Sogno e gruppo

L'IMMAGINE, MEDIAZIONE NEL GRUPPO
Claudine Vacheret

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Il tema del convegno è: Gruppo e Sogno. Vorrei parlarvi del posto che occupa e del ruolo che svolge un'immagine, in quanto mediazione, nel sogno e nel gruppo.
L'immagine di cui parlo è quella di una cordata di alpinisti in montagna, alla quale si riferisce sia una paziente in cura individuale (immagine che rappresenterà una tappa importante nella sua analisi) sia un partecipante di un gruppo Photolangage per giovani in formazione, fatto quest'inverno. Quest'immagine, che racchiude in sé, simultaneamente, pulsione di vita e pulsione di morte, mi ha portata ad interrogarmi sul suo simbolismo. Non parlerò né di stereotipo né d'archetipo, come lo ha proposto Jung. Mi riferirò, piuttosto, alla teoria freudiana. Nel suo celebre testo "L'Io e l'Es", Freud parla del pensiero in immagini e scrive: "Il pensiero in immagini non è che un modo imperfetto del divenire conscio. È anche, in qualche modo, prossimo ai processi inconsci, sia dal punto di vista onto che filogenetico" (pag.233). Per Freud, il pensiero in immagini riguarda sia il soggetto e la sua realtà psichica interna, sia la dimensione collettiva e ciò che, di generazione in generazione, si trasmette in una data cultura. In entrambi i casi, il pensiero in immagini è prossimo ai fenomeni inconsci.
 
Quest'ultimo concetto, lo conosciamo dal 1900, grazie al testo l'Interpretazione dei sogni. La rappresentazione della parola, nel processo secondario, permette il racconto del sogno, un racconto manifesto. La regola della libera associazione mobilita le rappresentazioni intermediarie, permette di risalire alla fonte, all'origine inconscia della rappresentazione della cosa che è affetto, angoscia e desiderio inconscio, cioè una rappresentazione ancora allo stato di cosa. Come trasformare in parola questa cosa, se non attraverso l'intermediario di un pensiero in immagini. Il pensiero in immagini non è semplicemente visivo, anche se ha il primato sugli altri sensi. Infatti può, anche, essere uditivo, olfattivo, gustativo o tattile. Ciò che caratterizza il pensiero intermediario, è la contiguità tra tutte queste immagini nella catena associativa. Se sollecitiamo una forma di immagine sensoriale, per associazione si collega ad altre immagini. Un suono ricorda una scena, un odore un ricordo. Nella storia della piccola Madeleine di Proust un'immagine gustativa rievoca una serie di ricordi del passato, della sua infanzia.
Ciò che caratterizza la catena di immagini associate è il fatto che sono sempre legate agli affetti. Sostengo l'idea che immagine e affetto siano una coppia inseparabile. La ragione per la quale parlo di immagine e non di rappresentazione è che la rappresentazione può esistere separata dall'affetto. Ad esempio, i soggetti ossessivi possono raccontarci ricordi impressionanti senza nessun affetto o emozione, scindendo l'affetto della rappresentazione dalla scena traumatica. Invece, l'immagine che si manifesta nel pensiero in immagini, è sempre legata a un affetto. Se il pensiero in immagini è prossimo all'inconscio lo è, automaticamente, anche all'esperienza percettiva, corporea. Quest'ultima lascia delle tracce sensoriali nella psiche, tracce che derivano dall'esperienza precoce del soggetto, nel legame primario tra la madre e il bambino.
 
Dopo aver posto alcune basi teoriche, vi presenterò la clinica di un gruppo, nel quale uso il Photolangage, e una seduta di cura psicanalitica. Recentemente, in un gruppo Photolangage una partecipante ha presentato la foto di un alpinista che si arrampica su una montagna innevata, con i ramponi. Si vede di schiena. È il primo della cordata. La corda lo lega al secondo alpinista che non è visibile sulla foto. In secondo piano si vede la cima da raggiungere. La giovane donna, che ha scelto questa foto, la presenta al gruppo dicendo: "Ero animatrice di gruppi di turisti che accompagnavo d'inverno e d'estate in gita, alla scoperta della montagna. Era il mio primo lavoro, mi piaceva molto quell'attività, l'incontro con gli altri e il contatto con la natura mi piacevano davvero tanto, non avevo l'impressione di lavorare". Un'altra paziente dice: "Anche a me piace la montagna e faccio delle gite, per me questa foto rappresenta lo sforzo e la grande soddisfazione che si ha quando si arriva in cima, all'alba". Una terza si esprime: "Per me, quest'inverno con tutto quello che è successo, mi angoscia, è l'immagine di un uomo, di una cordata che sarà sommersa da una valanga". L'attualità e le immagini viste alla televisione invadono il gruppo che rimane silenzioso, invaso dall'angoscia di morte. Le idee emerse, sembrano sorprendere la persona che ha scelto questa foto. Era capace di evocare soltanto bei ricordi e la visione della foto era positiva, piacevole e serena. In questo caso, vediamo il gruppo nel suo ruolo di regolatore. La visione positiva della foto è immediatamente controbilanciata da una visione più inquietante, più angosciante, che rappresenta il rischio di morte. Alla pulsione di vita si oppone la pulsione di morte. Il gruppo mette in gioco l'intreccio delle pulsioni. Quando il soggetto che presenta la foto si lascia guidare dal principio di piacere, il gruppo gli ricorda il principio di realtà. Al contrario, quando un soggetto ha una visione molto negativa dalla sua foto, i membri del gruppo gli propongono altre immagini più vive e più rassicuranti. A questa funzione di regolazione del gruppo si aggiunge l'importanza dell'articolazione tra immaginario individuale e immaginario gruppale. Il lavoro intra-psichico di presa di coscienza per un soggetto in un gruppo è facilitato dagli scambi intra-soggettivi, grazie a un oggetto mediatore, in questo caso, l'immagine rappresentata nella foto. Nel Photolangage la foto, in quanto oggetto culturale, diventa l'immagine portatrice dell'immaginario individuale, a partire da questa si sviluppa un immaginario gruppale che è alimentato, a sua volta, dalla catena associativa delle immagini di cui ognuno è portatore. Questi scambi inter-soggettivi permettono al soggetto di prendere coscienza della parte che emerge in lui, a partire dagli scambi tra gli immaginari proposti.
 
