Versione
per la stampa - file PDF
Anoressia:
adolescenza coppia gruppo
Tavola rotonda con:
M.
Ammaniti, Professore Ordinario di Psicopatologia dell'Infanzia
e dell'Adolescenza, La Sapienza - Roma. Neuropsichiatra infantile,
F.
Comelli, Docente di Teorie e Tecniche delle Dinamiche di
Gruppo, Università di Urbino. Responsabile sanitario
dell' A.B.A.(Associazione per la ricerca su anoressia e bulimia),
Milano.
L.
Ruberti, psicoanalista S.P.I., membro ordinario didatta
dell'Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (I.I.P.G.)
G.C.
Zavattini, Professore ordinario di Psicoterapia di coppia
con elementi di Psicoterapia e Psicopatologia dell'Adolescenza,
La Sapienza di Roma. Psicoanalista S.P.I. Membro della Society
of Couple Psychoanalytical Psychoterapist
Palazzetto dei Nobili, piazza Santa Margherita
L'Aquila (21 gennaio 2005)
Preside
- PROF. CLAUDIO PACITTI
Un
benvenuto agli studenti, e ben trovati, un saluto agli illustri
ospiti, che verranno adesso presentati dal coordinatore e un
ringraziamento alla professoressa Marinelli, a cui tutti noi
dobbiamo esprimere gratitudine per aver promosso questo incontro,
e soprattutto per la vivacizzazione di quello che è un
ambiente al quale teniamo in modo particolare. Nella Facoltà
di Scienze della Formazione, voi sapete, abbiamo fatto nascere
diverse iniziative. Adesso sta per sbocciare, e noi speriamo
in termini qualitativi, e non solo nel fatto che sbocci (perché
sicuramente partirà a breve, in ottobre) la Facoltà
di Psicologia a L'Aquila, e quindi momenti come questi sono
particolarmente significativi ed esprimono un tipo di sviluppo
che intendiamo sostenere. Allora ringraziamo la professoressa
Marinelli e, in questo modo nascerà una nuova piccola
realtà, rispetto a quelle ben più prestigiose,
storicamente consolidate, delle varie città d'Italia,
Roma, Milano. Approfitto di quest'occasione per dire che spero
che si consolidi il vantaggio di aprirsi al dialogo scientifico,
che abbiamo già verificato, in un ambiente abbastanza
compatto, dove i colleghi si parlano, dove i colleghi, dovendo
convivere per trovarsi insieme per le diverse ragioni accademiche,
si esprimono su tante cose. Parlano anche dei loro argomenti,
e, cosa che non sempre ho verificato in altri ambienti, noi
possiamo trovare, appunto, un neurobiologo, un neurofisiologo,
un biologo, e un cognitivista acceso, che si trovano a parlare
in un ambiente di psicodinamici, in quella verifica delle diverse
posizioni e delle diverse impostazioni, in quel tentativo che
oggi, si diceva proprio anche a livello di ricerca sperimentale,
si sta cercando di agganciare. Su questo tema ovviamente, noi
da un certo versante, (io mi metto dal punto di vista neurobiologico),
sull'ipotalamo stiamo martoriando questi nostri ragazzi per
convincerli dell'esistenza di centri regolatori, eccetera, fame,
sete; mentre, da un'altra parte, l'ipotalamo viene lievemente
accantonato, per sostituirlo con un'altra visione, integrata
e complessa. Ma i fenomeni coesistono, e noi, piano piano, riusciremo
a convincere noi, e voi successivamente, di questa unicità
del sistema. E, in questo auspicio, rinnovo il mio ringraziamento
agli ospiti che hanno accettato di partecipare a questa iniziativa,
e auguro a tutti buon lavoro.
Francesco
Comelli - CHAIRMAN
Grazie
al preside. L'argomento che trattava il preside poc'anzi credo
che si saldi bene e non sia certamente estraneo al tema fondamentale
del gruppo. Nel senso che la multidisciplinarietà, il
dialogo tra studiosi di diversa formazione qualitativa, credo
sia una delle ultime frontiere che sta svolgendosi in questo
periodo recente, attuale. Quindi, credo che vi siano nel suo
discorso introduttivo degli accenni molto importanti: di fatto
nei gruppi avviene in fondo proprio questo, avviene un dialogo
tra persone così diverse, con delle storie così
differenti, anche se spesso accomunate da una uguaglianza, da
un sintomo omogeneo, e diciamo che questo accenno al multidisciplinare
è forse stato inaugurato anche dallo stesso Freud. Considerando,
appunto, Freud come padre della psicoanalisi, e quindi di una
disciplina molto connotata, possiamo dire che le sue intuizioni
teoriche, per esempio a proposito del funzionamento della mente
durante i sogni, sono state poi confermate dai ricercatori,
come Edelman, che vinse il premio Nobel proprio a proposito
di questi studi sul sogno. E credo che vi sia, nel tentativo
di molti di noi, proprio l'esigenza di mettere insieme le varie
componenti, le varie discipline che ognuno di noi approfondisce
giornalmente. Penso che ognuno di noi faccia un mestiere giornalmente,
un mestiere il più possibile approfondito, e che sia
così addentro ad un mestiere, o a una disciplina, che
il fatto di poter uscire, ogni tanto, per aprirsi ad un confronto,
possa rappresentare un momento di arricchimento e anche di distacco
da quello che fa, per poter oscillare utilmente tra un dentro
e un fuori. Io volevo molto ringraziare, innanzi tutto, Stefania
Marinelli, cui veramente devo tanto, in termini affettivi e
di dialogo scientifico. Credo che uno dei meriti di Stefania,
non voglio dilungarmi sui meriti, non voglio assumere un tono
celebrativo, non è il caso secondo me, però ritengo
che uno dei meriti di Stefania sia quello di aver portato a
livello di elaborazione teorica un corpus di pensieri e soprattutto
di esperienze, rese poi teoria, intorno a questo attualissimo
tema del trattamento delle patologie della dipendenza, della
anoressia in particolare, che rappresentano, sappiamo tutti,
un fenomeno dilagante in tutti i centri, sia quelli grandi,
sia quelli piccoli. Ad esempio, ho sentito recentemente che
nei paesi islamici, per esempio in Iran, e in paesi del Medio
Oriente, ci sono delle situazioni iniziali di questo disagio.
Quindi, è come se ci fosse un'attenzione rispetto ad
un tema che sembra un po' prevalere, per l'emergenza e l'urgenza
che propone. Credo che una delle radici del nostro essere qui
tutti insieme, oggi, almeno per quanto mi riguarda e per quanto
riguarda alcuni di noi, sia anche da legarsi al contesto rappresentato
dall'Università "La Sapienza" di Roma. Io ho
conosciuto Stefania Marinelli all'Università "La
Sapienza", alla Cattedra di Claudio Neri. Pensavo appunto
a una trasmissione tra questi centri, prima si diceva "grandi
centri" "piccoli centri": in effetti, pensavo
come dire ad una continuazione di un lavoro, una prosecuzione
di esperienze di lavoro. Io mi ricordo che, per esempio, una
delle esperienze più interessanti alla "Sapienza"
era rappresentata dai Gruppi Esperenziali, che venivano tenuti
durante il corso di laurea, e che si tengono anche qui a l'Aquila
e che utilizzo anch'io, ad Urbino, ritenendoli un modo fecondo
e utile di lavoro. Devo dire che il testo di Stefania Marinelli,
avremo occasione, credo, di leggerlo, scambiarlo, mi sembra
costituisca un punto di discussione, un terreno di dialogo attivo,
e credo che, anche grazie alle relazioni di oggi, troveremo
il modo di intersecare i contenuti, che vi troviamo all'interno,
di cui, pero, non vorrei fare una ripresentazione, né
una specie di ripetizione. Però volevo anche accennare
al valore di questi prodotti, parlo al plurale perché,
a fianco al testo di Stefania Marinelli, vi è anche,
l'edizione telematica di Funzione Gamma Journal centrata sugli
stessi temi. Si tratta di un testo che è a ponte tra
diverse realtà, a ponte tra il mondo degli studenti,
il mondo dei professionisti e il mondo delle persone che stanno
diventando, stanno approfondendo una disciplina. Questa edizione
rappresenta anche un momento di confronto tra modelli operativi,
che interfacciano la psicoterapia e la psicoanalisi di gruppo.
Si tratta dell'edizione numero quattordici, curata da Francesca
Vasta e da Viviana Caputo, è un numero monografico, dedicato
all'anoressia e alla bulimia. E credo che abbia un valore, anche
qui, molto dialogico, molto propositivo, e di approfondimento
rispetto sia alla clinica specifica, che ci troviamo di fronte
in questo tipo di patologia, sia rispetto alla vita dei gruppi
composti da persone che presentano una patologia omogenea. Il
termine "omogeneo" oggi è uno dei termini più
al centro di una disamina teorica e concettuale, che è
stata ripresa da diversi autori, non ultima, ancora, Stefania
Marinelli, ma anche altre persone, che hanno contribuito a dare
vita ad una riflessione sui gruppi omogenei (Gruppi omogenei
2004, Borla, ndr). Ecco, credo che sia Funzione Gamma, sia il
libro di Stefania, sono nati da questo terreno comune, che ha
diverse radici. Una radice devo dire forse è quella seminata,
e nata attraverso Francesco Corrao. Devo dire che c'è
tutta l'esperienza, forse che aleggia in questa stanza, di grandi
pensatori, o comunque persone che hanno messo in teoria, ed
hanno rappresentato le loro esperienze. E, in questa stanza,
forse aleggia anche tutto il gruppo di lavoro del "Pollaiolo"
(centro ricerche psicoanalitiche di gruppo ndr) di un tempo,
di tutti quegli psicoanalisti che hanno lavorato molto approfonditamente
sul tema del gruppo. Oggi, credo che avremo una occasione anche
per scambiare dei punti di vista intorno a questi argomenti,
e l'occasione ci è data da tre relazioni specifiche,
che esplorano diversi vertici. Ed allora, io penso che sia utile
presentare direttamente i relatori, in modo da accedere, alle
due prime relazioni, facendo, io credo, successivamente un giro
di discussione, se siamo d'accordo, se vediamo che riusciamo
a lavorare bene in questo senso. Poi faremo una pausa e dopo
passeremo alla terza relazione. Il primo relatore è il
professor Massimo Ammaniti, che è Ordinario di Psicopatologia
dell'Infanzia e Adolescenza, all'Università "La
Sapienza" di Roma, è neuropsichiatria infantile,
e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana,
e il titolo della sua relazione è Antecedenti infantili
dei disturbi alimentari in adolescenza. Il secondo relatore
è il professor Giulio Cesare Zavattini, che è
Ordinario di Psicoterapia di Coppia con Elementi di Psicoterapia
e Psicopatologia dell'Adolescenza, sempre presso "La Sapienza",
di Roma, e il suo lavoro si intitola L'individuo, la famiglia,
la coppia interna. Poi avremo il terzo intervento, di Lucilla
Ruberti, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana,
Ordinario Didatta dell'Istituto Italiano di Psicoanalisi di
Gruppo, l'IIPG, il titolo è La condivisione del dolore
nel gruppo. Allora, io credo che questo sia, un buon modo di
presentare sia il testo di Stefania Marinelli, sia il lavoro
di Funzione Gamma Journal, addentrandoci, e provando ad attraversare,
anche alla luce dei contenuti del testo, di questi testi, le
relazioni che andiamo ad ascoltare. Allora passerei la parola
al professor Ammaniti.
Massimo
Ammaniti - RELATORE
Intanto devo ringraziare la professoressa Marinelli per avermi
invitato a questa giornata e avermi dato anche l'occasione di
leggere questo libro, di cui poi discuterò, per lo meno,
alcuni punti di vista. Dall'altra vorrei ringraziare il professor
Pacitti, Preside, appunto, della Facoltà, con cui c'è
stato uno scambio, breve, preliminare, su possibili intersezioni
che oggi si cominciano a vedere fra vari ambiti di ricerca,
da quello psicologico a quello psicopatologico, all'ambito delle
neuroscienze, e di questo, però, parlerò successivamente.
La mia relazione è, per lo meno il tema che io avevo
prescelto, Gli antecedenti infantili dei disturbi alimentari
in adolescenza. Però, forse, prima di affrontare questo
tema, vorrei intervenire, in po' più specificamente,
sul libro e sulle prospettive che vengono proposte in questo
libro, sicuramente stimolante. Allora, uno dei temi, è
stato già introdotto dal collega Comelli, riguarda il
tema dei "gruppi omogenei", che è un tema di
grande interesse. Come noi sappiamo, da una parte esistono gruppi
eterogenei, che accolgono pazienti con patologie diverse, dall'altra,
invece, esistono gruppi omogenei, come è questo dei pazienti
con disturbi alimentari, ma non solo, esistono gruppi di genitori,
con determinati problemi. E mi sembra che negli ultimi anni
si sia sempre più sviluppata diciamo questa tendenza
ad utilizzare il gruppo, potremmo dire monotematico, in campo
terapeutico, e, visto anche lo stimolo che veniva dall'introduzione,
in cui si parlava, tra l'altro, del contributo di Corrao, ricordo
molto volentieri una esperienza fatta qualche anno fa, parecchi
anni fa, nell'ambito di un centro diurno, a Roma, di cui poi,
appunto, io sono stato il conduttore con la supervisione di
Corrao, e che riguardava un'altra area, abbastanza omogenea,
di pazienti psicotici all'interno di un gruppo. E ricordo che
con Corrao avemmo degli scambi di grande interesse, ed esplorammo
la percorribilità di un gruppo con pazienti psicotici.
Tra l'altro, era un gruppo che ci aiutò a capire molto
meglio una serie di dinamiche, sia di tipo intrapsichico, sia
di tipo interpersonale, dei pazienti psicotici. Allora credo,
per ritornare al punto iniziale, che gruppi omogenei, per pazienti
che hanno dei disturbi alimentari, rivestano un interesse importante.
In primo luogo, perché noi sappiamo che, soprattutto
le pazienti anoressiche, sono delle pazienti che hanno dei disturbi
di simbolizzazione, ed anche nel libro questo è messo
in luce, cioè si parla di una "pseudo-simbolizzazione".
Cioè sono dei pazienti che parlano, sono dei pazienti
che esprimono, soprattutto sul piano intellettuale, una serie
di contenuti, però, noi sappiamo, se andiamo poi ad analizzare
la struttura del pensiero, vediamo che spesso è un pensiero
piuttosto convenzionale, potremmo dire di tipo unidimensionale,
cioè dove manca, potremmo dire, la tridimensionalità
del pensiero simbolico, per cui, in una terapia duale, molto
spesso, sono dei pazienti che si comportano in un modo poco
originale, convenzionale, esprimono dei punti di vista dove
non c'è una grande risonanza emotiva. E questo è
un primo aspetto. Un altro aspetto importante delle pazienti,
- fondamentalmente sono delle pazienti, anche se, negli ultimi
tempi, sappiamo che questo disturbo ha interessato anche il
sesso maschile -, un'altra area è quella, possiamo dire,
del ruolo della corporeità all'interno della patologia
che hanno queste pazienti. Il che vuol dire che il corpo, in
qualche modo, viene ad occultare una serie di tematiche conflittuali,
per cui la dimensione corporea, in qualche modo, rappresenta
una sorta di scrigno da aprire, ed è difficile estrarre
dei contenuti significativi. Un terzo aspetto importante, riguarda
una delle caratteristiche che è stata messa in luce nei
disturbi alimentari, cioè che è il disturbo del
controllo degli impulsi. E, in questo senso, i disturbi alimentari
si avvicinano ad altri ambiti della psicopatologia in cui vi
è un disturbo del controllo degli impulsi e, per tal
motivo, queste pazienti assumono una posizione difensiva, che
consente loro di tenere sotto controllo gli impulsi, che, altrimenti,
diventerebbero incontrollabili. E nel libro c'è un'immagine
interessante, e anche una teorizzazione conseguente, che è
relativa alla posizione anoressica, ossia un tipo di posizione
assunta da queste pazienti, che significa rigidità, significa
un funzionamento dicotomico, vuol dire una incapacità
di avere sfumature psicologiche, vuol dire mantenere dei rapporti
che vanno sempre in senso unilineare, e così via. E,
quello che è abbastanza tipico di queste pazienti è
questa posizione rigida, sia sul piano intellettuale, sia nel
rapporto col corpo, sia nelle relazioni con gli altri. E questo
può rendere difficile, di nuovo, la terapia di coppia.
