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GIORNATA DI STUDIO L'AQUILA


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UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI L'AQUILA
FACOLTA' DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
(Psicologia Clinica prof.ssa Stefania Marinelli)

Giornata di studio - 14 maggio 2005

Saluto del Rettore Ferdinando Di Orio, del
Preside Claudio Pacitti e del presidente dell’Ordine
degli Psicologi della regione Abruzzo Giuseppe Bontempo
(h. 9,30 - 10,00)

TAVOLA ROTONDA CON CLAUDIO NERI
Dialogo con gli autori del libro "Gruppi Omogenei" (2004 - Borla)


Partecipanti: Lilia Baglioni, Francesco Comelli, Livio Comin, Antonio Fazio,
Stefania Marinelli

 

Preside
Un momento rapido, che è quello dei saluti, che non vuole essere veloce per mancanza di rispetto o per togliere importanza a questa occasione, che anzi per noi è, lo vedremo, un momento di rilancio e speranza per il futuro per quanto riguarda il lavoro di strutturare la futura Facoltà di Psicologia, che ora si sta cominciando a costruire. Quindi, dicevo poche parole, intanto per ringraziarvi, voi che siete venuti, gli illustri colleghi che ci hanno onorato della loro presenza e che ci seguono da tanto tempo. Come dicevo, qui oggi compare l'ultimo logo "Facoltà di Scienze della Formazione" di cui tutti facciamo parte, ma sappiamo che fra pochi giorni, il primo agosto, si cambia, per diventare Facoltà di Psicologia, che, voi sapete, è nata, è stata già codificata a livello ministeriale, e così via. E questo ci mette addosso, a tutti noi, una grande preoccupazione. Perché? Per la responsabilità che ci prendiamo tutti quanti, noi, coloro che ci supportano, anche dalle altre Università, e anche gli studenti, per quella che è, dicevamo prima con il professor Neri, la visibilità che questa nuova entità avrà sulla realtà nazionale. Quindi è un tipo di impegno, non solo per noi, nella progettazione degli indirizzi dei Corsi di laurea, di quella che sarà la futura, ci auguriamo, impostazione scientifica, che ci vedrà tutti impegnati, non solo noi come docenti, ma anche voi come studenti, e tutti quanti vorranno partecipare. Quindi non facciamo anticipazioni, ma certo già sapete che noi partiremo con la triennale, "Scienze Psicologiche Applicate", con un paio di indirizzi, che vi illustreremo dopo; e che partiremo con una specialistica. La specialistica, dopo una lunga contrattazione col CUN, è stata intitolata "Psicologia Applicata Clinica e della Salute", con due indirizzi fondamentali, il "Clinico Dinamico", nel quale indirizzo la futura Facoltà si riconosce appieno, e per il quale si fonda anche sulla buona volontà e su tutte le aspettative che la professoressa Marinelli ci potrà dare; e l'altro indirizzo, per il quale agli studenti è difficile transitare in altre Università, anche romane, quello della "Psicologia del lavoro e delle organizzazioni". Noi partiamo con queste due linee, non sono le sole che vorremmo intraprendere, però, intanto, cominciamo a lavorare bene su queste, e, pian piano ad affacciarci sul panorama nazionale. L'unica cosa che, lo dicevo al Presidente dell'Ordine degli Psicologi, abbiamo escluso in questo momento, è Scienze dell'Investigazione, che è nata nella classe 34, ma che però, per il momento, non entra nella Facoltà di Psicologia, perché vorremmo essere concentrati proprio per questo tipo di sviluppo, per il quale, ripeto, ci aspettiamo aiuto da parte di tutti ed anche da parte dell'Ordine e pertanto passo la parola al Presidente per un saluto a tutti voi. Grazie.


Bontempo
Io devo ringraziare la professoressa e te per l'invito e per questa opportunità. Io ho fatto un lungo viaggio per rubarvi cinque minuti. Mi dispiace di non potermi fermare per ascoltare queste raffinate chicche della cultura psicologica sui gruppi omogenei. Mi piacerebbe che, qualche volta, ci incontrassimo con gli studenti, per parlare di politica della professione, perché il Presidente dell'Ordine parla della politica della professione. Io non sono un politico di professione, io vivo di psicologia, sono uno psicologo. Questo slogan, che andava di moda un po' di tempo fa, io l'ho sempre conservato nel mio cuore, perché io vivo di psicologia e gli psicologi devono vivere di psicologia. E il futuro che l'Ordine vorrebbe augurare agli psicologi, agli studenti di Psicologia, perché voi siete il futuro della psicologia in Abruzzo, è quello di vivere di psicologia. La professione di psicologo è una professione liberale. Le caratteristiche principali di una professione liberale sono l'elevata formazione, l'elevata conoscenza e l'elevata competenza professionale. Allora, intorno a questi temi si vanno ad intrecciare tutte le istituzioni che permettono agli psicologi, ai professionisti psicologi, di governare la loro professione, perché una professione è liberale se è in grado di governarsi. L'Ordine degli Psicologi è un momento istituzionale del governo della psicologia, però c'è, poi, l'altro elemento fondamentale che è l'autogoverno degli psicologi della loro professione. Noi ci troviamo in un momento storico sicuramente molto importante, per la ottima rappresentazione sociale che l'esterno, i nostri clienti, la nostra utenza, per usare una brutta parola, "il mercato" fa della psicologia. È un momento particolarmente d'oro della psicologia, però è anche un momento critico per la grande affluenza di studenti nei vari Corsi di laurea disseminati un tutta Italia: ne parlavo con il professore, poco fa, è un problema a livello nazionale. Allora le istituzioni devono lavorare affinché ci sia armonia e futuro per i professionisti. Nell'Università dell'Aquila, diceva la professoressa Marinelli, quando ci siamo sentiti, un mesetto fa, c'è un'armonia, una dichiarazione di intenti e un percorso sincrono tra l'Ordine e l'Università dell'Aquila, che ha accolto tutta una serie di istanze, per far sì che la professione di psicologo abbia un futuro in Abruzzo.
L'Università dell'Aquila sta crescendo, in qualità, e si sta ridimensionando in quantità. E questo non può che essere visto positivamente dall'Ordine degli Psicologi. Non è la sede ora qui, però più volte, hai fatto bene a rimarcarlo, abbiamo visto che c'è la spina nel fianco di Scienze dell'Investigazione. In quanto classe 34, con quel percorso creava non pochi problemi all'interno di un futuro sbocco nell'Ordine.
Per quanto riguarda l'elevata competenza professionale, questa mattina abbiamo un po' rimesso il dito nella piaga del tirocinio. Il tirocinio è un problema che sta molto a cuore all'Ordine degli Psicologi, perché è il primo momento in cui lo studente o il neolaureato del triennio si impatta con i temi forti della professione, sul modo di operare e sulle competenze riguardo proprio a come si esercita la professione. I problemi ci sono, e sono di varia natura. Spero che, in un breve arco di tempo, riusciremo a fare una conferenza programmatica con i tutor, con le strutture accreditate per il tirocinio, per delineare un nuovo quadro, rispetto alla trasmissione di queste competenze. Io ci credo molto, perché la professione di psicologo inizia con una buone esperienza di tirocinio, ma non solo una buona esperienza di tirocinio fatta di trasmissione di conoscenze tecniche, ma una buone esperienza di tirocinio fatta con la trasmissione dei dettami del codice deontologico. Perché l'istituzione degli psicologi, l'Ordine degli Psicologi, per tutelare e governare la professione ha creato il Codice deontologico, che è uno strumento fondamentale, che, di per sé, garantisce l'autogoverno e lo sviluppo della professione. Io non mi stancherò mai di ripetere, il Codice deontologico non è una gabbia per i professionisti. Il Codice deontologico è la garanzia della rappresentazione sociale della professione, che, detto in parole molto molto povere, va a metacomunicare all'utenza, ai clienti: "fidatevi di queste persone, perché sono in grado di autogovernarsi". Rimandiamo tutto alla prossima conferenza, grazie per l'invito, buon lavoro e auguri per questo splendido libro.


