|
Il tema del convegno
è: Gruppo e Sogno. Vorrei parlarvi del posto che occupa
e del ruolo che svolge un'immagine, in quanto mediazione, nel
sogno e nel gruppo.
L'immagine di cui parlo è quella di una cordata di alpinisti
in montagna, alla quale si riferisce sia una paziente in cura
individuale (immagine che rappresenterà una tappa importante
nella sua analisi) sia un partecipante di un gruppo Photolangage
per giovani in formazione, fatto quest'inverno. Quest'immagine,
che racchiude in sé, simultaneamente, pulsione di vita
e pulsione di morte, mi ha portata ad interrogarmi sul suo simbolismo.
Non parlerò né di stereotipo né d'archetipo,
come lo ha proposto Jung. Mi riferirò, piuttosto, alla
teoria freudiana. Nel suo celebre testo "L'Io e l'Es", Freud parla
del pensiero in immagini e scrive: "Il pensiero in immagini non
è che un modo imperfetto del divenire conscio. È
anche, in qualche modo, prossimo ai processi inconsci, sia dal
punto di vista onto che filogenetico" (pag.233). Per Freud, il
pensiero in immagini riguarda sia il soggetto e la sua realtà
psichica interna, sia la dimensione collettiva e ciò che,
di generazione in generazione, si trasmette in una data cultura.
In entrambi i casi, il pensiero in immagini è prossimo
ai fenomeni inconsci.
Quest'ultimo concetto, lo conosciamo dal 1900, grazie al testo
l'Interpretazione dei sogni. La rappresentazione della parola,
nel processo secondario, permette il racconto del sogno, un racconto
manifesto. La regola della libera associazione mobilita le rappresentazioni
intermediarie, permette di risalire alla fonte, all'origine inconscia
della rappresentazione della cosa che è affetto, angoscia
e desiderio inconscio, cioè una rappresentazione ancora
allo stato di cosa. Come trasformare in parola questa cosa, se
non attraverso l'intermediario di un pensiero in immagini. Il
pensiero in immagini non è semplicemente visivo, anche
se ha il primato sugli altri sensi. Infatti può, anche,
essere uditivo, olfattivo, gustativo o tattile. Ciò che
caratterizza il pensiero intermediario, è la contiguità
tra tutte queste immagini nella catena associativa. Se sollecitiamo
una forma di immagine sensoriale, per associazione si collega
ad altre immagini. Un suono ricorda una scena, un odore un ricordo.
Nella storia della piccola Madeleine di Proust un'immagine gustativa
rievoca una serie di ricordi del passato, della sua infanzia.
Ciò che caratterizza la catena di immagini associate è
il fatto che sono sempre legate agli affetti. Sostengo l'idea
che immagine e affetto siano una coppia inseparabile. La ragione
per la quale parlo di immagine e non di rappresentazione è
che la rappresentazione può esistere separata dall'affetto.
Ad esempio, i soggetti ossessivi possono raccontarci ricordi impressionanti
senza nessun affetto o emozione, scindendo l'affetto della rappresentazione
dalla scena traumatica. Invece, l'immagine che si manifesta nel
pensiero in immagini, è sempre legata a un affetto. Se
il pensiero in immagini è prossimo all'inconscio lo è,
automaticamente, anche all'esperienza percettiva, corporea. Quest'ultima
lascia delle tracce sensoriali nella psiche, tracce che derivano
dall'esperienza precoce del soggetto, nel legame primario tra
la madre e il bambino.