Altri aspetti importanti, indubbiamente, riguardano il disturbo
della identità. Spesso il disturbo alimentare nasconde
quello che è il vero problema di queste pazienti, ossia
un disturbo dell'identità e del Sé, molto precoce.
Per cui, per certi versi, il cibo e tutte le problematiche connesse
al cibo consentono, a queste pazienti, di costruire attorno
a questo una pseudo-identità. Allora, queste sono una
serie di caratteristiche, sul piano psicodinamico, che caratterizzano
le pazienti anoressiche e che, noi sappiamo, rendono la relazione
terapeutica molto complessa da gestire e, spesso, lo stesso
terapeuta si sente insoddisfatto del lavoro che viene fatto.
Spesso sono pazienti che parlano, parlano anche di loro stesse,
della loro storia, della relazione con la madre. Però,
spesso, al termine di una seduta, o al termine di un periodo
di terapia, si ha una sconfortante impressione di non essere
riusciti a scalfire questa sorta di corazza caratteriale, che
nasconde una identità estremamente fragile. Per cui credo
che il gruppo terapeutico, indubbiamente, rappresenti una grande
risorsa, probabilmente a due livelli, uno come possibilità
di un trattamento centrato sul gruppo, e questa è una
possibilità, l'altra, invece, è di un trattamento
in gruppo, che può procedere parallelamente ad un trattamento
individuale, questo è un altro tipo di possibilità.
E quali sono gli aspetti positivi del gruppo terapeutico? Indubbiamente,
il gruppo terapeutico, probabilmente, consente a queste pazienti
di trovarsi all'interno di una matrice gruppale, in cui, progressivamente,
si può riscoprire il valore della simbolizzazione. Ossia,
attraverso una co-presenza di altre persone che hanno le stesse
difficoltà, queste pazienti possono avvicinarsi di più
a determinate aree conflittuali, spesso difficili da simbolizzare,
che forse dovremmo più avvicinare a quella che oggi viene
definita la "memoria implicita", ossia una memoria
non riflessiva, che non può essere tradotta in termini
verbali, che non può comportare una rievocazione intenzionale,
per cui è un'area sicuramente più complessa e
in questo credo che il gruppo può avere degli aspetti
positivi. A questo punto, io vorrei porre alcuni punti, che
sono più specifici della relazione che io avevo proposto
e che riguardano gli antecedenti infantili dei disturbi alimentari.
Cioè tutti noi sappiamo, e in qualsiasi testo di psicopatologia
viene messo in luce, il fatto che i disturbi alimentari sono
tipicamente dei disturbi adolescenziali, e ci sono possiamo
dire due periodi in cui i disturbi alimentari tendono a comparire:
a livello di prima adolescenza, tredici-quattordici anni, quando
vi è la trasformazione del corpo, per cui vi è
una maturazione e uno sviluppo sessuale, quello è un
momento, e l'altro momento è quello relativo alla tarda
adolescenza. Naturalmente sono quadri diversi, anche sostenuti
da dinamiche diverse. E sappiamo che autori come Laufer e Laufer,
che sono due psicoanalisti che si sono occupati molto di psicoanalisi
dell'adolescenza, mettono in luce il fatto che i disturbi alimentari
possano rappresentare un breakdown, quello che loro definivano
un "breakdown evolutivo". Cioè, di fronte al
corpo sessuato, che riattiva dinamiche del passato e, come loro
affermano, dinamiche di tipo edipico con i genitori, vi è
un rifiuto inconscio del corpo sessuato, e vi è una difficoltà
ad integrare, nell'immagine di sé, le trasformazioni
corporee. E i Laufer, e non solo loro, mettono in luce il fatto
che sarebbe un disturbo tipicamente adolescenziale. E, credo
che sia senz'altro vero in termini di espressione, tuttavia,
se noi andiamo a studiare meglio le cose, noi vediamo che esistono,
possiamo dire, degli antecedenti infantili e pre-adolescenziali
che creano una vulnerabilità di base nell'organizzazione
del Sé, che viene messo profondamente in discussione
dalle trasformazioni dell'adolescenza. Ossia, il tipo di postura
identitaria, assunta nel corso dei primi anni di vita, viene
rimesso in discussione dalle trasformazioni corporee e sessuali,
e l'adolescente, con questa vulnerabilità, ha paura di
trovarsi di fronte a un corpo che lo travolge, le cui trasformazioni
sono imprevedibili, per cui l'unico modo per, possiamo dire,
de-sessualizzare, de-corporeizzare il corpo è quello
di creare questa postura difensiva e su questo si crea l'identità.
E questo spiega anche il perché, spesso, le pazienti
anoressiche sono terrorizzate da perdere questo sintomo. Vorrei
ricordarvi una cosa, secondo me molto interessante, che scrisse
la Palazzoli Selvini, in quel suo famoso libro, dei primi anni
settanta, sull'anoressia, in cui lei affermava che l'anoressia
poteva definirsi come una psicosi monosintomatica. Ossia una
psicosi incentrata sul corpo e caratterizzata da una sorta di
pensiero delirante attorno al corpo. Come voi sapete, la percezione
del corpo, spesso, è una percezione delirante, la paziente
sta praticamente morendo e continua lottare contro il grasso
del proprio corpo e ha un'immagine distorta del Sé, e
il corpo rappresenta, possiamo dire, il supporto delle sue immagini
del Sé. Allora, per ritornare a quello che dicevo prima,
agli antecedenti, sicuramente noi dobbiamo, in primo luogo,
citare una studiosa come Anna Freud, che, nel 1965, in un suo
scritto affermò che i disturbi alimentari nell'infanzia
costituivano una sorta di condizione che determinava una fissazione
evolutiva, che si sarebbe riattivata nel corso dell'adolescenza.
E, in questo senso, ripropone una visione psicoanalitica, per
cui le fissazioni evolutive, dei primi anni di vita, tendono
a riattivarsi nel corso dell'adolescenza, quando occorre affrontare
delle trasformazioni, non solo del corpo e della sessualità,
ma dell'immagine di sé. E questo, indubbiamente, è
un punto di vista di grande interesse. Un altro contributo interessante
è il contributo di Hilde Bruch, che scrisse una serie
di testi sull'anoressia, e in particolare quel bel libro che
si chiamava La gabbia d'oro, descrivendo l'anoressia, anche
come immagine, come una sorta di gabbia dorata, in cui la paziente
si sente rinchiusa e da cui non può riuscire. E, quello
che lei metteva in luce, in questo anticipando molti studi successivi
dell'Infant Research, le difficoltà di comunicazione
precoce madre-figlia e la difficoltà della madre di riconoscere
i segnali che provenivano dalla figlia o dal figlio. Naturalmente,
uno si dice: perché c'è questa differenza fra
maschio e femmina? Indubbiamente, perché nel caso della
bambina ella si riflette, molto di più, nell'immagine
della madre, mentre il maschio, soprattutto intorno al primo-secondo
anno di vita, deve in qualche modo dis-identificarsi dalla madre,
se vuole mantenere una sua identità. Per la bambina il
problema è diverso, perché vi è un continuo
rispecchiamento con la madre. E la Bruch metteva in luce il
fatto che vi era una difficoltà reciproca nella interpretazione
dei segnali, per cui, poi, la bambina non riusciva a riconoscere,
attraverso queste difficoltà di rispecchiamento materno,
i segnali che provenivano dal proprio corpo e, in particolare,
legati al riconoscimento, diciamo, del vuoto e del pieno, della
fame, della soddisfazione, della saturazione, e così
via. E credo che il contributo della Bruch è ancora oggi
un contributo di grande interesse. Non tutti gli autori, però,
sono in questa linea. Ci stanno altri autori, come psicoanalisti
francesi, come Brusset e così via, i quali, invece, negano
che esistano degli antecedenti infantili, non vi sarebbe una
continuità. Tuttavia, io credo che questo è l'interesse
della ricerca, cioè queste sono osservazioni che vengono
più dal campo clinico, poi vi sono una serie di studi,
di tipo longitudinale, che mettono in luce dei dati di grande
interesse. Ossia che i disturbi alimentari, nel corso della
prima infanzia, tendono a rimanere relativamente stabili, per
cui questi bambini, rivisti a tre, cinque, otto anni, continuano
ad avere delle difficoltà alimentari, difficoltà
alimentari di vario genere. E, a seconda delle statistiche,
che adesso qui non vi dico, ma ci sono una serie di autori,
soprattutto in campo internazionale, che hanno messo in luce
il fatto che questi disturbi tendono a permanere. Questo, nonostante
il fatto che, spesso, pediatri siano portati a dire alle madri
"Non si preoccupi. Vedrà che il problema è
risolvibile con lo sviluppo". In realtà, le cose
non sono così. Perché un disturbo alimentare,
in realtà, è un disturbo molto più complesso
di quanto si possa pensare, nel senso che riguarda le fasi precoci
dell'organizzazione del Sé e della costruzione delle
relazioni. In questo senso può essere interessante citare
una studiosa come la Chatoor, che sta a Washington, nel Children
Hospital, che è una delle maggiori esperte di Eating
Disorders, ossia di disturbi alimentari nell'infanzia, che mette
in luce, e questo è l'aspetto interessante, che disturbi
alimentati nell'infanzia si collegano a certe fasi di sviluppo.
E questo è un punto interessante, nel senso che la psicopatologia
infantile non è un disturbo statico, ma è un disturbo
che va collegato ai vari obiettivi evolutivi delle diverse fasi.
Per cui la Chatoor parla, ad esempio, del disturbo di regolazione
o di omeostasi precoce, nei primissimi mesi, parla del disturbo,
cioè, legato ai meccanismi di regolazione fisiologica
dei ritmi di base. Oppure mette in luce l'esistenza di un disturbo
dell'attaccamento connesso all'alimentazione, per cui la costruzione
del legame di attaccamento interferirebbe sul ritmo alimentare.
L'altro aspetto che lei mette in luce, e questo è un
altro punto di grande interesse, è l'anoressia infantile.
Anche i bambini possono, in particolare le bambine, soffrire
di anoressia, e viene collegato al processo di separazione-individuazione,
che sarebbe particolarmente problematico nei bambini, per cui
noi vediamo l'insorgere di questi disturbi precoci, con un disturbo,
che soprattutto negli Stati Uniti è notevolmente diffuso,
che è il failure to thrive, che è un disturbo
molto frequente: cioè, non solo c'è un disturbo
alimentare, ma c'è un grave disturbo dell'accrescimento
corporeo, bambini con un accrescimento corporeo molto limitato.
Allora l'interrogativo è questo: perché l'alimentazione
è così importante? Perché un disturbo dell'alimentazione
viene a toccare una serie di, possiamo dire, aspetti organizzativi
relativi alla costruzione del Sé? Ma credo che una delle
cose che va detta, e che ha messo in luce l'Infant Research
è il fatto che nell'uomo, a differenza degli animali,
gli scambi alimentari hanno determinate caratteristiche. Mentre
negli animali non c'è il contatto occhio ad occhio, per
cui il cane, ad esempio, allatta i suoi piccoli, ma non li guarda
e non ci sono pause; nell'uomo, nel corso dell'evoluzione della
specie, l'alimentazione ha assunto delle caratteristiche particolari:
è uno dei momenti più significativi di scambio
sociale tra la madre e il figlio e si creano le prime interazioni,
quello che Stern definisce "il ritmo interattivo reciproco,
la danza" in cui madre e figlio costruiscono, diciamo,
un ritmo comune. E questo si costruisce all'interno dello scambio
alimentare. Credo che qui è di grande interesse, noi
l'abbiamo visto, - con i miei collaboratori stiamo lavorando
attorno a quest'area, utilizzando la videoregistrazione-, voi
vedete che durante l'allattamento, nelle prime fasi, avvengono
una serie di fenomeni interattivi di grande interesse. ossia,
i modi in cui avviene l'interazione - credo che questi siano
stati anche messi in luce in campo psicoanalitico, ad esempio
dalla Infant Observation, in cui si osserva l'interazione. Però,
quando noi utilizziamo la videoregistrazione, abbiamo la possibilità
di rivedere, rianalizzare, perché non usiamo soltanto
l'osservazione e l'intuizione, ma possiamo anche utilizzare
categorie di analisi anche molto più sofisticate. Ad
esempio, quello che voi vedete è che il bambino succhia,
nelle braccia della mamma, al seno. Ed è interessante
perché la Infant Research ha messo in luce quella che
è la caratteristica dell'interazione madre-bambino, quella
che viene chiamata il turn taking, ossia l'alternanza dei ruoli.
Ossia, quando il bambino succhia, è attivo, la madre
non interferisce e rimane silenziosa. Perché, se la madre
parlasse troppo, lo disturberebbe: cioè la madre può
sostenerlo, può dire "Ah", gli sorride, manda
dei piccoli messaggi, questo è l'intuitive parenting,
ossia la capacità del genitore di intuire il bambino.
E allora voi vedete che, quando il bambino è attivo,
la madre rimane come in sospensione, in quel momento è
attivo il bambino. Quando il bambino riprende fiato, e c'è
una pausa, a quel punto la madre interagisce, e comincia a parlare:
"Ah! Oggi vedo che ti piace il latte della mamma! Ah bravo!",
il bambino guarda la mamma e riprende fiato. E, in quel momento,
è la mamma che è attiva e il bambino rimane come
in una posizione di attesa. È interessante una cosa,
questi sono gli studi di Kaye, il quale ha messo luce che se
questa pausa dura più di un certo numero di secondi,
il bambino difficilmente riprende a succhiare, perché
interpreta questa pausa come un invito della madre a interagire
con lei. Se, invece, la madre riprende, interrompe la pausa
e riavvicina il seno, il bambino ricomincia a succhiare. Allora,
che cosa succede? Succede che si costruisce un ritmo, un ritmo
interattivo, in cui ci si trova insieme, si cominciano a riconoscere
i segnali, i segnali sociali e i segnali relativi al corpo,
ed è un ritmo che è fondamentale, perché
è il ritmo sociale, il ritmo che esiste anche nel dialogo.
Quando due persone dialogano, se tutte e due parlano contemporaneamente,
come a volte succede in Italia, e questo è un nostro
mal costume, basta vedere la televisione, nessuno ascolta nessuno.
Per cui, anche nel dialogo, uno parla e l'altro ascolta, e viceversa.
