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1.- Introduzione:
Il presente scritto nasce dall'esperienza
di una Psicoterapia Analitica Breve di Gruppo, con un insieme
di pazienti in dialisi per danno renale cronico e in attesa di
un trapianto renale.
Questa esperienza ebbe luogo durante l'anno
1997, nell'Unità di Psichiatria di Collegamento del Servizio
di Psichiatria dell'Ospedale "El Salvador" di Santiago del Cile.
In questo posto abbiamo avuto l'opportunità
di osservare, da una parte le domande di aiuto psicologico formulate
dall'équipe di trapianto e dai pazienti dell'ospedale,
e dall'altra la difficoltà ad essere sostenuta dall'équipe
psicoterapeutica di questo Centro.
Di fronte a questa problematica e conoscendo
l'efficacia della tecnica psicoanalitica di gruppo ci avventurammo
in questa sfida che racconteremo in seguito.
2.- Ostacoli e difficoltà: figura e
sfondo
All'interno delle difficoltà che noi
incontrammo, due di queste si presentarono fin dall'inizio: la
prima fu la limitazione di tempo a nostra disposizione, che si
risolse adottando un modello di psicoterapia dinamica breve di
gruppo, con riferimento a Nacher e Camarero (1995).
Concordammo con W. Piper (1995), la possibilità
di lavorare con terapie brevi, grazie alla conoscenza della sua
esperienza, che consiste nell'elaborare i lutti in terapie brevi
di 12 incontri, con pazienti che hanno sperimentato difficoltà
nella elaborazione della perdita di una o più persone.
A conferma della brevità e dell'importanza
che vogliamo dare alla nostra esperienza clinica con questo particolare
gruppo di pazienti, non ci dilungheremo nel significato di quello
che può essere una spiegazione del "Perché il gruppo?
e Perché breve?".
All'inizio, vorremo segnalare che numerosi
autori concordano che, dentro le terapie di gruppo, si può
produrre un'accelerazione dei processi di presa di coscienza dei
ruoli, sulla base di quello che può essere inteso come
concetto di transfert multiplo del quale alludendo a immagini
grafiche, potremmo dire con Greenberg "l'analisi individuale è
uno specchio che dobbiamo mettere in diversi angoli per vedere
tutto, invece il gruppo è una stanza tappezzata di specchi,
dove non possiamo guardare in nessun lato senza vederci riflessi"
(Greenberg et al. 1959).
La seconda difficoltà che ci sembra
importante, visto che ha messo in pericolo il proseguire dell'esperienza,
consiste in una mancanza di considerazione dello psicologico nella
cultura ospedaliera, - da noi intesa come una diminuzione dell'importanza
della relazione medico paziente, con una tendenza verso la posizione
di parcellizazione dell'essere umano che è stata motivo
di conflitto in numerosi centri ospedalieri.
La soluzione di tale problema starebbe, secondo
Parada (1997), nella possibilità di tener conto della "persona
sofferente" e non solo dei corpi come unico campo di interesse.
Ciò che abbiamo appena espresso si
può riscontrare negli interventi del personale medico e
paramedico.
Nella prima delle riunioni preparatorie con
l'équipe dei Trapianti, dopo una lunga attesa, ci hanno
comunicato che la sala che ci era stata assegnata, era stata occupata
per una riunione di carattere medico, "più importante".
In un'altra occasione si suggerisce che la
terapia sia fatta durante il tempo in cui si dializzavano i pazienti,
perché: "Molti si annoiano tanto, così passerebbe
il tempo più rapidamente".
In questa maniera, si comunicava ai probabili
partecipanti al gruppo che dovevano prendere parte ad alcune "chiacchere",
che avevano a che fare con il trapianto e che se non fossero stati
disponibili non avrebbero potuto fare il trapianto.
Tutti questi interventi, molte volte a fin
di bene a livello conscio, ci mostrarono la possibilità
dell'esistenza di un conflitto di tipo inconscio non risolto nei
confronti del nostro lavoro; da una parte occorre la necessità
di un aiuto psicologico in campo medico e dall'altra la si svalorizza.