Dopo aver posto alcune basi teoriche, vi presenterò la
clinica di un gruppo, nel quale uso il Photolangage, e una seduta
di cura psicanalitica. Recentemente, in un gruppo Photolangage
una partecipante ha presentato la foto di un alpinista che si
arrampica su una montagna innevata, con i ramponi. Si vede di
schiena. È il primo della cordata. La corda lo lega al
secondo alpinista che non è visibile sulla foto. In secondo
piano si vede la cima da raggiungere. La giovane donna, che ha
scelto questa foto, la presenta al gruppo dicendo: "Ero animatrice
di gruppi di turisti che accompagnavo d'inverno e d'estate in
gita, alla scoperta della montagna. Era il mio primo lavoro, mi
piaceva molto quell'attività, l'incontro con gli altri
e il contatto con la natura mi piacevano davvero tanto, non avevo
l'impressione di lavorare". Un'altra paziente dice: "Anche a me
piace la montagna e faccio delle gite, per me questa foto rappresenta
lo sforzo e la grande soddisfazione che si ha quando si arriva
in cima, all'alba". Una terza si esprime: "Per me, quest'inverno
con tutto quello che è successo, mi angoscia, è
l'immagine di un uomo, di una cordata che sarà sommersa
da una valanga". L'attualità e le immagini viste alla televisione
invadono il gruppo che rimane silenzioso, invaso dall'angoscia
di morte. Le idee emerse, sembrano sorprendere la persona che
ha scelto questa foto. Era capace di evocare soltanto bei ricordi
e la visione della foto era positiva, piacevole e serena. In questo
caso, vediamo il gruppo nel suo ruolo di regolatore. La visione
positiva della foto è immediatamente controbilanciata da
una visione più inquietante, più angosciante, che
rappresenta il rischio di morte. Alla pulsione di vita si oppone
la pulsione di morte. Il gruppo mette in gioco l'intreccio delle
pulsioni. Quando il soggetto che presenta la foto si lascia guidare
dal principio di piacere, il gruppo gli ricorda il principio di
realtà. Al contrario, quando un soggetto ha una visione
molto negativa dalla sua foto, i membri del gruppo gli propongono
altre immagini più vive e più rassicuranti. A questa
funzione di regolazione del gruppo si aggiunge l'importanza dell'articolazione
tra immaginario individuale e immaginario gruppale. Il lavoro
intra-psichico di presa di coscienza per un soggetto in un gruppo
è facilitato dagli scambi intra-soggettivi, grazie a un
oggetto mediatore, in questo caso, l'immagine rappresentata nella
foto. Nel Photolangage la foto, in quanto oggetto culturale, diventa
l'immagine portatrice dell'immaginario individuale, a partire
da questa si sviluppa un immaginario gruppale che è alimentato,
a sua volta, dalla catena associativa delle immagini di cui ognuno
è portatore. Questi scambi inter-soggettivi permettono
al soggetto di prendere coscienza della parte che emerge in lui,
a partire dagli scambi tra gli immaginari proposti.
La stessa cosa accade nello scambio analista-analizzato. Ecco
il Racconto di un sogno di una paziente di 30 anni, in analisi
da 3: "c'erano due cordate che gravitavano intorno al pendio.
In una c'erano gli anziani, nell'altra c'ero io e il mio amico".
A questo punto aggiunge: "Anche lei era sulla cordata, mi sentivo
legata a lei. In questa cordata, avevamo i piedi più sicuri,
non rischiavamo di cadere. Nell'altra c'erano mio zio e mia zia,
la mia madrina. La cordata degli anziani mi preoccupava, li sentivo
in pericolo, pronti a cadere". Commenta dicendo, "è come
in questo momento nella mia famiglia, la follia gironzola e la
famiglia rischia di disintegrarsi". Infatti, lo zio comparso nel
sogno è stato ricoverato da poco in ospedale psichiatrico,
la madrina soffre di cancro al seno, a causa del quale morirà
qualche mese più tardi. Nella realtà li sente fragili.
Fa delle associazioni intorno alle due cordate mettendo in primo
piano il pensiero in immagini. Di fronte a questa nuova immagine,
nello sviluppo della sua cura, è facile per me, interpretare
il transfert, dato che fa questo sogno nel momento in cui le sedute
si interromperanno per le vacanze. Anch'io la lascio e lei rischia
di scivolare e di disintegrarsi. Si sentiva coinvolta dalle due
cordate. Immagina che la cordata degli anziani potesse essere
quella dei suoi genitori. Si rappresenta più configurazioni
a "tre":
- il padrino, la madrina e lei, oppure
- suo padre, sua madre e lei, o, ancora,
- il suo amico, lei e io.