È il ritmo delle interazioni sociali. E su questo punto,
perché la concentrazione è importante? Perché
il bambino sperimenta una interazione con l'altro in cui si
sente riconosciuto dalla madre, e comincia, in questo modo,
a costruire un proprio Sé. È, come ha messo in
luce Lichtenberg, in quel bellissimo libro Psicoanalisi e sistemi
motivazionali, soprattutto in questi momenti, che sono momenti
di bassa tensione, che si costruisce il Sé del bambino
e si comincia a creare una rete complessa di interazioni e si
costruisce un meccanismo, che è stato messo in luce da
questa interessantissima psicoanalista americana, che vi segnalo,
che si chiama Beatrice Beebe la quale, insieme a Lachmann, ha
messo in luce il fatto che nel corso del primo anno di vita,
ma anche in seguito, il meccanismo è quello, perché
a volte uno può avere l'impressione che madre e bambino
sono sempre sintonizzati, non è sempre così, la
sintonizzazione riguarda solo il venti-trenta per cento delle
interazioni, poi non ci si capisce, come succede in qualsiasi
interazione, allora il meccanismo fondamentale è quello
del disruption and repair, che cosa vuol dire? Del fallimento
interattivo, che si può verificare, e della riparazione
del fallimento interattivo. Il che vuol dire che, per esempio
il bambino comincia a piagnucolare, e la madre pensa che lui
ha fame e gli dà il seno, invece il bambino vuole essere
come un po' tranquillizzato dalla madre, la madre capisce che
ha sbagliato ridandogli il seno, quello che è stato un
fallimento interattivo può essere riparato. E questo
crea nella coppia la convinzione che ce la possiamo fare. Ce
la possiamo fare anche ad affrontare i momenti di difficoltà
e le empasses evolutive. Perché poi, successivamente,
dopo le prime fasi, ci sono una serie di tappe successive, che
sono fondamentali, che sono lo svezzamento, il bambino che comincia
a mangiare da solo, affronta l'autonomia. Non vi dimenticate
che l'anoressia infantile si colloca soprattutto nella fase
in cui il bambino comincia a sperimentare la sua autonomia,
mette la mano nel piatto, vuol prendere il cucchiaio, lo vuole
portare alla bocca, per cui, lì, l'interazione diventa
estremamente più complessa. Per cui, dalle esperienze
che noi abbiamo fatto, esperienze di ricerca, abbiamo messo
in luce il fatto che, nella maggior parte dei pazienti che hanno
dei disturbi alimentari, vi sono delle difficoltà di
interazione precoce madre-bambino, che si sono espresse, non
solo sul piano di difficoltà alimentari, parziali, transitorie,
o più stabili, ma difficoltà di tipo interattivo,
E credo che qui va messa in luce un'altra cosa. Noi abbiamo
fatto un'altra ricerca, utilizzando gli strumenti di valutazione
dell'attaccamento, cioè utilizzando l'intervista sull'attaccamento,
e l'attaccamento non riesce a cogliere, ossia uno strumento
che valuta solo gli aspetti mentali, non riesce a cogliere questi
disturbi più profondi, che non riguardano tanto il livello
di conoscenza esplicita, ma il livello implicito, ossia più
vicino al corpo e più vicino al comportamento. Per cui,
servono altri strumenti, di esplorazione e di osservazione,
più vicini al corpo. Vorrei affrontare un ultimo argomento,
e poi chiudo, - mi dispiace che non ci sia il collega Pacitti
- che riguarda il fatto dell'importanza di considerare i vari
piani. Ossia, la madre che interagisce col bambino, ad esempio
nel corso del primo anno, che è stato, tutto questo aspetto,
molto studiato dalla psicoanalisi e dalla Infant Research, pensate
soltanto ai contributi di Winnicott, o di Bion, o della Mahler,
e così via, che hanno messo in luce l'importanza del
rispecchiamento reciproco. Ad esempio ne ha parlato Kohut, dell'importanza
della madre che rispecchia le tendenze esibizionistico-grandiose
del bambino. E questo è stato studiato dal punto di vista
psicoanalitico. Ricordate quella bella cosa di Winnicott che
dice "quando il bambino guarda negli occhi della madre,
che cosa vede?" e Winnicott dice una cosa assolutamente
geniale "il bambino, negli occhi della madre, non vede
la madre, ma vede l'immagine che la madre si è costruita
di lui". Il che fa vedere l'importanza dell'interazione
precoce, quanto il rispecchiamento della madre è strutturante
il Sé del bambino. Per cui, la psicoanalisi ha messo
in luce tutto questo, e, indubbiamente, se voi andate a vedere
un'interazione alimentare tra madre e bambino, è fondamentale
il contatto occhio ad occhio, e le situazioni che vanno meglio
sono quelle situazioni in cui questo contatto occhio ad occhio
è mantenuto. Però anche l'Infant Research ha messo
in luce tutto questo, attraverso, per esempio, gli studi di
Papousek, altri ricercatori, che hanno messo in luce l'importanza
del rispecchiamento. L'ultimo punto di grande interesse, E che
anche la neurobiologia, le neuroscienze, hanno messo in luce
è che noi, come animali biologici, abbiamo dei neuroni,
che vengono chiamati "mirror neurons", neuroni a specchio,
attraverso cui noi riflettiamo il comportamento dell'altro.
Questo è un nuovo ambito di ricerca e, fra l'altro, in
quel depliant che io vi ho dato, c'è un articolo di Gallese,
che è un italiano che ha contribuito alla scoperta dei
neuroni a specchio, per cui nella madre che riflette il bambino,
si attivano nella madre determinate aree cerebrali, che spiegano
i meccanismi della inter-soggettività, ossia si attivano
determinate aree cerebrali, nella madre e nel bambino, che spiegano
i meccanismi di empatia. E quello che mette in luce la neurobiologia
è qualcosa che era già stato visto dalla psicoanalisi,
ossia che per capire l'altro, io mi devo mettere nei suoi panni.
È quello che veniva definito "identificazione proiettiva",
non nel senso espulsivo, ma nel senso di mettermi nei panni
dell'altro, e che Kohut ha definito "empatia". Allora
questi sono dei meccanismi di grande interesse, e ci fanno vedere,
oggi, l'intersezione tra vari piani, quello della neurobiologia,
della psicologia, della psicodinamica, della psicopatologia.
E, in questo senso, vorrei concludere, ritornando ai gruppi
omogenei, e, probabilmente, il fatto di trovarsi in un gruppo
dove ci sono pazienti anoressiche, che si possono rispecchiare
una con l'altra, può essere sicuramente qualcosa che
le può aiutare, guardando l'altro, a capire meglio se
stesso. E credo che questo poi è la grande chiave della
terapia, sia di tipo duale, sia di tipo gruppale, di usare l'altro
come lo specchio contiguo di se stesso. Naturalmente non uno
specchio meccanico, ma uno specchio biologico, per cui, l'altro,
non solo mi riflette, ma mi manda, questo è il contributo
di uno studioso come Gergely appunto uno psicoanalista e cognitivista,
- il quale, vi dico, verrà a Roma, eventualmente poi
chi è interessato glielo posso dire, ci sarà un
seminario con Gergely, sulle dinamiche del rispecchiamento -,
e quello che Gergely mette in luce è che il rispecchiamento
non è soltanto ridare l'immagine dell'altro, ma dare
un'immagine in qualche modo, lui la definisce markedness, ossia
come segnata anche dai miei aspetti personali. Per cui, non
solo ridò all'altro l'immagine di sé, ma, in qualche
modo, metto anche un aspetto mio. Ed è fondamentale che
ci sia un equilibrio, fra il rispettare l'immagine dell'altro,
ma anche attribuire qualcosa di mio.
Grazie.
Francesco
Comelli, CHAIRMAN
Sentendola
parlare mi venivano in mente, effettivamente, dei ponti con
il lavoro di Stefania Marinelli, e anche delle associazioni
personali. Mi sembra che prima di passare la parola al professsor
Zavattini, ci sono due o tre punti che forse possono essere
pescati, stavo pensando, in questo fiume interessante. Uno è
quello, effettivamente, che nelle parole del professore io ho
molto sentito, vale a dire l'importanza della precocità.
Ritengo che questa sia una categoria che non dobbiamo mai dimenticarci.
Penso che queste parole qui servano a che cosa? Servono al fatto
che qualcuno può accorgersi di qualcosa, prima che ci
sia il famoso esordio ufficiale. Esordio ufficiale anche nelle
psicosi, non solo nell'anoressia, che può considerarsi
il punto di arrivo ahimè, non un punto di partenza. Perché
a volte è vissuto come inizio di un qualcosa, ma una
categoria molto fondante, che sentivo nel discorso del professor
Ammaniti era proprio questa della precocità, dell'importanza
che ci sia una lente, non che la lente debba essere sempre utilizzata,
ma se non si dispone di questa lente non si può neanche
osservare a questo importante elemento. Poi, un'altra associazione
personale, che mi veniva in mente, è che esiste sempre
uno spazio e un tempo in mezzo fra il livello in cui avvengono
questi meccanismi precoci, cui il professore accennava, e il
momento in cui entriamo in scena noi come terapeuti. C'è
questo spazio che forse noi cerchiamo di colmare in un certo
senso, o comunque di esplorare, di attraversare, in un certo
modo. Quindi pensavo a questo spazio come ad un'altra delle
integrazioni di cui si stava dicendo. E poi mi ha colpito, anche,
in questo senso il ponte che io vedevo con il lavoro di Stefania
Marinelli cioè l'attraversamento e l'inclusione dell'analista
nel gruppo terapeutico. In altre parole, l'attraversamento del
deserto, il poter essere all'interno di questo tempo, che è
un po' collocato tra i fatti così precoci, così
antichi, e la costruzione della scena attuale. Mi ha molto colpito
anche questo accenno al silenzio, al non riempire troppo lo
spazio, intanto spero di non farlo neanche io, cioè di
questa funzione fàtica a volte, che ha molto a che fare
con la condivisione nei gruppi, che tra l'altro è un
tema di cui parlerà anche la professoressa Ruberti. Mi
riferisco al fatto di poter, fare un po' un vuoto, al costruire
un vuoto, in un'epoca in cui tutto è molto pieno, un
accenno a questa dimensione del poter lasciare un vuoto e lasciare
che si possa riempire di qualcosa che attende di essere detto.
Un altro accenno che mi sembrava importante è quello
relativo a qualcosa che avvicini ai rapporti tra corpo e gruppo,
come se le parole, appunto, servissero in parte a rappresentare,
poi c'è un'altra parte che è così, rimane
lì tra le parole, ancora in attesa di essere forse espressa,
rappresentata. Mi sembra anche molto di molto valore, il fatto
che ci sia un accenno all'importanza della biologia come mirror
forse, come specchio, rispetto a quella che è la pratica
così diversa invece, così differente che qui ci
illustra Stefania Marinelli, dell'inclusione nel gruppo dell'analista
incluso dentro, nel gruppo, e del confronto con tutta la tematica
della nascita. Perché un ponte interessante poteva essere
quello di tutta questa grande attenzione, non casuale certamente,
rispetto all'infanzia e alle categorie della precocità
e l'attenzione che troviamo nel testo di Stefania Marinelli
rispetto al problema della nascita mentale e di ciò che
non è ancora nato, ma non è morto. Mentre, nella
psicosi noi ci troviamo di fronte alle questioni drammatiche
della frantumazione, della morte psichica, mi sembra che qui
uno dei punti, specifici sia quello della posizione anoressica,
appunto descritta da Stefania, con dei riferimenti al non nato,
al vissuto sinciziale, all'accoppiamento dei lineamenti gemellari,
fraterni, non ancora presignficanti. In questo senso credo che
il contributo successivo porti uno spazio di pensiero rispetto
alla tematica della coppia. E io sento, per esempio, il discorso
della coppia declinabile in molte funzioni, sia quella della
madre-bambino, come giustamente veniva ricordato adesso, ma
anche: con che cosa s'accoppia l'anoressica? Adesso, passo la
parola al Professor Zavattini che nel suo contributo utilizza
la categoria della coppia declinandola nel titolo L'individuo,
la famiglia e la coppia interna.
Giulio
Cesare Zavattini - RELATORE
Vorrei,
anch'io, ringraziare in primo luogo l'Università degli
Studi dell'Aquila, il preside Claudio Pacitti, ovviamente la
festeggiata, l'amica, Stefania Marinelli, per questo bel libro
che ci ha chiamato a discutere. Visto i temi più consueti,
adesso è difficile che io riuscirò a soffermarmi
sul tema della coppia, che qui accenno, in alcune parti. Vorrei,
però, tuttavia un po' assolvere questa richiesta partendo
da quanto viene scritto a pagina 75 nel capitolo 4, Gruppo familiare
e microgruppo analitico, dove mi ha molto colpito quanto dice
una paziente citata dalla professoressa Marinelli. Questa "paziente
era solita affermare: "Io sono il migliore marito che avrei
desiderato sposare"." e poi dice: "Un giorno,
tanti anni dopo sognò di essere presso i suoi figli,
un po' distanti da lei e felici sul bordo di una piscina sportiva.
Lei si specchiava da un lato in una pozza, come Narciso, una
pozza di fango". E qui verranno seguiti altri costrutti
interpretativi, forse più legati al tema della pulizia,
della sporcizia, in questa parte, ma, indubbiamente, il riferimento
è al tema del narcisismo.
Il professor Ammaniti ha introdotto una possibile dicotomia
o differenziazione tra il narcisismo come stato, o, invece,
il narcisismo come relazione narcisistica, che è un costrutto
più dinamico, e diverso, ma forse non lontano dal tema
del disturbo di reciprocità e di regolazione. Cercherò
di tornare su questo primo punto. Comunque il dubbio, e credo
che questo sia uno degli aspetti estremamente importanti messi
in evidenza nel saggio, E' che, come dice anche Comelli nella
bella introduzione, l'aspetto intrapsichico individuale non
può essere così disgiunto da quello gruppale e
intersoggettivo. In questo senso condivido l'idea che il gruppo
sia un luogo d'incontro multidisciplinare. Mi sembra qui di
essere entrato in quello che Stefania chiama "un discorso
a carattere sinfonico", in cui, se ho ben compreso, vi
è da capire come la posizione anoressica, più
che la patologia anoressica, mutuata nel contesto familiare
(io mi soffermerò più su quest'altro vertice)
e nel patto narcisistico possa, appunto, implicare un mancato
sviluppo, e invece possa trovare, al contrario, un'elaborazione
- e questo è gia stato messo in evidenza - all'interno
del gruppo.
Rispetto alla citazione iniziale, quella del capitolo quarto,
ho pensato poi a un saggio che è dell'ottantasette, ma
è ancora interessante, su un altro vertice ancora, di
Rudolf Bell, professore di Storia alla Regial University, e
che forse qualcuno di voi conosce, La santa anoressia, digiuno
e misticismo dal Medioevo ad oggi. L'autore, che è uno
storico, sostiene che la cosiddetta "santa anoressia",
presente nelle pratiche devote e penitenziali, dovrebbe essere
intesa come un fenomeno non solo intrapsichico, ma anche legato
alla struttura sociale, in particolare alla struttura della
società patriarcale nel Medioevo. Noi abbiamo visto,
sempre nel capitolo primo, che la prof.ssa Marinelli parla dell'anoressia
come stile di vita e di moda, ed è indubbio che i disturbi
del comportamento alimentare e l'anoressia in particolare, stanno
diventando un problema sempre più grave, si parla di
epidemia sociale, si parla di patologia da consumo, in più
sensi. I dati epidemiologici di vari paesi mettono in evidenza,
specialmente nei paesi industrializzati, anche in Italia, come
ogni cento ragazze in età di rischio, dodici-venticinque
anni, oppure dodici- trent'anni, otto-dieci possono soffrire
qualche disturbo del comportamento alimentare.
Tornando sempre al tema della santa anoressia, Bell fa riferimento,
ovviamente, al caso noto di Santa Canterina da Siena, ma anche
di Veronica Giuliani, giovanetta anoressica, che è curata
- ecco, questo mi ha molto colpito - da suore in convento e,
alla fine guarisce, raggiungendo una maggiore conoscenza di
sé, imparando ad esprimere il suo bisogno di autonomia
in forma più positiva. Non saprei ora dire se questo
è la forma antecedente di lavoro in gruppo, ma forse,
in un certo senso, sì. Questa forse è una delle
prime riflessioni.
Ho pensato, appunto, ai contenuti di questo saggio, e quello
che mi sembra che anche il professor Ammaniti aveva cominciato
a mettere in evidenza, nonché Comelli, cioè l'uso
del gruppo come nutrimento alternativo a quanto, più
che non affrontato, direi non è elaborato, non è
stato reso pensabile. Qui, indubbiamente, come anche nel saggio,
il riferimento è al pensiero di Tagliacozzo. Non è
stato pensato, però, dove? Questo è un altro vertice,
per cui indubbiamente l'ipotesi degli antecedenti dell'anoressia
nell'infanzia è un punto estremamente rilevante.
