| L'esperienza
su cui mi confronto oggi nasce in una comunità situata in una
città del nord Italia, che ospita 13 pazienti a patologia psicotica
grave. La comunità non si caratterizza come struttura riabilitativa,
ma piuttosto come una casa comune: operatori e pazienti svolgono
pertanto congiuntamente i turni di pulizia e di gestione della
casa, svolgendo invece le eventuali attività riabilitative all'
esterno di essa. Il personale della comunità è rappresentato da:
dieci educatori, una cuoca, due obiettori di coscienza (studenti
universitari) oltre al sottoscritto, con funzioni psichiatriche
e psicoterapiche, e ad una specializzanda in Psichiatria. Intendo
presentare una sintesi della nascita di questa esperienza, per
poi passare ad una seduta di gruppo.
Il mio arrivo in comunità (circa un anno e mezzo fa) coincide
con alcuni vissuti di sofferenza che provo a definire di seguito:
1- una sensazione di essere in un "porto di mare", data dall'
eccessivo cambiamento di operatori e pazienti: l' atmosfera che
percepivo era quella di una casa con troppe porte aperte, che
generava una sensazione di freddo e di non contenimento. Gli educatori
apparivano desoggettivati, in quanto gestiti dagli psichiatri
dei servizi territoriali : prevaleva il solo codice pedagogico-
educativo, con molta enfasi sul solo rispetto delle regole.
2- La difficoltà di mediare con gli operatori riguardo al passaggio
dalla psichiatra precedente, entrata in collisione con gli educatori,
al mio arrivo.
3- Su un piano operativo sentivo poi la necessità di dare un maggior
rilievo al pensiero clinico dei singoli pazienti, di valorizzare
il contributo degli operatori non psichiatrici (la cuoca ad es),
in quanto persone sempre presenti nella comunità , e infine di
coinvolgere di più i genitori, in quanto anche essi frequentanti
la comunità, ma in maniera molto scollegata dal lavoro svolto
dagli educatori. Le riunioni d' equipe degli educatori inoltre
apparivano come una continua e conflittuale assemblea sindacale:
la sofferenza individuale dei singoli educatori sembrava rappresentare
quella che Kaes chiama una sofferenza istituzionale. (1). I rimedi
che ho cercato di immaginare insieme all' equipe sono stati i
seguenti: in primo luogo l' avvio di un gruppo di genitori dei
pazienti presenti in comunità; secondariamente: l' approfondimento
clinico delle riunioni d' equipe, l' intensificazione della supervisione
condotta da una psicologa esterna e la trasformazione della riunione
mattutina operatori/pazienti, in una colazione comune. Infine
l' inserimento, per il lavoro psichiatrico, di una specializzanda
in Psichiatria.
Per rappresentare questa situazione , sono ricorso alla metafora
del non luogo: questo termine, introdotto da Marc Augé (2) e ripreso
anche da Marco Sarno (3), indica un luogo anonimo, molto frequentato
da persone in transito, come una stazione o un aeroporto, in cui
la gente passa transitoriamente, ma non si ferma. In altre parole
un luogo di transito, in cui non si depositano elementi storici,
nonostante il passaggio di soggetti portatori di molte storie
diverse. Anche in comunità non mancavano accadimenti soggettivi
o collettivi portatori di un significato e passibili di un significato
di valore collettivo: ad esempio succedeva che alcuni educatori
cambiassero posto di lavoro, alcuni pazienti si trasferissero,
la psichiatra se ne fosse andata, i genitori si recassero o non
si recassero in comunità. Osservavo cioè che molti fatti avvenivano,
senza però che il valore comune di questi accadimenti fosse esplicitato
o comunque solo intuito: come se gli accadimenti non avessero
un luogo dove poter essere resi visibili, o inscrivibili in una
storia comune. L'alternativa era rappresentata dall' atmosfera
di estraneità che, a mio avviso, era del tutto singolare, vista
la stretta contiguità della vita della comunità.