Secondo Liberman (1976), esisterebbe in questo
tipo di comunicazione, una perturbazione a livello pragmatico.
3.- Ipotesi di lavoro: L'onirico e il regressivo
nel gruppale.
L'informazione che avevamo circa questo gruppo
omogeneo di pazienti era che presentava un'alta incidenza di manifestazioni
depressive. Questa sintomatologia si presentava nel periodo in
cui i pazienti dovevano sottomettersi alla dialisi, aspettando
il trapianto renale. Dopo il trapianto, si osservava una tendenza
alla riapparizione del quadro depressivo, fatto che sorprendeva
non solo l'équipe medica ma anche il paziente stesso.
La comprensione basata sul senso comune di
questa depressione post-trapianto era spiegata dall'Equipe con
diverse ipotesi.
La più utilizzata era: "si abituano
a funzionare come bambini, sempre seguiti e abituati che gli si
faccia tutto. Poi, gli costa fatica tornare ad essere indipendenti".
Accettiamo come premessa fondamentale che
è un gruppo di pazienti traumatizzati per i numerosi lutti
che hanno dovuto affrontare, a cominciare dalla prima perdita
che sarebbe quella della funzione renale. Poi si sommano una catena
di perdite: lavorative, affettive, sociali, e altre, anche per
la diminuzione del tempo libero, fra altri motivi; queste finiscono
per innescare un isolamento che implica la perdita della propria
rete di appoggio e del proprio progetto di vita.
Pensiamo che questo particolare gruppo di
pazienti si trovava già all'inizio della terapia in uno
stadio regressivo.
Questo stato lo possiamo intendere come una
regressione alla dipendenza estrema e alle sue ansie, fantasie
e difese corrispondenti. Ciò si fece osservabile nel modo
di relazione che i pazienti stabilirono con gli oggetti che configurano
il mondo dei dializzati, come i medici, gli infermieri, gli ausiliari
e la macchina di dialisi.
Detto in altre parole, la regressione traduce
un fatto fenomenologico nel soggetto in generale e in questo gruppo
in particolare, funziona come un modo difensivo e allo stesso
modo adattivo della realtà pulsionale interna e ambientale.
Entrambe le realtà in questo gruppo erano piene di richieste
nuove e trabordanti.
Per Freud : "il sognare nel suo insieme è
una regressione alla condizione anteriore del sognatore, una rianimazione
della sua infanzia, dei movimento pulsionali che lo governavano
allora e delle modalità di espressione di cui disponeva".
Un'altra fonte di riferimento, ci informa
che il processo regressivo scatena la prevalenza di modi figurativi
e sincretici di espressione, che sono paragonabili al sogno, anche
senza essere allucinatori. (Gallo Mezo, 1998).
Inoltre, Freud pensava che i sogni, non solo
esprimessero il biografico individuale, ma mostrassero anche il
più arcaico del genere umano, riepilogando le fasi primitive
della storia umana, utilizzando le teorie di Darwin sull'orda
primitiva, apportando nuovi sviluppi alla teoria psicoanalitica
della figura paterna, dell'incorporazione orale, dell'identificazione,
della colpa, del padre morto simbolico, della teoria religiosa,
etc. (C.Silvestre, citato da Gallo Mezo (1980).
Dunque, tenendo conto della correlazione esistente
tra la regressione e il sogno, possiamo postulare che l'esperienza
di vita di questi pazienti, è attraversata dal regressivo
e dall'onirico.
La dipendenza estrema che genera il collegarsi
alla macchina di dialisi, che implica la lotta per la vita e il
timore della morte, che evoca i primi stadi di sviluppo descritti
da M. Klein, può essere inteso come un sogno dove compaiono
i contenuti latenti con alte quantità di angosce persecutorie,
che in seguito sono raffigurati in maniera onirica, attraverso
dei contenuti manifesti fortemente idealizzati, collocati nell'équipe
medica, la macchina e dopo, precocemente, nei terapeuti all'inizio
della terapia.