L'altro aspetto, presente in questo saggio, tuttavia, è
quanto ci possa essere una contrapposizione tra quello che viene
ampiamente sottolineato, con riferimento mi sembra soprattutto
alla psicoanalisi francese, alla Aulagnier, sul patto narcisistico
all'interno della famiglia, e quanto ci possa essere, in un
certo senso, un antidoto all'interno, invece, della funzione
contenitiva ed elaborativa del gruppo.
Mi sembra, quindi, che la prima tesi forte nel saggio e direi
forse "il filo rosso" è, in particolare, com'è
stato messo in evidenza da un gruppo monosintomatico, il fatto
del gruppo come autorifornimento, che possa contrapporsi alla
posizione anoressica. Trovando, quindi, nel gruppo quel vuoto
di storia, o meglio di non accesso alla propria storia. La tesi,
forse, mi sembra che sia espressa in questi termini. Si ipotizza
che vero e falso Sé possono articolarsi con l'esperienza
del gruppo nella direzione della falsificazione del Sé
individuale, e questa falsificazione possa diventare più
evidente alla luce delle esperienze della rivisitazione del
falso Sé nel gruppo familiare, tramite l'esperienza del
vero Sé che lo connette, emergente in un gruppo terapeutico.
Mi sembra, quindi, che uno dei costrutti, estremamente importanti,
è quanto la falsificazione del Sé, diciamo determinata
dal patto narcisistico familiare, possa trovare nel gruppo un
riferimento particolarmente importante. Si potrebbe anche dire
che il gruppo potrebbe essere inteso come luogo naturale per
rivivere la qualità sociale del mondo privato soggettivo:
il gruppo avrà lavorato bene, come viene ben detto, se
ha una possibilità riordinante.
Io non lavoro con i gruppi, ma ho una certa esperienza con le
famiglie e, molto più ampia, con le coppie e mi chiedo
se Stefania condividerebbe, a questo punto, il termine "facilitare"
un accesso alla propria storia, tramite il lavoro di gruppo,
vederla in modo prospettico e sulla catena dei significati intergenerazionali,
anche se i miei riferimenti sono maggiormente al modello di
Fonagy che al costrutto del narcisismo della scuola francese
e argentina.
Comunque, sul tema della funzione comunicativa delle storie,
ecco, su questo ivorrei sentire di più, vorrei un intervento
su questo, perché mi sembra un aspetto estremamente importante.
Massimo ha messo bene in evidenza il tema della carenza nella
simbolizzazione, e del resto vari autori hanno messo in evidenza
come la posizione anoressica implichi un avvicinamento o alla
struttura isterica, faccio riferimento ai colleghi Seganti e
Norsa che qua nel saggio vengono citati, oppure alla struttura
borderline e ai disturbi di identità. Ecco, credo che
in questo possa esserci il passaggio, nel capitolo 5, al tema
della scena modello e una metafora, che mi sembra è utilizzata
e mi sembra estremamente importante, è quella degli oggetti
cernieranti, che è una metafora indubbiamente, però
credo che possa andare nella direzione di cogliere la funzione
elaborativa del gruppo.
Qui mi chiedo, e forse è anche la mia non esperienza
nel lavoro dei gruppi, quanto questa prassi poi può essere
collegata alla tecnica, ultimamente molto diffusa e che Stefania
conosce bene, del social dreaming. Cioè il gruppo come
matrice di significati. Ciò da vedersi non tanto legato
alla storia personale, quanto ai fenomeni in gruppo. C'è
un altro vertice ancora, implicito nelle cose che sto dicendo,
ed è l'altra lettura ed è quella sistemica, quella
che, invece, fa leva su un altro ingresso in un certo senso,
non l'ingresso dell'affrontare le tematiche della posizione
anoressica all'interno del gruppo, ma quella di affrontarle
sul tema della ristrutturazione della famiglia. Credo che in
questo ci siano anche delle differenze legate alle età
dei pazienti. Molto diverso è seguire una ragazza in
adolescenza e, invece seguire una giovane donna, o una donna
adulta. È chiaro che i contributi che vanno nell'ottica
sistemica maggiormente, a mio avviso, sono stati anche citati,
riguardano maggiormente quello che Minuchin chiamava "il
tema dell'invischiamento". Cioè, una caratteristica
nelle famiglie anoressiche, non soltanto anoressiche, tuttavia,
anche quelle psicosomatiche, quindi famiglie in cui può
esserci una tematica sul corpo, di un invischiamento, cioè
una forma estrema di prossimità e intensità nelle
transazioni familiari.
In una famiglia invischiata, i sottosistemi sono deboli, a volte
sono sovrapposti, in modo da portare a un funzionamento inadeguato
di questi sottosistemi. Questa è un'altra strategia,
quindi una strategia che fa leva, non tanto sulla costruzione
di una matrice di significati, cioè non soltanto di contenimento,
ma di elaborazione utilizzando il gruppo, ma che, invece, fa
riferimento alla strategia di puntare su una ristrutturazione
del gruppo naturale, in questo caso la famiglia. Ecco, qui,
però, e questo è un quesito, è un altro
dei quesiti che mi chiedevo: qual è la contrapposizione,
non tanto tra individuo e gruppo, credo che è emerso
molto bene nel saggio quanto è necessario trovare nel
gruppo un'interfaccia tra processi evolutivi individuali o arresti
di sviluppo, o difficoltà di simbolizzazione individuale
e l'utilizzazione del gruppo come luogo alternativo, rispetto
a questi limiti, forse il problema è che rapporto può
esserci, invece, tra gruppo e struttura familiare. Che rapporto
c'è tra una strategia che punta, invece, sul gruppo,
rispetto ad una strategia che conta sulla ristrutturazione della
famiglia. Vi sono dei cenni, nel saggio, in questa direzione,
forse questo è un aspetto che si potrebbe ampliare, per
esempio quando c'è una strategia, - qualche volta ne
ho parlato, per telefono, con Stefania - in cui ci può
essere un intervento individuale, ma ci può essere anche
un sostegno alla coppia dei genitori. Questo implica una strategia
complessa, che è diversa, tuttavia, da quella che fa
riferimento al gruppo. Comelli faceva riferimento, nell'introduzione,
a quello di produrre nuove prospettive, più soggettive,
l'aggettivo che usa è "sganciate" - se non
erro - dall'appartenenza globale. Ecco, qui, forse, qualcosa
sarebbe da discutere.
Sempre sul tema della santa anoressia, vorrei citare, però,
un altro vertice ancora. Ciò potrebbe permetterci di
avvicinarci più al tema della coppia. Cioè, c'è
una parte di questo saggio che riguarda tre spose penitenti,
del secolo tredicesimo, che, come frequentemente capitava allora,
venivano date spose giovinette, dai loro padri, per cui i temi
dell'identità, dell'autonomia, in adolescenza, subivano
un corto circuito, per riaffiorare soltanto anni dopo in caso
di vedovanze e di altre crisi.
In questa tipologia di sante anoressiche le cicatrici della
rabbia infantile, repressa o rimossa, sono particolarmente importanti,
nutrite da anni di dipendenza domestica. Ecco, questo forse
incomincia a inserirsi in un altro modo però, su cui
forse mi invitava maggiormente Comelli, ed è la contrapposizione
tra patto narcisistico familiare, l'anoressia come patologia
familiare e transgenerazionale - transgenerazionale è
un tema molto presente in questo saggio, e va indubbiamente
messo in evidenza - e quindi quanto possa esserci una differenza,
oppure una complementarietà, non vedrei una contrapposizione
a tutti i costi, tra modulo verticale ed uso del gruppo come
spazio altro e come antidoto, qualcosa che serva a controbilanciare,
mi sembra che è un altro verbo usato nel libro. Manca
invece il tema dello stallo di coppia, ed è il rapporto
tra anoressia e matrimonio e relazione affettiva del presente
che delude e chiamerei questo modulo "orizzontale".
Cioè il fatto che possa essere vista una serie di situazioni
in cui forse è più da inseguire un modulo orizzontale.
Allora, questo è un tema che è stato toccato da
Mara Selvini Palazzoli, ma non nei primi saggi, come giustamente
Ammaniti citava, ma negli ultimissimi saggi, il saggio del 1998,
quello che tiene conto anche dei contributi di Stern, in maniera
qualitativa, poi dei contributi di Bowlby, in cui mette in evidenza
come nell'anoressia possano essere presenti situazioni in cui
c'è uno stallo di coppia, tra i genitori, una situazione
non elaborata, non detta, che merita attenzione. Chiaramente
è un vertice che fa più della coppia il baricentro
dell'organizzazione della famiglia, più che la struttura
familiare nel suo insieme.
Vorrei arrivare, allora, in questo senso a un quesito, questa
può essere un'altra domanda ancora, nel caso di Alba,
che mi sembra così bello, così complesso, in questa
trasmissione transgenerazionale, anch'esso è presente
nel capitolo quattro. Mi sembra che illustri molto bene quello
che è stato chiamato talora un "mandato narcisistico",
oppure un "problema transgenerazionale", che si trasmette
forse come incompetenza sugli affetti, io tenderei maggiormente
a dire, e che si propaga tra le generazioni. Però, lì
mi sembra, e forse questo dipende dal fatto che effettivamente
è così, oppure dipende dal fatto che il modello
interpretativo mette più in evidenza l'organizzazione
psichica familiare, che il marito scompare, tornando al riferimento
attuale. Scompare, perché non è molto rilevante?
O scompare perché il modello prevede meno, per esempio,
una strategia di tipo orizzontale? Cioè una rivisitazione
delle tematiche, sto pensando alle sante anoressiche e alle
tre vedove penitenti, che, invece, prevede un intervento che
mette più in evidenza i rapporti di coppia. Quindi, riassumendo,
modelli più tradizionali, che hanno una strategia sul
singolo paziente, spesso utilizzando i temi del significato
dello schema del corpo, oppure l'assunto della fissazione, Ammaniti
lo ha rivisitato molto bene, utilizzandolo come modello interpretativo,
ma poi rivedendolo in un'ottica interattiva.
Sono, appunto, modelli che, invece, vedono un rapporto tra individuo
e famiglia, puntando sulla ristrutturazione dei giochi familiari,
tipico termine della Selvini, ed anche della scuola di Milano
di Cirillo, questo è un altro tipo di strategia. Oppure
vi sono modelli, come quelli riproposti nel saggio di Stefania,
che vedono un rapporto tra Sé individuale, rappresentazione
del Sé familiare e gruppo come matrice elaborativa.
Credo che queste tre strategie, ovviamente non intendo dire
che sono le uniche, scandiscono diversi ingressi, per usare
le parole di Stern, diverse strategie che riguardano il trattamento
dell'anoressia, e, quindi, potrebbero essere considerate forse
non necessariamente in contrapposizione, ma forse legate a situazioni
diverse. Oppure possono essere talora complementari.
Ciòo ripropone il punto da cui ero partito in partenza,
cioè la paziente che considera essere se stessa il miglior
marito che può avere. Spenderei, quindi, una voce proprio
nella relazione del lavoro con le coppie. Ho già fatto
riferimento al capitolo quattro, al caso di Alba, e volevo qui,
forse, anche citare un film che ho visto recentemente. Un film
romantico, che è Un bacio appassionato, in cui l'invischiamento
di Casim, il ragazzo pakistano che vive con la famiglia patriarcale,
a Glasgow, schiava del senso di appartenenza alla comunità
etnica, viene "curato", per così dire, tramite
la storia d'amore con Roisin, graziosa e vivace insegnante irlandese.
Mi chiedo se, a volte, noi non potremmo vedere nel lavoro con
le coppie una possibilità, come diceva Dicks, di una
sorta di terapia naturale, o se questo aspetto, questo vertice,
va toccato.
Un ultimo punto, il professor Ammaniti ha fatto un cenno al
lavoro degli studi che fanno riferimento al paradigma dell'attaccamento,
Massimo stesso ha condotto e sta conducendo un lavoro, faccio
riferimento al tuo saggio del 2001, che riguarda 40 pazienti,
in cui, tuttavia, come tu segnali, emerge quello che dicevi
e cioè che ci sono modelli di attaccamento sicuri molto
alti, mi sembra sul 50%, mentre, tuttavia, in altri campioni
ci sono modelli di attaccamento insicuri, di solito distanzianti,
nelle pazienti anoressiche. Credo che questo dipenda dalle caratterische
della ricerca, per esempio che i gruppi, nella ricerca clinica
è difficile che siano estremamente numerosi, quaranta
già è un numero molto alto. Vi sono poi altre
variabili, se c'è o non un ricovero, se c'è psicoterapia,
ecc.
Volevo però citare, sempre sul tema dell'attaccamento,
un dato che mi sembra emerga da varie ricerche, a livello nazionale
e internazionale, che hanno studiato l'anoressia, quello che,
però, mi sembra tuttavia assai presente, un alto numero
di classificazioni irrisolte, che può variare da un 46%
nelle madri, in alcune situazioni, al 12, 5% nei padri. Cioè,
noi abbiamo classificazioni irrisolte, per lutto o trauma, molto
alte nelle pazienti anoressiche, o nei pazienti anoressici.
Credo potrebbe esser un utile spunto, perché mi sembra
che, nel saggio di Stefania, questo aspetto del lutto, del senso
della morte, di qualche cosa di non elaborato è assai
presente. Quindi condivido il tema della simbolizzazione, ma,
indubbiamente, il tema del trauma e del lutto potrebbe essere
in effetti un punto estremamente importante da elaborare, trovando
forse, per come è frequente per quanto riguarda le situazioni
che hanno a che fare con lutti e traumi, nel gruppo una possibilità
di elaborazione che potrebbe talora nella famiglia non poter
essere possibile, o potrebbe indicare un lungo cammino di costruzione,
un telaio io direi, che vada verso la possibilità di
cominciare a ricordare e a riparlare, ritoccare questi punti.
In questo senso il saggio di Stefania mi sembra estremamente
felice e credo che ci siano anche altri due punti che siano
molto importanti.
Mi ha molto colpito un aspetto, classico per così dire,
cioè il tema del mantenimento della vitalità della
mente dell'analista. Credo che adesso sia chiaro rispetto al
tema della posizione narcisistica, o potrebbe esser chiaro rispetto
anche al tema dell'invischiamento, o di un patto narcisistico
familiare, quello di cui i colleghi di scuola sistemica parlano
come di un "non detto", oppure il tema del trauma,
del lutto. L'altro punto che mi sembra felice e che forse merita
una discussione potrebbe essere visto in questa sequenza: se
il gruppo può essere un luogo di svincolo e di rielaborazione
rispetto a qualche cosa di bloccato, di non detto all'interno
del gruppo naturale, la famiglia, tuttavia, e questo mi sembra
un'intuizione felice e importante, poi ci sarà il problema
dello svincolo dell'appartenenza al gruppo monosintomatico,
che credo vada verso una direzione di differenziazione ulteriore,
in cui ci possono essere persone che maggiormente riescono a
fare questo passaggio, e persone che forse ritengono l'appartenenza
al gruppo ripetizione di un'appartenenza alla famiglia.
FRANCECSCO
Comelli, CHAIRMAN
Grazie.
Mi sembra che il lavoro abbia continuato un filo del discorso
su temi francamente molto fondanti, molto importanti, che, effettivamente
toccano diversi contributi teorici e diversi modi che noi abbiamo
per lavorare, per interagire con questo tipo di patologie. L'impressione
che ho avuto è che effettivamente anch'io pensavo che
il saggio di Stefania apre verso alcune cose: sia presenta delle
ipotesi di lavoro, sia ha il merito di indicare degli orientamenti
possibili, mediante l'introduzione di contributi di altre persone,
e mediante la presentazione di un suo punto di vista specifico.
Anche io sono molto colpito dal discorso dello scarto tra coppia
e famiglia per esempio, in questo contributo del professor Zavattini:
vale a dire la differenza che può esserci tra il considerare
la propria posizione rispetto alla coppia dei genitori, oppure,
la rappresentazione del familiare, del Sé familiare.
Porrei l'accento anche su un altro elemento, che è molto
presente nel saggio di Stefania, relativo ai destini del trauma.
