| Una sintetica
premessa
Come avevo sottolineato lo scorso anno in occasione del Convegno
qui a Roma sui gruppi omogenei, sempre più spesso le domande di
interventi gruppali da parte delle istituzioni riguardano aree
di emergenza e di frontiera, dove sono necessari lavori mirati
e limitati nel tempo, che abbisognano di articolati e diversificati
tipi di risposte; oggi infatti sia le istituzioni sia le patologie
emergenti non accettano tempi lunghi. Nel pubblico inoltre i gruppi
di lavoro e di cura, o propriamente di terapia, sono spesso caratterizzati
da aspetti che tendono a sottolineare una sorta di omogeneità.
Omogenea può essere la richiesta da parte degli utenti, omogenea
può essere la diagnosi che caratterizza i membri del gruppo che
si andrà a costituire, omogenee possono essere l'appartenenza
di genere, la fase della vita da affrontare o le specifiche problematiche
dei partecipanti al lavoro di gruppo.
I gruppi omogenei sono caratterizzati dalla facilitazione nei
confronti dei movimenti fusionali, a tutti i possibili livelli,
e da una maggior lentezza e resistenza nei confronti dei movimenti
di individuazione. I gruppi a termine viceversa presentificano
il limite temporale; la consapevolezza del termine necessita dell'elaborazione
della separazione e questo stimola il movimento verso l'individuazione
riducendo inevitabilmente la possibilità di stasi, a volte difensiva
rispetto al cambiamento, che caratterizza l'area della fusionalità.
Il lavorare sul "qui e ora" e al contempo valorizzare l'intenzionalità
verso il futuro grazie alla pre-determinazione del termine promuove
un "vettore intenzionale" funzionale ad ottenere una "mobilizzazione
precoce di processi terapeutici" (Fasolo 1992). Le caratteristiche
risultanti da alcuni aspetti omogenei e da un predeterminato limite
temporale appaiono essere complementari e permettere sinergicamente
un utilizzo adeguato della dialettica specificatamente gruppale
tra fusione e individuazione. La separazione divenuta pensabile
stimola movimenti verso l'individuazione; separazione e individuazione,
in quanto condivise, nel gruppo di pari si configurano in modo
meno angoscioso che in solitudine.
Ma è proprio per le sue potenzialità trasformative che l'intervento
del lavoro di gruppo viene al contempo richiesto e temuto sia
dai componenti del gruppo medesimo che, in modo analogo, dalla
istituzione stessa. Varie e assai complesse sono le problematiche
che il piccolo gruppo analiticamente orientato deve affrontare
nell'interazione con l'istituzione, qualsivoglia essa sia, indipendentemente
dallo specifico obbiettivo che il gruppo si propone.
Il tempo come variabile pre-determinata
Ho più volte sottolineato come il raggiungimento della capacità
di vivere la dimensione temporale in tutte le sue "naturali" e
complesse articolazioni sia facilitato dalle particolarità del
setting di gruppo e come il costituirsi di una storia condivisa
rappresenti uno specifico fattore terapeutico gruppale. Ho inoltre
evidenziato come sia importante per ogni persona sentirsi riconosciuta
nella propria unicità e dunque rispettata nei propri ritmi e tempi.
Come si concilia con queste premesse l'introduzione a priori di
un limite di tempo pre-definito?
Evidentemente la composizione di un gruppo a tempo determinato
non può prescindere dai criteri generali sovraesposti che ritengo
ineludibili per la riuscita di qualsivoglia processo di cura.
Sarà dunque necessaria una attenta selezione che permetta di comprendere
per quali persone e in quali contesti può essere elettivo un criterio
di cura che non si ponga come unico e definitivo, ma che abbia
come finalità un obbiettivo definito e circoscritto e realisticamente
raggiungibile grazie ad un setting di gruppo caratterizzato da
limiti temporali.
Il focus della terapia sarà diverso a seconda dell'ambito istituzionale
all'interno del quale verrà fatta la richiesta di un lavoro con
il piccolo gruppo, della qualità della domanda, e dei bisogni
emergenti per i quali un setting gruppale può costituire una valida
risposta. L'obbiettivo degli incontri perciò potrà essere estremamente
vario a seconda che il gruppo si situi all'interno di un Dipartimento
di Salute Mentale o si occupi di patologie somatiche, o ancora
abbia uno scopo preventivo (come nella scuola) o di formazione.
In ogni caso questi gruppi vanno concepiti come "episodi di trattamento"
(Budman-Gurman-1988) che si attuano in particolari contesti a
volte in concomitanza con altri tipi di cure e che a seconda dei
bisogni, aprono alla possibilità di essere un riferimento nella
vita del paziente sia al passato (come ricordo di un'esperienza
che ha avuto e ha dato valore) sia al futuro (come possibile progetto
di lavoro). Questo è possibile all'interno di una visione del
"prendersi cura" che valorizza un tipo di approccio multimodale,
un approccio che implica l'integrazione armonica di diversi tipi
di interventi a differenti livelli di realtà.