Ciò che abbiamo espresso prima lo consideriamo
frutto di difese onnipotenti e lo interpretiamo come "la maschera",
che occulta le angosce più profonde, come vedremo più
avanti.
Il nostro lavoro si centrò nell'elaborazione
di questo "sogno", facendo conscio il latente dei suoi racconti
manifesti, questo ci portò al riscontro di fantasie arcaiche
e pertanto molto temute.
Pensiamo con Bion, che il gruppo psicoanalitico
si costituisce nel momento in cui gli individui che formano il
gruppo, si trovano tutti nello stesso stato regressivo.
Questo si osservò in modo spontaneo
e fin dall'inizio del gruppo descritto da noi.
Ciò evoca il momento in cui il bambino
richiede per il suo sviluppo, la funzione di una mamma contenitiva
capace di una funzione di reveriè, come la descriveva lo
stesso Bion.
Pensiamo che questi pazienti possano considerare
questa macchina di dialisi, come una madre che disintossica; però
in questo stato di estrema dipendenza si genererebbero un'insieme
di angosce di carattere molto primitivo che non sono metabolizzate
e che potrebbero scatenare diversi processi psicopatologici, arrivando
perfino alla possibilità di un rigetto del trapianto renale.
Il nostro lavoro, allora, si consisterebbe
nell'aiutare questa disintossicazione mentale, collocandoci nella
posizione terapeutica facilitante di un ambiente contenitivo,
che permetta una circolazione delle angosce schizo-paranoidi e
depressive.
Ganzaraìn (1995), in riferimento alla
psicoterapia di gruppo, segnala l'esistenza di diverse tendenze
toriche-tecniche, dentro e fuori dello psicoanalitico. Inoltre,
Sandler (1983) ritiene che frequentemente la pratica psicoterapeutica
si basi su una posizione teorica, che spesso rimane implicita.
La nostra formazione particolare, si basa
sulle teorie di Freud e post-freudiane di Klein e Bìon
e di altri autori.
E così come con Parloff (1968), combinammo
successivamente interpretazioni che abbordavano l'intrapersonale
e l'interpersonale, con quelle che vedevano il gruppo-come-un-tutto,
in una visione non esclusivista, e quando lo facevamo, lo abbiamo
concepito seguendo Davanzo (1998); questo è un cammino
obbligato nel lavoro ricorrente dell'interpretazione, è
il "working-through", sottolineando l'"insight" che evidenzia
un comune denominatore fra i contesti dell'esperienza esterna
contemporanea e quella infantile, con il suo apporto genetico.
Quando questo "patron vincular"(patrono vincolante)
è arrichito dall'impatto dell'interpretazione del transfert,
vale a dire, il vissuto del "qui ed ora" della seduta, permette
di non incorrere nell'intellettualizzazione.
Ad ogni modo, il nostro lavoro è consistito
nel dare nuovi significati a quello che irruppe, che traboccò,
che paralizzo la crescita mentale e bloccò il risultato
di una maggior complessità vincolare. (Pujet, 1996).
4.- Sviluppo:
Riunimmo undici pazienti, dei quali due disertarono
prontamente, nella seconda seduta, per il "cambiamento dell'orario
della dialisi".
Nella prima seduta si stabilirono le regole
della terapia, la durata della medesima (14 sedute) e si insistette
a comunicare con libertà tutto quello che si riferiva a
se stessi come agli altri e quindi si invitò ognuno a presentarsi,
"chi sono e cosa mi sta' succedendo".
Le interpretazioni furono concentrate tanto
nell'individuo che nel gruppo come un tutt'uno, includendovi le
relazioni. (H. Davanzo).
Le sedute furono condotte in coterapia e con
due osservatori, entrambe psicologhe in tirocinio.