I destini del trauma, o meglio quello che potrebbe essere il
destino del trauma, cioè il destino non ancora avvenuto,
del trauma, e quanto la coppia forse possa dare uno spazio alla
trattazione del trauma. Ecco, ci sono diversi punti che mi colpivano.
Forse quello che mi interroga di più, devo dire, ma che
è presente anche nel testo di Stefania, è il rapporto
tra gruppo e struttura familiare. Io penso che questo sia un'altra
delle grosse frontiere. Perché, in fondo, quando ricordo
il disorientamento che provai leggendo per la prima volta i
testi di Bion, quando lui parlava di emozioni di gruppo, quando
lui parlava del gruppo, si riferiva non tanto alle emozioni
individuali, del singolo soggetto, ma si capisce che, invece,
lui si riferisce a un gruppo. Ma quale gruppo? Al gruppo terapeutico
che stiamo vivendo, come terapeuti? Al gruppo familiare originario?
Ecco, credo che forse possiamo partire anche per un momento
di confronto, abbiamo una mezzora per poter interagire su cosa
ci ha suggerito la prima parte di questa giornata, forse, stavo
pensando potremmo rivolgere l'attenzione a qualche questione
che non è tanto chiara o tanto certa, sicura. Perché
mi domando se forse alle volte ci presentiamo, mi presento,
dicendo delle cose sicure, forse può esser utile vedere
se c'è qualcosa di meno certo, qualche punto di domanda
vero e proprio.
Stefania
Marinelli
Io
colgo questo momento di silenzio, anche se i silenzi, come si
è detto, hanno una funzione importante, non lo vorrei
riempire, però vorrei sinceramente ringraziare i presenti,
ringraziare i relatori, gli organizzatori, e in particolare
volevo dire una piccola cosa. La citazione che il professor
Zavattini ha fatto della paziente che dichiara che lei sarebbe
il marito ideale di se stessa, mi ha fatto pensare che potrei
dire che potrei avere come marito ideale della mia infanzia
mentale, della mia adolescenza mentale, il gruppo degli amici
così come si configura oggi, così pieno di riconoscimenti,
di confidenza, di elaborazioni, come un insieme, un luogo, e
anche proprio il luogo dell'Università, di comunità
che aiuta e che comunica: e, quindi, grazie molte. La seconda
cosa che voglio dire è questa: mi sono ricordata, guardando,
se Comelli me lo permette, vorrei prendere un momento il testo
che lui ha, volevo farlo vedere. E' pieno di appunti, che lui
ha preso scrivendo negli spazi bianchi del libro, e volevo,
ecco, così, farlo vedere. E mi ha ricordato una cosa:
c'era un mercante d'arte Plinio De Martis, che aveva allevato
una generazione di artisti, negli anni '60, li aveva aiutati
a maturare, a esporre, a crescere, e aveva in casa sua un quadro,
che aveva anche esposto in galleria, di un artista che si chiamava
Mimmo Rotella, il quale aveva l'abitudine di fare quadri fatti
come collages che prendeva dalla città, dai cartelloni
pubblicitari, dove si rappresentavano per lo più immagini
di cinema, e poi usava strapparli, in modo che emergessero diversi
strati, dei diversi manifesti che erano stati incollati uno
sull'altro, e questo poi veniva incorniciato e l'insieme era
una rappresentazione di presenza dell'immagine nella città,
che lui esponeva in mostre, con diverse di queste immagini.
Allora, questo mercante d'arte in segno, penso non di svalorizzazione,
ma al contrario, di confidenza e di valorizzazione, ogni tanto,
passando, arricchiva il quadro di un'ulteriore strappo, così
il quadro forse anche cambiava. Allora io penso che il contributo
dei relatori, generoso e forse veramente di grandissimo aiuto
per il proseguimento e la vitalità delle esperienze della
comunicazione dei pensieri tra di noi, sia un po' come questo
quadro che loro hanno aiutato a far continuare a cambiare, a
vivere, e a evolvere. Grazie.
Francesco Comelli - CHAIRMAN
Anche
a me aveva molto colpito, sinceramente, la paziente che diceva:
"sono il miglior marito che avrei desiderato sposare".
Lascia un po'
, è particolare, perché a me
colpiscono molto queste immagini, poi, effettivamente, sono
come dei quadri, cioè rimandano molto a una dimensione
iconica. Sono quelle cose che ti colpiscono, e forse fanno accendere
quella vitalità osservativa. Certo anche questo problema,
per esempio, del marito, della coppia, nelle nostre pazienti,
è un punto effettivamente presente, cioè io mi
trovo molto spesso, in gruppi o anche in terapie individuali,
con tutto il problema di come riuscire a passare dalla coppia
al gruppo in un certo senso, cioè a dis-identificare,
insomma, cioè ad aiutare un lavoro che mette in evidenza
quanto, per esempio, una paziente possa essere in coppia con
qualcosa, e come sia esclusiva questa coppia, molto spesso,
e come in effetti sia difficile questo lavoro di pluralizzazione,
cioè di compartecipazione, di condivisione e di come
in fondo siamo chiamati a fare un lavoro molto specifico e molto
diverso quando siamo con questo tipo di pazienti. In altre parole
io mi sono trovato, per esempio, a dover cambiare il mio modo
di lavorare, con queste pazienti. Io, avendo frequentato la
scuola dell'IIPG, essendo nato diciamo sui testi di Bion, rispetto
ai gruppi, devo dire che in un primo tempo ho avuto dei grossi
fallimenti, ho avuto grosse difficoltà, e ho dovuto poter
lasciarmi, maggiormente, attraversare da queste esperienze,
essendo molto attento a quello che mi suggeriva la vicenda analitica,
con queste pazienti. Ecco, così, volevo solo dire queste
brevi piccole cose.
Alfredo
Lombardozzi
Intanto
volevo esprimere la mia gratitudine per l'ascolto delle due
relazioni e anche per l'occasione della presentazione del libro
di Stefania. Mi colpiva il primo accenno del professor Ammaniti
riguardante la sensazione di difficoltà e di fatica che
si prova con le pazienti anoressiche. Mi sembra, infatti, di
poter condividere questa sensazione, avendo seguito pazienti
anoressiche individualmente, ma non avendo avuto esperienze
di gruppo con questo tipo di pazienti. Mi sembra, perciò,
importante avere un confronto sul tema del gruppo e l'anoressia.
A mio avviso in queste situazioni la fatica e il senso di impotenza
del terapeuta sono sensazioni molto forti, perché sembra,
a volte, di dover lottare una battaglia con armi impari, dovuta
al forte impatto delle dinamiche familiari che, forse, possono
essere ricondotte a quello che è stato definito 'patto
narcisistico'. A questo riguardo si può ricondurre il
problema della scelta o l'alternanza tra il rapporto terapeutico
individuale o di gruppo.
Ritengo che la difficoltà, in questi casi, consiste nel
fatto che, nella situazione di transfert, l'analista viene da
una parte investito come rappresentante del patto narcisistico
e, dall'altra, è anche, però, oggetto della speranza
di un destino del trauma, che può eventualmente produrre
nuove configurazioni. Riuscire a gestire questa difficile relazione
psicodinamica è molto arduo. In questo senso, posso pensare
che il gruppo omogeneo di anoressiche, se si può configurare
in questo modo, può essere una soluzione molto importante.
Nella situazione di gruppo, forse, accade qualcosa che si può
collegare al problema della regolazione interattiva nella relazione
madre-bambino. La condizione di pausa, in questa situazione,
può essere, a mio avviso, assimilata al silenzio nel
gruppo, momento in cui accade qualcosa di importante e di trasformativo,
in cui si attivano tutta una serie di dis-identificazioni e
nuove identificazioni, che permettono la riattivazione di un
dialogo a un livello più integrato. Questo aspetto mi
sembrava molto importante. L'altra cosa da sottolineare è
che il professor Ammaniti dà una validazione importante
della proposta, molto significativa, della posizione anoressica,
proposta da Stefania Marinelli nel suo libro, quando sosteneva
che, oggi, si sottolinea l'importanza della continuità
nel presentarsi del disturbo alimentare nelle varie fasi dello
sviluppo, da quelle più precoci a quelle successive.
Questo aspetto, effettivamente, sembra sostenere l'ipotesi che
si costituisce una posizione specifica 'anoressica' nel corso
del processo di costruzione del Sé del bambino.
L'altra cosa che volevo dire è che mi colpiva l'accenno
di Francesco Comelli rispetto all'inizio del manifestarsi di
situazioni di anoressia nei paesi islamici, medio orientali.
Ritengo che questo abbia a che fare con un problema di pseudo-identità.
Se pensiamo, infatti, che al giorno d'oggi, lo sviluppo di un
certo tipo di politica religiosa e sociale va verso il fondamentalismo,
possiamo considerare il fondamentalismo come una pseudo-identità.
Questo riguardo alla storia e sviluppo attuale del mondo islamico.
E' possibile che in questo contesto inizino a verificarsi condizioni
conflittuali, che riguardano il mondo femminile e i suoi valori.
Il problema è che si possono verificare formazioni di
pseudo-identità del sé individuale e di gruppo,
alternative a quelle dominanti, che potrebbero rappresentare
l'inizio di manifestazioni del genere dell'anoressia, anche
in società non occidentali e di tipo diverso.
L'ultima suggestione che mi veniva riguarda un libro di Sudhir
Kakar, che è uno psicoanalista indiano, allievo di Erikson,
che ha scritto anche saggi molto interessanti. Uno di questi
si intitola La folle e il santo e vi si ripropone il tema delle
sante anoressiche. In questo libro, scritto insieme alla filosofa
francese Catherine Clement, viene fatto un confronto tra le
biografie di due particolari personaggi: un guru indiano e una
paziente di Pierre Janet, nella Francia fine ottocento-primi
novecento. Entrambi, in condizioni diverse, anche dovute alla
differente identità di genere, presentavano sintomi assimilabili,
tra cui anche il digiuno anoressico ed esperienze infantili
traumatiche. L'esito, però, è stato molto diverso
a seconda delle condizioni storico-culturali. La cultura indiana
permetteva di riconoscere l'uno come santo, mentre quella francese
segregava l'altra come folle. I loro destini seguirono, così,
strade differenti.
Luisa
Pellerano
Io
mi volevo collegare con l'ultimo intervento, per porre una domanda.
Mi chiamo Luisa Pellerano, mi occupo di adolescenti, di gruppi,
anche se in un'altra forma, non quella bioniana. Sono una Didatta
dell'Associazione Italiana Psicodramma Analitico. Mi sono sentita
molto sollecitata, soprattutto dalla relazione di Massimo Ammaniti,
proprio per quello che riguarda l'applicazione dello psicodramma
analitico per queste particolari pazienti, ma, in questo momento,
volevo ricollegarmi su una vecchia questione, che a me fa sempre
intoppo, cioè sul problema dei gruppi omogenei. Riprendendo
due punti della relazione di Massimo Ammaniti, che, appunto,
ritrovo molto nella mia esperienza con le anoressiche, cioè
quanto l'anoressia, il disturbo alimentare in genere ma in particolare
l'anoressia, costituisca una pseudo-identità, difficile
da lasciare, ma anche difficile da confrontare con altre anoressiche.
Perché, guai! Non vogliono andare in un gruppo con altre
anoressiche! Si fa un gruppo di anoressici perché è
l'unico modo, il modo più facile di fare gruppi con anoressici
se stanno già lì, in un ospedale, come ad esempio
al Bambin Gesù. L'altro punto è quanto questa
psuedo-identitrà sia anche in qualche modo da correlare
con quel difetto del rispecchiamento, quindi quella difficoltà
della madre di riconoscere il segnale, e quanto riconoscere
il segnale ma anche appunto restituire all'altro questa immagine
di sé, segnata da qualcosa del Sé della madre.
Questo lo ritrovo anche io moltissimo. E' da sottolineare come
nello psicodramma analitico, quando si costruisce nel gioco,
nel doppio, nello scambio di ruolo, in effetti si riscontra
quanto nella parte dell'altro, cioè scambiando il proprio
ruolo con la madre, la persona ritrovi non tanto il punto di
vista dell'altro, che può solo immaginare, ma quanto
ritrovi quello che ha introiettato della propria immagine di
sé dagli occhi dell'altro, e quindi quello che ha introiettato
di sé dagli occhi della madre. Quindi, questo è
importante, ma, a partire da queste considerazioni, io trovo
che sia piuttosto contraddittorio fare un gruppo monotematico,
dove in qualche modo mi sembra che ci sia come un dare una risposta
iniziale che convalida un'identità basata sul sintomo
dell'anoressia. E, quindi, come poi, dopo aver dato un segnale
così forte di disconoscimento della differenza, quindi
un altro misconoscimento di segnali che sono poi nascosti dietro
questa identità provvisoria dell'anoressica, come poi
poter ritornare a uno svincolo, una riappropriazione della propria
diversità, e ad essere persona nascosta dietro questa
identità? Naturalmente litigavo sempre con una mia cara
collega, che adesso non c'è più, che faceva i
gruppi al Bambin Gesù, Renata Vanicore, che appunto mi
sembrava che tradisse questo nostro modo di fare, ma lei diceva
giustamente: "Sì, e dove li fai i gruppi di anoressiche,
se non le trovi già aggruppate?" Ecco, mi farebbe
piacere fare una domanda a Stefania Marinelli su come si fa
un gruppo omogeneo con questo tipo di pazienti e se non è
una contraddizione.
Intervento
dal pubblico
Durante
la relazione del professor Ammaniti si è parlato di de-sessualizzazione
del corpo. Appunto, parlando di de-sessualizzazione mi è
venuto in mente un parallelismo possibile tra, appunto, l'arroccamento,
nel corpo, dell'adolescente, al ritorno delle pulsioni, e la
società di oggi, di adesso, ipersuessualizzata. Cioè
che appunto mette in primo piano il corpo, questo corpo nudo.
La reazione magari di una ragazza potrebbe essere quella di
rifiutare la quantità, del corpo, e invece concentrarsi
sulla qualità, quindi rifiutare di lasciarsi andare per
far vedere anche a se stessa che non è tanto quello che
mette fuori, ma è la qualità. E questo ci metterebbe
poi anche alla prova nel senso di valutare la nostra tolleranza.
La tolleranza a rispettare un progetto, un fine, un mondo, un
mondo vissuto, direbbero certi.
Massimo
Ammaniti- RELATORE
Io
penso che dobbiamo dare spazio anche all'altra relazione. Le
cose sono molte, ma anch'io ritorno all'immagine del professor
Zavattini, di questa paziente che si autorispecchia. Il problema
non è solo quello dell'autorispecchiamento, ma che è
una paziente per cui attribuisce il volto di se stessa a chi
dovrebbe essere diverso. Perché, poi, il partner, il
marito, e così via, dovrebbe non solo appartenere all'altro
sesso, ma c'è il principio fondamentale della diversità,
che è uno dei temi fondanti della nostra specie, per
cui la riproduzione si basa sulla diversità del genere
e sull'accoppiamento. In questo caso, c'è come una fantasia
onnipotente di partenogenesi, per cui l'altro, in realtà,
assume volto di se stesso. Mi sembra che sia una sorta di delirio
autogenerativo. Per cui è molto interessante questo caso.
