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Tipici esempi di gruppi
formati da pari sono quelli che si realizzano naturalmente nell'adolescenza.
In questo mio lavoro
intendo evidenziare le potenzialità trasformative che caratterizzano
appunto il gruppo dei pari, sia che si tratti di un gruppo di
adolescenti, sia che si tratti di un gruppo composto da membri
di diversa età ma in cui si riattualizzi la fase adolescenziale.
La velocità
e l'ampiezza dei cambiamenti nelle società post-industriali
hanno messo in discussione i valori tradizionali; inoltre le modificazioni
in termini di ruoli sociali ed economici e di identità
di genere hanno accelerato il venir meno di certezze di riferimento.
È in atto un doloroso travaglio sia a livello sociale-istituzionale
sia a livello del singolo individuo per ridefinire il significato
di sé. Questo rende più difficili tutte le fasi
di cambiamento, quindi l'adolescenza, fase per eccellenza del
cambiamento, può essere vista come emblema dei momenti
in cui è necessario affrontare trasformazioni. Ma, appunto,
proprio le imponenti modificazioni socio-economiche avvenute nel
dopoguerra hanno cambiato, per certi aspetti, anche lo status
di adolescente: così affrontare la fase adolescenziale
nella società occidentale è oggi più difficile,
anche perché i tradizionali meccanismi di trasmissione
dei valori sono stati messi in crisi, dal momento che la famiglia
sembra aver abdicato al suo ruolo di fornire regole e orientamenti
di vita. Questo ha comportato fra l'altro, dagli anni ottanta
circa, una diminuzione del conflitto generazionale nell'ambito
famigliare, dal momento che la famiglia stessa è diventata,
in molti casi, un luogo permissivo, un ambito relativamente protetto
che fornisce un insieme di servizi e che concede spesso agli adolescenti
una grande libertà, rendendo per certi versi più
difficile che in passato l'emancipazione. Così mentre il
sessantotto aveva permesso ai giovani di trovare una identità
collettiva forte, nella coesione antagonistica al mondo adulto
e ai valori tradizionali, i ragazzi di oggi, proprio perché
meno in conflitto con la famiglia, non hanno sviluppato una identità
collettiva altrettanto forte.
L'adolescente deve
dunque confrontarsi con una serie di cambiamenti che influenzano
tutti gli aspetti della sua vita (fisici, cognitivi e sociali)
in un ambiente che è esso stesso in continuo divenire,
in cui è presente una pluralità di valori, in cui
l'armatura garantita dai percorsi biografici istituzionalizzati,
prodighi di criteri circa ciò che può costituire
un obbiettivo esistenziale valido in una certa fase della vita,
si è incrinata; si è più liberi ma anche
socialmente più soli, in una situazione globalmente incerta
sia rispetto al presente che alle possibilità future. Osserva
Berger (1973): "Da una parte l'identità moderna è
aperta, transitoria e soggetta a continui cambiamenti. Dall'altra
parte la sfera soggettiva dell'identità è il principale
appiglio che l'individuo ha nella realtà." Così
la necessità di riflettere su chi si è e su che
tipo di relazioni si hanno con gli altri, che ha portato anche
all'interno della ricerca psicoanalitica ad una sempre maggior
attenzione allo sviluppo del sé, trova nel periodo adolescenziale
il suo naturale terreno di crescita dal momento che è proprio
in questa fase della vita che l'individuo si confronta con il
cambiamento della propria identità psico-fisica. La Selener
(1991) sottolinea come l'adolescente debba affrontare tre fondamentali
processi di lutto: a) lutto dei genitori idealizzati nell'infanzia;
b) lutto del corpo infantile; c) lutto della propria identità
e del proprio ruolo nel mondo infantile; tutto ciò in una
situazione di grande instabilità e confusione. Molto acutamente
C.Zucca Alessandrelli (1995) ha definito l'adolescente "l'apprendista
del tempo", proprio perché uno dei compiti più difficili
di questa fase della vita è quello di mantenere un senso
di continuità di sé sia diversificando il passato,
il presente e il futuro, sia tenendoli in relazione e integrandoli
fra di loro.
Ci sarebbero ancora
molte cose da evidenziare a proposito della complessità
delle interazioni dei processi di sviluppo che concorrono alla
costituzione dell'identità in età adolescenziale,
e delle difficoltà che di conseguenza l'adolescente deve
affrontare e che in alcuni casi possono far emergere situazioni
patologiche; a questo punto però mi sembra opportuno cercare
di far comprendere perché ritengo che il setting di gruppo
possa essere in molti casi la situazione terapeutica più
adeguata per affrontarle e risolverle, tenuto conto delle problematiche
sopra evidenziate.