Il gruppo intermedio:
Ho pensato allora di strutturare un gruppo , che chiamerò per
comodità comunicativa, gruppo intermedio, ossia un gruppo dove
tutti coloro che avessero a che fare con la comunità potessero
liberamente partecipare, compreso il personale non sanitario (parlo
principalmente della cuoca, degli obiettori di coscienza, che
svolgono il servizio militare in comunità , e, se eventualmente
presente, del ragioniere).
Per completezza, devo affermare che non ho mai pensato a questo
gruppo come sostituto di gruppo terapeutico o come sostituto del
trattamento dello psicotico. In letteratura, soprattutto in quell'anglosassone,
sono già presenti descrizioni di gruppi simili (4).
Il principio è quello di coinvolgere le persone che hanno un ruolo
riconosciuto nella comunità, a prescindere dalla loro qualifica
professionale. Il gruppo si tiene una volta la settimana, dura
un' ora e tre quarti, ed è composto mediamente da 22 persone:
l' inizio del gruppo è stato preparato nelle riunioni d' equipe
con gli operatori, con la consapevolezza di offrire uno spazio
in cui esprimere ciò che si ritiene più significativo. L'inizio
del gruppo è stato possibile grazie alla disponibilità degli operatori,
che hanno lavorato in maniera molto collaborativa.
Gli operatori hanno assegnato un nome a questo spazio, chiamandolo
"il luogo del noi": questa denominazione si è diffusa sorprendentemente
e velocemente come nome del gruppo.
La partecipazione di operatori non sanitari è legata alla loro
posizione intermedia fra l' operatore qualificato e il paziente
, spesso però eccentrica dai momenti decisionali o professionali
dell' equipe. Vivono negli spazi - ripostiglio delle comunità,
che, come afferma Roussillon, sembrano rappresentare, nelle istituzioni,
un dispositivo di regolazione, alla stessa stregua degli interstizi
somatici (5).
Spesso, in omaggio ad un imperante mito di tecnologizzazione o
di gestione economica del personale, una cuoca non sarebbe considerata
come parte dell' assetto di un' equipe di lavoro specializzato
: quest 'esperienza muove invece dall' attribuire una specifica
importanza al fatto che chi lavora nel gruppo di una comunità
terapeutica, contribuisce con il proprio modo ad un compito comune.
Presento adesso una seduta del gruppo intermedio, collocabile
a circa due mesi dalla nascita del gruppo stesso .
SEDUTA
Undici ospiti (due sono sempre fuori il giovedì pomeriggio), otto
operatori, uno studente di giurisprudenza (obiettore di coscienza),
la cuoca ( assente il ragioniere), oltre al sottoscritto (il paziente
Gianni entra ed esce costantemente) .
Sandro : (rivolto alla cuoca ) però Maria, non trattarmi più così
male; ce l' hai sempre su con me.
Maria risponde , con un tratto di giustificazione verso tutti
e riferendosi a Sandro: mi si avvicina sempre alla pentola e ruba
il mangiare di tutti. Non si può andare avanti così.
Pietro 1 (ed) : non vogliamo un po' parlare di tutta questa serie
di furti, dal mangiare a quello che è avvenuto stanotte?
Guido : massì, c'è stata una riunione di sopra stanotte..
(il paziente si riferisce ad una controriunione d' equipe avvenuta
alle tre di notte cui hanno preso parte tre pazienti con l' intento
di rubare dei soldi della cassa)
Rinaldo: addirittura.
Guido: io, Davide e Lorenzo abbiamo fatto una riunione, visto
che ci sono adesso molte riunioni, ne abbiamo fatta una noi di
notte dalle tre alle quattro. (atmosfera di incredulità)
Fabrizio (ed): una riunione segreta, una controriunione?
Guido: sì, ci siamo riuniti perché volevamo studiare come prendere
i soldi della cassa, tanto ormai siamo in ballo.. Dico tutto;
Davide: parla per te , io non voglio essere considerato il colpevole.
Lorenzo: io non volevo.
Davide: e così adesso nessuno è colpevole. E' sempre colpa mia!
Siete tutti delle merde: invalidi ecco cosa siete.
Guido: io avevo paura perché Davide ha sempre i suoi amici.