Per altri versi, invece, mi veniva in mente, prima Stefania
Marinelli parlava di pitture, di quadri, e mi ritornava in mente
un quadro, di Magritte, in cui si vede un bambino nelle braccia
della madre, e il bambino ha il volto della madre e la madre
il volto del bambino. Non so se qualcuno di voi si ricorda questo
quadro. Ed è un quadro molto bello, perché un
po' riprende un altro aspetto, di cui parlavamo prima, relativo
al rispecchiamento, per cui il bambino col volto della madre
e la madre col volto del bambino, in realtà fanno vedere
la complessità del rispecchiamento reciproco, in cui
il bambino forse era un po' nella chiave che dicevamo prima,
che aveva ripreso anche Luisa Pellerano: che cosa attribuisco
all'altro. Vedo l'altro per quello che è o, invece, attribuisco
all'altro un'immagine di me? E credo che questo è un
punto importante, cioè quest'equilibrio tra il rispecchiamento
dell'altro e il markedness, per come parlavo prima, cioè
dell'attribuzione all'altro di aspetti di sé. E mi sembra
questo sia un punto importante, perché in fondo, se voi
vedete, ad esempio, in certe osservazioni precoci della madre
depressa, la madre depressa, ad esempio, non sa attendere il
turno. Prima parlavamo del turn taking, la madre depressa, quando
il bambino succhia, sta lì che lo sollecita, e non può
attendere che sia il bambino attivo, per cui la madre interferisce,
la madre è molto intrusiva. Perché lì c'è
l'immagine di un bambino che è il riflesso della sua
depressione, ossia un bambino privo di vitalità, ed è
come se la madre, stimolandolo, lo volesse riportare in vita.
E voi lì vedete una situazione in cui il markedness materno
è assolutamente preponderante. E allora la cosa che uno
si può chiedere è se il bambino che rifiuta il
cibo, in realtà, non rifiuti anche questo markedness
materno, che rischia poi di possederlo dall'interno. Un ultimo
punto che vorrei affrontare, ma ci sarebbero molte cose da dire,
il punto importante che è stato sollevato dal professor
Zavattini: il ruolo del trauma. Il ruolo del trauma e l'importanza
del trauma nelle storie di molte anoressiche, soprattutto in
quelle situazioni in cui vi è un disturbo di personalità.
Come noi sappiamo, il disturbo di personalità, per lo
meno alcuni disturbi di personalità, hanno una base traumatica.
Per cui, come voi sapete, c'è tutta un'elaborazione recente
sul trauma e sul fatto che l'esperienza traumatica non può
essere simbolizzata, ma viene in qualche modo memorizzata, secondo
il canale della memoria implicita. Che vuol dire? Sono contento
che c'è il collega neurofisologo, quello che voi vedete
nelle situazioni traumatiche, dal punto di vista neurobiologico,
è una ipertattivazione dell'amigdala, che ha più
a che fare con delle risposte automatiche, e c'è un'ipotrofia
dell'ippocampo, che è una zona che ha a che fare, invece,
con la memoria simbolica e con l'elaborazione del trauma. Per
cui, ancora una volta di più, voi vedete questa importante
intersezione tra aspetti psicologici e aspetti neurobiologici,
e credo che questo tema del trauma è centrale. Naturalmente,
quando noi pensiamo al trauma pensiamo al grande evento, ma
non dimenticate i microtraumi, ad esempio quello di cui parlava
Masud Khan, "il trauma cumulativo", che spesso poi
interviene nel determinare un falso Sé difensivo.
Stefania
Marinelli
Io
vorrei ringraziare Luisa Pellerano per essere qui e per aver
fatto una domanda che è di grande utilità, e darò
una risposta veramente molto breve, perché quella più
profonda è lo stimolo a pensare, nei prossimi cinque
anni e forse ancora qualcuno, per scrivere un altro saggio.
Quindi io non vorrei togliere spazio alla parte che resta e
che potrebbe sintetizzare un po' la nostra partecipazione, il
nostro ascolto della dottoressa Ruberti sulla condivisione del
dolore nel gruppo, così sarò brevissima. Io ricordo
di una mamma che aveva un rischio che il suo bambino stesse
diventando anoressico, e si rivolse ad un supervisore, al dottor
Bonaminio. Lei era forse in lacrime, e il dottore la intervistò
sulla sua possibilità di non deprimersi, oppure di attivarsi,
oppure di dare riposte, e poi concluse la sua seduta dicendo:
"La nostra fede in lui è incrollabile". Così
io risponderei che la nostra fede nel gruppo, nel processo di
analisi e di crescita, di evoluzione, che può fare un
gruppo, è incrollabile, se ci mettiamo di fronte al problema
che l'omogeneità, come dice giustamente Luisa Pellerano,
conferisce e dà una risposta quasi legittimante all'uguaglianza
e sembra togliere fede nell'individuazione e nella differenza.
Però, il mezzo di lavoro che il gruppo ci dà,
che i pazienti del gruppo ci danno, che la nostra esperienza,
che la nostra competenza ci dà dovrebbe farci avere una
fede incrollabile nella possibilità che il processo di
analisi riesca a maturare le condizioni per una individuazione
e per l'analisi di queste condizioni di indifferenziazione,
di indistinzione e di aver ottenuto un'identità che è
stata conferita da un sintomo, - il che sicuramente qualche
traccia lascia, una grande ambiguità e una grande sofferenza.
Intervento
dal pubblico
È
come un po' riprendere la riparazione del fallimento empatico
iniziale, prima è stato così, però noi
ce la possiamo fare.
Francesco
Comelli- CHAIRMAN
Allora
diciamo che visto il fatto che siamo seduti da più di
due ore, facciamo un piccolo break, nel senso che non vorremmo
interrompere il ritmo che stiamo perseguendo.
II parte
Francesco
Comelli- CHAIRMAN
Il
ritmo e l'intensità di questa mattinata sono stati energici,
adesso ci riposizioniamo dopo un attimo di pausa, sul lavoro
che Lucilla Ruberti sta per proporci. Avremo questa lettura,
che non è una lettura di un testo, ma è la lettura
di un'esperienza, conoscendo Lucilla, il titolo è La
condivisione del dolore nel gruppo e credo che ripartiamo, appunto,
su questo tema della condivisione, e che ho sempre molto sentito
e anche molto appreso. "Appreso" non perché
si possa apprendere, ma l'ho scoperto, nel corso di momenti
di gruppo, in cui ho capito che senso può avere questo
termine, che sempre trovo molto centrale nell'esperienza di
chi vive un momento di gruppo, sia esso anche un gruppo esperienziale.
Recentemente mi ha scritto uno studente che ha partecipato ad
un gruppo esperienziale dell'Università di Urbino, dove
io insegno, dicendo: "Erano tanti anni che con i compagni
andavamo sempre a lezione, ma non ci conoscevamo." Adesso
è finito il corso, ma gli studenti si ritrovano lo stesso,
continuano il loro gruppo. E devo dire, insomma, che la categoria
della condivisione mi sembra veramente una categoria forse ancora
poco studiata, rispetto ala portata che può avere. Allora
io lascerei la parola a Lucilla Ruberti.
Lucilla
Ruberti- RELATORE
Io,
come gli altri, devo dire che sono molto contenta di essere
qui per questo testo di Stefania Marinelli, perché, in
effetti, è una lettura molto singolare. È un libro
che mi ha appassionato moltissimo, come anche l'altro, bellissimo,
Sentire, che immagino tutti conosciate, ma non solo perché
ha questa eco di una amplificazione interdisciplinare, di tradizione
da Francesco Corrao, ma proprio per la sua complessità.
In realtà, io ho trovato che sembra apparentemente fruibile
per tutti i potenziali lettori, ma non è così.
Perché è vero che esplora attraverso la narrazione,
è vero che è sotteso, si sente, da affetti che
lo rendono vivo, che ci pongono in risonanza Su tanti punti,
però ha un ritmo teorico scientifico clinico che veramente
muove molti pensieri e lancia una sfida per nuovi interrogativi,
quindi ha una struttura complessa, e questo è un elemento
molto prezioso, se pensiamo alla complessità della nostra
mente, è un nutrimento per la complessità della
nostra mente. Andando a ritroso, allora io partirei proprio
dai quesiti finali, dagli interrogativi finali del libro, perché
mi sembra che subito possano evocare la figurazione di uno svolgimento
dialogico psicoanalitico, fondamentale come è quello
del narrativo, una categoria psicoanalitica molto importante.
Perché lei si chiede, alla fine, - lo trovate nel testo
proprio nella parte finale - quando dice. "noi narratori
siamo come in un laboratorio a scrutare, o in una filanda a
tessere, o dietro le barricate a medicare:" e allora si
chiede: "ma siamo capaci di sognare dietro e vicino ai
nostri pazienti? Insieme ai nostri gruppi? Forse spesso, forse
mai, forse talvolta.". Subito siamo quindi immersi nell'atmosfera
del gruppo. Certo da qui potremmo proseguire veramente chiedendoci
allora: quale capacità, da parte del terapeuta, occorre
per l'anoressia? Che cosa offre, ci si chiedeva prima, il gruppo
terapeutico? E, quale tipo di gruppo? Potremmo andare ben oltre
con gli interrogativi, soprattutto rispetto alla clinica, però
io credo sia importante iniziare a porre qualche vertice di
riferimento, per orientarci, utile per la nostra discussione.
Innanzi tutto, un elemento è la capacità analitica
di ascolto nel gruppo e di intervento, - vedremo come è
scandita -, che è particolarmente impegnativa. Poi questo
elemento della "posizione anoressica" che viene assunta
nel vertice che la connette ala scelta di uno stile di vita,
da parte delle pazienti anoressiche, che a sua volta viene correlato
con l'ambito patogenetico familiare e addirittura, come si diceva
prima, transgenerazionale. L'altro elemento è l'efficacia
terapeutica del gruppo analitico, che risulta particolarmente
indicato per l'anoressia, se lo intendiamo come luogo naturale,
di nuovo cito, "per rivivere la qualità sociale
del mondo privato soggettivo". Altro elemento, la specificità,
nel gruppo, dell'assunto di base anoressico, che è inconscio,
come tutti gli assunti di base bioniani, per la rilevanza del
suo impianto teorico-clinico. Già adesso, come potete
immaginare, le questioni, rispetto al gruppo, sono notevoli.
Questi vertici, oltretutto, non esauriscono un insieme che è
veramente molto più esteso, ma io cercherò di
soffermarmi soprattutto rispetto alla dimensione - questo può
interessare, rispetto agli interventi dei colleghi - traumatica
e al dolore sotteso, che sono elaborabili nella condivisione
gruppale. Rispetto alla situazione traumatica io ho esperienza
di lavoro con gruppi, anche monotematici, con pazienti che avevano
subito traumi massivi e devo dirvi che, per la mia esperienza,
il gruppo, in questi casi, è risultato uno strumento
di straordinaria efficacia, però ci sono degli aspetti
che dobbiamo vedere. Allora, a tal fine, ripeto che proprio
l'evidenziare la posizione anoressica riguarda direttamente
l'elemento del trauma e del mancato sviluppo, che noi troviamo
nelle situazioni anoressiche, di esperienze fondamentali per
l'identità, laddove io credo sia importante evidenziare
più la mancanza e l'assenza originarie, anziché
il conflitto. Questo credo sia un punto molto importante, perché
questo concerne sia la relazione - e qui mi riferisco anche
al lavoro di Zavattini - col contesto - lo chiamerei così
- della coppia genitoriale, che, più estesamente, al
contesto del gruppo familiare, ma anche il contesto poi del
gruppo analitico, e io direi anche il contesto - un collega
dell'IIPG, Giorgio Corrente lo ha chiamato - "del gruppo
vicino circostante". Il gruppo vicino circostante del gruppo
terapeutico è il gruppo che è composto dai colleghi,
che è composto dai colleghi studenti, che è composto
dagli amici, e che si organizza attorno alla patologia del paziente.
Questo certamente risulta, questo può essere un input
per eventuali ricerche perché è molto stimolante,
rispetto al problema dell'identità in situazioni di sofferenza
così drammatiche. Però, proprio rispetto alla
questione dell'identità, io credo sia importante tenere
conto che il suo compimento, noi sappiamo, è imprescindibile
dall'altro, e trova nel gruppo il suo processo trasformativo
evolutivo. Allora, credo che ripensare insieme, nel gruppo,
il simbolico confine che mette in gioco l'opposizione, immaginate,
tra un dentro e un fuori, tra il Sé e l'altro, come una
pratica che sia in grado di integrare omogeneità e eterogeneità,
questo è il transito necessario per la condivisione del
dolore. Corrao la chiamava "coinodinìa", poi
ne vedremo il significato. Allora immaginiamo di pensarlo questo
confine. In effetti sembra porsi, nella clinica del gruppo,
come uno spazio, sì di transizione, ma nel senso di un
tra, che può diventare il luogo per esperire il dolore
anoressico, che io credo che sia così profondo da essere
quasi indicibile e che veramente solo nella condivisione può
essere finalmente esperito ed elaborato. Questo sicuramente
riguarda la nota idea di Bion, che viene ripresa, la ritroviamo
spesso anche nel testo sul gruppo, di lavorare innanzi tutto
sui transiti, prima ancora che sui contenuti, sulle zone di
confine, sulle soglie, "ai bordi" diceva Corrao, come
opportunità sui momenti quindi anche di Impasse, come
opportunità proprio di quella prossimità, che
può consentire l'apertura all'altro. Perché -
questo è importante - è quella che consente di
andare oltre lo spazio anoressico, che, al contrario, è
molto totalitario. Quindi qui ci può essere la via, in
questo transito, per andare oltre. Vi riporto una frase interessante,
di Corrao, che ci aiuta in questo discorso rispetto all'attività
del gruppo, è quando lui diceva: "il gruppo opera
attraverso relazioni multiple e reciproche, simultanee, che
riguardano soggetti che sono nello stesso tempo oggetti e viceversa".
Ora, è chiaro che è proprio questo che consente
nel tempo, questo operare, l'elaborazione di quegli elementi
non riconosciuti per il fallimento della rêverie materna,
in senso bioniano, e che proprio IL confine flessibile del gruppo
consente di far transitare nel gruppo, anziché, come
dire, lasciarli fuori. Non a caso nel testo di Stefania Marinelli
c'è tutta una elaborazione rispetto al gruppo, che io,
anche se voi lo conoscete, penso che sia veramente importante
leggerlo insieme, e poterlo condividere. È un brano molto
importante, dove lei dice: "Il gruppo ha, infatti, questa
straordinaria facoltà di processare i suoi elementi in
modo non personale (soprattutto nelle fasi iniziali), rendendoli
appartenenti a una mente comune, sovradeterminata, capace di
contenere" qui abbiamo la funzione di contenimento "e
rappresentare olograficamente" quindi abbiamo una rappresentazione
olografica "contenuti troppo opprimenti per l'individuo
singolo." Questo, immaginiamo che è fondamentale
rispetto al dolore: troppo forte per un individuo singolo. "Inoltre,
la mente anoressica, che usa funzionamenti e contenuti di tipo
arcaico" rigido "tende a mantenere viva la traccia
dell'elemento magico, religioso, sacro.". E qui arriva
l'utilità del gruppo "Il gruppo è in grado
di reinscenare" mettere in scena "questi aspetti e
di mantenerli vivi in una sua memoria esclusiva, alla quale
può liberamente far ricorso in cicli successivi"
quindi abbiamo un'elaborazione successiva, poi, nel tempo, e
un tempo di ripresa "per reintegrarli nella sua elaborazione,
a diversi piani nel tempo.". È come se già
il gruppo, e non solo il lavoro dell'analista, potesse creare
un tipo di ascolto onirico, proprio del mito e del sogno, che
rende gli elementi mancanti, o temuti, dell'esperienza singola,
più trasformabili e più condivisibili. Eccoci
arrivati all'elemento della condivisione. Quindi eccoci a un
punto esenziale, che ritroviamo nel testo, fin dall'introduzione
ritroverete questo, l'importanza del condividere. "Condividere
quando il predominio della colpa, il ritiro e il silenzio sono
stati così massicci, come nel caso della situazione anoressica,
significa creare occasioni e confronti trasformativi".
- ecco il gruppo - e io penso che è per affrontare gli
inquietanti e complessi aspetti dell'intreccio tra colpa e dolore,
come a volte troviamo in molte situazioni, soprattutto in quelle
che hanno una base traumatica dove c'è un intreccio incredibile
tra colpa e dolore, che necessita un'elaborazione gruppale.
È proprio necessario, io credo anche per l'analista,
che spesso può condividere con un gruppo di colleghi.