Infatti è immediatamente
evidente e macroscopico che riunire degli adolescenti in gruppo
vuol dire stimolare e agevolare un movimento verso i pari che
in questa fase della vita è particolarmente naturale e
spontaneo.
Il gruppo dei pari
infatti è proprio l'ambito a cui naturalmente l'adolescente
fa ricorso per cercare di emanciparsi dal gruppo famigliare di
origine, e costituisce l'occasione di un'esperienza fondamentale,
una sorta di laboratorio sociale in cui il giovane e la giovane
si sentono coinvolti in prima persona in quotidiana interazione
con gli altri. Il tempo trascorso con i pari garantisce agli adolescenti
la presenza di un'area di relazioni formativa e particolarmente
significativa rispetto al costituirsi dell'identità, sottratta
in via di principio al vincolo della subordinazione e gratificante
dal punto di vista emotivo. Si sta insieme per stare insieme e
si ricava gratificazione dalla possibilità di consumare
il tempo in un ambito di rapporti simmetrici in un accentuazione
di valore del presente che consente l'emancipazione dal passato
e la progettazione per il futuro, in una situazione in cui il
bisogno di comunicare, di cercare valori condivisibili vengono
accolti e trovano risposte. Il gruppo dei pari, proprio per le
suddette ragioni, assume quindi la funzione di Io ideale che,
se a volte rinforza l'illusione di poter recuperare l'onnipotenza
infantile ed il narcisismo individuale minacciato dai lutti sopra
descritti, diventa anche quel luogo in cui si possono costruire
realistici progetti verso una condivisa tensione ideale. Se quanto
detto è valido per gli adolescenti senza problemi a livello
patologico, è ancora più valido per quanto riguarda
gli adolescenti con problemi. Ovviamente però, per queste
persone più fragili il gruppo dei pari che si forma spontaneamente
non ha valenze adeguate sul piano terapeutico; anche perché
a volte questi gruppi possono essere più o meno inconsapevolmente
crudeli verso i soggetti più deboli e bisognosi. È
invece necessaria la presenza di un terapeuta che sappia valorizzare
le potenzialità trasformative del gruppo dei pari, ma che
al contempo contenga e tenga sotto controllo quegli aspetti che
potrebbero rivelarsi pericolosi o, peggio, distruttivi.
Così quando
nei piccoli gruppi si riattualizza la fase adolescenziale del
gruppo dei pari, può essere utile la presenza di un conduttore
che sappia utilizzare al meglio le valenze terapeutiche che contraddistinguono
questo specifico gruppo, controllandone gli aspetti che potrebbero
diventare negativi.
Oltre a facilitare
un movimento spontaneo nell'adolescenza, il piccolo gruppo, proprio
per una sua particolare caratteristica che chiarirò fra
breve, è anche lo strumento più valido per affrontare
i processi di individuazione e separazione che caratterizzano
la costruzione dell'identità personale che l'adolescente
deve nuovamente definire sia a livello intra psichico che relazionale.
Blos (1971) non a caso considera l'adolescenza quella fase della
vita in cui avviene il secondo processo di separazione-individuazione.
Sappiamo infatti che l'identità si definisce in un contesto
relazionale attraverso processi di identificazione e differenziazione
(assimilabili a momenti di fusione-individuazione). Questi processi
sono intrinseci al divenire gruppale dato che, come ho spesso
sottolineato nei miei lavori sul gruppo, la dialettica fusione-individuazione
è il movimento specifico del setting gruppale che sottende
ogni seduta ed è quindi sempre fruibile.
Mi sembra utile chiarire
però che quando parlo di fusione nel gruppo faccio riferimento
non solo alla possibilità di riattualizzare simbolicamente
la fase della simbiosi con l'oggetto primario (momento fondamentale
per lo sviluppo, che consente di riparare il percorso del sé
grandioso, base per lo sviluppo del vero sé ), ma anche
a quella di poter condividere ulteriori e più evolute fasi
di fusionalità. Su questa importante questione ritornerò
in seguito.
A questo punto a mio
parere va sottolineato che per affrontare le tematiche gruppali
è utile sia assumere un pensiero dialettico interattivo,
sia una concezione del tempo definibile attraverso la metafora
della spirale, sia una considerazione dello spazio di gruppo come
spazio transizionale. Nel gruppo sono contemporaneamente presenti
quattro elementi che hanno una loro evoluzione complementare e
parallela: 1)l'individuo con il suo mondo interno, 2) le interazioni
dei membri fra di loro, 3) i fenomeni transpersonali, 4) il gruppo
nel suo insieme, con tutte le rappresentazioni fantasmatiche che
quest'ultimo può assumere.
I fenomeni transpersonali
vanno intesi sia in senso sincronico che in senso diacronico.