Attualmente, i suoi genitori sono afflitti dalla situazione familiare,
quanto e come i personaggi del sogno. Il padre è molto
angosciato dall'idea di vedere suo fratello entrare in ospedale
psichiatrico e la madre è preoccupata nel vedere la sorella
subire la chemioterapia, in seguito all'operazione del cancro
al seno.
Il suo sogno, in realtà, è un incubo dal momento
in cui si sveglia con l'idea che la cordata degli anziani sta
per cadere.
Aggiunge, "in famiglia, non siamo semplicemente incordati ma,
bensì, incatenati gli uni agli altri". Torneremo più
volte durante l'analisi, a questa immagine della cordata che metaforizza
e condensa più elementi insieme. Se prendiamo ogni elemento
della metafora, constatiamo che:
- la corda è per gli alpinisti ciò che i legami
di sangue sono per i membri della famiglia. La corda rappresenta
il legame familiare, ma anche il legame con l'analista nel transfert.
La corda svolge il ruolo di sicurezza e di assicurazione. Unisce,
trattiene e protegge dal pericolo.
- la corda simbolizza anche un altro aspetto del legame: "incatena"
le persone tra loro, come nel caso della depressione che minaccia
la famiglia, a proposito della follia di uno dei membri. La corda
potrebbe rappresentare, in modo molto regressivo, il cordone ombelicale.
Si pone una domanda: perché questa metafora ha un tale
impatto, una tale intensità emotiva e un tale valore drammatico
(nel senso di drama che in greco significa azione) per la mia
paziente? Perché gli dà un posto così centrale
nel percorso analitico? Questa forma di immagine svolge un ruolo
di mediazione tra la realtà interna, intra-psichica, e
la realtà esterna, la storia familiare attuale e i legami
inter-soggettivi che la caratterizzano. In più, l'immagine
della cordata diventerà un'immagine centrale alla quale
si riferirà durante la sua analisi. Quest'immagine, diventerà
una mediazione tra lei e me, come la foto dell'alpinista scelta
e presentata nel gruppo. Possiamo dire che:
- L'immagine è la mediazione tra
il dentro e il fuori
. tra il soggetto e il gruppo
. tra il soggetto e l'altro (l'analista)
. tra il soggetto e se stesso
- L'immagine è mediazione tra conscio e inconscio, è
una produzione, spazio psichico prediletto dall'immaginario. Le
produzioni immaginarie sono preconscie.
- L'immagine permette di unire la nevrosi infantile e la nevrosi
attuale grazie all'intermediario del transfert nella cura.
- L'immagine permette al gruppo di figurare il legame tra i membri
del gruppo. La corda rappresenta sia il legame che incatena, in
quanto minaccia e alienazione, sia il legame che assicura, garante
della sicurezza e della continuità. La corda rappresenta
la relazione ambivalente con l'oggetto, pericoloso e sicuro allo
stesso tempo.
La natura può essere una madre buona che nutre, ma può
essere anche una madre che uccide, violenta, devasta, come ce
lo ha mostrato bene la montagna quest'inverno in più paesi
d'Europa.
In ogni caso, gli aspetti ambivalenti della relazione all'oggetto
sono rappresentati bene sia nel sogno della paziente che nel gruppo,
grazie alla mediazione psichica dell'immagine.
Abbiamo bisogno di pensare in immagini, perché la metafora
è una delle vie che si apre verso la simbolizzazione. L'immagine
della cordata è un mezzo di figurazione di cui ha bisogno
sia il soggetto sia il gruppo, per potersi rappresentare la necessità
del legame con l'altro per vivere e, contemporaneamente, la pericolosità
del legame stesso per tutto ciò che evoca intorno all'angoscia
di morte sia essa psichica o fisica. Questa modalità di
pensiero fa appello al processo della regressione di cui Freud
sostiene di conservarne solo le immagini di percezione (cap VII
dell'Interpretazione dei sogni). Il pensiero in immagini lascia
in noi altre tracce oltre alle parole, generate dal processo secondario,
mobilita il processo primario che ci colpisce e ci tocca in altro
modo. L'immagine costituisce l'oggetto di uno scambio immaginario,
ma anche identificatorio tra la paziente e l'analista nella cura,
tra la partecipante e gli altri nel gruppo Photolangage. Si vede
bene come nei due dispositivi clinici di cui parlo, le immagini
esterne (la foto) rinviano a immagini interne, e le immagini del
sogno, prodotte dall'inconscio evocano, per condensazione e spostamento,
vari personaggi della vita e della realtà della paziente.