Perché questo è importante? Per non restare impantanati
negli aspetti della colpa, che paralizzano ogni possibilità
di elaborazione e di movimento del dolore verso l'elaborazione.
E allora, in questo campo, direi che il gruppo offre veramente
un orizzonte ad elementi che non avevano mai avuto la possibilità
di espandersi, o che erano rimasti segregati, e che finalmente
hanno accesso e possono essere rappresentati nel gruppo. Questo
porterà il gruppo a potersi affacciare anche su una nuova
condivisione di altre tematiche, quindi non solo di quella anoressica.
Questo riguarda anche un ulteriore discorso, che poi io credo
che sarebbe importante sviluppare, però è chiaro
che qui, insomma, nella condivisione vi sono elementi complessi
che si intrecciano tra di loro. Innanzi tutto, come diceva Bion
stesso, la disposizione dell'individuo ad entrare in combinazione
col gruppo nel determinare gli assunti di base, inconsci, del
gruppo. L'assunto di base anoressico noi sappiamo che è
tragico, perché consiste nella possibilità tragica
del ritorno al nulla, della re-inclusione regressiva e mortifera,
quindi è veramente un assunto di base drammatico. È
per questo che, in quanto inconscio, questo assunto riguarda
proprio l'elemento inconscio che caratterizza la condivisione.
Perché non pensiamo solo alla condivisione conscia! La
coinonìa appartiene anche a un lavoro inconscio del gruppo,
a quella comunanza inconscia del gruppo. L'in comune, l'origine
della coinonia da ti-coinon in greco, l'in comune immaginate
che si instaura tra cose e pensieri e persone, come se tutto
potesse esser messo in comune e, nello stesso tempo, potesse
riguardare sia l'individuo sia il gruppo. Questo ci interessa
rispetto al discorso che si faceva prima, perché nel
gruppo c'è sempre un'oscillazione individuo-gruppo, che
è quello che consente poi la differenziazione individuale
finale, lo potremmo dire, in termini bioniani, rispetto al funzionamento
mentale, come un'oscillazione alfa (funzione per pensare della
mente)-gamma, funzione del gruppo, c'è un'oscillazione.
Ora, nei gruppi anoressici noi abbiamo, dicevamo prima, una
dimensione omologante, una comunanza, che consente proprio la
riappropriazione di questi elementi identitari, però
dà, allo stesso tempo, la possibilità proprio
trasformativa dialogica dell'esperienza. Allora io penso alla
funzione, ad esempio, di omogeneità, citata prima, e
credo che sia importante intenderla come l'ha intesa Stefania
Marinelli, quando lei dice che agisce come un controcampo, mi
riferisco al suo lavoro nei Gruppi omogenei, dove dice che il
controcampo "sarebbe un modo per vedere quegli elementi
che derivano dalla scissione, quelli che cioè non sono
stati adeguatamente sostenuti dall'illusione e dall'elaborazione
creativa "transizionale" e che vivono solo come contrasto
con i loro opposti.". "Vivono solo come contrasto
con i loro opposti", allora credo che questo, rispetto
agli interrogativi di prima, possa offrire qualche risposta.
Se noi seguiamo il gruppo anoressico, possiamo dire che, riprendo
di nuovo da lì, "il campo della passione per un
oggetto comune, il cibo" - questo era l'esempio che veniva
riportato - "poteva emergere, collegato all'idea di un'identità
comune da selezionare e distinguere, proprio perché connesso
con l'idea del digiuno o del non interesse particolare al cibo.".
Allora, "L'idea di una funzione di controcampo dell'omogeneità
nel gruppo riguarderebbe insomma lo stimolo verso i primi movimenti
psichici, come un organizzatore elementare di situazioni molto
indistinte e disarticolate.". Credo che sia molto importante
tenere presente questa dizione. Ora, certo che in questo modo
sembra che finalmente ad esse, nel gruppo, si possa dare un
nome, così come dare un nome al dolore. Nel lavoro di
Corrao su psicochenosi e coinodinia ritroviamo tutta l'importanza
del poter nominare, della dominazione del dolore. Ma, già
ha un sottotono che in realtà, anche se è un lavoro
di molti anni fa, ci riporta a qualcosa di molto attuale, rispetto
al nostro tema, perché, pensate un po', il sottotitolo
era Ecosistema mentale - oggi si parla molto di ecosistema mentale
- e dolore del gruppo. Un amalgama condiviso, chiaramente. Allora,
certamente ciò presuppone che il soggetto dell'esperienza
sia collocato in un campo di eventi che siano interagenti tra
di loro, sia all'interno e sia all'esterno del medesimo soggetto,
che viene concepito come un sistema in trasformazione, più
o meno discontinua però. Però anche sincrona rispetto
al campo - che costituisce il campo di un gruppo -, da cui è
costituito il gruppo stesso. Allora, nel gruppo il dolore che
viene portato e che viene nominato, e qui c'è tutto un
problema interessante che è riferito alla cognizione
del dolore, quindi anche alla cognizione del bambino del dolore,
è fisico e mentale e la sua espressione, di poter dare
un nome al dolore, presuppone uno scenario non solo di condivisione,
ma dove la condivisione è, nello stesso tempo, apprensione.
L'esperienza del dolore di gruppo, per alcuni aspetti, rende
quindi possibile la costruzione della stessa espressione verbale
linguistica del dolore. In un certo senso c'è una ri-apprensione,
anche, dell'esperienza generativa originaria, che è proprio,
ricorda Corrao, data dal ritrovamento proprio di una congiunzione
costante tra le parole e le cose, tra il molteplice e l'uno,
tra l'insieme e le parti. Questo ci pone un problema che ci
riporta a molti degli elementi da affrontare, innanzi tutto
il fatto che la congiunzione costante col dolore, nel gruppo,
è istituita dal lutto, dall'operazione del lutto. L'operazione
del lutto necessita di una funzione rituale, per la sua elaborazione.
Questo ci porta al discorso della dimensione del rito. Dimensione
del rito fondamentale per il gruppo anoressico- non solo, ma
in particolare-, perché è fondamentale per l'acquisizione
di un ritmo, che possa scandire ciò che prima era impossibile,
cioè la cinetica degli affetti, che era impossibile perché
c'era un isolamento. Quindi c'è la possibilità
di una comunicazione e la possibilità di rendere, anche,
fruibili questi affetti congelati. Ci pone, questo, una serie
di problemi, che riguardano anche l'intervento dell'analista.
L'intervento dell'analista deve essere, come dire, dentro l'inferno
del dolore. Tante volte io ho raccontato che queste esperienze,
in gruppi, come queste, sono come un viaggio all'inferno, dal
quale bisogna poter fare ritorno. Poter fare ritorno, significa
però soprattutto ritrovare la possibilità di una
pensabilità, di un sentire e di una pensabilità.
Questo richiede la scansione di un ritmo parola-silenzio, fondamentale.
In tutti i gruppi, che hanno a che fare con le situazioni traumatiche,
la scansione della parola e del silenzio è generativa
di nuovi pensieri, e sono fondamentali. Mi fa venire in mente,
ho un ricordo, nel '78 ci fu una lezione, a Parigi, di Roland
Barthes sul come vivere insieme. Su questo come vivere insieme,
lui parlava soprattutto del problema che era assolutamente necessario
che ci fosse la giustezza del tempo vibrato, perché questo
consentiva il ritmo per il dolore. E faceva riferimento, a proposito
della cura dell'anoressica in convento, proprio all'esperienza
della ritualità monacale, della scansione delle ore,
della scansione del tempo giusto e necessario per la convivenza,
direi: il ritmo della coinonia. Questo, però, è
fondamentale soprattutto per il ritmo che i gruppi, i gruppi
terapeutici, tendono a instaurare, che è un ritmo intessuto
di interazioni sociali, attenzione! Questo è chiaro che
ci porta alla funzione del rito proprio su questo, perché
immaginiamo che, con il rito, si ripresenta tutta la corporeità.
E la corporeità è inserita in una serie di micro-mutamentri
continui, in connessione, questa volta, con la possibilità
di mischiare il pensiero e le parole. La coinonia mischia tutto
ciò, immaginate, il corpo, il pensiero, le parole, sono
tutti livelli che si mischiano, gli oggetti diventano soggetti,
i soggetti diventano oggetti. Ma questo, uno si chiede, a che
serve? Serve, in realtà, alla costruzione soprattutto
del Sé gruppale. Perché il Sé gruppale,
da questo punto di vista, come dirà Corrao in un lavoro
fondamentale, ultimo, sul Sé gruppale, è quello
che poi porta avanti il gruppo, ma anche, per oscillazione alfa-gamma,
per il fatto che poi ognuno si possa riappropriare del Sé
individuale. Allora, i temi, l'avete già visto, rispetto
all'elemento di questa mattina, di cui si accennava soltanto,
sono tantissimi. Io penso che ci sarà modo di riprenderli
insieme, ma vi ho solo dato degli input per un nostro dialogo,
in modo da poterli approfondire, però tenderei ad evidenziare
l'importanza di questa dimensione del ritmo della coinonia,
quindi dell'esperienza del dolore condiviso nel gruppo.
Francesco
Comelli- CHAIRMAN
Ho
attraversato questa sfida, quest'enigma, appunto, questa articolazione
della condivisione del dolore. Forse, ancora prima che del dolore,
dell'assunto di base, come diceva Lucilla, riferendosi al testo
di Stefania, con una domanda, probabilmente, anche sul grado,
sulla possibilità di poter attraversare una condivisione
con un oggetto autosvuotante, autodivorante, con questa posizione
molto difficile, in fondo. Perché, da un lato, sottolineerei
l'aspetto relativo alla trasformazione, siamo passati, in fondo,
dall'assunto di base anoressico, diciamo da una privazione svuotante
dell'anoressia, come qualcosa di privativo e autosvuotante,
a un modello, invece, di privazione virtuoso. Il fatto di condividere,
in effetti, col monastero, per esempio, dove vi è la
liturgia per delle ore e anche una certa rinuncia, una certa
privazione alla parola, costituisce, mi sembra, una trasformazione,
forse nel lavoro di Lucilla si evidenzia, proprio come ci si
riferisca al lavoro del gruppo. E poi anche tutto il discorso
sulla comunanza, sull'omogeneità, sulla comunanza inconscia,
come se, però qui volevo capir bene, si dicesse, da più
parti nel testo di Stefania e nel lavoro di Lucilla, che la
comunanza, l'omogeneità sembra essere, mi sembra, quasi
antecedente alla formazione dei gruppi omogenei di cui parliamo,
Lucilla
Ruberti - RELATORE
Dire
antecedente, fa venire in mente il nostro non considerare la
mente come isolata. Pensando anche all'esempio che riportava
questa mattina Massimo Ammaniti forse dovremmo interrogarci
ancora sull'esperienza del dolore. C'è un'apprensione
nella relazione, dell'esperienza del dolore.
Francesco
Comelli- CHAIRMAN
Sì
è vero. Mi aveva molto colpito il concetto di "gruppo
vicino ascoltante" anche, effettivamente il fatto che l'oggetto
di una grossa attenzione possa essere, dove va la mente dell'analista,
dov'è la mente dell'analista, quali sono gli ambiti dell'oscillazione.
Io pensavo e, mi ponevo questioni rispetto all'omogeneità
e all'individuazione, come se, in realtà, la mia impressione
è rispetto al libro di Stefania, almeno uno dei livelli
di attenzione, sembra quello legato un po' alla rinascita, alla
nascita e alla rinascita, alla categoria del rinascere. E, in
questo senso, stavo pensando se, in effetti, il gruppo potesse
creare proprio un luogo in questo senso, potesse essere un modo
di lavorare, un modo, connaturato al gruppo stesso, di costituire
un luogo in cui è possibile che il soggetto assista alla
sua rinascita. Ecco, se volete, possiamo interagire tutti su
questi temi.
Intervento
dal pubblico
Prima
di tutto vorrei dire che sono una studentessa, quindi ancora
senza nessuna esperienza nel campo, però ne sto venendo
a conoscenza oggi e sono affascinata da tutti gli interventi.
Ho letto il libro. Il libro mi ha portato addirittura a chiudere
gli occhi, in un momento, e ad immaginare il clima che si può
creare in questi gruppi. E si tratta di un clima intriso di
emozioni, e le emozioni, come si sa, hanno un peso importantissimo
con cui fare i conti, emozioni di dolore, soprattutto di dolore,
emozioni di traumi passati. E mi è piaciuta moltissimo
una metafora, che lei ha usato nel libro, del gruppo come contenitore
di questi elementi, appunto, rifiutati e il lavoro nel gruppo
come una sorta di vivaio, di serra, almeno lei così lo
ha descritto, una sorta di serra in cui proteggere tutti questi
elementi, proteggere da eventuali intaccamenti che vengono dal
mondo esterno. Però, comunque fortificare le cose, che
vengono fuori da questi gruppi, per poi farle magari uscire
fuori e quindi a contatto con le temperature del mondo esterno,
che poi è il passaggio successivo a questi gruppi. Io,
personalmente sono interessata, per via anche della mia tesi,
al discorso sulla sessualità nelle pazienti anoressiche,
e, leggendo, ho visto che è un argomento molto delicato,
soprattutto per chi ha subito traumi, nell'infanzia, di abuso.
E volevo sapere, in particolar modo da lei, visto che ha parlato
del dolore e della condivisione, come esce fuori, nel gruppo,
questo tema, il tema dell'abuso, quindi del trauma, dell'abuso
e della sessualità, che è delicatissima. Poi mi
era rimasta anche una domanda in sospeso prima, prima che interrompessimo,
per il dottore, che parlato della coppia. Lei lavora con la
coppia anche anoressica, volevo sapere le emozioni che vengono
fuori dal partner, se lei mi potesse dare delle delucidazioni
sulle emozioni proprio del partner della paziente anoressica.
Grazie.
Lucilla
Ruberti - RELATORE
È
interessante questa domanda rispetto al gruppo. Ricordo la supervisione
di un gruppo di ragazze, tra i diciotto e i ventidue anni, accomunate
soprattutto dal sintomo anoressico: il gruppo non andava avanti,
non c'era modo di procedere, anzi sembrava che dovesse quasi
arrivare alla morte, ed una delle ragazze, drammaticamente,
era stata urgentemente ricoverata in ospedale. Con l'assenza
di questa ragazza (che poi tornò due mesi dopo) nel gruppo
cambiò improvvisamente qualcosa. Da questa assenza, che
creò inizialmente quasi una totale paralisi del gruppo,
improvvisamente venne fuori il racconto, da parte di una delle
ragazze, di un abuso che lei aveva subito, da bambina. Ciò
consentì nel tempo il poter mettere insieme altri elementi
anche relativi alla colpa, e di poter iniziare a reintegrare
vari elementi scissi. Occorse ancora altro tempo per poter introdurre
elementi diversi, non traumatici, della sessualità. Immaginiamo
infatti l'irruzione potente della sessualità violenta,
data dall'abuso, che nel gruppo comportò il congelamento
di tutto l'aspetto sessuale. Il problema era: come ritrovare
l'elemento vitale, non perverso, della sessualità? Si
trattò certamente di attendere la possibilità
di un germoglio in questo gruppo di ragazze per poi vederlo
sbocciare. Nascere da piccoli germogli: a volte uno sguardo,
una postura, un colore di un vestito, tutto indicava l'attivazione
relativa all'identità femminile, sulla quale, poi il
gruppo iniziò a lavorare.
Giulio
Cesare Zavattini - RELATORE
Per
rispondere a quanto è stato chiesto vorrei sottolineare
uno dei punti, che la dottoressa Ruberti ha messo in evidenza.
Mi sembra che, accanto al tema del dolore che implica un lavoro
interpretativo sulle emozioni e contenuti interpretativi, vi
sia da lavorare sulla struttura come insieme, per esempio sui
"transiti".
