoltà a prepararsi ad una separazione certa e definitiva,
la morte, o ad elaborare i cambiamenti prodotti nel "dopo malattia".
Il fantasma della morte possibile, protratto per molti anni, costringe
ad una sorta di sospensione spazio-temporale alla quale si tenta
di sfuggire o negando il rischio o considerando i pazienti sin
da subito come terminali. L'accanimento terapeutico o la rinunzia
alle terapie possono, quindi, essere determinate dalla sofferenza
di sopportare l'incertezza e l'incognita del destino dei pazienti.
L'elaborazione del lutto per la perdita delle fantasie onnipotenti
sulla vita e sulla salute, per la perdita di funzioni e parti
di sé potrebbe, invece, avviare un processo di cambiamento evolutivo,
che consenta di esplorare nuove risorse e restituire senso al
presente, incerto che sia l'orizzonte. Un primo lavoro trasformativo
potrebbe essere il passaggio dall'equivalenza tumore=morte all'equivalenza
tumore=elaborazione del lutto=cambiamento. Questo ci sembra una
prima necessità nel lavoro terapeutico.
Il tumore come nemico interno
Ce ne sono tante di queste terre di mezzo nella vita, frontiere
invalicate, luoghi ed esperienze attraversati in fretta, senza
quasi alzare lo sguardo; spazi dove l'altro non solo è uno straniero
ma forse anche un nemico. Questa ulteriore citazione, utilizzata
in un seminario sull'immigrazione, esemplifica il disagio, la
diffidenza e la incomprensibilità evocati dall'incontro con l'altro
in quanto estraneo al proprio mondo, incontro che promuove il
contatto con lo straniero che vive in ognuno di noi. Freud paragona
il rimosso ad una terra straniera interna. Ma se lo straniero
reale si presta alla proiezione fuori di noi di inquietudini e
paure inconsce, la malattia oncologica rimanda ad uno straniero,
ad un nemico interno insieme reale e fantasmatico.
La descrizione della malattia oncologica come una crescita maligna,
indefinita ed anarchica di cellule impazzite dell'organismo stesso
rimanda all'inquietante fantasia di una trasformazione mostruosa
e mortifera di una parte di sé che si trasforma in altro da sé
diabolico ed onnipotente, una angosciosa confusione tra malato
e malattia, vittima e persecutore. L'inspiegabilità delle cause
e la potente vitalità omicida del cancro si prestano a fantasie
persecutorie molto arcaiche, che rimandano ad una qualche colpa,
personale o della stirpe, che investe il cancro della valenza
di nemesi e profondamente induce un senso di impotenza di fronte
al proprio destino. I pazienti e le famiglie vivono una sensazione
di vergogna, si sentono segnati socialmente e moralmente, sino,
in alcune culture, a non affrontare le cure e a morire della propria
malattia nel segreto della casa, pur di non ammettere lo stigma
della colpa inconfessabile. La nonna di una giovane paziente dice
"se ti è successo tutto questo, qualcosa devi avere fatto". Di
fronte all'obiezione che i bambini malati di tumore non possono
avere fatto niente di male, ribadisce che loro scontano le colpe
dei padri. Questo aspetto spiega ad un livello più profondo il
vissuto di ineluttabilità della morte, che investe la malattia
cancro e di trasgressività per chi lo combatte.
Sembra suggestivo, in tal senso, che alcune teorie psicosomatiche
sul cancro ricorrano a interpretazioni e definizioni legate a
miti arcaici, nei quali i temi della colpa e della punizione sono
in primo piano. Chiozza, psicoanalista argentino che sviluppa
una teoria genetica delle malattie a partire da fantasie inconsce,
rivisitando l'Edipo in Freud e Klein parla del cancro come legato
alla fantasia di un coito narcisistico incestuoso e di una sorta
di gravidanza mostruosa ermafrodita. Senza entrare nel merito
della validità o meno della teoria di Chiozza, possiamo rilevare
che non solo utilizza un linguaggio derivato dal mito e dal rimosso,
ma lo concretizza come causa della malattia.