Cavalieri
Io che posso dire, dopo così belle parole, che sono state dette già precedentemente? Il Preside, Pacitti, vi ha rappresentato l'intento della nuova Facoltà, e il Presidente dell'Ordine vi ha chiarito, vi ha sottolineato e ribadito questo impegno e questa solidarietà che si è creata fra l'Università e l'Ordine, proprio per garantirvi una sicurezza professionale. Richiamava all'Ordine e al Codice Deontologico e mi faceva pensare a quando il medico, non lo so se lo fa ancora, faceva il Giuramento di Ippocrate. Il Codice deontologico è il codice che dovrebbe riguardare tutte le professioni.
La professoressa Marinelli io la ringrazio per avermi invitato, ringrazio il professor Neri e tutti gli altri collaboratori, voi studenti frequentanti questa giornata intensa, che sarà di stimolo per proseguire in questo entusiastico percorso nella vostra formazione, vuoi specifica psicologica, vuoi anche per la formazione che andrete a svolgere. Infatti c'è un gruppo di studenti del Corso di Scienze della Formazione per il Sostegno, quindi anche a loro un ringraziamento e un saluto e vedrete che sarà utile lavorare insieme, per poter avere maggiori competenze, domani, nella vostra professione. Auguri a tutti e auguri a tutta l'equipe, a lei professor Neri in modo particolare.

Marinelli
Allora grazie, grazie a tutti voi che siete presenti, grazie ai partecipanti della Tavola Rotonda, grazie al professor Neri, che farà un dialogo con gli autori del libro Gruppi omogenei. Gli studenti dei corsi presenti oggi conoscono sia il libro, sia il tema trattato, sia il libro del professor Neri Gruppo e credo che questo ci aiiterà nel lavoro comune di oggi. Desidero ringraziare, in particolare, il Presidente dell'Ordine degli Psicologi, perché ritengo che la sua presenza e le parole che ha rivolto a tutti noi, conferiscano una qualità alla nascita della nuova Facoltà di Psicologia, al suo legame con il territorio. E certo, da questo punto di vista, l'auspicio è quello di praticare un legame, attraverso i tirocini e altre attività, che dia la possibilità di qualificare l'apprendimento e le esperienze, in particolare nel biennio di specializzazione. Quindi, grazie di aver partecipato con parole molto illuminate. Grazie al Preside Pacitti, che ci incoraggia sempre e che ha messo uno slancio straordinario per gettare le basi per la nascita della nuova Facoltà di Psicologia. Ora dico di cominciare subito i lavori perché la giornata sarà anche faticosa forse, per tutti noi, però anche leggera, vediamo, vediamo poi nelle conclusioni, più tardi ci diremo se sarà stata più faticosa o, invece, più tonificante per noi. Adesso darò subito la parola ai partecipanti, vedo che siamo tutti qui, e vedo che il professor Neri, che era stato posto al centro fra gli autori, è tornato nella posizione iniziale, dove era collocato il suo nome, situata al lato di un gruppo, un gruppo di autori di un libro, e, quindi così pronto a dialogare su questo tema dell'omogeneità
Io credo che sarà Antonio Fazio ad introdurlo, ci siamo lasciati un carattere di spontaneità di gruppo per parlare, non abbiamo un ordine preciso, se non che ogni autore forse ha desiderio di interagire con gli altri e con voi sul tema trattato, della omogeneità e disomogeneità dei gruppi. Grazie.


Fazio
Credo che possiamo entrare subito nel vivo dell'argomento. Io comincerei accennando, brevissimamente, com'è nata l'esperienza di questo libro.
Il libro è nato da una serie di incontri di professionisti, che hanno condiviso l'interesse nella conduzione del lavoro gruppale, prevalentemente all'interno del lavoro istituzionale, con componenti del gruppo legati gli uni agli altri da elementi di omogeneità.
Credo che il merito che bisogna attribuire alla professoressa Marinelli è quello di essere riuscita a coordinare questi lavori, mettendo insieme una gamma piuttosto ampia di esperienze cliniche.
Come tutti voi sapete, in qualsiasi gruppo, ci sono degli elementi specifici che possono collegare i partecipanti fra loro, se si sceglie di osservarli da un determinato vertice, che puo' essere preso come punto privilegiato di osservazione.
Quindi, l'omogeneità è una caratteristica che può riferirsi alla condivisione di varie caratteristiche, come l'età, il sesso, la sintomatologia specifica espressa, la posizione di appartenenza nella specifica istituzione; possiamo pensare ad esempio ai gruppi che sono condotti all'interno degli ospedali, psichiatrici e/o di altro genere, ai gruppi condotti all'interno di istituzioni educative, ai gruppi per genitori, per bambini, per adolescenti, per immigrati.. Anche le componenti etniche, religiose, di classe sociale e/o appartenenza specifica ad una determinata categoria della popolazione, possono costituire dei vertici di omogeneita' su cui basare le nostre ricerche ed osservazioni.
Ci sono altre due cose, brevissime, cui voglio accennare, e che possono costituire una introduzione all'inizio della nostra discussione.
La prima si riferisce al rapporto fra l'omogeneità ed il senso di identità dei partecipanti al gruppo. Il fatto di potersi ritrovare in una situazione gruppale, condividendo degli elementi in comune, l'uno con l'altro, costituisce spesso un fattore che velocizza questo processo di rispecchiamento reciproco, che avviene fra i partecipanti al gruppo, e, quindi, diventa un sostegno, molto importante, per la formazione dell'identità. Processo che, per altro, nei gruppi misti avviene in modo più lento e, forse, un po' più problematico, specialmente in una prima fase.
Un secondo aspetto, collegato peraltro anch'esso al senso d'identità ed alle sue vicissitudini, e che, leggendo il libro, vedrete evidenziato, è l'elemento temporale.
Alcuni di noi sostengono quanto sia importante che, questo tipo di gruppi omogenei, si svolga all'interno di un periodo temporale circoscritto e limitato. Il motivo di questo sta nel fatto che è estremamente importante, per la propria crescita personale e per la propria creatività, avere anche la possibilità di un incontro col diverso da sé, mantenendo un rapporto dialettico, di scambio ed apertura con l'altro, e con chi e' diverso da noi. Questo aspetto puo' essere tanto utile e fondamentale, quanto il superamento della posizione di isolamento che puo' derivare dall'incontro con chi si percepisce simile a noi. Coloro i quali fra i conduttori di gruppo condividono queste perplessita', ritengono che ove il gruppo omogeneo andasse all'infinito, aldilà di un determinato periodo temporale, si potrebbe dar luogo a problemi di dipendenza, che potrebbero alla lunga diventare tanto difficili da superare, quanto quelli che si vorrebbe invece risolvere attraverso la costituzione artificiosa di un setting omogeneo, ma eccessivamente rassicurante. Quindi, il fattore tempo è un elemento che e' probabile emerga nella nostra discussione.
Io mi fermerei qui, ho voluto solamente rompere il ghiaccio, ed accennare ad alcune tematiche, che, sicuramente, potremo sviluppare un po' più in dettaglio nella discussione che seguirà.