Nel primo senso i fenomeni transpersonali sono collegati a modalità
di funzionamento arcaico dell'io, pre-verbali, i cui presupposti
sono la non separazione fra sé e gli oggetti, e che compaiono
nell'hic et nunc della situazione gruppale, sia come difesa dall'angoscia
di frammentazione e di separazione, sia come potenzialità
evolutiva per il soggetto e per il gruppo. Neri (1995) li identifica
nell'atmosfera, nel tono di fondo che caratterizza i diversi incontri,
nel medium, negli effetti della mentalità primitiva e degli
assunti di base. In senso diacronico invece la funzione del transpersonale
è una sorta di "precipitato" che contribuisce alla costituzione
del sé. Per Menarini e Pontalti (1994) il transpersonale
è inconscio ed è la radice dei comportamenti interattivi
connessa con la storia dei gruppi umani, con la famiglia di origine.
Secondo Rouchy (1994) la cultura familiare viene inconsciamente
incorporata e fonda l'identità collettiva del soggetto
e il sé non individualizzato. L'incorporazione culturale
è la base dello spazio e del tempo relazionali e li condiziona.
Essa funziona all'insaputa del soggetto come automatismo, in condotte
programmate e non "mentalizzate", che grazie al lavoro di gruppo
possono essere viste e comprese, e quindi, divenute coscienti,
possono essere integrate o rifiutate.
Per quanto riguarda
invece la comprensione del gruppo in quanto tale, va ricordato
che l'orbita simbiotica madre-infante costituisce la base rudimentale
di "fantasticare il gruppo come un tutto". È proprio questa
possibilità che consente la dialettica, specifica del gruppo,
fra fusione e individuazione, nella quale avvengono trasformazioni
positive, sia per i singoli membri sia per il gruppo nel suo insieme.
Questo movimento dialettico attraversa il tempo del lavoro gruppale,
tempo che, come ho già detto, è ben definito dalla
metafora della spirale. La figura della spirale ruotante intorno
ad un asse ci consente di sintetizzare la pluralità di
dimensioni e di movimenti che costituiscono la nostra esperienza
temporale nel gruppo.
Si può dunque
andare avanti o indietro, con la possibilità di ritornare
allo stesso punto relativamente alla distanza dall'asse, anche
se su piani diversi, dal momento che in ogni incontro e per ogni
individuo sono contemporaneamente presenti livelli multipli di
realtà. Chiarito questo è evidente che un altro
aspetto per cui la terapia di gruppo può essere particolarmente
indicata per l'adolescente "apprendista del tempo" è proprio
dato dal fatto che il setting gruppale consente, come ho detto,
con modalità proprie che lo distinguono dalla terapia individuale,
di muoversi "liberamente" nel tempo sia all'indietro che in avanti,
in situazioni dove passato, presente e futuro sono potenzialmente
sempre fruibili e interagiscono fra di loro. Nel gruppo infatti
non solo è possibile tornare alla fase fusionale arcaica
ma anche riattraversare tutte le tappe fondamentali della maturazione
personale e riaffrontare in modo costruttivo le problematiche
rimaste irrisolte, fino a poter "provare" modalità nuove
e più evolute rispetto al proprio consuetudinario modo
di essere, e quindi di proiettarsi nel futuro attraverso l'assunzione
di ruoli, utili a presentificare posizioni emotive mai assunte
precedentemente. Se questo è vero per un gruppo di pazienti
adulti, per gli adolescenti la funzione terapeutica e correttiva
del gruppo è ancora più incisiva, proprio perché,
come ci ricorda M. Sacchi (1988): "per la giovane età degli
individui che vi partecipano il gruppo assume la funzione di un'esperienza
formativa per la loro personalità e identità di
individui adulti, anziché essere prevalentemente percepita
come un'esperienza correttiva di disturbi nevrotici, come avviene
nei pazienti adulti".
Come ho già
accennato è anche importante sottolineare come lo spazio
nel gruppo sia lo spazio transizionale, cioè quello spazio
sotteso dalla dialettica fusione-individuazione in cui diventa
possibile creare una nuova cultura e fondare valori condivisi,
e all'interno del quale l'adolescente può provare ed attuare
le sue potenzialità costruttive. In questo contesto viene
anche discusso il significato di essere femmine e maschi sia rielaborando
le problematiche edipiche sia affrontando questo tema nell'hic
et nunc della situazione terapeutica dove femmine e maschi sono
direttamente messi a confronto. Questo consente, in particolare
agli adolescenti, la messa in discussione e l'emancipazione dai
ruoli spesso stereotipati appresi in famiglia, e quindi permette
di rendere il rapporto con se stessi e con gli altri autentico,
rafforzando e definendo in modo personale anche la propria identità
di genere.