La regressione maligna
La proliferazione neoplastica si accompagna ad una sorta di regressione
cellulare con perdita di competenza e specificità funzionale.
Le cellule sembrano riprodursi in modo afinalistico, fuori del
controllo dei meccanismi che regolano l'adattamento e l'identità
somato-psichica alle modificazioni dell'ambiente esterno ed interno.
La regressione pazienti oncologici, meccanismo che se ben gestito
ed accolto consente di utilizzare la dipendenza per affidarsi
e farsi curare, assume però i connotati fantasmatici della perdita
di controllo del sé, che sembra come trascinato in una sdifferenziazione
mortale. La malattia oncologica, quindi, sembra rappresentare
una regressione maligna con caratteri degenerativi e disgreganti.
In qualsiasi fase del ciclo vitale la malattia si manifesti, viene
spesso vissuta in modo persecutorio come una punizione per le
istanze evolutive e differenziative, una concretizzazione delle
angosce di separazione. D'altra parte, ad un livello ancora più
sommerso, l'immagine di rottura delle regole, l'anarchia ed il
trionfo del replicante, che la proliferazione noplastica evoca,
può rappresentare il contatto con il perverso ed il perturbante,
una estrema libertà onnipotente pagata a caro prezzo.
Ciò pesa particolarmente nelle malattie ematologiche che, riguardando
l'apparato emopoietico, sono per loro natura sistemiche ed invasive.
I tumori solidi in fase non metastatica sono circoscrivibili e
pensabili in un organo, un luogo anatomico, usufruendo della più
tranquillizzante fantasia di un nemico circoscrivibile. Per quanto
riguarda le malattie ematologiche, il carattere ubiquitario e
circolante del sistema emopoietico, il coinvolgimento di funzioni
primordiali di nutrimento, di difesa e di sviluppo dell'identità
del "self" rimandano a fantasie di una colpa genetica e di una
contaminazione mortale, rendendo difficile immaginare parti di
sé preservabili, sane. Frequente è la domanda se le malattie ematologiche
siano ereditarie. Come si dice "legami di sangue", "è del mio
sangue", così si dice della leucemia "il sangue cattivo", alludendo
implicitamente al fallimento di una buona funzione materna.
Il contagio
Le fantasie inconsce ed i vissuti somatici più regressivi passano
attraverso canali comunicativi molto primitivi con il carattere
del contagio e della paralisi del pensiero. E il tema del contagio
sembra un fantasma aleggiante, che molto determina dei comportamenti
sociali ed individuali, dalla convinzione più esplicita e subculturale
che esista un contagio reale, ad inibizioni più subdole che, in
nome dell'angoscia e del senso di impotenza, rendono difficile
avvicinarsi ai portatori di cancro. L'aspetto più in luce è la
paura delle emozioni dolorose e della depressione. Una infermiera
confessa di uscire dalla stanza quando il paziente piange, perché
non sa che dire. Quando un collega le fa notare che si può non
dire niente e condividere un momento di depressione, abbassa gli
occhi e dice "ma se non ne esco mai più?". Al di là della paura
del contagio da parte delle angosce di depressione e perdita,
crediamo che sia molto più potente ed inconfessabile l'angoscia
di entrare in contatto con angosce arcaiche di trasformazione,
colpa e persecuzione, di assumere dentro di sé al fantasma dell'alien,
il perverso mister Hide come molti pazienti lo chiamano, che il
cancro rappresenta.
LE ISTITUZIONI ONCOLOGICHE
Tutto questo può investire la malattia di un potere distruttivo
totalizzante, non è possibile immaginare forze autenticamente
riparatrici. E' così che l'istituzione oncologica assume la valenza
non solo di depositaria della cura, ma anche di contenitore delle
angosce proiettive, divenendo, per estensione, un veicolo contagioso
di morte e di mistero.
Per quanto riguarda l'istituzione, la realtà e il fantasma dell'urgenza
e della morte possibile satura spazi e tempi, paralizza la progettualità.