La stessa cosa accade nello scambio analista-analizzato. Ecco il Racconto di un sogno di una paziente di 30 anni, in analisi da 3: "c'erano due cordate che gravitavano intorno al pendio. In una c'erano gli anziani, nell'altra c'ero io e il mio amico". A questo punto aggiunge: "Anche lei era sulla cordata, mi sentivo legata a lei. In questa cordata, avevamo i piedi più sicuri, non rischiavamo di cadere. Nell'altra c'erano mio zio e mia zia, la mia madrina. La cordata degli anziani mi preoccupava, li sentivo in pericolo, pronti a cadere". Commenta dicendo, "è come in questo momento nella mia famiglia, la follia gironzola e la famiglia rischia di disintegrarsi". Infatti, lo zio comparso nel sogno è stato ricoverato da poco in ospedale psichiatrico, la madrina soffre di cancro al seno, a causa del quale morirà qualche mese più tardi. Nella realtà li sente fragili. Fa delle associazioni intorno alle due cordate mettendo in primo piano il pensiero in immagini. Di fronte a questa nuova immagine, nello sviluppo della sua cura, è facile per me, interpretare il transfert, dato che fa questo sogno nel momento in cui le sedute si interromperanno per le vacanze. Anch'io la lascio e lei rischia di scivolare e di disintegrarsi. Si sentiva coinvolta dalle due cordate. Immagina che la cordata degli anziani potesse essere quella dei suoi genitori. Si rappresenta più configurazioni a "tre":
- il padrino, la madrina e lei, oppure
- suo padre, sua madre e lei, o, ancora,
- il suo amico, lei e io.
Attualmente, i suoi genitori sono afflitti dalla situazione familiare, quanto e come i personaggi del sogno. Il padre è molto angosciato dall'idea di vedere suo fratello entrare in ospedale psichiatrico e la madre è preoccupata nel vedere la sorella subire la chemioterapia, in seguito all'operazione del cancro al seno.
 
Il suo sogno, in realtà, è un incubo dal momento in cui si sveglia con l'idea che la cordata degli anziani sta per cadere.
 
Aggiunge, "in famiglia, non siamo semplicemente incordati ma, bensì, incatenati gli uni agli altri". Torneremo più volte durante l'analisi, a questa immagine della cordata che metaforizza e condensa più elementi insieme. Se prendiamo ogni elemento della metafora, constatiamo che:
- la corda è per gli alpinisti ciò che i legami di sangue sono per i membri della famiglia. La corda rappresenta il legame familiare, ma anche il legame con l'analista nel transfert. La corda svolge il ruolo di sicurezza e di assicurazione. Unisce, trattiene e protegge dal pericolo.
- la corda simbolizza anche un altro aspetto del legame: "incatena" le persone tra loro, come nel caso della depressione che minaccia la famiglia, a proposito della follia di uno dei membri. La corda potrebbe rappresentare, in modo molto regressivo, il cordone ombelicale.
Si pone una domanda: perché questa metafora ha un tale impatto, una tale intensità emotiva e un tale valore drammatico (nel senso di drama che in greco significa azione) per la mia paziente? Perché gli dà un posto così centrale nel percorso analitico? Questa forma di immagine svolge un ruolo di mediazione tra la realtà interna, intra-psichica, e la realtà esterna, la storia familiare attuale e i legami inter-soggettivi che la caratterizzano. In più, l'immagine della cordata diventerà un'immagine centrale alla quale si riferirà durante la sua analisi. Quest'immagine, diventerà una mediazione tra lei e me, come la foto dell'alpinista scelta e presentata nel gruppo. Possiamo dire che:
- L'immagine è la mediazione tra
il dentro e il fuori
. tra il soggetto e il gruppo
. tra il soggetto e l'altro (l'analista)
. tra il soggetto e se stesso
 