Sto pensando, per esempio, agli studi della scuola di Ginevra
sull'osservazione del bambino nella prima infanzia, di Elisabeth
Fivaz-Depeursinge, in cui nella costruzione del modello sperimentale,
sono i transiti all'interno dei vari compiti affidati alla triade,
padre-madre-bambino, uno degli aspetti più importanti.
Alludo a come si passa in quel modello da un'organizzazione
della relazione madre-bambino, a quella padre-bambino o la triade
come insieme. Ossia livelli diversi d'organizzazione e i "passaggi"
da un'organizzazione all'altra.
Credo che questo sia imparentato con quando il professor Ammaniti
faceva riferimento al lavoro di Stern, al tema della danza e
dell'interazione. Tra parentesi, la metafora della danza è
usata anche da Minuchin, questo sta a indicare come il tema
del ritmo, oppure della turnazione, oppure i disturbi della
turnazione, o i disturbi del mirroring, vanno nella linea che
vede più nella comprensione della processualità
l'attenzione, più che sul disvelamento, sulla comprensione
dei contenuti.
Ciò, sicuramente, aprirebbe un discorso che all'interno
del lavoro coi gruppi ha un certo rilievo, che riguardi il ritmo
del gruppo. Io lo conosco meglio in relazione al ritmo all'interno
di una famiglia o al ritmo all'interno di una coppia. Detto
questo e proprio, in un certo senso nella domanda c'è
una giusta sottolineatura, però lì sta il problema
visto che si è osservato: "emozioni che escono fuori
dal partner", il punto è che sono situazioni, sono
pazienti, in cui le emozioni non escono, o non escono così
facilmente. Perché emozioni che escono fuori dal partner,
implica poter rifletterci sopra e riconoscerle.
Intendo dire che nel lavoro con le coppie uno degli aspetti
più rilevanti è la costruzione di uno scenario,
che possa permettere un dialogo e possa permettere anche di
lavorare, da parte del terapeuta, sulla qualità delle
interazioni e delle turnazioni. Forse, prima di arrivare alla
possibilità di lavorare sulle emozioni, ci vuole molto
tempo, cioè non è un punto di partenza, è
un punto di arrivo.
L'altro aspetto è che all'interno del mio gruppo di ricerca
c'è una notevole attenzione a quello che si chiama "l'attaccamento
adulto", in particolare "l'attaccamento al partner",
che noi studiamo mediante un'intervista che è mutuata
dall'AAI, portata avanti dal gruppo di New York di Judith Crowell,
ma che è studiata più sull'attaccamento al partner.
Si può vedere, in queste situazioni, che ci possono essere
classificazioni di tipo più distanziante, in cui sono
presenti, come può essere molto frequente l'idealizzazione,
oppure addirittura una non-memoria, una mancanza di memoria
per il passato. Questo va nella linea che vi è qualcosa
da costruire, nel senso che sono situazioni in cui, quello cui
facevo riferimento nelle tre vedove penitenti del 1300, gli
elementi di rabbia, di sopraffazione, che possono essere all'interno
di un matrimonio deludente, non prendono ancora corpo, e quindi
il tipo di protocolli può essere, apparentemente, molto
piatto.
Faccio riferimento all'idea che talora le emozioni non sono
un punto di partenza, possono essere più inferite, però
non sempre possono essere così immediatamente interpretate,
nel senso che è necessario costruire un setting. Credo
che su questo, forse, Stefania potrebbe dirci quanto può
essere legato anche alla funzione del gruppo, nel senso di arrivare
a.
Un ultimo riferimento, l'importanza poi dello svincolarsi dal
gruppo monotematico, credo che ciò vada nella linea della
differenziazione. La linea della differenziazione, come punto
di arrivo e non di partenza, può essere molto presente
all'interno di una coppia relativamente simbiotica, che può
essere presente in questo tipo di lavoro.
Alfredo
Lombardozzi
Mi
sembrava che l'intervento di Lucilla era molto bello, anche
perchè dialogava col libro ed il pensiero di Stefania,
avendo fatto riferimento agli altri suoi contributi. Un particolare
aspetto mi ha interessato e riguarda il rapporto che ci può
essere tra il trauma, o meglio, l'elemento traumatico e la colpa.
Mi chiedevo se in questo caso, si potesse parlare sostanzialmente
della colpa depressiva.
Stavo pensando anche ad un fatto. Giorni fa ascoltavo un programma
alla radio e c'era un ascoltatore che faceva una domanda, in
una trasmissione, a Vittorio Zucconi. L'intervenuto chiedeva:
"vorrei sapere perché tutte queste donne, queste
ragazze, che stanno nelle fotografie delle riviste di moda hanno
lo sguardo triste". Questo mi aveva colpito molto. Ho pensato
che questo aspetto si ricollegasse anche al discorso di una
certa ideologia o comunicazione sociale a cui si fa riferimento,
riguardante l'immagine del corpo femminile ed ora anche maschile.
Giuseppe Di Chiara in un suo bel libro descrive quelle che lui
chiama 'sindromi psicosociali'. Nei gruppi sociali avvengono
processi di scissione, che permettono di attribuire al gruppo
altro da sé aspetti denegati e non accettati a livello
sociale e morale. Mi chiedo se ciò non sia una qualche
manifestazione di un controcampo, forse, in senso invertito.
Si potrebbe dire che il gruppo di anoressiche può funzionare
proprio perché riesce a elaborare certi sentimenti ed
emozioni, altrimenti irrigiditi in certe configurazione psichiche
condensate nell'immagine sociale della magrezza e, forse, della
tristezza.
Volevo ora tornare al primo punto su cui sono intervenuto, pensando
alla relazione di Lucilla, per capire meglio, se possibile,
quale sia il rapporto tra il trauma, la colpa e la depressione
e quali siano le possibilità, nel gruppo, di poter favorire
processi di pensabilità.
Luisa
Pellerano
Devo
dire che sono stata molto sollecitata dalla relazione di Lucilla,
anche perché ero ancora sull'onda di quello che avevo
chiesto e quindi mi sembrava, quasi in un delirio di riferimento,
che fosse fatta per rispondere a me. Però, posso dire
che appunto, utilizzando poi un linguaggio, di cui avrei voluto
evidenziare delle parti, ma è tardi, e avendo una grande
complessità, mi ha dato, proprio come lei si augurava
all'inizio, o come dice del libro di Stefania Marinelli, una
provocazione sulla complessità e diciamo che tutte queste
provocazioni stanno ancora lì dentro di me, nel vivaio,
e ancora difficilmente trovano anche una capacità di
identificarsi e articolarsi in una domanda. Quindi voglio evidenziare
solo due spunti, che mi hanno colpito, perché forse sono
riuscita a dargli un significato attraverso altre esperienze.
Uno era il racconto che Lucilla faceva del momento in cui per
il gruppo, di cui faceva la supervisione, è stata necessaria
una riedizione di un evento reale, un ricovero, un trauma, qualche
cosa del genere, perché, pur riattraversando un momento
di paralisi, eccetera, perché si potesse incominciare
a dare un nome, cioè a creare significanti in qualche
modo intorno a una esperienza di dolore convissuta transferalmente
nel gruppo e che quindi cominciasse questo lavoro del dare un
nome e poter creare i piccoli mattoncini. E questo mi faceva
pensare a una esperienza, invece, appunto collaterale in cui
ho sentito che questa funzione, qualche volta, è stata
svolta, nel gruppo, non solo dall'evento reale, ma dalla costruzione,
apparentemente non si capiva perché, di una bugia. Cioè
di una bugia circa un evento che sarebbe avvenuto. Nel caso
a cui io penso, è stato il racconto di una violenza non
reale, di cui io ho ben capito che non si trattava di una cosa
reale. Cioè no, "ho capito", sono rimasta in
sospeso, perché forse era necessario che si restasse
in sospeso, che non si desse il segnale di verità o non
di verità. Era importante costruire una storia intorno
a qualche cosa che aveva a che vedere con l'abuso, con il trauma,
con l'assenza, e tutto questo era descritto da una bugia, come
se fosse un piccolo nucleo di racconto possibile intorno a qualche
cosa di impensabile, che intanto prende quella forma: viene
raccontato come violenza subìta. Poi, dopo, nel tempo,
si è sciolta anche la riserva, perché aveva già
fatto il suo effetto, in qualche modo. Questo mi sembrava importante,
appunto, come quindi è importante il vivere un lungo
tempo nel gruppo, perché avvengano delle cose, e a queste
cose, insieme, si possa cominciare a correggere in qualche modo
quella funzione, che forse la madre non ha potuto avere, di
riconoscere il segnale, di dare un nome a quella sensazione,
di restituire "ah questa è fame", "ah
questa è". Non vorrei allungarmi troppo, un altro
elemento che invece mi intrigava, perché è un
po' il mio campo, è quello del ritmo. Ecco rispetto a
questo mi ritrovavo sull'importanza del rituale, in quanto qualcosa
che prende il ritmo, e mi ritrovavo perfettamente nella relazione.
Tanti anni fa, quando partecipavo ad un gruppo, che ha avuto
molta importanza per la mia formazione, su questo contenuto
di assenza-mancanza, lo facevo con Traversa, Russo e altri.
In quell'occasione mi venne da interrogare un po' la funzione
del gioco del rocchetto, famosissimo, del nipotino di Freud,
non tanto soltanto nella sua funzione di poter padroneggiare
attivamente il trauma nel tempo [che è in scena], quanto
proprio per l'importanza che, accanto a questo, aveva la sequenza
e la regolarizzazione della sequenza. Ripeto una sequenza ed
è ritmo. Questo dall'altro si correla molto con il gioco
psicodrammatico, dove il rocchetto non è soltanto un
rocchetto-oggetto per non rispondere, qualche volta quindi può
convalidare quella difficoltà di simbolizzazione. Io
penso che l'anoressica faccia l'equazione simbolica, Lucilla
parlava dell'equazione simbolica, che è una prima parte
mi sembra della simbolizzazione, che però resta attaccata
a quell'oggetto e quello è, e non si sposta. Invece nel
gioco psicodrammatico il ritmo è fatto da persone e che
rispondono diversamente e che quindi rimettono in circolo e
frantumano continuamente il desiderio di una risposta totalmente
uguale, totalmente adesiva, che soprattutto l'anoressica cerca.
E quindi mi interessava molto l'importanza del rituale e del
ritmo che crea appunto una sequenza in cui si possono mettere
in gioco le equazioni simboliche
Lucilla
Ruberti - RELATORE
Credo
che la strada verso la simbolizzazione sia veramente lunga e
complessa. Penso che ci siano delle differenze laddove si ha
un'irruzione immediata del trauma e laddove c'è una situazione
di racconto, o di imbastire una bugia, come possibilità
di racconto. E penso che questo riguardi anche l'organizzazione
del gruppo rispetto all'evento traumatico. Ci sono aspetti,
per i quali bisognerebbe forse che Stefania scrivesse un altro
libro regalandoci una nuova occasione per poterne parlare a
lungo. Però credo che ci sia anche una differenza nella
connessione trauma-colpa, a seconda delle esperienze, perché,
oltre alla colpa depressiva di cui si parlava, non dimentichiamo
che queste situazioni hanno alla base anche una colpa di tipo
persecutorio. E qui si pone il problema dell'identificazione
e della relazione adulto-bambino, come insegna Ferenczi. Si
tratta di un tema molto complesso rispetto all'elemento persecutorio.
Francesco
Comelli- CHAIRMAN
Sentiamo
un attimo Stefania per un ultimo commento, poi concludiamo
Stefania
Marinelli
Sì,
credo che si stanno facendo quasi le due, dolorosamente, perché
vorremmo continuare almeno altre tre o quattro ore, penso, no?
Massimo
Ammaniti - RELATORE
Beh,
adesso non esageriamo!
Stefania
Marinelli
Comunque,
mi sono ricordata adesso, mentre Giulio Cesare mi faceva segno
di sedermi, per parlare, per corrispondere con le cose dette,
mi sono ricordata di un convegno dove un giovane psicologo intervenne,
e c'era un banco di relatori molto organizzato, accademico,
e allora gli dissero. "vieni qua, che si sente meglio"
e lui rimase invece lì e disse: "Ma io mi sento
meglio qui", allora io mi sento meglio al lato di questo
tavolo con amici, con persone che mi hanno aiutato, perché
questo libro "è stato" scritto, così
come diceva Pontalis - uno studente parlava ieri della frase
con cui Pontalis aprì una conferenza al Centro di Psicanalisi
Francese, si trattava di una conferenza sul sogno, dicendo "è
stato sognato", cioè portando un elemento impersonale.
E così questo libro. Ad un certo punto un libro, quando
viene scritto, non so, passa alle correzioni dell'editore, alla
tipografia, al computer, insomma viene trasformato: e oggi,
sicuramente, io mi sono sentita aiutata a riceverlo di nuovo,
molto arricchito, molto trasformato. Una piccola cosa che volevo
corrispondere, e che davvero mi darà da pensare nel prossimo
periodo, è questo tema dell'omogeneità. Volevo
dire una piccola cosa, cioè che, secondo me l'omogeneità
non è una categoria psicologica o sociale o a maggior
ragione psicoanalitica, ma è invece un accidente, un'occasione
in cui esiste un contesto per cui quel tale gruppo si trova
ad essere omogeneo. Per esempio, una categoria della Sanità,
che, in questo momento negli ospedali e nella psichiatria territoriale,
organizza sicuramente dei gruppi tematici. Però, d'altra
parte, come ci insegna un po' anche un'idea che ha Kaës,
insomma è una categoria della mente, cioè la parte
indifferenziata della mente individuale e sicuramente della
parte sociale della mente. Allora, io mi chiedo: ma perché
vedere le pazienti anoressiche in un gruppo, perché in
un gruppo tematico e monosintomatico? Sicuramente partirei dall'idea
che è un accidente, anche in questo caso, perché
è un ospedale, o perché è un'associazione
che ha dato l'occasione, e ha conferito un'identità a
quel determinato tipo di persone che si sono rivolte a quell'associazione,
che fa le ricerche su quel tema, in quell'ambito. Ma io credo
che quello che viene stimolato da un'appartenenza ad un gruppo
omogeneo, specificamente per questo tipo di pazienti, è
una fantasia di appartenere ad un popolo specializzato, non
solo mantenere l'identità attraverso il sintomo. Il professor
Ammaniti ha detto una frase brevissima ma molto significativa,
cioè ha detto che le pazienti anoressiche sono, credo,
spaventate, o addirittura terrorizzate, dall'idea di perdere
il sintomo. Quindi, il sintomo sembra poter riempire un vuoto,
conferire una identità, o, comunque, è necessario
mantenersi in relazione con esso, per tanti complessi motivi.
E allora sembra che l'appartenenza ad un campo monosintomatico,
monotematico di gruppo, nel campo delle pazienti anoressiche,
abbia l'idea di fondare come un nuovo territorio, mettiamo l'appartenenza
ad essere un popolo specializzato, non solo un individuo specializzato.
Allora questo sembra soltanto un campo di lavoro, di lavorazione,
di processualità che si potranno attivare, ma non una
sostanza: un accidente e non una sostanza, come in filosofia
si potrebbe dire. Abbiamo poco tempo, sarebbe ottimo fare un
tema su questa categoria in particolare, dell'omogeneità
del gruppo come "controcampo" che stimola l'individuazione.
Ma ora volevo ricordare una cosa, dopo che ho sentito l'intervento,
il contributo di Lucilla, volevo ricordare che un autore che
nei corsi di Psicologia Clinica si è studiato, che è
Bion, dice che la psicoanalisi è sì una disciplina
scientifica, ma anche un'arte: allora volevo ringraziare, in
particolare Lucilla Ruberti di aver fatto sentire, di aver portato
qui un'arte psicoanalitica della comunicazione, e anche forse
un'arte femminile che ha portato qui, ha rappresentato oggi,
e quindi ringraziarla. Vorrei anche molto ringraziare il dottor
Comelli, perché è stato generoso nel tessere i
fili della giornata, della discussione, veramente gli sono molto
grata.
RITORNA
A CONTRIBUTI TEMATICI