Ogni gruppo costituito in modo da permettere di "prendersi cura",
aumenta la capacità di mentalizzare problemi, disagi e difficoltà
di ogni partecipante. Possiamo quindi affermare che l'obbiettivo
costante dovrà essere la possibilità di rendere il gruppo un luogo
di incontro che attivi o ri-attivi a diversi livelli la capacità
di pensare e sognare di gruppo e in gruppo in tutte le possibili
articolazioni. In questo contesto l'inserimento di un limite temporale
implica rendere il fattore tempo una variabile significativa che
dovrà divenire "pensabile". Sappiamo che il senso del tempo affonda
le sua radici nel protomentale, nella relazione arcaica madre-infante
e ha origine dalla dipendenza e dalla separazione. Il dare un
termine alla terapia significa presentificare l'Inizio e la Fine,
il tutto del divenire fin dall'inizio, fin dalla gestazione del
progetto di composizione del gruppo.
Questo offrirà l'opportunità di affrontare temi come la separazione,
l'individuazione, la solitudine e la morte. Temi che inevitabilmente,
con modalità diverse, vanno affrontati in ogni gruppo ma che nel
contesto specifico di un gruppo a tempo determinato, si presentano
con particolare evidenza e pregnanza. Il tempo dunque, nei gruppi
a termine, ci appare essere una variabile con immediate potenzialità
terapeutiche date dal solo fatto del suo essere evidente nel suo
appello al limite, così che l'obbiettivo del gruppo grazie al
fattore tempo apre al futuro e all'attesa e da progetto diventa
un processo; processo partecipato e condiviso e dunque anche storia
comune.
Una parola chiave delle terapie a tempo breve e-o determinato
è "attività", riferita all'atteggiamento particolarmente attivo
da parte del terapeuta; questo ci ricorda le terapie attive a
breve termine sostenute già nel 1925 da Ferenczi e da Rank.
Attualmente il lavoro individuale e gruppale, in particolar modo
quello terapeutico, con definiti limiti temporali è particolarmente
in auge per un concorso di cause: 1) la tendenza generalizzata
a valorizzare la velocità dei processi, il tutto subito, a scapito
dei tempi lunghi 2) l'aziendalizzazione delle istituzioni pubbliche
con un'aumentata attenzione a criteri di efficienza, anche economica
3) le specifiche patologie della nostra epoca caratterizzate da
disturbi narcisistici e della personalità, dalla fragilità del
Sé, connotate da un pensiero spesso primitivo e dunque anche dalla
difficoltà a tollerare i tempi lunghi del progetto e dell'attesa.
Ancora una volta il problema sarà non colludere con gli aspetti
potenzialmente "patologici" di queste richieste ma cercare di
trasformare le difficoltà in vantaggi.
In genere un numero limitato di incontri è frequentemente riscontrabile
in quei lavori di gruppo in cui il focus è funzionale al fronteggiare
in ambito ospedaliero l'esperienza di una malattia somatica particolarmente
invalidante o a rischio letale, o più genericamente situazioni
di inaspettati stress esistenziali.
La reazione a questo tipo di eventi è spesso un inconscio senso
di impotenza che attraversa tutti gli ambiti di realtà in cui
è coinvolta la persona sia a livello intrapsichico che relazionale.
Ciò comporta una rimessa in discussione del senso di sé e dei
propri valori di riferimento, delle proprie modalità relazionali
ed anche del significato generale della vita, dell'essere nel
mondo.
Il poter affrontare tutto questo in una situazione di gruppo aiuta
ad uscire da un senso di isolamento e spesso anche di colpa inconscia,
assunta o proiettata; colpa che sappiamo essere la risposta onnipotente
e al contempo disperata per non sentirsi totalmente schiacciati
da un vissuto annichilente di impotenza e di mancanza di significato.
Proprio perché vengono messi in discussione anche i rapporti con
gli altri, possono essere molto utili in questi casi anche gruppi
brevi, all'interno delle stesse istituzioni (ospedali, case di
cura, di accoglimento ecc.) con i familiari delle persone colpite
da questo tipo di accadimenti.