Comin
Mi veniva in mente, ascoltando le persone che hanno parlato ora, che alcuni di noi erano qui all'Aquila ieri sera, e siamo poi andati a cena. Si è creato questo piccolo gruppo, e ad un certo punto della cena ci siamo domandati: ma, domani, come si comincia? C'era un elemento di sospensione, che la professoressa Marinelli ha verbalizzato, un elemento di sospensione, di attesa dell'incontro di oggi, vissuto con trepidazione. Mi veniva poi anche in mente il fatto che, da quando è uscito questo libro, io mi sono trovato a tenere più presente l'idea dell'omogeneità, non solo lavorando con i pazienti e con i gruppi, ma anche in vari momenti della giornata in cui questa idea è stata uno sfondo ai miei pensieri. Allora proprio in riferimento alla dimensione dell'omogeneità nella nostra vita, vorrei sottolineare l'introduzione del libro che hanno fatto Raffaella Girelli e Alfredo Lombardozzi, una introduzione che io considero una parte fondamentale e costitutiva del libro stesso in quanto viene fornito, in maniera articolata, uno sfondo ed un "fondo" antropologico, sociale e culturale per tutti gli altri lavori raccolti nel libro. Ed è collegandomi a questo fondo e alla nozione di "controcampo" esposta nel libro dalla professoressa Marinelli, che vorrei proporre una considerazione sulla omogeneità nella nostra vita.
In questa nostra società, come evidenziano i colleghi nell'introduzione, in questo nostro "villaggio globale" viviamo dimensioni di magma indifferenziato in cui le spinte regressive possono portare popoli, nazioni e collettività a regredire alle loro radici più primitive. E' molto significativo, a questo proposito, quanto accaduto nella ex Jugoslavia, dove la regressione all'origine etnica dell'identità collettiva è stata evidente.
Dunque, sul piano esterno generale, possiamo riscontrare che accanto alla tendenza all'espansione e alla dispersione del villaggio globale, c'è un'opposta tendenza, che assomiglia ad una sorta di "controcampo", verso le appartenenze più radicali e primitive, soprattutto etniche e religiose.
Sul piano dell'individuo, se pensiamo allo sviluppo ontogenetico, abbiamo che la situazione di maggiore omogeneità è quella della gravidanza, in cui l'omogeneità fra la madre e il bambino è determinata da un legame biologico dato e non scomponibile. Da questa condizione si passa poi alla fase simbiotica in cui l'omogeneità della relazione madre bambino diminuisce, per diminuire poi ancora con il progredire delle fasi evolutive. L'esperienza clinica ci indica che sono in aumento i disagi legati alle dipendenze (tossicodipendenze, disturbi alimentari, ecc.), cioè disagi che richiamano elementi conflittuali delle prime fasi dello sviluppo individuale, che possiamo considerare fasi a maggior gradiente di omogeneità. Sappiamo anche l'incidenza che ha la malattia del tumore, un tipo di malattia per cui Louis Chiozza evidenzia la possibilità di una regressione della libido che, non trovando fissazioni alle fasi evolutive precedenti, arriva a fermarsi nella fase fetale, cioè alla condizione individuale a più alto gradiente di omogeneità.
Viviamo dunque in un'epoca in cui l'omogeneità assume, fra le sue denotazioni, anche quella di una forte tendenza difensiva sia sul piano collettivo che su quello individuale.
Insomma, abbiamo molto a che fare, nella nostra vita, con l'omogeneità. Allora, io penso che dobbiamo cercare di entrare in rapporto in maniera consapevole con questo dato, abbastanza nuovo. Forse non è un caso che solo ora è stato fatto un libro specifico sui gruppi omogenei.
Per comprendere il valore di risorsa dei fenomeni omogenei, basta considerare che nelle istituzioni sanitarie, e chi ci lavora lo sa bene, la richiesta di lavoro di gruppo che viene più frequentemente fatta riguarda gruppi omogenei. Sto seguendo un gruppo di colleghe che si sono trovate a dover lavorare con gruppi richiesti dall'istituzione; sono due gruppi sull'alcolismo, due gruppi sui disturbi alimentari, due gruppi sui disturbi da attacchi di panico. L'istituzione propone, meglio chiede di partire dall'omogeneità. Ora, una delle questioni fondamentali è se noi riusciamo a sopportare un adattamento narcisistico come terapeuti, che abbiamo l'idea che la diversità sia una risorsa costitutiva per il gruppo. Essendoci soprattutto richiesto di partire da gruppi omogenei diventa necessario accogliere questo dato senza rinunciare ad utilizzare le parti disomogenee, diverse, del nostro pensiero e del pensiero del gruppo di cui ci prendiamo cura.
Vorrei dire un'ultima cosa, poi passo la parola a Lilia.
L'aspetto, secondo me, più particolare di questo libro è che vengono riportate tantissime esperienze di ambiti diversi e di approcci diversi, quindi l'omogeneità e trattata in maniera eterogenea. Penso che nel libro c'è anche la proposta di un approccio che possa consentire l'espansione delle esperienze e quindi anche della conoscenza delle funzioni dell'omogeneità. Di questo penso abbia gran merito la professoressa Marinelli, che ha avuto la capacità di attivare e tenere la gestazione di elementi di molteplicità, evitandone la dispersione.

Baglioni
Mentre ascoltavo il mio collega che parlava del sistema madre-bambino, mi è tornato in mente qualche cosa che è stato detto in un gruppo di studio, qui a L'Aquila, giovedì scorso: due persone parlavano del parto in acqua, e una diceva all'altra ma tu che cosa ne pensi, è meglio, è peggio? C'era un piccolo dibattito. E poi la prima persona ha detto sì, ma insomma il bambino passa dall'acqua all'acqua, però, ad un certo punto quello deve pur uscire fuori!
Vantaggi e pericoli dell'omogeneità. Dall'omogeneità si deve uscire, se si vuole diventare individui, e forse non una volta sola nella vita, e non tutto in una volta ma anche, credo, nell'omogeneità, nel non individuato, in ciò che è in comune bisogna poter entrare per vivere una vita mentale pienamente umana.
Penso che in un gruppo omogeneo, indubbiamente gli elementi omogenei sono più in primo piano, sia quelli che sono omogenei in superficie e che pre-esistono al gruppo, per esempio la diagnosi, (come in un gruppo di persone cardiopatiche), sia quelli più profondi che sono quelli a cui io penso sia utile fare riferimento in tutti i gruppi, che possiamo riferire ad aree della mente o dell'esperienza, in cui l' attenzione organizza per somiglianze, non per differenze e in cui l'omogeneita' è una tendenza. Più in un gruppo si lavora anche con i processi inconsci e con le emozioni, più queste dimensioni simmetriche o omogenee o in cui i confini netti fra sè e non -sé appaiono come una linea continuamente mutevole, diventano rilevanti per il lavoro.
Lo stesso avviene quando si lavora con gruppi molto grandi o in contesti istituzionali.
Quando parlo di uguaglianze, omogeneità, differenze, uguale, diverso, limitato o no in questo momento, ho per esempio in mente gruppi di pazienti con una diagnosi medica comune in un ospedale. Ora, se ci pensate bene, questi gruppi sono formati di persone assai diverse fra loro. Sono i gruppi più misti che uno può immaginare, perchè tutti prima o poi potremmo ammalarci, anzi è molto probabile che, se viviamo nel mondo occidentale o occidentalizzato transitiamo per un ospedale. Queste persone e il conduttore del gruppo si trovano tutte insieme in un certo momento in uno stesso luogo e, nel nostro caso, scelgono di considerare questo come un fatto importante o fondante. E da questo fatto si parte, però, per trasformarlo in emozioni, pensieri, vissuti, rappresentazioni, di sé e del gruppo, e poi elementi di una rappresentazione più complessa di sé e del gruppo che va verso una forma aperta, cioè qualcosa che non è definitivo, se non per frazioni di tempo.


Comelli
Intanto grazie a tutti i colleghi e alle persone che sono venute qua, volevo dare voce a vari pensieri che si stanno radunando, sia a partire da questa esperienza già percorsa insieme a quelli che hanno lavorato, sia sentendo le parole degli altri colleghi, sia sentendo un po' quello che risuona internamente intorno al problema dell'omogeneo e del disomogeneo. Per me è stato un passaggio non facile metodologicamente, in quanto , rispetto ai gruppi , ho iniziato a lavorare con gruppi eterosintomatici nel reparto psichiatrico, dove , insieme ad altri colleghi, avevamo pensato a gruppi costituiti dai ricoverati al di là di ogni possibile omogeneità per età, psicopatologia ecc ecc.. Oltretutto in questi gruppi venivano coinvolti anche gli infermieri, promovendo l'idea di contatto fra le diversità o se si preferisce promuovendo l' omogeneità rispetto alla residenza in un' unica istituzione. Per diverse vicende della vita mi ritrovai invece anni dopo, a lavorare in una struttura dove avevano adottato, già da tempo, i gruppi omogenei, proprio nel campo del disagio anoressico-bulimico. Ecco, quindi, io ho un vissuto la necessità di riflettere sulle diversità e anche sulle uguaglianze fra i due diversi ambiti in un tema , quello dell' omogeneità, che anche Bion aveva attraversato. L' autore di fatto, si era molto soffermato sull'omogeneità in "Esperienze nei gruppi", introducendo il valore del gruppo omogeneo nella comprensione della mentalità di gruppo nei suoi livelli consapevoli o inconsapevoli .
Quindi io trovo che, alla luce della deriva, come diceva Comin che porterebbe la civiltà attuale verso un' indifferenziazione, risulta importante capire quanto e come l' indifferenza diventi una patologia, individuando l'omogeneità come uniformità sintomatica e come presentazione uniforme coprente un mondo unico e soggettivo. Poi, credo che possa essere importante operare una riflessione che comprenda i gruppi omogenei sia per gli psicologi di Scienze della formazione, che per i laureandi in scienze dell'educazione: per i primi come finestra sui fenomeni clinici, per i secondi in quanto la conoscenza dei gruppi è importante anche nei contesti educativi, dove le finalità non saranno cliniche , ma dove i fenomeni di gruppo avvengono ugualmente.
Ecco, quindi, credo che un rimando importante del lavoro di Stefania Marinelli sia il collegamento fra i primi autori che hanno pensato all' omogeneità sintomatica e gli autori contemporanei , impegnati a differenziare l' omogeneità del sintomo dall' omogeneità del sentire , nel tentativo di reperire il sentire del soggetto immerso in un gruppo.
Il pensiero del soggetto che nasce dal gruppo omogeneo rimanda alla metafora del parto, come metafora di natività, ossia di una possibile nascita di un soggetto, a partire da una matrice omogenea. Nel mio lavoro con i gruppi omogenei, io mi sono trovato con la necessità, rispetto a quanto avveniva con gli altri tipi di gruppo, di stare molto attento alle possibilità, di dare uno spazio alla ri-nascita del soggetto, rispetto, per esempio, a quanto avveniva, più classicamente, con il gruppo eterosintomatico, dove si era orientati maggiormente verso il solo gruppo in toto. Queste sono alcune questioni che mi hanno un po' interrogato e, appunto, il discorso del parto e della nascita, mi è sembrato molto fondante per quello che riguarda la possibilità di vedere i piccoli segni di nascita all'interno di un'omogeneità, che possono dare un senso al lavoro di gruppo. Non dimentichiamoci che, molto spesso, le persone che arrivano a fare dei gruppi omogenei, hanno già vissuto un' omogeneità malata nella propria famiglia, e che hanno necessità di trattare i conformismi malati familiari a vantaggio della propria soggettività. In quest' ottica pertanto il sintomo, che noi vediamo come spauracchio di una patologia, diventa uno strumento per uscire dall'omogeneità familiare. Questi sono alcuni aspetti che mi incuriosivano su questo discorso dell'omogeneo, del singolo, della diversità e dell'uguaglianza: forse il gruppo con pazienti omogenei può scongiurare che all' interno di esso vivano i conformismi familiari da cui i pazienti tendono a differenziarsi.