Le immagini sono mediazione tra la realtà esterna e la
realtà psichica, permettono di fare dei collegamenti nella
realtà intra-psichica del soggetto perché sono l'oggetto
di scambi inter-soggettivi. Nella cura, l'immagine della cordata
diventa un oggetto culturale comune alla paziente e all'analista.
Nello stesso modo, l'immagine ha per il gruppo la funzione specifica
di figurare una minaccia di disintegrazione generale, dato che
è l'ultimo giorno e l'ultima seduta del gruppo. Abbiamo
anche una figurazione, alla fine del gruppo, che provoca angoscia
di morte, il legame è rotto, i membri del gruppo non si
ritroveranno più. L'immagine parla della situazione "qui
ed ora" nel tentativo di rappresentarla. Le immagini hanno in
più la caratteristica di essere malleabili, come lo ha
dimostrato bene Marion Milner. Si trasformano, si modificano,
evolvono, in funzione dell'apporto di ciascuno.
- L'immaginario della paziente e l'immaginario dell'analista permetteranno
di sfociare su una rappresentazione del triangolo edipico. La
coppia di genitori legati tra loro può evocare un fantasma
originario, il fantasma di una scena primitiva unita o mortifera.
- L'immaginario del gruppo modera l'immaginario della partecipante
che ha scelto questa foto. Il gruppo sfuma il suo immaginario,
opponendo la pulsione di autoconservazione alla pulsione distruttrice.
L'immagine del "buon ricordo" evolve e si trasforma man mano che
ognuno interviene sulla foto. L'immagine si trasforma e si deforma,
prima rassicurava adesso, fa paura. Tutti gli aspetti della realtà
psichica possono essere evocati e rappresentati. Il pensiero in
immagini permette gli scambi identificatori appoggiandosi agli
scambi immaginari.
L'immagine in quanto mediazione, nel dispositivo individuale e
nel dispositivo gruppale è l'occasione per mobilitare il
processo primario nell'inconscio, in un movimento di regressione
necessario alle figurazioni iniziali. A partire da questo modo
di figurazione possiamo sfociare su un autentico processo di simbolizzazione.
Definisco simbolizzazione il collegamento tra il processo primario
e il processo secondario attraverso l'intermediario del processo
terziario, come lo definisce André Green. Secondo me, si
tratta di sapere in cosa il pensiero in immagini favorisca questo
collegamento, come un immagine mediatrice condensi su se stessa
l'immagine del soggetto: l'alpinista; del gruppo: la cordata;
del legame tra loro: la corda della vita vissuta come ascensione,
un modo per crescere, ma vista, anche, come una minaccia permanente
di cadere nella follia o nella morte. Infine, l'immagine della
cordata condensa in sé l'idea del paradosso che per vivere
bisogna accettare il rischio di morire.
Bibliografia
Anzieu D. 1968,
La dynamique des groupes restreints, Paris, PUF, 4ème édition,
1973. 1971, De
la méthode psychanalytique et de ses règles dans
la situation analytique
de groupe, Perspectives psychiatriques, Tome IX, n° 33, p.
5-14.
1972, Le travail psychanalytique
dans les groupes, Paris, Dunod, tome 1 et 2.
1975, Le groupe
et l'inconscient, Paris, Dunod (2ème édition 1981),
346 pages.
1982, Le psychodrame
en groupe large, Bulletin de psychologie, Tome XXXVI, n°
360, p. 583-585.
Aulagnier P.
1975, La violence de
l'interprétation. Du pictogramme à l'énoncé,
Paris, PUF, Coll.
Le fil rouge, 363 pages.
Baptiste A., Bélisle
C. & coll.
1991, Photolangage. Une méthode pour communiquer en groupe
par la photo, sous
la dire., Paris, Ed. d'Organisation.