Torniamo ora al movimento
dialettico fusione-individuazione, cosi fondamentale per il lavoro
di gruppo e per gli adolescenti, per meglio chiarilo.
Il setting gruppale,
dal momento che richiede la capacità di mettere in gioco
le zone simbiotiche comuni, stimola in alcuni momenti una identificazione
fra l'io ed il noi che tende ad offuscare i confini tra sé
e gli oggetti, a rendere fluide le frontiere fra l'individuo e
il gruppo e quindi ad evocare il mondo delle relazioni con l'oggetto
primario (la madre della prima infanzia). La possibilità
di riattualizzazione simbolica di questa fase così arcaica
è presente fin dall'inizio della storia di un gruppo, anche
se in un primo tempo i membri del gruppo, in particolare gli adolescenti,
si difendono dal lasciarsi andare in questa dimensione dal momento
che temono la fusione come potenzialmente distruttiva e contemporaneamente
hanno paura di andare a pezzi. Nel corso del lavoro gruppale però,
si viene via via costruendo un clima di fiducia e di accoglimento
che stimola un primo apparire della possibilità di questa
fase. Il conduttore se ne accorge nel momento in cui i membri
del gruppo cominciano ad usare sempre più spesso il pronome
"noi"; l'allocuzione "anch 'io" diviene una sorta di parola d'ordine,
ed il gruppo viene fantasticato come "chiuso ", dato che una frase
ricorrente di questo periodo è:"abbiamo iniziato tutti
insieme e certamente finiremo tutti insieme ".
Da questo inizio di
fusionalità "formale", potenzialmente presente fin dalle
prime sedute, e dal cominciare a star bene insieme, anche se in
modo confuso, si origina la possibilità di una fusionalità
più autentica e profonda nell'evolversi del processo gruppale.
Quando quest'ultima
si realizza è importante che il conduttore la lasci pienamente
e profondamente esperire da tutti i suoi membri, fino a quando
mantiene una funzione terapeutica; solo dopo che questa esperienza
sarà stata completamente e costruttivamente vissuta sarà
possibile elaborarla e trasformarla in possibile oggetto di pensiero.
Nel momento in cui l'aspetto positivo e rigenerante di questa
esperienza sarà in via di esaurimento e cominceranno a
farsi strada elementi disturbanti il lavoro terapeutico con quegli
aspetti angoscianti della fusionalità legati al timore
di perdere l'identità, e insieme a questi anche ansie relative
alla paura di frammentazione rispetto all'emergere di rapporti
con oggetti parziali, solo allora sarà opportuno che il
conduttore riveli i pericoli del perdurare di questa situazione
e l'emergere di fattori antiterapeutici. Questa possibilità
di regredire a livelli arcaici appare a mio parere di fondamentale
importanza per affrontare le tematiche adolescenziali, perché
consente di comprendere che le esperienze dell''infanzia, anche
quelle più arcaiche, restano comunque un serbatoio a cui
si potrà attingere per il resto della vita e non qualcosa
a cui si deve rinunciare una volta per tutte. Inoltre la regressione
condivisa nel gruppo la rende molto meno angosciante che nella
terapia individuale. La condivisione infatti riduce di molto le
paure di eccessiva dipendenza dal terapeuta che spesso le situazioni
massicciamente regressive provocano nella terapia individuale,
anche perchè il comportamento del conduttore che ha saputo
essere presente senza interferire con l'atmosfera prevalente nel
gruppo, ma anzi vi si è serenamente immerso aiutando così
a mantenerla, ha permesso ai membri di comprendere che non il
terapeuta, ma il "gruppo" consente di sperimentare quell'ambiente
"sufficientemente buono" in cui si può con fiducia lasciarsi
andare all'esperienza regressiva e che quindi può fungere
da sostituto adeguato dell'oggetto primario. In questo ambito
diviene allora possibile distinguere il passato dal presente che
adeguatamente rivisitato può essere abbandonato nei suoi
aspetti coercitivi di "coazione " e diventare un ricordo; i ricordi
possono diventare comunicazione condivisa e al contempo possono
anche divenire strumento di individuazione e di identità.
Ognuno è solo con la propria storia che individua, ma la
solitudine insieme agli altri non è annichilente come si
temeva, anche perché recuperare la propria individuale
e individuante storia consente di ritrovare un senso di continuità
di sé, che il cambiamento fisico mette profondamente in
discussione. Recuperare il proprio passato significa ritrovare
il proprio presente e potersi progettare nel futuro. Solo dopo
che la "fusione" e la condivisione profonda e autenticante è
stata sperimentata in modo soddisfacente diventa possibile osare
l'individuazione e l'emancipazione.