Marinelli
Io volevo brevemente toccare tre punti, di cui dirò solamente i titoli, sarò molto breve, prima di passare il microfono a Claudio Neri. Vorrei ricordare tre punti, tutti e tre relativi all'identità. Il primo è quest'affermazione: noi viviamo un'epoca dove, da molto tempo, e forse per molto tempo, sembra che la cosa più emergente, come è nella psicopatologia, ma forse anche come una caratteristica e una qualità del nostro gruppo sociale, della vita che noi stiamo vivendo - è il tema dell'identità, dell'identità dei gruppi e dell'identità dei singoli, e della relazione tra questi due elementi. Il secondo punto che vorrei ricordare è l' intervista, che molti dei presenti conoscono per avere letto o studiato il libro Gruppo di Claudio Neri, nel quale è riportata - che io, anni addietro, gli rivolsi sul tema della identità all'interno del gruppo, delle possibilità e delle risorse del gruppo a proposito della formazione dell'identità del singolo. Il terzo punto, che vorrei brevemente accennare, è questo: oggi in fondo, qui, abbiamo un'omogeneità di gruppo di convegnisti, di studiosi, di persone che staranno insieme per una giornata a lavorare in modo omogeneo, e l'augurio, l'auspicio è che questa omogeneità restituisca, invece, tante individualità, per esempio, tante sensazioni, esperienze, pensieri personali e individuali, e allora questo significherà che il gruppo, per esempio, ha lavorato bene e che l'omogeneità, con tutte le caratteristiche che sono state descritte fin qui e continueremo a descrivere, avrà funzionato da stimolo verso, per esempio, la nascita della disomogeneità, o, comunque, avrà potuto creare una dialettica fra questi poli. Grazie.

Neri
Lo storico e critico gallese Raymond Williams (1961) ha formulato l'idea che ogni epoca ed ogni società dà vita ad una propria "struttura di sentimento", qualcosa che può forse essere avvicinato a ciò che i francesi chiamano mentalità: un clima culturale nel quale è possibile o facile provare e sentire certe cose, oppure pensare alcuni pensieri, ma non altri.
Ritengo che non possiamo capire un paziente soltanto sulla base dei suoi conflitti intrapsichici e della sua costellazione familiare; anche lo spirito dell'epoca influisce modellando la particolare forma che viene presa dalla sua sofferenza. Esempi di forme modellate dallo spirito del tempo sono: l'anoressia, l'uso additivo di droghe, le forme lievi del disturbo narcisistico.
Un reale contatto, una reale comprensione del terapista con un paziente che soffre di queste patologie sono possibili soltanto se vi è comprensione anche di come quella persona si è situata e si situa nell'epoca in cui vive.

Marinelli
Io nel ringraziare Claudio Neri per le parole che ci ha rivolto, passo la parola, di nuovo, ad Antonio Fazio, che riceve spesso questa richiesta da parte mia per la sua capacità di comunicare in gruppo. Ieri si è lamentato per questo, ma, insomma, poi, in realtà, credo che la accolga.

Fazio
Stefania tende ad utilizzarmi, in questo modo, spesso. Io volevo rispondere così, per associazioni libere, a quello che diceva Claudio. Claudio parlava del clima in cui noi viviamo. Non è un pensiero completo, quello che sto per enunciare, e mi veniva da pensare anche alla vita politica che noi abbiamo vissuto negli ultimi anni, specialmente dopo la caduta del muro di Berlino, fino all'undici settembre, la politica quindi di qualche anno fa, un po' come se nel mondo si fosse creata un'atmosfera che forse poteva esser avvicinabile in qualche modo ad una omogeneizzazione totalizzante e abbastanza disturbante... Fino a quando c'era la guerra fredda, nonostante tutte le tensioni, tutte le difficoltà, c'era anche però in atto una dialettica fra i diversi. Ora, i nostri "diversi" sono il terrorismo, sono la lotta interreligiosa col mondo arabo. E questo mi faceva pensare anche al concetto, che descriveva così bene Stefania, di controcampo, partendo dall'oggetto omogeneo biologico. Cioè, siamo tutti parte della razza umana, dove, in fondo, l'istinto alla procreazione, al portare avanti la sopravvivenza della specie, della vita, sembra che debba essere il tratto dominante, che noi tutti dovremmo condividere, fino al momento in cui, invece, non ci scontriamo con questo controcampo portato avanti da una cultura, così diversa dalla nostra, ed in cui questi valori non sono più così condivisi, dove esistono dei valori diversi e allora si riapre, ancora una volta, il ciclo di questa dialettica con l'altro, col diverso da noi, con l'opposto. Sono dei pensieri, forse un po' lontani dalla pratica clinica della conduzione del gruppo omogeneo specifico, ma mi veniva naturale reagire un po', con queste associazioni.