Bergeret J.
1984, La violence fondamentale,
Paris, Dunod, 251 pages.
Bion W.R. 1961,
Recherches sur les petits groupes, tr. fr., Paris PUF, 1972, 140
pages. 1962, Aux sources de l'expérience, tr. fr., Paris,
PUF, 1979, 137 pages.
Bleger J.L.
1966, Psychanalyse du
cadre psychanalytique, in R. Kaës, & al., Crise,
rupture et dépassement,
Paris, Dunod, 1979, p. 255-274.
Freud S. 1895,
Entwurf einer Psychologie, in Aus dem Anfängen der Psychoanalyse,Londres,
Imago Publishing, 1950, tr. fr., Esquisse d'une psychologie
scientifique, in La
naissance de la psychanalyse, Paris, PUF, 1956, 4ème
édition 1979,
p. 307-396. 1900,
Die Traumdeutung, GW 2-3, SE 4-5, tr. fr., L'interprétation
des rêves,
Paris, PUF, 1926, 5ème édition 1980, 573 pages.
1912-1913, Totem
und Tabu, GW 9, SE 13, tr. fr., Totem et Tabou, Paris,
Payot, 1923, pbp 1981,
186 pages.
1921, Massenpsychologie
und Ich-Analyse, GW 13, SE 19, tr. fr., Psychologie des
foules et analyse du Moi, in Essais de psychanalyse, Paris, Payot,
1957, Nouvelle édition
1981, p. 117-205.
Green A. 1982,
La double limite, Nouvelle revue de psychanalyse, n° 25,
"L'archaïque",
p. 267-283.
Grünberger B.
1975, Le narcissisme,
Paris, Payot, 348 pages.
Kaës R.
1971, L'idéologie.
Etudes psychanalytiques, Paris, Dunod, 284 pages. 1976,
L'appareil psychique groupal : constructions du groupe, Paris,
Dunod, 273 pages.
1979, Crise, rupture
et dépassement. Analyse transitionnelle en psychanalyse
individuelle et groupale, Paris, Dunod, 291 pages.
1980, L'idéologie.
Etudes psychanalytiques, Paris, Dunod, 284 pages.
1985, La catégorie
de l'intermédiaire chez Freud : un concept pour la
psychanalyse ?, L'Evolution
psychiatrique, Tome XL, n° 4, p. 893-926.
1993, Le groupe et le
sujet du groupe. Eléments pour une théorie
psychanalytique du groupe,
Paris, Dunod, 369 pages.
1994, La parole et le
lien. Processus associatifs dans les groupes, Paris, Dunod,
370 pages.
Kaës R. (sous la direction) 1984,
Contes et divans, les fonctions psychiques des oeuvres de fiction,
Paris, Dunod.
Lichtenstein H.
1976, Le rôle
du narcissisme dans l'émergence et le maintien d'une identité
primaire, Nouvelle revue
de psychanalyse, n° 13, "Narcisse", p. 147-158.
Néri C.
1997, Le groupe, Paris,
Dunod.
Vacheret C.
1984, Image et représentation,
Communication et information, vol. 6, n° 2-3,
Ed. A. Saint Martin, Québec, p. 101-124.
1985, Photolangage et thérapie, Psychologie médicale,
17, 9, p. 1353-1355.
1991, Photolangage et
travail clinique, in Baptiste A., Bélisle C. et
coll., Photolangage.
Une méthode pour communiquer en groupe par la photo,
Paris, Ed. d'Organisation,
p. 164-197.
1995, Photolangage ou
comment utiliser la photo en formation et en thérapie,
Art thérapie, 52, p. 88-89. 1999,
Photo, groupe et soin psychique, collectif sous la dir. de C.
Vacheret, PUL.
Winnicott D.
1971, Playing and reality,
tr. fr., Jeu et réalité. L'espace potentiel,
Paris, Gallimard, 1975,
218 pages.
1974, Fear of breakdown,
Inernational review of psychoanalysis, n° 1, tr. fr.,
La crainte de l'effondrement, Nouvelle revue de psychanalyse,
n° 11, "Figure
du vide", 1975, p. 35-44.
|