Sara (Ed): sì lo sappiamo quali sono gli amici di Davide, sono
skinheads, begli amici che hai, e si vede che frequentarli ti
fa proprio bene.
Davide: cosa c'entrano adesso i miei amici, sono veramente amici.
sì a loro non stanno simpatici i malati e gli ebrei. tutto qui.
Vado su, dottore ,non ho voglia, non mi sento.
Conduttore: se riuscisse a tornare dopo, magari.. Sempre se si
sente.
Guido: ecco, in realtà io non volevo farlo, poi Davide mi ha montato
la testa, sa noi di soldi ne abbiamo pochi. facciamo lavori qui
e là , ma siamo sempre a secco.
Stanotte sono sceso e nei giorni scorsi ci eravamo procurati una
chiave dello studiolo (dove c'è la cassa) e una chiave del frigorifero.
Pietro 1 (Ed): beh, facciamo tutti i giorni un discorso di fiducia,
poi succedono queste cose.
Guido: Davide mi ha detto, ti copro io, vai pure, io sono sceso
e poi mi ha preso un attacco di panico, l' ho avuto appena fuori
dallo studiolo , un ansia pazzesca, ma di più, non sapevo più
chi ero, allora ho chiamato aiuto e l' educatore è arrivato, e
gli ho raccontato tutto, poi ho preso le medicine. e mi sono calmato.
Pietro 1(Ed): io sono molto deluso da te, guarda che nella cassa
ci sono i soldi per tutti, i soldi della gita, o per altri programmi.
Conduttore: mah, credo possa essere utile parlare qui insieme
di qualcosa che ci riguarda, come il problema del furto : è come
se il furto fosse connesso al gruppo di notte; ci si trova in
gruppo ma senza educatori o dottori forse anche per il terrore
delle riunioni con educatori o dottori come adesso.
Rinaldo: certo, educatori e dottori per esempio in carcere non
ci sono.in un certo senso é meglio il carcere. In carcere non
hai la libertà, ma è meglio così.
Pietro 2 (ed): allora va bé , facciamo come in carcere? Vorresti
fare come in carcere?
Guido: A me non piacerebbe se qui fosse come il carcere, ma cosa
facciamo veramente qui ? E' vero, non è come il carcere. qui non
ci sono punizioni, ma se parliamo le parole poi che valore hanno?
Lorenzo, con un filo di voce: le parole sono le stesse, solo che
qui è una terapia. Le parole ti possono condannare oppure no.
ecco io ho mia madre che è tedesca e con lei devo parlare il tedesco,
ma vorrei parlare l' italiano, è freddo parlare il tedesco.
Sandro : le parole a volte fanno male: nella mia famiglia non
c'erano; mio padre era veterinario, era donnaiolo, mi diceva fai
quello che vuoi. a scuola c'era invece la suora che mi minacciava:
o fai il cubetto o ti faccio la puntura. poi mia madre. era severa:
poi è stata male e poi c'è tutta la mia storia. che avevo raccontato
all' educatrice che è andata via. (Sandro si riferisce al mancato
suicidio: la madre aveva proposto a Sandro di buttarsi giù insieme
dalla finestra: Sandro si era buttato dal secondo piano, procurandosi
fratture multiple, la madre invece no). Non si fa come la suora
o come quegli psichiatri che dicono se non prendi i farmaci, ti
ricovero. Pensate che c'era una famiglia di medici invece che
si ritrovava tutti i venerdì per discutere, genitori e figli,
dei propri problemi.
Franco: Io in famiglia parlo l' italiano, ma parlerei di più il
dialetto
Guido: anche io ; io a Milano ci sto male, però qui dentro non
so se sono a Milano o a Roma: cioè non è il carcere, non è neanche
il dormitorio. sono spaesato. spesso vado via dai posti dove sto,
perché vorrei che ci fosse più cuore.