Comin
Pensavo, rispetto alle istituzioni, a quanto è successo lo scorso giovedì nel servizio di salute mentale in cui lavoro. C'era una riunione e c'era un'emergenza perché manca uno psichiatra, che starà via per parecchio tempo. La difficoltà riguardava le risorse per sostenere i carichi di lavoro e alla riunione partecipava il responsabile del dipartimento di salute mentale. Questo responsabile per affrontare il problema della carenza quantitativa delle risorse ha comunicato che l'Azienda Sanitaria aveva l'intenzione di riorganizzare tutto il settore della salute mentale cambiando le "processualità", cioè passando dal gruppo di lavoro dell'èquipe multidisciplinare a gruppi di lavoro specifici e settoriali, ad esempio un gruppo di lavoro per la cura delle depressioni, uno per le psicosi giovanili e via dicendo. Quindi, in realtà, proponendo l'affrontamento di una situazione di carenza di risorse, di una situazione restrittiva, aumentando il livello di omogeneità; dal momento che è più omogeneo un gruppo di lavoro che si occupa solo di pazienti depressi piuttosto che un gruppo di lavoro che si occupa di pazienti che hanno qualsiasi tipo di disturbo psichico.
Ad un certo punto questo responsabile è andato via e noi siamo rimasti, stranamente, a lungo in silenzio. C'era stato un collega che, mentre il responsabile parlava, aveva un foglio su cui aveva fatto una serie di "disegnini". Un altro collega gli ha preso questo foglio e, rompendo il silenzio, ha letto questi disegnini come fossero una rappresentazione dell'incontro fino a quel punto avvenuto. Poi un'altra collega si è messa a parlare di un altro operatore presente, dei suoi modi con cui rappresenta le cose. Si è creata una situazione scherzosa, poi abbiamo incominciato a parlare delle persone di cui ci prendiamo cura, cioè dei nostri pazienti.
Pensavo, riguardo a questi fenomeni dei gruppi di lavoro, a quanto sottolinea Giuseppe Di Leone nel libro (Gruppi Omogenei) , cioè al fatto che nell'équipe, nel gruppo di lavoro, è importante riuscire a valorizzare gli aspetti omogenei in cui si ritrovano le individualità, ossia gli aspetti individuali che possono poi diventare anche omogenei per il gruppo. Sulla scia di questo, pensavo al fatto che ci può essere come un funzionamento termico nel gruppo di lavoro. Nel senso che l'omogeneità si più presentare in termini freddi e persecutori, come era inizialmente accaduto nella nostra riunione: "Ah non abbiamo le risorse!", " Ci chiedono sempre l'impossibile!" Mentre l'utilizzazione degli aspetti individuali con valenze omogenee che segnala Di Leone (nel nostro caso le caratteristiche personali di rappresentazione, i "disegnini") possono avere una funzione di riscaldamento, di riattivazione del patrimonio affettivo del gruppo.
Un'altra cosa che mi veniva in mente, in qualche modo vicina a quello che ho detto ora, riguarda un mio amico, Gianni Di Norscia. E' una persona che ha lavorato con coraggio e creatività nei servizi di salute mentale e che quando abbiamo presentato il libro Gruppi omogenei a Firenze, ha insistito su quello che lui ritiene il pericolo che sta dietro al gruppo omogeneo, cioè il rischio che si trasformi in un gruppo di autoaiuto. Si tratta del rischio che, in un certo momento, si tenda a capitalizzare il patrimonio affettivo che è stato costruito nel gruppo, a spenderlo in relazioni concrete.
Questo rischio, a mio avviso, riguarda senz'altro i gruppi terapeutici, ma anche i gruppi di lavoro, le équipes dei servizi.


Baglioni
Il conduttore sta apparentemente in una posizione particolare, in un gruppo omogeneo, per un po' è il contenitore della differenza, la personificazione del disomogeneo.
Il dottor Comin molto opportunamente chiamava in causa i gruppi di autoaiuto, che sono una forma diffusa di gruppi omogenei per differenziarli da quelli terapeutici ed anche per notare come nelle Istituzioni questi possano essere piu' tollerati o persino favoriti perché non minacciano di modificare lo status quo, sono innocui palliativi o distrazioni. Penso che spesso è così e che dal raggrupparsi possono nascere cose buone, cattive, utili, disutili, e che un gruppo di autoaiuto che nasce con una finalità terapeutica forse più facilmente può utilizzare ciò che si crea come legame affettivo nel gruppo come blocco, come difesa da uno sviluppo degli individui. Allora continua a crescere il gruppo, in una zona protetta, come dire, una zona dove non c'è pericolo che influisca più e che stimoli più gli individui alla crescita e alla differenziazione a volte dolorosa.
Mi hanno però raccontato di recente che in un ospedale romano, grazie ad una organizzazione molto informale, inizialmente, una specie di gruppo di autoaiuto del tutto spontaneo di genitori di bimbi nati prematuri, si è costituita una associazione che, probabilmente, avrà un'ottima influenza nel migliorare non solo le condizioni dei piccoli degenti, ma anche, indirettamente, il clima lavorativo di medici ed infermieri.
Ho pensato che questo era anche il risultato del lavoro di un gruppo omogeneo, decisamente di autoaiuto, che si era sviluppato nella direzione di un gruppo specializzato, con funzioni di interfaccia fra i medici e i genitori, l'ospedale e il sociale. Non c'era all'inizio un disegno preciso, un progetto, anzi tutti si sono un pò sorpresi di come avessero fatto nascere questa associazione nuova ma, probabilmente alla costruzione avevano partecipato molti elementi presenti in quella particolare istituzione.
Forse, a qualche livello più omogeneo, c'era la possibilità che questa cosa emergesse. C'è stata una capitalizzazione del patrimonio affettivo prodotto e raccolto dal gruppo e una utilizzazione per un obiettivo comune ai membri. Questo é stato possibile, ma non era prevedibile a partire dal modello di sviluppo molto ambizioso ma più ingegneristico adottato dall'amministrazione dell'ospedale.
Un altro punto che mi aveva colpito era quello che Claudio Neri toccava parlando dello "spirito dei tempi", i pensieri che quest'epoca ha prodotto ma non è in grado di pensare chiaramente, di trattenere o dimenticare: pensieri fantasmi.
Nei gruppi, questi fantasmi si manifestano nei sintomi, negli stili degli individui.
Di questi pensieri, che non sono stati pensati dal gruppo sociale o dalla famiglia, gli individui diventano, non solo portatori inconsapevoli, ma anche dei laboratori dove si tenta la trasformazione di questo non pensato.
I sintomi, la malattia, un certo stile di vita non pensato ma religiosamente adottato a volte, sono non solo un modo per esprimere e dare visibilità a dimensioni del sé silenti o mortificate o ferite o non ancora sviluppate, ma anche un modo per provare a dare una forma iniziale a tutto questo non pensato, a questi elementi che, Bion direbbe, sono nell'ambiente, pensieri alla ricerca di un pensatore. I concetti di transgenerazionale e transpersonale sono utili per dare una forma e riflettere su questo tipo di esperienze.
Si può fare l'ipotesi che in un gruppo omogeneo questi elementi non pensabili intanto diventino più visibili, accorpandosi, e forse possano evolvere più velocemente verso la pensabilità.


Comelli
Stavo pensando, anch'io, agli interventi dei colleghi, riflettendo sul rischio che gli psicoanalisti si isolino dal contesto sociale, a fronte della necessità di un loro parere qualificato di fronte ad aspetti inquietanti rintracciabili nelle istituzioni psichiatriche. Le categorie operative degli psichiatri nelle istituzioni soffrono di una omogeneità operativa che non si accorda con il pensiero libero e terapeutico. In ambito istituzionale psichiatrico la riduzione delle differenze e l'omogeneità delle procedure, che a livello macrosociale, forse, può avere un suo ruolo, appare come una risposta univoca a tutti i pazienti, al di là della loro peculiarità. Sempre di più, nel panorama dei dipartimenti di salute mentale, dove peraltro faranno tirocinio gli studenti, si assiste al fenomeno del grande accumulo di procedure che partono dall'applicazione del DSM IV, con relativa immediata prescrizione farmacologica, nell'ambito di un'epistemologia statistica e medicalizzante, con il ricorso immediato al farmaco o tuttalpiù con proposte di psicoterapie capaci di dare istruzioni (cognitivo comportamentali). L'ideale è l'operatore operativo col programma già scritto e che lo applica bene. Questo, oggi, è quello che succede spesso nelle istituzioni, a proposito di sociale e di non pensato. E, parallelamente, mi sono trovato a considerare sulla necessità che, nelle istituzioni, vi sia un angolo, un dispositivo, un luogo, almeno uno, in qualsiasi istituzione, dove ci sia, invece, uno spazio per la pensabilità. In assenza di quello, io trovo che l'istituzione rapidamente si accartoccia su un fare, che, talvolta, come recentemente mi è capitato, è abbastanza inquietante. Io lavoro in una comunità per psicotici, a Milano dove risiede un paziente con problemi di persecutorietà, che ha dato grossi problemi in passato, ma che attualmente sta meglio, stabilmente, da anni. Lo accompagno alla visita dallo psichiatra del dipartimento salute mentale. Lo psichiatra lo vede una volta ogni due o tre mesi, e, dopo sette, otto anni di comunità, non ha mai ridotto i farmaci. Cioè uno può migliorare o peggiorare, come avveniva nel manicomio, ma i farmaci sono sempre quelli. Anche io sono psichiatra e anch'io non sono così pronto a tirar via i farmaci ai pazienti, quantomeno dipende da caso a caso, in quanto la prudenza è ovviamente importante. In quest' occasione però mi sono vergognato di essere psichiatra, non dico per la prima volta, perché può capitare spesso di vergognarsi, però, in questa occasione, mi sono vergognato di essere psichiatra. Perché? Perché questo collega, con lo stemma dell'istituzione pubblica, senza nulla togliere né a lui né all'istituzione stessa, cosa dice a questo paziente che chiedeva un aggiustamento del farmaco, una riduzione di un certo tipo di farmaco, che lo coarta? Gli dice "questo farmaco non glielo riduco", ma di fronte alla domanda del paziente sui motivi della mancata riduzione, lui risponde "perché questo farmaco serve a controllare la sua aggressività, cioè serve per tener giù la sua impulsività". Il paziente ribatté: "Guardi dottore, sinceramente, io ho bisogno di essere un pochino più impulsivo, invece, perché è tutta la vita che sono compresso" In realtà il paziente viveva asserragliato nella comunità, mentre adesso, forse più impulsivamente, ha comprato una moto e va e viene dalla comunità con la moto, muovendosi ed essendo più vivo.
Adesso, al di là delle determinanti specifiche del caso, mi colpiva un pò l'omogeneità anche degli psichiatri, insomma l'omogeneità nel rispondere sempre uniformemente e senza vero dialogo con i pazienti. Gli psichiatri del servizio pubblico che hanno carichi enormi per difendersi devono rispondere così, ma visti dal di fuori appaiono insufficienti e stereotipi nel loro lavoro. Anche parlare di un cosiddetto "paranoico", può essere un'altra definizione omogenea, potrebbe essere paranoico per sempre, o diminuire le sue valenze persecutorie in base al lavoro terapeutico in toto che può svolgere. Un corpo di procedure continuative e poste fuori da un dialogo può favorire il non pensato, o il non percepito. In questo caso è possibile che il collega fosse spaventato, ma era uno spavento non accessibile e non comunicabile.
Un' altra questione sulle omogeneità che oggi fa sempre scalpore è quella del settentrionale e del meridionale: una paziente calabrese, nel mio studio a Milano, mi diceva: io la rifiuto, non posso neanche guardarla , lei è nordico e non capisce nulla di me che sono del sud.
Io, per un momento, ho pensato di aver effettivamente sbagliato qualcosa, perché tutto il discorso era sull'essere dello stesso paese, dello stesso luogo, essere tutti settentrionali o tutti meridionali per potersi capire.
Io le dissi, sentendomi rifiutato, che mi sembrava che lei mi facesse provare il senso di rifiuto che aveva dentro. Questo provocò uno "scioglimento della tensione" e una possibile continuazione del nostro lavoro.
Effettivamente quindi mi sembra che sia necessario operare una distinzione fra le varie omogeneità, per poter trovare dei linguaggi che possano trattarle e riconoscerle nei loro aspetti di utilità o di disagio.