Un altro aspetto tipicamente
gruppale che permette all'adolescente di riconoscersi nel presente
è data dall'importante funzione di rispecchiamento effettuata
dal gruppo nei confronti dei singoli membri; rispecchiamento che
se da una parte limita, costringendo ad abbandonare la fantasia
onnipotente che "da grande potrò essere e fare qualsiasi
cosa", dall'altra individua e valorizza l'unicità e particolarità
del singolo.
Gli adolescenti problematici
hanno spesso avuto dei deficit nella costruzione e nello sviluppo
del sé, che hanno reso fragili le basi del loro narcisismo
sano, per cui un'altra fondamentale funzione che il gruppo terapeutico
nel suo insieme può assolvere è quello di oggetto-sé
(Neri-cit.) che fa emergere e mantiene il sé di ogni componente
e gli dà significato. Il gruppo può fungere quindi
sia da oggetto sé rispecchiante, sia da oggetto sé
ideale ed onnipotente (come per esempio nelle fasi prima descritte
di arcaica fusionalità), sia da oggetto sé gemellare.
Oltre alla mia personale
esperienza di gruppi con adolescenti, anche la supervisione di
un gruppo costituito all'interno di una casa-alloggio, formato
da ragazzi e ragazze, con un'età compresa fra i quattordici
e i diciassette anni, accomunati da un passato infantile particolarmente
traumatico a cui avevano reagito con un atteggiamento di rigetto
di qualsiasi forma di autorità rappresentata dal mondo
adulto, mi ha ulteriormente confermato sull'utilità del
gruppo terapeutico per gli adolescenti. Infatti l'aver potuto
esperire la relazione con un conduttore (adulto) che sapeva affrontare
i problemi con loro e costruire insieme a loro una soluzione senza
dare risposte precostituite, e il poter esprimergli ostilità
e ribellione senza distruggere o essere distrutti, senza dover
subire ma potendo assumere consapevolmente un ruolo attivo, è
stato fondamentale per poter riprendere il processo di costruzione
della propria identità. In una fase avanzata della terapia,
a volte anche il gruppo nel suo insieme è diventato un
valido sostituto genitoriale e ha permesso di costruire un ponte
fra la realtà interna e quella esterna in modo che i sintomi
sono diventati comunicabili e quindi modificabili; la risposta
dell'altro, nel qui e ora della situazione terapeutica, ha trasformato
le proiezioni e le ha corrette; le problematiche relative alla
dipendenza sono state affrontate e in parte risolte anche perché
vissute come meno pericolose all'interno di una situazione di
condivisione. Inoltre aver potuto fruire insieme agli altri delle
diverse funzioni del gruppo precedentemente descritte, ha permesso
a tutti i componenti di raggiungere una maggior coesione del proprio
sé e un senso di continuità all'interno della propria
storia, una maggior consapevolezza del proprio mondo interno e
delle personali modalità di rapportarsi con gli altri;
tutto ciò, se non ha risolto una volta per tutte i loro
problemi, li ha però messi in grado di affrontarli meglio
e di sperare prima o poi di risolverli almeno in parte. L'esperienza
di supervisore di questo gruppo che per ragioni burocratiche ha
dovuto interrompersi dopo circa tre anni, e l'essere terapeuta
individuale e di gruppo di adolescenti, mi permette di riconoscere
in tempi più brevi il riattualizzarsi di questa fase anche
in gruppi di pazienti adulti ( tempo a spirale ) e ad affrontare
meglio le problematiche tipiche di questa situazione esistenziale.
Ho infatti sottolineato come nel gruppo si riattraversino le diverse
fasi evolutive dell'esistenza per poterle elaborare in modo maturativo.
A questo proposito, per far comprendere meglio come funziona il
lavoro di gruppo rispetto alle problematiche adolescenziali, al
ricostituirsi di un gruppo di pari, riporterò alcune sedute
in cui un mio gruppo era costruttivamente "regredito" a questa
fase della vita.
Una rapida premessa
teorica.
Come sappiamo, le influenze
parentali che supportano tutto lo sviluppo dell'individuo lasciano
il loro marchio sull'io come un continuum genetico di identificazioni
totali o parziali, legate alla strutturazione progressiva dell'io
in ogni ambito. Di solito però tali identificazioni sono
così intessute nella struttura dell'io maturo, da non essere
riconoscibili. Ma con il riemergere nel gruppo terapeutico di
processi di identificazione e di proiezione che riattivano movimenti
regressivi avviene che, come nell'adolescenza, le precedenti identificazioni
possono essere destrutturate e parzialmente riproiettate e ripersonificate;
ed è proprio questa possibilità che consente, in
questo caso, l'uso evolutivo-terapeutico della regressione, dal
momento che nella matrice di gruppo diviene possibile modificare
un sistema pre-costituito di ruoli, leggi e necessità,
che condizionano la propria immagine di sé e del mondo.