I contenuti manifesti espressi nella prima
seduta mostravano una dialisi idealizzata.
I partecipanti al gruppo si sforzavano di
mostrare ai terapeuti e ai loro compagni, che rapidamente si sentivano
meglio già nelle prime dialisi, che non avevano nessun
problema di nessun genere, con la dialisi perché: "se non
fosse per la dialisi saremmo morti". Inoltre riconoscevano di
essere trattati con cura e affetto . Altre frasi dette dai pazienti
evidenziarono quanto detto: "da quando ho cominciato la dialisi
ho cominciato a vivere", "si può mangiare di tutto prima
della dialisi, tanto ci pensa la macchina", etc. Non c'è
stata nella seduta comunicazione di aspetti negativi.
Nella seconda seduta già si intravedono
aspetti diversi, il che ci permette di pensare che ciò
che è successo precedentemente, ha a che fare, secondo
il nostro parere con la necessità di negare la realtà
psichica sofferente, che nasconde contenuti latenti altamente
primitivi.
Come vedremo nello sviluppo di questa comunicazione,
questo gioco dialettico di resistere all'esperienza emozionale,
e anche di desiderarla, è sempre presente.
Potremmo pensarlo come il gioco permanente
della deformazione onirica, che non permette il passaggio verso
la coscienza dei pensieri inconsci.
Proseguendo con la seconda seduta, dopo un
lungo silenzio comparvero alcune tematiche, come il presentarsi
con una "maschera" agli altri, come nella dialisi: "uno non può
mostrare, né dire alla propria famiglia quello che sta
passando, si preoccuperebbero".
Ciò che abbiamo detto precedentemente
si presenta come un "atteggiamento" che scomparve poco a poco
e che fu ripetutamente indicato e interpretato e, che consisteva
nel: "mostrarsi ai compagni e ai terapeuti con un sorriso amabile,
come se niente fosse un peso o un disturbo".
Poi, poco a poco, si fa evidente lo stato
di confusione come una difesa per non sentire dolore psichico.
Questo è legato alla fuga di angosce
di frammentazione già esistenti.
Per esempio una paziente dice: "Io non ho
nessun problema perché ho fiducia solo in Dio", e dopo
mostra il braccio deformato da una fistola, con espressioni che
dimostrano la sua rabbia per questa condizione, presentando immediatamente
contenuti come "la negazione della fistola".
Più tardi si realizza una conversazione
di gruppo sui rapporti con il personale della dialisi, per esempio:
"Io porto sempre regalini all'infermiera", e poi "Però
a volte non posso portarli e lei rimane come se se lo aspettasse,
dipiaciuta".
Un altro paziente asserisce che le infermiere
sono molto premurose, ma subito dopo raccontano che li lasciano
da qualsiasi parte, vicino alle finestre, nelle correnti d'aria
senza preoccuparsi se prendono la polmonite".
Ciò che abbiamo detto sul personale
della dialisi, si interpreta nel transfert dopo il racconto di
una paziente che risultò molto efficace per la comprensione
di quello che stava succedendo nel profondo.
La paziente raccontò: "ero in dialisi
e ho vomitato tutte le lenticchie che sono state lanciate ovunque".
Questo si interpreta come il timore di esprimere
nel gruppo le proprie proteste e emozioni che sono sentite come
vomito, e lei non sa se saranno o no tollerate e accolte dai terapeuti
e dal resto del gruppo.
Questa interpretazione è formulata
costantemente, in diverse forme e in diversi momenti, data la
resistenza gruppale.
Dopo un duro lavoro, compare l'idea portata
da un membro giovane del gruppo, che aveva sui 30 anni, che racconta:
"Io non devo essere grato a nessuno, io non ho motivo di rendere
la vita gradevole a loro (dottori e infermiere).