Marinelli
Io vorrei, brevemente, così cerchiamo anche di darci un ritmo, tornare un momento sul tema dell'identità e, in particolare, dire qualcosa che forse è anche pesante, ma ho l'idea che vada detta. Pensavo cioè che chi parla di psicoanalisi, di psicoterapia psicoanalitica, o crede di parlare di psicoanalisi, fa a volte, rischia di fare dell'ideologia quando dice che, per esempio, cambiare è difficile, che la paura del cambiamento è difficile, ma poi, insomma, bisogna affrontare l'evoluzione e il cambiamento. Quale cambiamento? Quale evoluzione? È sempre possibile affrontare l'esperienza del cambiamento? Del cambiamento reale, che non sia quello conformistico di cui anche abbiamo parlato? Forse non sempre. Forse sarà saggio, da parte del curante, nel caso in questione, di sapere quando il cambiamento non si può fare in un dato momento. Pensavo alla giornata di studio che abbiamo avuto, insieme con molti di voi che vedo oggi qui, il 21 gennaio e per la quale ancora ringrazio Paola Saia, che ci ha dato registrazioni e sbobinati molto accurati, molto precisi, e abbiamo potuto, rileggendoli, ritrovare tanti pensieri, tante esperienze fatte quel giorno insieme. Vi comunico a questo proposito che questo resoconto presto verrà messo on line, sul sito dell'associazione Argo, l'Associazione per la Ricerca sui Gruppi Omogenei, all'interno del sito di Funzione Gamma. La maggior parte di voi ha visto la presentazione di questo sito e della rivista Funzione Gamma, all'inizio del Corso. Mi sono ricordata rileggendo appunto questi sbobinati che Paola Saia ci ha fatto avere e per cui le siamo grati, un elemento che faceva parte di una presentazione di Massimo Ammaniti che, parlando delle ricerche dell'Infant Research sull'attaccamento e di alcune osservazioni fatte sulle esperienze dell'allattamento come momento in cui lo sguardo è quello che caratterizza l'esperienza di allattamento fra madre e bambino rispetto a tutte le altre specie animali, indicava come lo sguardo sia un veicolo importante di ciò che lui stava prendendo in considerazione in quel momento, cioè l'elemento del ritmo. E parlava degli scambi sonori e visivi che avvengono tra la mamma e il lattante, nel senso del ritmo: ad esempio, pause, silenzio, parola. La mamma intervalla con un'iniziativa vocale la suzione del bambino o la sospensione della suzione. Allora le osservazioni facevano vedere come il bambino era ritmato dal silenzio o dalla iniziativa, invece, verbale della mamma a riprendere o no la sua attività. E questo riguardava la capacità di fondare il ritmo, le esperienze di ritmo e di regolazione del senso di sé, della propria attività o passività, all'interno della relazione dell'infante con la madre. Allora io pensavo di tornare su questo tema dell'identità come fragile e della difficoltà del mutamento, se essa non è stata sostenuta a sufficienza da esperienze di regolazione, di ritmo e di rispecchiamento adeguate. In fondo se, a questo livello, come Ammaniti ricordava, il bambino vede se stesso nello sguardo della madre, che cosa vede nel suo sguardo? Vede l'idea che la mamma ha di lui. E così, diceva, ecco io, nel mio relazionarmi con l'altro, lo riconosco, quindi gli do' identità, quindi riconosco la sua identità, ma lo riconosco anche attraverso quello che io penso di lui, quello che io sono quindi. Allora, se in questo mondo, di queste esperienze di base, c'è stata una difficoltà, se c'è stata deprivazione, se c'è stata lacerazione, non possiamo immaginare che cambiare, cioè rivivere questa omogeneità originaria, di un trauma per esempio, sia facile, anzi addirittura potrebbe essere impossibile, durante un processo di cura, o forse dovremmo immaginare fasi e tratti evolutivi discontinui. Ho l'occasione di insegnare a Medicina Analisi psicologica delle organizzazioni, al Corso di cui è presidente di laurea il prof. Sechi, con le assistenti sociali che fanno un biennio di specializzazione, per fare la loro carriera nell'ambito dei Servizi. Sono venuti a partecipare anche studenti di Psicologia del biennio di specialistica a questi Corsi, ed anche qualcuno della Facoltà di Scienze dell'investigazione, così che si era creato un gruppo molto particolare, perché al suo interno c'era la rivendicazione di ruoli e competenze diverse, e anche elementi di conflitto. Ma poi l'elaborazione complessiva è stata di interesse straordinario. Questo per indicare ancora quanto può essere difficile cambiare, e apprendere a concepire il diverso da noi. I casi presentati al Corso per la discussione in gruppo e la supervisione erano tutti simili fra loro, e insistevano su alcuni aspetti insolubili da parte del Servizio sociale. Ricordo che veniva presentato dall'assistente sociale che aveva seguito, in un tempo longitudinale, un caso che in realtà non era un caso, ma un gruppo di casi, dal quale emergeva che questo gruppo di persone era come ai bordi della società, ed era caratterizzato interamente dall'essere un gruppo criminotico, un gruppo gravemente deprivato, che frequentava in modo stabile il Servizio sociale al fine di strumentalizzarlo, ricattarlo, e che vi afferiva non per curarsi o riadattarsi, ma per prendere soldi (assegnati dal programma di protezione richiesto per loro). Alla conclusione di questa proficua discussione in gruppo di questo caso, quello che emergeva dallo scambio e dall'attivazione comune, tra l'altro con molti apporti intelligenti e con pensieri autentici sulle cose reali, era l'idea che poi, in fondo, c'era molta frustrazione da parte del Servizio nel sentire che comunque non c'è cambiamento, ma solo nient'altro che farsi sfruttare come Servizio pubblico, oppure assistere passivamente a una criminalità che non cambia mai e perfino collude con le istituzioni. Invece poi, esplorando e condividendo altre considerazioni, si era visto che in fondo il Servizio nel tempo, con piccoli interventi delimitati, anche se non erano mai stati né pensieri né attività di cura, era stato capace di contenere gli elementi criminali di questo gruppo sciagurato. Pian piano si risalì, nella ricostruzione degli elementi del caso, alla nozione che questo lungo periodo criminale che questo gruppo e queste persone avevano cominciato a fare, era in relazione con il trovarsi in un lungo periodo di esilio, per motivi criminali, dalla città di origine. L'esilio aveva avuto luogo perché all'origine alcuni di loro (la madre e suo figlio, a cui si era aggiunto solo dopo il convivente con il proprio figlio) erano stati testimoni oculari di un delitto, e per questo erano stati inseriti in un programma di protezione. Però il gruppo considerò anche come queste persone che avevano accettato la scelta di emigrare, di perdere l'identità e il proprio documento di identità, successivamente, dopo il lungo periodo di sfruttamento e ricatto del Servizio sociale, erano riuscite a recuperare il loro documento di identità e accettato di tornare nella loro città. Si vide in particolare come la madre e il figlio avevano potuto infine ritrovare la loro identità, dopo avere fatto una separazione dalla terra di origine, dove avevano vissuto un lutto grave - (l'uccisione del marito della signora e padre di suo figlio, che era stata simile a quella di cui erano stati successivamente testimoni). Allora sembrò nel gruppo di poter pensare che il Servizio e l'istituzione, anche nella loro parte di lavoro più opaca, più frustrante, più priva di pensiero e di attività simbolizzante, invece, si metteva in condizioni di restituire pensiero, occasione di cambiamento, per avviare un nuovo modo retrospettico di concepire gli eventi. Il gruppo riusciva a restituire senso e significato a tutta questa vicenda, in cui le persone cominciavano a non essere più soltanto delle persone deprivate, emarginate e criminotiche, ma ad essere qualcuno che aveva fatto un percorso che aveva significato qualcosa. Allora, chiedo scusa di aver detto una cosa anche così drammatica, però, intanto, dico che il gruppo ha lavorato bene, e questo mi sembra una cosa molto bella, che all'interno dell'Università ci sia anche questo contatto col territorio, o comunque questa capacità di pensare in termini anche abbastanza avanzati. E poi anche ribadisco che cambiare può essere difficilissimo, perché gli elementi della rottura dell'identità possono anche essere terribilmente difficili da riorganizzare. E allora riandare alla omogeneità del non essere, per fondare una disomogeneità dell'essere, contiene una gravità, che può essere affrontata in un tempo anche molto lungo. Credo che tutta la vita noi evolviamo, finché noi siamo vivi. Grazie