Le potenzialità dei fattori terapeutici specifici gruppali ci
permettono di selezionare per i nostri gruppi a tempo breve e
limitato pazienti di qualsiasi tipo, provenienti dall'area nevrotica
a quella psicotica in tutte le loro possibili articolazioni. Importante
è aver chiaro che non si tratta di una terapia risolutiva ma di
un episodio terapeutico o di cura, con un suo valore e significato
e con uno scopo definito. Per quanto riguarda la selezione dei
pazienti per un gruppo a breve termine, penso che sia ancora più
importante che negli altri tipi di gruppo, quando i tempi dell'istituzione
lo permettano, un numero di colloqui adeguati al costituirsi di
una buona alleanza terapeutica e di un rapporto di fiducia tra
il futuro componente del gruppo e il conduttore, e la chiarificazione
del significato e del valore di "trovarsi con altre persone" per
un definito progetto comune.
Comunque, come ho già detto, va tenuto presente che in ogni situazione
gruppale, il focus ineludibile è arrivare a cominciare a "pensare
e sognare" di gruppo e in gruppo, anche se questo "pensare e sognare"
è un progetto nella mente del terapeuta che verrà esplicitato
ai singoli pazienti nei colloqui preparatori con un linguaggio
ad essi comprensibile e articolato in modo congruente al focus
che, a seconda delle loro problematiche emergenti, è stato loro
realisticamente proposto. In ogni caso un progetto di cura dovrebbe
sempre permettere l'esperienza della possibilità di un cambiamento
di prospettive e di trasformazioni positive.
Il "prendersi cura" in qualsivoglia ambito istituzionale implica
la possibilità dell'accoglienza del nuovo a più livelli sia dell'accoglienza
della possibilità di un intervento gruppale da parte delle istituzioni,
sia dell'accoglienza del progetto gruppo nella mente del conduttore
e dei partecipanti, sia dell'accoglienza presentificata dallo
spazio gruppale nei confronti di persone "nuove", che non si conoscono,
dei loro bisogni ed anche dei loro desideri a volte sconosciuti,
in quanto inconsci, anche ai soggetti medesimi.
Gruppo di sostegno a tempo determinato per pazienti cardiopatici
A questo proposito riporterò la sintesi dei quattro incontri previsti
per un gruppo di sostegno per
pazienti gravemente cardiopatici e loro familiari, all'interno
di una clinica convenzionata specializzata in interventi cardiovascolari;
la durata di ogni incontro (per ragioni cliniche e istituzionali)
è di un'ora e venti. Le sedute mi sono state riferite in supervisione
da una collega. Nella prima seduta il gruppo è composto da dieci
persone, tutte ospedalizzate; si presenta omogeneo per tipo di
patologia ma eterogeneo per età, identità di genere e appartenenza
socioculturale
1) Condivisa ed espressa è la paura di non essere più "normali"
e che tutto non sarà più come prima; prima dell'intervento, prima
dell'attacco di cuore, prima dell'infarto. L'ansia si taglia con
il coltello. Nel gruppo predomina il livello protomentale e si
oscilla dall'assunto di base di dipendenza a quello di attacco
e fuga e di accoppiamento, nell'attesa messianica di magiche e
immediate soluzioni salvifiche che rendano la malattia e il dolore
"non accaduti". Viene espressa molta rabbia ed aggressività nei
confronti dell'équipe curante che non cura come si desidererebbe,
vengono poste molte domande tecniche sugli interventi e i medicinali
alla conduttrice; conduttrice presente come psicologa e dunque
senza una specifica formazione medica. La collega si sente in
ansia e vive una profonda sensazione di impotenza, impotenza che
per identificazione proiettiva il gruppo le comunica inconsciamente,
mentre a parole vengono espresse aspettative onnipotenti. Improvvisamente
un paziente prende la parola e pare "un ciclone di ansia e paura";
ciclone che la collega non riesce a contenere. Il gruppo ascolta
spaventato e partecipe e viene espressa la paura del buio, del
sonno .dell'ignoto nemico che compare senza la possibilità di
un controllo. Il paziente è portavoce delle paure del gruppo ma
sembra anche drammatizzare nel "qui e ora" la mancanza di contenimento
nei confronti della malattia che come un ciclone ha tutto travolto
e stravolto.. Ci si sveglierà il giorno dopo e se sì come?!
Nella seconda seduta due familiari chiedono di essere ammessi
al gruppo che accetta all'unanimità.
2) Il gruppo inizia con una domanda di una paziente che, rivolta
alla conduttrice, le chiede cosa le impedisce di respirare.Un
signore piange e racconta che mesi fa gli è morta la sorella per
colpa dei medici; meglio dipendere da una macchina che da gente
come loro. Ma il cuore è una macchina, una pompa che li ha traditi.Dopo
un lungo silenzio viene affrontato il tema della morte, si comincia
con fatica e dolore a porsi degli interrogativi .L'onnipotenza
viene riproposta in termini più mediati: anche il Sacro Cuore
sanguina. Anche l'Onnipotente ha problemi di cuore. L'ansia si
stempera un poco, in sorrisi.. Il dolore e l'angoscia non trovano
parole, si esprimono in immagini e con il corpo; manca un po'
il respiro, ma poi si riprende fiato.