La durezza e i rischi delle terapie sembrano a volte più dolorosi
della stessa malattia. Tale meccanismo può favorisre lo strutturarsi
di comportamenti involutivi, rinforzare il vissuto di essere inaccettabili
per il mondo dei normali e determinare un iperinvestimento sull'ambiente
di cura, che produce appannamento e favorisce il passaggio dal
"come se" a "é".
La scissione e l'idealizzazione forniscono una possibilità di
distanziamento delle fantasie più persecutorie.
Una modalità è quella di investire la ricerca e l'apparato tecnologico
per la diagnosi e la cura di una valenza magica salvifica, automatizzata
e indifferente alle potenzialità vitali individuali. Tale assunto
è illusorio e pericoloso, se si tiene conto che, ogni volta che
una persona malata guarisce, l'area sconosciuta di funzionamento
ed adattamento biologici è molto più ampia di quella dei rimedi
che abbiamo apportato.
Un'altra modalità è quella di sviluppare relazioni affettive personalizzate
con i caratteri dell'idealizzazione e della stereotipia. Pazienti,
curanti, gli stessi servizi psicologici possono colludere nella
difesa di vivere le strutture e i tempi della cura come un mondo
chiuso e protetto, sotto controllo, ove devono essere riparativamente
offerte tutte le gratificazioni e le risposte. La malattia è vissuta
in modo eroico, è inconsapevolmente ostacolata l'espressione di
conflitti, l'esplorazione di nuove risorse e la fuoriuscita dalla
dipendenza. .
Da tali premesse discende che la realizzazione di un servizio
istituzionale per pazienti oncologici richiede un complesso e
permanente lavoro di formazione e verifica, tenendo conto che
una istituzione che si occupa di pazienti con un cronico rischio
mortale è investita di angosce molto profonde. Per assolvere il
compito senza essere invasa o paralizzata, pone in atto una serie
di scissioni necessarie per l'operatività. Il personale curante
si identifica con le competenze tecniche, non potendosi permettere
lo smaltimento della tensione emotiva e la condivisione dei sentimenti
negativi. Il personale dell'area psicologica diventerà l'esclusivo
depositario della sfera emozionale e relazionale, con il compito
talvolta esplicito di difendere l'ambiente dal contagio delle
angosce e delle sofferenze emotive dei pazienti. In questa condizione
lo psicologo vivrà spesso un conflitto tra le problematiche dei
pazienti e quelle dei curanti, assumendosi inconsapevolmente il
mandato di proteggere entrambi senza metterli mai in contatto.
L'effetto è la paralisi del compito di ascolto, elaborazione e
mentalizzazione dell'esperienza, sul quale è imperniata la sua
funzione. Quando tale scissione si sclerotizza e non viene più
percepita, si verificano per entrambi i tipi di operatori, curanti
e psicologi, gravi conseguenze: crolli depressivi, contrapposizioni
e rivalità tra ruoli, patologie da stress, fuga nell'agito, abbandono.
In questo clima i fantasmi istituzionali non sono fronteggiabili,
per quel che serve e quel che è possibile, a livello individuale
e totalmente interno, perché essere parte di una istituzione non
consente, oltre un certo limite, una metalettura.
Riteniamo, quindi, che il lavoro sulle fantasie collettive legate
alla malattia, all'interno di un più complessivo lavoro di formazione
individuale e interdisciplinare, possa essere un utile strumento
per individuare e dare senso a rappresentazioni molto potenti,
in grado di produrre distorsioni anche pericolose, se razionalizzate
o rimosse. La loro trasversalità può rappresentare un terreno
di incontro per pazienti ed operatori nel lavoro di riappropriazione
del diritto di investire ed avere fiducia nelle proprie capacità
di vitali e riparative, anche se invisibili ed attaccate.
Un medico dice, per spiegare ad un bambino la leucemia e la terapia:
"nel tuo midollo ci sono le mamme cattive; ora le dobbiamo uccidere
per far crescere le mamme buone". Questa metafora, che attinge
inconsapevolmente ad un linguaggio quasi kleiniano, usa l'immagine
un po' raccapricciante del matricidio della mamma cattiva, ma
introduce almeno l'immagine che esiste una mamma buona che è possibile
salvare e far crescere.
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