Neri
I ragazzi - se sono "zecche" - si mettono vestiti stracciati, con i buchi. Se sono i "precisi" si mettono il vestito, l'orologio griffato.
A volte, queste mode dei ragazzi giovani vengono riprese e "perfezionate" dalle case di moda. Per esempio, Valentino ripropone la "moda stracciata".
L'omogeneità dei vestiti può essere un primo modo, attraverso cui una generazione di ragazzi pensa la particolarità del tempo in cui vive.

Marinelli
Sì, io ringrazio molto Claudio, per le parole che ha detto, in conclusione di questa prima parte della giornata, con una certa commozione e con una certa gratitudine personale e forse a nome non solamente mio. E poiché vorrei pensare che parliamo e comunichiamo un pò tutti insieme, allora vorrei dare la parola a chiunque abbia pensieri, parole da esprimere, vedo fra l'altro che nella sala ci sono anche molto altri autori del libro Gruppi omogenei, e ci sono tanti studenti che hanno partecipato, che hanno letto, che hanno studiato. Ecco allora, la parola, per ora, a Maria Rosaria.


De Maria
Grazie. Sono contenta di questa possibilità di comunicare con tutti voi, vorrei esprimere un pensiero, che ho cambiato durante, mi verrebbe da dire, questo gruppo, ma forse questa discussione. Perché, ieri, venendo qui in macchina con Livio Comin, avevamo pensato a questi cambiamenti che l'azienda sanitaria ci sta proponendo di fare in termini operativi, ma anche clinici, in maniera persecutoria. Dicendo che mancano i soldi e allora chiedono a noi di rinunciare, a parte la professionalità, di concentrarci su certe cose, eccetera. E lo stesso avevo detto ad un altro collega, incontrato qui. Poi, mentre questa discussione andava avanti, mi sono detta: ma, in realtà, non stiamo accettando un cambiamento, importantissimo visto da un altro punto di vista e forse molto vitale, che sta avvenendo nell'istituzione. E cioè per l'istituzione, innanzi tutto, noi prima eravamo "quei cari ragazzi che, ogni tanto, proponevano delle cose un po' originali, facciamogliele fare, perché intanto, poverini, qualche cosa devono fare!" Quindi, quando noi proponevamo i gruppi omogenei, i gruppi monosintomatici, eccetera, all'inizio, eravamo visti un po' così: "sono degli originali, si sa, sono psicologi! Lasciamogli fare qualcosa". Ora che accettano questa cosa che noi abbiamo proposto, anzi ce la ripropongono come elemento evolutivo, oltre che organizzativo, noi andiamo in una situazione un po' paranoica e ci chiediamo perché ce lo vogliono far fare? Quindi, come se noi non accettassimo, da una parte, forse, il cambiamento all'interno delle istituzioni, quindi, in parte, anche la nostra possibilità di influire nelle istituzioni; dall'altra, forse un altro cambiamento, che mi è venuto in mente, perché non avevo fatto un'associazione mentale, molto importante, su, invece, un evento, che avevo vissuto ieri. E cioè, ci siamo incontrate, con una collega, che Stefania conosce bene perché ha organizzato insieme a me, anzi insieme a lei, un gruppo di formazione sui gruppi che si è svolto a Firenze, durato anche parecchi anni, che ha prodotto anche un convegno importante, eccetera. Stavamo riflettendo su un altro progetto, che stiamo cercando di fare, e riflettendo su questo, ad un certo punto, la collega mi ha detto "Guarda che, secondo me, dobbiamo dargli, oltre quella che gli abbiamo già dato, un'altra angolazione, perché sono stata ieri ad una riunione molto importante, sul clima organizzativo". Allora secondo me, questo è il pensiero nuovo, che mi è venuto stamattina, che ancora non avevo pensato: l'azienda sanitaria, quindi che dà cura, incomincia a pensare a se stessa non più come deus ex machina, come quella che dispensa soluzioni ma incomincia a pensare a se stessa come un gruppo omogeneo. Quindi, non più come un'entità granitica, ma incomincia a pensare a se stessa in maniera complessa. Cioè, nel momento stesso in cui un'istituzione pensa, incomincia a pensare, perché è un evento ancora abbastanza raro, incomincia a pensare al clima organizzativo al suo interno. Vuol dire che comincia a pensarsi non come corpo unico, ma come gruppo, conflittuale, problematico, creativo anche, e quindi credo che apra grossissimi spiragli di elaborazione. In questo senso, in realtà, tutta la mia riflessione, forse, è partita dal fatto che il Preside ha detto che una delle specialistiche, che ci saranno qui a L'Aquila, sarà sul lavoro. E io so che molti miei colleghi lavorano, nelle aziende private, sul clima organizzativo, sull'organizzazione, sulla gestione dell'organizzazione, eccetera, di fatto, nel pubblico, questa cosa, sta prendendo avvio soltanto ora, ma forse spero che sarà un campo di lavoro per i nuovi colleghi, forse anche per noi, ma, soprattutto, può essere un campo di enorme riflessione, quindi, forse, di cambiamento, a cui accennava Stefania.