Guido prosegue: è che le parole a Milano non valgono , tutti hanno
sempre fretta, a Roma non è così, la gente è più gentile..; sai
cosa è successo al mio paese? Che ho rubato. ma là era diverso:
una volta sono andato con tre amici a rubare di notte in una casa,
e io facevo il palo; mamma mia se lo ricordo adesso mi viene male..
sono poi entrato anche io, non c'era nessuno in casa, ho portato
via circa seicentomila lire. Poi sono tornato in bici a casa e
mi hanno fermato i carabinieri e ho dovuto confessare. Ho restituito
i soldi e ho fatto la pace con la famiglia cui avevo rubato, erano
povera gente ma erano bravi. Rubavo perché mio padre era sempre
ubriaco e di soldi non ne giravano in casa, mia madre lavorava
e io dovevo aiutarla, ero disperato. Mia madre morì e mio padre,
sempre più succube dell' alcool, bruciò la casa! Io allora decisi
di scappare, di venire a trovare fortuna a Milano: sono stato
al dormitorio, poi in diversi posti , ma mai più di due mesi.
Rinaldo: Io non sono mai stato cattivo eppure sono finito in galera.
Gianni (ed): si finisce in galera anche per disperazione.. Non
solo se si è cattivi..
Rinaldo: a casa mia da piccolo, la famiglia non c'era. Non c'era
mica tanto da lamentarsi, stavo con lo zio, in Emilia, e i miei
stavano a Milano a lavorare.
Gianni (Ed). : mi sembra terribile. anche se Comelli avesse avuto
un padre e una madre assenti o alcoolisti, sarebbe un paziente.
Non è vero (rivolto a me)?
Conduttore: in quel caso la mia vita sarebbe un' altra storia,
non saremmo noi, non saremmo il noi che c'è oggi, sarebbe un altro
noi, magari con altre persone. Non so come sarebbe stato, certamente
avrei molto sofferto.
Sandro: mio padre non beveva , ma semplicemente mi buttava allo
sbaraglio senza insegnarmi le cose.
Anna: magari poi ti giudicava, se non riuscivi.. (Sandro approva)
Pietro 2 (ed): mio padre beveva; lui si aspettava tanto da me;
non sembrava mi facesse solo del male, non capivo le sue fragilità,
adesso, invece, lo porterei in palmo di mano, mi manca.
Guido: io ad esempio bevo . non tanto, ma bevo: sono solo, vado
fuori e bevo, .
Rinaldo interviene prendendo la parola: è che si beve in discoteca.
io in discoteca vado perché ho bisogno di una donna. al mondo
ci sono quelli che scopano e quelli che non scopano. A me manca
una donna: una volta le corteggiavo le donne, andavo al night,
ci provavo subito , non stavo a perdere tempo, perché le donne
decidono subito se dartela o no.
Renata: questo è un discorso maschilista. Io in discoteca ci vado
per divertirmi.
Guido: io invece non me la cavo bene con le donne, ma cerco il
cuore, non il sesso.
Rinaldo: ci vuole il fisico . secondo me bevi o rubi perché ti
manga la figa.
Paola: che discorsi. maschilisti. ha ragione Barbara, ci siamo
anche noi donne.
Franco: il fatto è che se uno beve lo fa per disperazione
Conduttore : c'è qualcuno che dice che manca una donna con cui
fare all' amore e c'è qualcuno che parlava di cuore.
Guido: ecco, a me manca l' affetto non il sesso.
Angelo: ho fatto un sogno: era un sogno che facevo da piccolo:
ero piccolino, con un mio amico sulle nuvolette, in paradiso,
e c'era uno scivolo, che scendeva sulla terra: non riuscivo a
scendere dallo scivolo, stavo su.
Lorenzo: io vado a prostitute qua fuori ce n'è una , ma poi è
peggio dopo, mi sa che è proprio l' affetto che manca, uno può
fare sesso ma poi è come cadere in buco senza fondo.
Sandro: ah! Anche io ho fatto un sogno: ero con Guido, Patrizia,
Lorenzo e Angelo e fumavamo le Merit: soffiavamo fuori con forza
il fumo in una stanza , ce n' era troppo, ma fortunatamente poi
c'erano dei tubi che collegavano delle stanze , un po' come un'
astronave, ma c'erano anche le maniglie delle porte che ci sono
qui in comunità (i maniglioni antipanico). Dal nostro soffio partiva
una nuvola di fumo , che passava in una stanza e prendeva una
forma, mi ricordo per esempio un triangolo; se andava in un' altra
stanza diventava un cerchio poi come un caleidoscopio, con dei
colori anche vivaci.