Nella terza seduta sono presenti tutte le persone della volta
precedente e un paziente nuovo.
3) Si parla dei sintomi fisici, delle paura pre e post-operatorie;
c'è ancora ansia ma la rabbia si modula in posizioni diverse;
il dolore e l'aggressività individualmente espresse permettono
movimenti di separazione che stimolano confronti. La conduttrice
assume un ruolo attivo sottolineando continuità e diversità e
induce scambi e, appunto, confronti. Dietro il malato e la malattia
si incominciano a intravedere le persone. Il "prima" non è più
e non solo un prima da "sano", ma un prima che comincia a lasciare
intravedere un passato e una storia che è significante per un
futuro, che comprende incertezza e paura, ma che è anche in continuità
con il prima della persona intera e non solo del " malato".
Nella quarta e per quasi tutti ultima seduta, sono presenti le
persone della volta precedente.
4) Viene affrontato il tema della fine e della morte ma anche
realisticamente delle prospettive di vita. Una paziente porta
un sogno: "Un vicino mi aveva messo una rete alta quattro metri
con attaccati dei rami di pomodori rossi, secchi, che non mi permettevano
di guardare oltre.."
Nell'interazione associativa del gruppo stimolata dalla conduttrice
si arriva, con fatica ma anche con la sensazione di uno scambio
produttivo, alla costruzione di un pensiero condiviso.
Quattro incontri sono davvero pochi e non permettono di vedere
oltre il momento della malattia, ma i limiti una volta riconosciuti
in alcuni momenti si possono aggirare. Oltre i cuori malati, pomodori
secchi, che non permettono di vedere altro e che limitano le prospettive
ci sono comunque le persone nella loro unicità e complessità,
e prima e oltre la rete ci sono differenti realtà alcune note
e altre da scoprire. Il gruppo si chiude con uno scambio di indirizzi
e la sensazione conscia per alcuni e ancora preconscia per altri
di aver condivisa un'esperienza che ha cominciato a rendere pensabile
un evento "inaspettato" e doloroso; oltre la rete si possono aprire
ancora prospettive di vita.
Il tempo non si può appiattire nel presente della malattia, altrimenti
si rischia di essere "prigionieri del tempo"; questo vale per
tutte le malattie somatiche e psichiche .
La malattia deve poter diventare l'occasione per riprendere un
contatto più autentico con sé stessi e con il significato e il
valore della vita. Perfino una malattia potenzialmente mortale,
se riconosciuta anche nei suoi aspetti simbolici e accolta, permette
di sperimentare prima nel gruppo, laboratorio protetto, e poi
all'esterno una nuova modalità di rapportarsi con il mondo anche
a livello relazionale e quindi anche nei confronti della dimensione
temporale. Spesso comprensibilmente il malato di una malattia
a rischio è angosciato dall'idea di non avere più tempo e perciò,
difensivamente, o assume reattivamente un atteggiamento di psuedo-indifferenza
nei confronti del trascorrere del tempo e si appiattisce in un
presente indifferenziato, oppure è sopraffatto dall'ansia di dover
utilizzare al meglio ogni secondo. In entrambi i casi "il tempo
diventa tiranno e padrone assoluto dei suoi pensieri, del suo
esistere: il malato diventa prigioniero del tempo" (Salis-2000).
Nei gruppi i cui partecipanti sono persone a rischio l'inserimento
chiaro e definito della variabile tempo come limite ne consente
una elaborazione condivisa in un ambito relazionale accogliente
che, come abbiamo detto, permette di rendere parlabili i temi
della separazione, della fine , della morte e dei limiti, e dunque
di passare dall'essere prigionieri del tempo all'essere, per quanto
è possibile agli umani, "limitatamente" padroni del proprio tempo,
recuperando il passato, il presente e il futuro indipendentemente
dalla sua possibile estensione.
Ovviamente in questo modo non si risolvono tutti i problemi dovuti
alla malattia e tanto meno quelli pregressi che hanno concorso
al suo insorgere, ma si aprono nuove possibilità di pensiero simbolico
perché al contempo si sono "oliati" i meccanismi che presiedono
agli scambi fra psiche e soma.Questo riavvio di un processo che
si era interrotto diventa possibile nei gruppi a tempo breve grazie
alla capacità di costruire, nell'interazione fra istituzione,
conduttore e gruppo, un nuovo spazio di accoglienza e di ascolto
del bisogno e del desiderio di ogni partecipante. Questo sarà
un viatico cheresterà nella memoria di ognuno per affrontare nuovi
percorsi in solitudine, nei propri gruppi di appartenenza o eventualmente
all'interno di altri percorsi terapeutici individuali o gruppali.
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