"Ammiro che lei ringrazi Dio, quando io la
prima cosa che perdetti fu la fede, prima ero molto vicino alla
Chiesa, adesso non ho smesso di piangere un giorno da quando mi
hanno attaccato alla macchina. Uno non lo accetta mai, nessuno,
mai lo potrà accettare. E' difficile da capire, bisogna
stare al nostro posto. Credo che nessuno possa essere indifferente,
dopo questo
.la mia vita cambiò".
Questo si interpreta come il timore che possa
succedere qualcosa se si connettono qui al gruppo-macchina: Come
ci rimarranno? Ci sarà o no qualche beneficio? O meglio,
si andrà a ripetere un'esperienza dolorosa che rimarrà
camuffata da un sorriso o da un'apparente buon umore?
Allora interpretiamo se qualche volta possano
"vomitare le lenticchie" senza che ci spaventiamo di questi contenuti
che vengono dal loro interno, o se non saremo capaci di capirli,
se noi "non stiamo nella loro pelle".
Questo giovane paziente risponde che questo
è certo, con il consenso non verbale del gruppo.
Questo non sembra importante, secondo Claudio
Neri (1995). Quello che è successo qui è un racconto
o narrazione efficace (il sottolineato è nostro), quel
raccontare che riesce a stabilire un contatto diretto con le persone
che ascoltano.
Questo paziente aggiunse che perse il suo
lavoro e ruppe la sua relazione di coppia, "perché non
volevo che fosse per pena che stessero con me". Aggiunge: "venni
in terapia perché me lo chiesero i miei genitori, infatti,
i miei genitori sono sempre preoccupati per me, mi trattano con
compassione, quello che odio
. Penso che voi (dirigendosi
ai terapeuti), non potrete capirlo".
Il precedente racconto è confermato
dagli altri membri, o verbalmente o con i movimenti della testa.
Dopo, in un clima emozionale diverso, si parla
delle paure, le angosce, la solitudine che questa condizione provoca
e il bisogno di avere uno spazio come questo per "vomitare le
lenticchie".
Questo ultimo momento emozionale si connette
con l'idea di uno stato germinativo del gruppo -concetto di Foulkes-
che significa avvicinarsi al gruppo con l'immagine dell'ovaio
dove sono presenti numerose cellule-uova e il terreno germinativo.
Si evidenzia la dimensione germinativa del
gruppo e il suo carattere contenitore, all'interno del quale possono
prendere forma gli elementi che non sono stati individualizzati
(1995).
Quindi, ci sembra che ciò che è
stato espresso da Parthenope Bion Talamo (1995), sulla mentalità
di gruppo di lavoro e sulla mentalità primitiva, -che si
esprimono come istanze copresenti e contrapposte-, tenga meglio
conto dei movimenti manifesti in queste prime sedute, visto che
insieme all'apparizione dei presupposti basici specialmente di
dipendenza che ricorrerà nel processo terapeutico, e di
attacco e fuga- appare il rudimento di un pensiero collettivo
di ciò che sta significando "connettersi" alla macchina
di dialisi e "connettersi" al Gruppo.
Questo rudimento di pensiero collettivo sottolinea
il corso della terapia, nel quale si sviluppa il modello transferenziale
del gruppo-come-un-tutto, relazionandosi innanzitutto con i terapeuti
come una macchina di dialisi che, oltre a fargli del bene li può
danneggiare.
Questo timore paranoide si occulta sia per
i terapeuti che per il personale dell'unità di dialisi
per paure vendicative e di retaggi.
L'ammontare aggressivo di queste percezioni
deformate proviene dalla rabbia che gli provoca dipendere estremamente
da una macchina-terapeuta-mamma, che attiva angosce immediate
della posizione schizo-paranoide.
Questo interessa al fine di capire il processo
di questo gruppo, come possiamo vedere nella seduta n°10
alla vigilia di Natale (24 dicembre), dove emergono e si approfondiscono
fantasie di tipo persecutorio legate alle angosce midollari e
più rappresentative di questo gruppo particolare di pazienti.
La seduta si caratterizza per la bassa presenza,
meno della metà (7 persone).