Sara (Ed): a me suggerisce un' immagine di calore.magari come
nei bar fumosi, ma è una cosa che respiriamo tutti.
Conduttore: c'è un qualcosa di comune che prende forma, ma vi
sono molte forme , molte forme per questo fumo comune : una stanza,
una forma. alcune forme dello stare insieme sembrano dare sollievo:
la famiglia che si incontra, il desiderio che un padre insegni
ai figli come fare, come se fosse necessario che lo stare insieme
abbia una forma, . affinché forse i bambini nascano, imbocchino
lo scivolo dalle nuvole alla terra.
Sandro: io per esempio sto meglio qui che in famiglia.
Franco: si resta in un posto insieme perché in famiglia non è
sufficiente, non vi sono cure sufficienti ...
Guido: guardi che è incredibile, non è mai successo anche per
me che stessi così tento in un posto.
Rinaldo: secondo me dite tutti cazzate.
Franco: sei sempre il solito, pessimista; io invece vorrei fare
una uscita tutti insieme. , potremmo andare tutti fuori.
Renata: io ballo la musica latino americana, ma vorrei che Pietro
mi desse delle lezioni di ballo.
COMMENTO
L' inizio del gruppo parte da una mia assunzione di responsabilità
per la scelta fatta: ho pensato di iniziare questo gruppo per
ovviare a dei problemi che mi apparivano legati non già all' assenza
di una storia o di accadimenti comuni, ma quanto all' assenza
di una loro visibilità . Non vi era, secondo ciò che dice Bruni
(6) un vuoto di storia, nel senso di un' assenza di una storia
fra persone che non si conoscono, ma un' eccentricità dalla storia,
un' emarginazione dalla storia comune che inesorabilmente procedeva.
Vi era inoltre uno scarso grado di insiemità: in altre parole,
una non sincronicità e una non contemporaneità delle esperienze
che si traducevano in un senso di abbandono complessivo che si
esprimeva in interminabili riunioni sindacali, in un' assenza
di un pensiero clinico sui singoli soggetti, e in vissuti di persecutorietà
.
Sappiamo da Corrao (7) come il rincorrere ogni singola storia
individuale all' interno di un gruppo, sia a detrimento dell'
attenzione per l' incomune, concetto che definisce una forma di
relazione intermedia e stabile fra le cose e le idee, fra le cose
e le persone. Questo concetto sembra aprire la relazione alla
molteplicità polisemica considerata come processualità stabile.
Sappiamo inoltre come accanto al gruppo presente, esista una costellazione
di gruppi assenti (8) (i gruppi familiari e i gruppi sociali dei
componenti ad es.). In questo caso però il gruppo assente era
individuato nel gruppo di persone all' interno della comunità,
almeno nei termini del gruppo di lavoro nella terminologia bioniana:
ho pertanto pensato di avviare questo gruppo intermedio, non già
come un gruppo di pazienti, ma come il gruppo-comunità, ovvero
come un contenitore non dei soli pazienti, ma dell' intera comunità.
In altre parole uno strumento rilevativo dei diversi aspetti che
attraversano il campo istituzionale (9).
L' oggetto del gruppo non sarà allora il gruppo dei pazienti con
il loro percorso terapeutico legato al loro disturbo mentale,
quanto l' interesse per un concetto comprendente un "noi" istituzionale
, un incomune istituzionale, allargato alle persone che reciprocamente
si intersecano con la comunità. Pertanto, secondo questo modo
di vedere, le trasformazioni e gli accadimenti che avvengono nel
gruppo intermedio non avranno valore solo per i pazienti, ma per
la comunità intera.
Secondo Bleger in ogni esperienza istituzionale il soggetto deposita
aspetti non verbali, muti, non legati alle funzioni più evolute,
come la parola o il giudizio; l' autore esemplifica questo fenomeno
anche attraverso l' esempio della coda di persone all' autobus:
questo insieme di soggetti sarebbe regolato da un qualcosa che
li accomuna (10). Se cioè essi non si riferissero ad un comune
e collettivo condiviso , affidandosi al gruppo come ad un insieme
che è capace di stare in quella forma che si chiama coda, essi
agirebbero per conto proprio, o secondo un'altra forma collettiva.