Così conflitti inter e intra-psichici tendono ad essere
presentificati e agiti in relazioni con oggetti che possono rappresentare
oggetti del passato o anche oggetti-sé con il conseguente
vissuto, tipicamente adolescenziale, di irrequietezza e confusione.
Il gruppo dei pari,o
il gruppo che è caratterizzato dall'entrata in scena del
soggetto collettivo (comunità dei fratelli, Neri cit.)
che per la sua stessa struttura formale richiama i gruppi dell'adolescenza,
diviene allora, in molti momenti, quell'ambiente facilitante,
quel luogo in cui è possibile l'esplorazione della tensione
comune condivisa, e viene così ad assumere la stessa funzione
"creativa" di nuove soluzioni, tipica dei gruppi adolescenziali.
Ancora una volta è in atto la dialettica, sempre presente
nel gruppo, di fusione-individuazione seguita da processi di separazione
che spesso però, come nell'adolescenza, sono accompagnati
da intensi sensi di colpa. E come nell'adolescenza, in questa
fase si assiste nel gruppo all'insorgere di problematiche di tipo
ipocondriaco, di comportamenti contradditori e di atteggiamenti
di ribellione, e all'emergere di tematiche di rivalità
associate alla scelta dell'oggetto sessuale. Anche in questo caso,
come per gli adolescenti, è importante che la sfida possa
essere raccolta da qualcuno, che ci possa essere un atteggiamento
di franca discussione ed un confronto stimolante e costruttivo.
Questa volta, diversamente da quanto era accaduto nella storia
personale di quasi tutti i pazienti, ci può essere nel
gruppo la possibilità di costruire insieme ad un adulto
( il conduttore ), che non si sottrae al rapporto, nuovi e più
adeguati modelli di comportamento. In questa fase però
il rapporto con l'adulto non è sempre importante; fondamentale
invece è il gruppo dei pari, la comunità dei fratelli
che, in analogia con il gruppo adolescenziale, diviene un riferimento
costante, una forza coesiva determinante nuove modalità
di essere e di porsi nel sociale, ed è anche quell'ambiente
in cui è possibile esprimere contemporaneamente il desiderio
di libertà ed il bisogno di protezione.
In questa situazione
si possono a volte costituire dei sottogruppi o anche rapporti
privilegiati di coppia. L'aspetto trasfomativo può essere
raccolto da uno o più membri che possono fungere da "portavoce"
di nuove prospettive, e l'aspetto terapeutico condiviso è
dato dalla possibilità di affrontare, in modo finalmente
adeguato, tematiche tipicamente adolescenziali. È il periodo
in cui nel gruppo le discussioni vertono sui "massimi sistemi",
sul senso della vita e della morte, che riflettono il ripresentificarsi
di conflitti con gli oggetti interni riesternalizzati nel gruppo
e le angosce legate ai sentimenti di distruzione e di perdita
che sempre accompagnano le fasi di cambiamento.
Si affrontano anche
tematiche relative ad aspetti trasgressivi riguardanti la sessualità;
così accade spesso che momenti di trasgressione del passato,
di cui non si era mai parlato perché sottesi da vergogna
e sensi di colpa, possano essere "ridimensionati", nel senso di
visti nella loro giusta dimensione, proprio perché non
più vissuti in un ricordo di colpevole solitudine, ma condivisi
con gli altri.
In questo periodo c'è
anche il rischio di agiti esterni di accoppiamento che però
l'esperienza del terapeuta può, il più delle volte,
prevenire e quindi evitare.
Questa posizione adolescenziale,
ad un livello più evoluto della fase regressiva precedentemente
descritta ( quella fusionale arcaica), ripropone nel gruppo la
dialettica fusione-individuazione per raggiungere una miglior
integrazione di diversi aspetti di sé e la costruzione
di progetti al contempo personali e condivisi; essa si situa nel
momento in cui è già in atto il lavoro terapeutico
vero e proprio, quindi dopo un certo tempo dall'inizio del gruppo.
Ciò premesso, passiamo all'esempio.
Esempio clinico.
Il gruppo di cui riferirò
(che chiamerò A) è, come tutti i miei gruppi, un
gruppo aperto, un gruppo cioè dove ogni paziente termina
la terapia secondo i propri tempi e viene poi sostituito da un
nuovo paziente; questo comporta che in un gruppo siano presenti
più generazioni di pazienti.