- L'immagine è mediazione tra conscio e inconscio, è una produzione, spazio psichico prediletto dall'immaginario. Le produzioni immaginarie sono preconscie.
- L'immagine permette di unire la nevrosi infantile e la nevrosi attuale grazie all'intermediario del transfert nella cura.
- L'immagine permette al gruppo di figurare il legame tra i membri del gruppo. La corda rappresenta sia il legame che incatena, in quanto minaccia e alienazione, sia il legame che assicura, garante della sicurezza e della continuità. La corda rappresenta la relazione ambivalente con l'oggetto, pericoloso e sicuro allo stesso tempo.
La natura può essere una madre buona che nutre, ma può essere anche una madre che uccide, violenta, devasta, come ce lo ha mostrato bene la montagna quest'inverno in più paesi d'Europa.
In ogni caso, gli aspetti ambivalenti della relazione all'oggetto sono rappresentati bene sia nel sogno della paziente che nel gruppo, grazie alla mediazione psichica dell'immagine.
Abbiamo bisogno di pensare in immagini, perché la metafora è una delle vie che si apre verso la simbolizzazione. L'immagine della cordata è un mezzo di figurazione di cui ha bisogno sia il soggetto sia il gruppo, per potersi rappresentare la necessità del legame con l'altro per vivere e, contemporaneamente, la pericolosità del legame stesso per tutto ciò che evoca intorno all'angoscia di morte sia essa psichica o fisica. Questa modalità di pensiero fa appello al processo della regressione di cui Freud sostiene di conservarne solo le immagini di percezione (cap VII dell'Interpretazione dei sogni). Il pensiero in immagini lascia in noi altre tracce oltre alle parole, generate dal processo secondario, mobilita il processo primario che ci colpisce e ci tocca in altro modo. L'immagine costituisce l'oggetto di uno scambio immaginario, ma anche identificatorio tra la paziente e l'analista nella cura, tra la partecipante e gli altri nel gruppo Photolangage. Si vede bene come nei due dispositivi clinici di cui parlo, le immagini esterne (la foto) rinviano a immagini interne, e le immagini del sogno, prodotte dall'inconscio evocano, per condensazione e spostamento, vari personaggi della vita e della realtà della paziente. Le immagini sono mediazione tra la realtà esterna e la realtà psichica, permettono di fare dei collegamenti nella realtà intra-psichica del soggetto perché sono l'oggetto di scambi inter-soggettivi. Nella cura, l'immagine della cordata diventa un oggetto culturale comune alla paziente e all'analista. Nello stesso modo, l'immagine ha per il gruppo la funzione specifica di figurare una minaccia di disintegrazione generale, dato che è l'ultimo giorno e l'ultima seduta del gruppo. Abbiamo anche una figurazione, alla fine del gruppo, che provoca angoscia di morte, il legame è rotto, i membri del gruppo non si ritroveranno più. L'immagine parla della situazione "qui ed ora" nel tentativo di rappresentarla. Le immagini hanno in più la caratteristica di essere malleabili, come lo ha dimostrato bene Marion Milner. Si trasformano, si modificano, evolvono, in funzione dell'apporto di ciascuno.
 
- L'immaginario della paziente e l'immaginario dell'analista permetteranno di sfociare su una rappresentazione del triangolo edipico. La coppia di genitori legati tra loro può evocare un fantasma originario, il fantasma di una scena primitiva unita o mortifera.
 
- L'immaginario del gruppo modera l'immaginario della partecipante che ha scelto questa foto. Il gruppo sfuma il suo immaginario, opponendo la pulsione di autoconservazione alla pulsione distruttrice. L'immagine del "buon ricordo" evolve e si trasforma man mano che ognuno interviene sulla foto. L'immagine si trasforma e si deforma, prima rassicurava adesso, fa paura. Tutti gli aspetti della realtà psichica possono essere evocati e rappresentati. Il pensiero in immagini permette gli scambi identificatori appoggiandosi agli scambi immaginari.
 
L'immagine in quanto mediazione, nel dispositivo individuale e nel dispositivo gruppale è l'occasione per mobilitare il processo primario nell'inconscio, in un movimento di regressione necessario alle figurazioni iniziali. A partire da questo modo di figurazione possiamo sfociare su un autentico processo di simbolizzazione. Definisco simbolizzazione il collegamento tra il processo primario e il processo secondario attraverso l'intermediario del processo terziario, come lo definisce André Green. Secondo me, si tratta di sapere in cosa il pensiero in immagini favorisca questo collegamento, come un immagine mediatrice condensi su se stessa l'immagine del soggetto: l'alpinista; del gruppo: la cordata; del legame tra loro: la corda della vita vissuta come ascensione, un modo per crescere, ma vista, anche, come una minaccia permanente di cadere nella follia o nella morte. Infine, l'immagine della cordata condensa in sé l'idea del paradosso che per vivere bisogna accettare il rischio di morire.

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