Analogamente in una carrozza del treno, i viaggiatori di un vagone
esprimono un gradiente di incomunità, di deposito collettivo :
per esempio durante la discesa dal treno, essi si affidano alle
capacità del gruppo di organizzarsi. Questi esempi rimandano a
depositi in gruppi transitori : in altre parole in coda, o in
una carrozza del treno, al di là dei singoli, vi potrà sempre
essere un affidamento al gruppo, senza che si passi ogni volta
per funzioni di rappresentazione o di linguaggio, per funzioni
insomma più evolute.
Credo che il mio lavoro e il mio impegno in questa comunità sia
consistito nel poter avvicinare il non luogo , il luogo di transito,
l' istituzione come luogo di passaggio, all' istituzione come
luogo che produce uno storicizzarsi dell' esperienza.
L' esperienza e la storia collettiva si può desumere che sia presente
anche in un treno in viaggio da Milano a Roma: in esso succedono
molti fatti. Proust verso le dieci della mattina(11) chiedeva
ai suoi amici di dirgli cosa avevano fatto la mattina stessa:
sulle prime gli amici raccontavano brevemente cosa era successo,
ma lo scrittore voleva di più, fino ad ottenere dei racconti approfonditi
su tutto ciò che era successo loro davvero quel mattino e sui
loro pensieri ecc. Il problema che ha richiamato la mia attenzione
è su quanto di ciò che è un deposito collettivo di base, venga
vissuto o rappresentato nei suoi termini storici , come un romanzo
vivente.
A differenza del gruppo terapeutico, che lavora sulle persone
portatrici del disagio legato all' istituzione della struttura
specializzata, il gruppo intermedio darebbe una visibilità agli
aspetti sincretici , non ancora rappresentabili dell' intero gruppo
istituzionale. Il processo di deposito nell' istituzione riguarda
infatti soggetti curanti, così come i soggetti curati. Ad esempio
é verosimile che, in presenza di un gruppo intermedio, la presenza
o l' assenza di un soggetto della comunità possa essere vissuto
come elemento utilizzabile dalla funzione gamma del gruppo dei
soggetti presenti . In quest'ottica il gruppo intermedio può essere
inteso come luogo di passaggio che consenta al deposito sincretico
di prendere una sua dimensione visibile ed eventualmente disponibile
ad essere scelta come elemento storico collettivo. In altre parole
il gruppo intermedio può scattare una foto, o se si preferisce
dare una forma visibile ad un deposito che rischia di rimanere
solo anonimo e non sottoponibile all' attività della funzione
gamma.
BIBLIOGRAFIA
1-R. Kaes et al.- L' Istituzione e le Istituzioni- Borla ed. ,
Roma 1991.
2-M. Augé- Nonluoghi- Eleuthera ed. 1993.
3-M. Sarno- Conferenza ABA Milano del 11/4/02-
4- R.D. Hinshelwood- Cosa accade nei gruppi- L' individuo nella
comunità- Raffaello Cortina ed. Milano 1989.
5- R. Roussillon- Spazi e Pratiche istituzionali. Il ripostiglio
e l' interstizio. In: "L' istituzione e le Istituzioni, Borla
ed. 1991 Roma
6- A. Bruni- Seminari Clinici dell' Istituto Italiano Psicoanalisi
di Gruppo- Anno 1998/99.
7- F. Corrao- Orme- vol. secondo- "Ti koinon: per una metafora
generale del gruppo a funzione analitica (1955b)- Raffaello Cortina
ed. Milano 1998.
8- R. Romano -
9- A. Correale- Il Campo Istituzionale- Borla ed. Roma 1991
10- J. Bleger- Il gruppo come istituzione e il gruppo nelle istituzioni.
In: "L' istituzione e le Istituzioni, Borla ed. 1991 Roma
11- A. De Bottom- Come Proust può cambiarvi la vita- Guanda ed.
1997
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