In A almeno tre persone
sono quasi alla fine del loro lavoro terapeutico e da due anni
non ci sono stati nuovi ingressi. Inoltre, come spesso accade,
nel corso della terapia sono stati riferiti e quindi condivisi
accadimenti esterni molto importanti, quali nascite e morti di
persone care, che hanno aumentato la coesione del gruppo e il
livello di empatia fra i membri. Tutti hanno più volte
potuto sperimentare fasi di regressione primitiva che sono state
funzionali ad una loro evoluzione. È dunque un gruppo in
cui è spesso presente un clima di profonda fiducia e di
disponibilità all'ascolto e alla solidarietà.
In questo gruppo compaiono
da un po' di tempo tematiche tipicamente adolescenziali.
Ciò che caratterizza
la regressione all'adolescenza non è dato dallo specifico
contenuto delle singole sedute, che può essere simile a
quello di altri periodi, ma dal comparire di un soggetto collettivo
e dalla particolare intensità delle problematiche adolescenziali
affrontate, e dal loro presentificarsi e sovrapporsi o intersecarsi
in un lasso di tempo relativamente breve.
Inizialmente il tema
comune è stato relativo a preoccupazioni ipocondriache
di tipo appunto adolescenziale, di cui la portavoce è stata
Susanna che si è fatta venire, direttamente in gruppo,
un massiccio attacco di tachicardia (non è questa la sede
per soffermarmi a descrivere gli importanti sviluppi che ciò
ha avuto per Susanna, né per analizzare dettagliatamente
la risonanza che questo accadimento ha avuto per tutto il gruppo;
qui voglio solo sottolineare come questo avvenimento, per questo
gruppo, sia stato "una spia" del fatto che stavamo entrando nell'area
adolescenziale ). In seguito il gruppo si è diviso spazialmente
in due sottogruppi, quello dei maschi e quello delle femmine,
seduti gli uni di fronte agli altri, con me a fare da spartiacque.
Questa fase è stata accompagnata da una maggior cura del
proprio corpo e del proprio modo di vestire sia da parte delle
donne che da parte degli uomini, e dall'emergere conseguente di
un certo piacere di esibirsi. In seguito è stato lasciato
spazio all'espressione di fantasie sessuali accompagnate da vergogna
e da sensi di colpa che attraverso l'interazione, che ha permesso
il confronto e la condivisione, sono stati compresi e ridimensionati.
Il tutto però non è accaduto in modo semplice e
piano, ma con angoscia, sensi di inadeguatezza, confusione e rabbia
che hanno riattivato antichi conflitti non risolti.
Sono emerse anche fantasie
di "concretizzare", trasgressivamente, eventuali accoppiamenti
fra uomini e donne del gruppo, che hanno suscitato intensi sentimenti
di esclusione e rivalità .
Nell'affrontare queste
ultime tematiche, in particolare, a volte si è cercato
di escludermi, altre volte sono stata vissuta come un genitore
lontano e insensibile che suscita angosce di abbandono accompagnate
dalla paura di perdita dell'amore, o come un genitore superficialmente
troppo compiacente perché in realtà indifferente,
altre volte ancora come un'autorità rigida e superegoica
che stimola violenti scoppi di rabbia.
In tutti questi casi
però è stato possibile comprendere e interpretare
gli antichi conflitti riattualizzati anche se con momenti di fatica
e dolore. In questo contesto emerge con particolare intensità
l'odio, suscitato dall'amore deluso, per il genitore di sesso
opposto, e si evidenzia come questo abbia funzionato come una
sorta di pericolosa "mina vagante " e nella relazione con gli
eventuali partner, considerati con diffidenza e secondo rigidi
stereotipi, e nella disistima di sé. Quest'ultimo tema
dell'identificazione con il presunto aggressore come unico mezzo
per non separarsi da lui, occupa diverse sedute e stimola l'emergere
di sogni e fantasie sado-masochiste in cui vi è confusione
fra vittima e carnefice.
In particolare Antonio
racconta delle sue fantasie di morte sopraggiunte in seguito alla
morte della madre, da cui si era sentito sempre svalutato, non
amato e respinto.
Quando qualcuno nel
gruppo gli fa notare che, come si era chiarito nelle sedute precedenti,
tanto più si è avuto un rapporto deludente con un
genitore, tanto più si fa fatica a separarsene e ci si
identifica inconsciamente con lui, Antonio, come ci dirà
poi, viene preso da un fortissimo attacco di angoscia che gli
toglie la possibilità di parlare.
La seduta successiva
porta il seguente sogno: "Sono in una casa simile a quella della
mia infanzia in cui c'è Renato ( un membro del gruppo che
per Antonio rappresenta un po' un ideale ) che tiene fermo in
un sacco, con un forcone, un enorme serpente nero e pelosissimo.