L'antecedente si interpreta come una comunicazione
non verbale di contenuti che possono essere moto difficili da
esprimere; infatti questa difficoltà è maggiormente
presente al momento in cui vengono poste delle petizione dirette
ai terapeuti in modo che, in attesa delle festività, non
si interrompa la terapia, perché per loro queste date sono
"come qualsiasi altro giorno".
Un paziente risponde per il gruppo dicendo:
"nelle feste ci sono molti incidenti, qualche volta le persone
non vengono perché aspettano nelle proprie case che li
chiamino" (si riferisce all'attesa di un donatore).
Il gruppo risponde con risatine nervose e
espressioni facciali di spavento.
Questo si interpreta nel seguente modo: "sembra
che sia difficile parlare di questa attesa e il desiderio che
ci siano incidenti per avere un organo da trapiantare".
Dopo un silenzio carico di emozione, interpretiamo
che "sembra che il gran desiderio di trovare questo organo li
faccia sentire colpevoli di qualsiasi incidente che capiti in
quelle date."
Una paziente risponde: "
non lo avevamo
mai pensato, però mi immagino le iene che aspettano le
prede".
Un'altra paziente dice: "bisogna continuare
a vivere, ci sono persone che donano i propri organi in vita e
per altri lo fanno i loro familiari e si possono continuare a
vedere e avere una buona relazione, così che non so quale
è il problema, io non vedo problema".
Questo lo interpretiamo segnalando che "sembra
che avere bisogno o desiderare un organo trapiantato per continuare
a vivere, li faccia sentire come iene, animali rapaci, non sentendosi
più esseri umani".
Dopo un lungo silenzio torniamo a interpretare:
"sembra che sia difficile integrare desideri naturali di volere
continuare a vivere, di preservare la vita e per tanto desiderare
organi in queste date, con il sentirsi colpevoli di fronte ai
familiari, le persone donanti e i reni e questo si dimostra nel
desiderio di attirare la benevolenza e in questo modo , come le
iene, mantenere "le risatine in pieno festino".
Un altro membro aggiunge: "non so io penso
che uno abbia diritto a vivere, è come quelli dell'Uruguay,
vi ricordate? Dovettero mangiare i loro amici per sopravvivere".
A questo segue un'interpretazione da parte
nostra: "sembra che anche se l'incorporazione del rene è
per via chirurgica, voi la viviate come divorare un altro essere
umano, e questo si sente come se dentro il proprio corpo questo
organo si vendicasse e attaccasse".
Qualcuno risponde: "io non ci avevo mai pensato,
però questa è la cosa più importante di cui
abbiamo parlato in terapia". Un'altra persona aggiunge: "sì,
però mi dà angoscia, mi dà paura".
Da un'altra parte, un'altra paziente dice:
"credo che si può vedere il rene come un bambino, bisogna
prendersene cura e accoglierlo".
Noi dicemmo che la difficoltà a ricevere
il rene-bebè in modo affettuoso è nella colpa che
si genera nel non poter differenziare tra il desiderio di un organo
come un fatto legittimo e, magicamente, unire questo alla colpa
che qualcuno muoia per questo desiderio.
La risposta è un silenzio e finimmo
la seduta interpretando la difficoltà di accogliere il
rene come un bebè amato quando appaiono colpe di origine
magica.
La seduta finisce con un clima emozionale
molto intenso, ma molto consono.
Il materiale presenta a nostro giudizio tre
momenti dove si esprimono pensieri e sceneggiature altamente rifiutabili
da un soggetto sotto censura.
Sono queste: la scena delle lenticchie, delle
iene e degli uruguaiani.
Dalla prospettiva del sognare, queste scene
rivelano un pensiero sincretico gruppale, primitivo, la cui base
rivelerebbe una regressione orale. Ad essere interpretato e per
tanto portato dallo stato represso alla coscienza, si arriva ad
una possibilità di simbolizzare.