Antonio vorrebbe ucciderlo ma ne è spaventato e non riesce
a tenerlo fermo, fino a quando, mentre sta per farlo, la pelle
del serpente si apre e ne escono due donne belle e affettuose
che gli sorridono e lo coccolano, lasciandolo gioiosamente stupito".
"Tua moglie e tua figlia"- dice un membro del gruppo, "tua moglie
e l'analista"- fa eco un altro ( per inciso chiarisco che tutti
pensano alla moglie di Antonio, perché nei suoi racconti
è sempre apparsa a tutto il gruppo come una donna particolarmente
innamorata e dedita a lui, malgrado la fatica e le resistenze
di Antonio a riconoscere questo).
Tutto il gruppo risuona
sulle tematiche tipicamente adolescenziali di trasformazione,
e interviene per sottolineare come, una volta compresi i significati
inconsci, si possano abbandonare vecchie posizioni; se la madre
da fallica e spaventosa si trasforma in oggetto buono, anche la
visione di sé come di un essere inadeguato e di poco valore
si può trasformare in quella di una persona amabile. Il
clima di diffidenza e di sospetto tra i sessi, ultimamente dominante
e che precedentemente si era cercato di negare attraverso agiti,
si trasforma in desiderio di scambio di amore, questa volta autentico.
Guido, un uomo non più giovane e che di solito nel gruppo
assume il ruolo amareggiato dello scettico, parla, in termini
particolarmente teneri e delicati, nel rispetto di sé e
dell'altra, del suo innamoramento per una donna incontrata da
poco. In questa situazione il sogno di Antonio diventa un simbolo
per il gruppo, dal momento che riesce a condensare le dinamiche
multiple fra i membri in una rappresentazione "mitologica" di
gruppo, cioè in una narrazione confortante che allevia
la precedente tensione e stimola l'intrecciarsi di elementi personali
dell'esperienza individuale in una sintesi condivisa. Come in
altri importanti momenti di gruppo, è spesso un sogno che,
arricchito dall'interazione gruppale, stimola il costruirsi del
"mito" del gruppo, che poi costituirà un riferimento rassicurante
nella storia condivisa.
Si evidenzia così
come il riconoscimento dell'altro come persona reale si accompagna
alla consapevolezza di sé, dal momento che l'interazione
sociale e la definizione del Sé avvengono contemporaneamente.
È in questo periodo che una paziente manda al gruppo una
cartolina che rappresenta una meravigliosa "sala degli specchi".
Questa volta il ritorno all'adolescenza è stato fatto in
un ambito che non distorce le immagini, anzi, il rispecchiamento
del gruppo ha permesso una trasformazione che ha modulato il narcisismo
verso forme più mature, rinforzato i confini dell'Io e
la differenziazione fra Sé e l'altro.
In questo caso, ancora
più che in altre occasioni, il gruppo, proprio perché
regredito alla fase adolescenziale, costruisce un proprio lessico
speciale, anche attraverso fantasie condivise, che diventano strumento
per lo sviluppo che segue.
Spero di essere riuscita
a chiarire ulteriormente con questo esempio alcuni aspetti del
lavoro di gruppo, la sua potenziale efficacia per le patologie
adolescenziali in cui spesso la famiglia di origine non è
stata in grado di fungere da adeguato contenitore. In questi casi
il gruppo terapeutico, date le caratteristiche precedentemente
descritte, può offrire un rassicurante contenimento e la
possibilità di una transizione verso una individuazione
che nasce dalla creazione di confini dove il senso del limite
non è solo negativo ma assume anche l'utile funzione di
definire e quindi di individuare.
La supervisione di
dinamiche di gruppi, anche non terapeutici, mi ha confermato nell'ipotesi
che le potenzialità trasformative evidenziate in questo
lavoro per quanto riguarda il piccolo gruppo terapeutico, sono
presenti in qualsivoglia piccolo gruppo in cui si riattualizzi
la specificità del gruppo dei pari. E' opportuno che il
conduttore sia consapevole delle valenze terapeutiche insite in
questo gruppo per poterle utilizzare rispetto allo scopo che il
gruppo e lui si prefiggono. Ritengo inoltre che a conclusione
di una positiva esperienza di gruppo, terapeutico o no, l'individuo
possa aver acquisito, oltre alla risoluzione della sua patologia
o all'assolvimento del compito che si era proposto, anche la consapevolezza
dell'interdipendenza del proprio essere nel mondo con l'esserci
dell'altro, l'abitudine alla tolleranza nell'apprezzamento della
diversità e l'esperienza autentica e partecipata della
solidarietà: aspetti questi che certamente migliorano la
qualità della vita e che quindi possono considerarsi come
trasformazioni positive caratterizzanti l'esperienza di partecipazione
ad un gruppo ben condotto.
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