Come dice Matte Blanco, assistiamo al passaggio
da una logica asimmetrica, incosciente, onirica ad una simmetrica,
aristotelica, propria del campo del cosciente.
Nelle tre ultime sedute si elaborano i sentimenti
legati alla separazione e alle angosce corrispondenti, dove i
terapeuti sembrano legati a immagini egoiste e fredde, come se
non si interessassero a loro e ai loro problemi, se non a livello
di scienza e per i loro interessi personali.
Gli si interpretò la difficoltà
di questa separazione e come questa difficoltà possa essere
relazionata con:
"Sentirci metaforicamente come organi-terapeuti-trapiantati-rifiutanti,
che non vogliono continuare ad annidare nelle loro menti e non
vogliono continuare a disintossicarle dalle forti emozioni".
Si creò un silenzio pieno di significato.
I terapeuti tornano ad interpretare: "sembra
che insieme a questi penosi sentimenti detti prima, c'è
nella vostra mente la speranza che questa esperienza sia stata
come un buon trapianto e che noi staremo annidati nelle vostre
menti per molto tempo"
. "e qualche volta per sempre aiutando
ad accettare e pulire molte emozioni che sono normali e comuni
tra le persone che vivono questa situazione".
Più tardi, dopo un silenzio, una paziente
dice:
"Credo che questa terapia sia stata molto
buona per noi, nessuno ci ha ascoltato come voi, dovrebbe continuare
a farsi".
Un'altra aggiunge: "dovrebbero parlare con
il capo o proporlo al Ministero della Sanità."
Di seguito un altro paziente aggiunse: "io
voglio dire una cosa che forse non ha niente a che vedere però
sono sincero, rimarrà come un vuoto, uno spazio che dovremmo
riempire, per esempio, quel giorno che non ci fu la terapia io
andai a rinnovare la mia carta d'identità
.".
I terapeuti, con una certa emozione, accolgono
la difficoltà che hanno di separarsi e esprimono che c'è
il desiderio di continuare, però allo stesso tempo il gruppo,
sente di aver conseguito una nuova carta come una nuova identità,
la quale era stata nascosta da questa malattia.
Si produsse un clima emozionale profondo e
poi uno scoppio di risate tra un partecipante uomo e una donna.
Di seguito li invitammo a condividere ciò.
La donna rivela che si trattava di sapere
se questo membro maschile del gruppo aveva fatto quello che molte
volte, in tono scherzoso, il gruppo gli aveva chiesto di fare
come compito.
Questo consisteva nell'avere una relazione
sessuale e dopo raccontare a tutto il gruppo come era andata.
Dopo molte risate e un altro silenzio emotivo,
i terapeuti interpretano: "sembra che la malattia che voi avete
non la sentite più come una iena affamata che vi toglie
tutto, anche il desiderio sessuale ora, potete recuperare la vostra
condizione di persone che hanno una gamma molto ampia di sentimenti
e desideri che adesso possono accettare e contenere meglio dentro
di sé."
5.- Conclusioni:
L'esperienza riassunta ci permise di osservare
in questi pazienti che alla perdita della funzione renale, si
accompagna anche la perdita di funzioni mentali.
Pensiamo che questo sia dovuto a delle regressioni
agli stadi arcaici dello psichismo, come idealizzazioni primitive
e pensiero magico, che fanno in modo che l'idea del trapianto
sia vissuto, a livelli più inconsci con terrore e colpa
persecutoria.
In relazione al tema di cui ci occupiamo,
possiamo intendere il materiale delle sedute come rappresentazioni
oniriche, che all'inizio della terapia hanno l'intenzione di deformare
rappresentazioni e pensieri inconsci, censurabili per la mente
gruppale.
In altre parole, il sogno di avere un organo
trapiantato, come contenuto manifesto nasconde, in questa fase,
contenuti latenti e pensieri onirici che si liberano, dall'essere
legati ad aspetti onto e filogeneticamente primitivi.
Per gli individui e la mente gruppale prendere
contatto con questo materiale emergente, risultava degradante,
e produceva difese di tipo narcisistico.
Così il nostro lavoro si centrò
nell'intento di elaborare "questo sogno", essendo il gruppo e
i terapeuti nel loro aspetto contenitivo, ciò diede la
possibilità di far emergere il primitivo materiale.
L'emergere di queste rappresentazioni e pensieri
inconsci, si consolidano nel desiderio di vivere e nel timore
della morte. Questi pazienti, di giorno in giorno sono esposti,
permanentemente all'evocazione di angosce legate a tappe molto
precoci, che allo stesso modo del residuo diurno entrano nello
psichicismo.
Quindi abbiamo potuto osservare uno stato
di isolamento e solitudine che avvertono questi pazienti e che
provoca una perdita di comunicazione autentica con i propri affetti
e con il proprio contesto sociale.
Si rifugiano in una regressione alla dipendenza
idealizzata e totale alla dialisi, che investono di pensieri magici
come se fosse la salvatrice della propria vita, allo stesso modo
del rene che aspettano. Attesa vissuta in estrema passività.
Pensiamo che questo processo regressivo li trasformi in corpi
sofferenti, carenti di desideri e emozioni propri di qualsiasi
essere umano.
Il nostro lavoro andò centrandosi poco
a poco nel recupero della persona, del soggetto che anche se dipende,
è possessore di libertà e di capacità di
provare, di pensare, tutto ciò non può essere dato
dalla macchina di dialisi o dal rene, ma da un altro che non siamo
noi stessi.
Questo processo terapeutico si va conseguendo
in un clima contenente, che rende possibile la "disintossicazione"
mentale attraverso i terapeuti-macchina-dializzatore-madre in
funzione reveriè. E' così che riuscì a nascere
la fantasia più spaventosa per chi aspetta un rene:
"Sentirsi come iene, animali rapaci che desideravano
la morte di un altro, per riuscire a sopravvivere". Questo è
vissuto nella fantasia in modo magico, dove l'esperienza è
un'incorporazione orale cannibalica, con la conseguente distruzione
oggettuale e retaggi di paura. Si scatena così, non solo
la colpa persecutoria, produttrice di possibili stati psicopatologici
come i quadri depressivi sopra menzionati, ma anche una difficoltà
psicologica nel poter ricevere un organo trapiantato, che potrebbe
influire in complicazioni post operatorie ed eventuali rigetti.
L'elaborazione di queste fantasie e la concomitante elaborazione
del lutto per il termine della terapia, permise in questi pazienti
il passaggio ad una posizione più realistica e autentica,
potendo accettare offerte di aiuto psicologico, e riusciendo ad
assumersi le loro capacità, valori, autostima e diritti
che erano stati perduti inseme alla funzione renale.
Ebbero il coraggio anche di esprimere adeguatamente
la rabbia per il termine di questa esperienza e la loro necessità
e desiderio di ricevere molto più aiuto.
Il contesto di questo lavoro si sviluppò
sotto una forte alleanza terapeutica, in un clima di vicinanza,
che costituì per noi una vera esperienza emozionale nell'incontro
con queste menti sofferenti; questo, come dice Gerardo Stein (1991),
ci fa pensare, che "aiutare a scoprire l'inconscio dell'altro,
e approfittare dell'ausilio di un altro per scoprire qualcosa
di proprio, è un lavoro che accade nel quotidiano, in tutti
i rapporti dove prevalga l'etica dell'amore per l'oggetto sull'etica
dell'amore per il potere". (Il sottolineato è nostro)
Vorremmo chiudere la nostra presentazione
citando Freud: "Sembra che sogno e nevrosi abbiano conservato
per noi l'antichità dell'anima più di quanto possiamo
supporre, per fortuna la psicoanalisi può reclamare un
alto rango fra le scienze che si sforzano di ricostruire le fasi
più antiche e oscure degli inizi dell'umanità".
(Freud, 1900)
Traduzione a cura di:
Sandy Fontana
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