Marinelli
Grazie a Maria Rosaria, che ha portato questi pensieri, così freschi, così anche omogenei e disomogenei con la nostra riunione di oggi. Io vorrei che continuaste voi a portare degli apporti, poi vediamo se c'è un raccordo


Del Lungo
Buongiorno, sono Albertina Del Lungo e ho sentito molto vivace e personale il richiamo al clima dei tempi. Perché proprio parlare del fenomeno della gruppalità, e comunque dei processi di socializzazione, mi sembra che non possa essere, anche da professionisti, disgiunto da una riflessione su che senso hanno, appunto, le relazioni e il promuovere o meno tipi di relazioni fra i soggetti. Credo che dobbiamo mantenere una distinzione tra il modello tecnico dell'intervento sui gruppi e una riflessione, un'osservazione dei fenomeni sociali e, quindi, in questo, fare un discrimine senza ambivalenze. Detto ciò, mi piaceva, ricordare che negli anni '70, proprio con Claudio Neri, ho vissuto quell' "abbordaggio" alle istituzioni, che fu uno dei primi tentativi di portare la gruppanalisi nelle scuole materne, nei consessi dei professori, eccetera. Voglio dire che il fenomeno dell'aggregazione, dell'associazionismo oggi è molto diffuso e credo che sia un fenomeno che va letto come un bisogno proprio di autoterapia di una società che, invece, frammenta molto e lascia molto nella solitudine l'individuo. Io ho sentito molto spesso gli economisti parlare di beni non materiali, che sono proprio le relazioni, che non sono comprabili, in termini di beni di consumo, ma di cui siamo particolarmente assetati. Grazie

Lombardozzi
Volevo dire soltanto due o tre cose. Intanto volevo cogliere proprio il clima, che mi sembrava molto positivo e che qualche idea, non so se è nuova per gli altri, ma che è nuova un po' per me, che mi è venuta. Intanto pensavo al discorso del globale e del locale, che era stato già posto da vari interventi qui e là, prima da Fazio, poi dalla stessa Stefania e allora mi sembrava che si potesse sottolineare proprio la dialettica globale-locale. Perché, insomma, vedere la globalizzazione sotto questo doppio punto di vista e se pensiamo al gruppo omogeneo, eterogeneo, e via dicendo, allora il gruppo omogeneo, per come si è detto, non orientato al conformismo, permette di appropriarsi di una certa realtà locale e sentirla più in consonanza e più autentica, rispetto a certe forme di globalizzazione, interagendo con esse.
Questo era un punto.
L'altro aspetto, che mi veniva in mente, è un po' terminologico. Allora è possibile parlare di "omogeneo", "disomogeneo" ed "eterogeneo" come tre momenti. Nel senso che mi chiedevo se "disomogeneo" non fosse ancora connesso con l'idea di eterogeneità e se fosse possibile pensare che la dialettica omogeneo-etergeneo possa passare attraverso un momento, potremmo dire, "transizionale" della disomogeneità, che è probabilmente, come ipotesi, quella frattura, quel momento di passaggio, mi viene in mente un po' la faglia geologica, che può distinguere tra una direzione che il gruppo omogeneo può prendere, rispetto al consolidarsi, come diceva Comelli, su piani difensivi e, invece, andare verso l'acquisizione di una dialettica con l'eterogeneità. Questo mi chiedevo e se, appunto, il disomogeneo coincide con l'eterogeneo. grazie è stata una bella giornata

Marinelli
Grazie a te, Alfredo, credo che forse Livio Comin ha svolto pensieri proprio in particolare su questo tema, possiamo vedere di corrispondere con i temi che stanno emergendo. Credo che Giuseppe Di Leone voglia dire qualcosa


Di Leone
Grazie, sì. La cosa che, sicuramente, mi è più chiara, intanto, è la soddisfazione di aver ascoltato una tavola rotonda così ricca di spunti e un pensiero che si è sviluppato in maniera soddisfacente. Non so, mi sono quasi sentito obbligato a dire qualcosa, per il fatto che io ho un ruolo nel dipartimento di salute mentale, che è quello di coordinare i gruppi. Non so quanto sia estesa questa funzione particolare. In qualche modo pensavo che è come se mi fossi omogeneizzato anch'io, perché, rispetto alle attività di un dipartimento di salute mentale, avere tutto un settore dedicato ai gruppi è un po' come mettere un confine omogeneo. Praticamente sono quattro centri di salute mentale e abbiamo pensato di fare una variazione, rispetto ai confini che, solitamente, i centri di salute mentale hanno, rispetto ai pazienti dei loro territori. In altre parole ognuno è, in qualche modo, obbligato ad andare al proprio centro di appartenenza. Nel caso dei gruppi, abbiamo variato questa regola, per cui possono accogliere pazienti anche di altri centri. Questo ha determinato una serie di cose, di tipo organizzativo, per cui i gruppi che magari avevano una partecipazione intorno ad un certo numero si erano un po' fermati, tipo quattro cinque membri, con questo sistema della rete hanno avuto una maggiore espansione, perché, pur avendo una grande richiesta, come potete immaginare, ogni centro di salute mentale ha un bacino di abitanti intorno alle centocinquantamila persone, naturalmente non tutti, per fortuna, sono bisognosi di una prestazione di psicoterapia. Su un piano organizzativo, questo ha consentito di ottimizzare, parola cara naturalmente al gergo aziendale attuale, le risorse, perché questi gruppi si facevano a pieno ritmo. Ma, in realtà, io ho potuto constatare proprio un effetto di rianimazione di quelle che erano, non saprei come chiamarle, risorse, pratiche. Ecco, si parlava prima delle pratiche omogenee, insomma è stato come svegliare delle risorse assopite. E da questa tabella, che io rinnovo, ogni tanto, e poi la invio un po' a tutti quanti, credo che siano qualcosa come quattordici, quindici gruppi, gruppi che sono divisi per l'appunto, in eterogenei e, in maniera sempre più crescente, in quelli omogenei. Quindi si sta diffondendo questa pratica. Allora, rispetto al sistema delle classificazioni, sono d'accordo, sia sul fatto che possono essere negative sia sul fatto che possono essere positive. E, l'altra cosa, che mi aveva colpito, dello stile generazionale come ripresa di temi attraverso costumi, le cose da dire sono tante, mi era venuto da pensare in questo modo. Il gruppo, e il gruppo omogeneo in particolare, forse consente di ripresentare, come fanno forse, appunto, gli adolescenti con i temi della loro generazione, all'istituzione, con più persone, detta a più voci, probabilmente quei temi che i singoli pazienti forse non riescono a presentare in maniera da ottenere un'adeguata attenzione. Un attacco di panico, per esempio, se diventa il nucleo attorno a cui si fa un gruppo con pazienti, probabilmente rispetto ad una terapia duale, consente di amplificare il tema portato dal singolo paziente. Volevo dire anche che ci sono anche diverse omogeneità. Per cui, a seconda di dove si mette il confine, addirittura tutti i pazienti di un centro potrebbero rappresentare un gruppo omogeneo, rispetto al resto della popolazione che non ne ha necessità. Ma questo sarebbe un discorso troppo generale.
Un'altra cosa che mi colpiva, rispetto al problema della frammentazione, in qualche misura, di ambiti connettivi, di una coesione raggiunta, io ero molto d'accordo sul fatto che il gruppo omogeneo potesse consentire come di rivisitarla e, quindi poi, probabilmente di potersi proporre degli sviluppi differenzianti.

Marinelli
Ti ringrazio molto, Peppe, anche per la chiarezza con cui hai detto queste cose molto precise. Credo di sentirmi molto omogenea col mio gruppo romano, al quale sono molto grata di essere qui. Passerei la parola per un giro di risposte, però prima vorrei che Paolo Cruciani, che è così vicino a noi nel lavoro e che è interessato ai temi del libro Gruppi omogenei, dicesse qualcosa. Il professor Cruciani, credo che tutti ne abbiate sentito parlare, insegna da tanti anni, a "La Sapienza", a Roma, alla Facoltà di Psicologia, diverse materie che riguardano la teoria e tecnica della dinamica di gruppo.


Cruciani
Ringrazio Stefania e sì, effettivamente, ho parlato molto volentieri bene di questo libro, perché, come anche si è, penso, capito oggi, è un libro che tocca temi estremamente importanti. Per cui, in attesa che, poi, questo pomeriggio, tutti voi partecipiate molto, perché quelle esperienze di insegnamento, cui faceva cenno Stefania, mi hanno insegnato che la risposta del pubblico, e di un pubblico come il vostro, è estremamente importante, comporta spesso dei modi di vedere le cose notevolissimi. Soltanto come conclusione io volevo riprendere un tema, che mi aveva molto colpito nei discorsi di oggi, cioè quanto il punto di vista dell'omogeneità corrisponda, oggi, ad un tipo di problema che la società, nel suo insieme, si pone. In fondo, se noi vediamo anche dal punto di vista della storia della Psicologia o del modo con cui nella storia della Psicologia si sono posti i problemi di strumenti di lettura, di strumenti terapeutici di trasformazione, e generalmente i temi si sono sempre posti in armonia e in sintonia con problemi che nella società erano nati. E come sono posti i problemi, vengono poste delle soluzioni. Ed io credo che poche cose come la storia della psicoterapia di gruppo possano mostrare questo parallelismo. Cioè la psicoterapia di gruppo è nata in un momento in cui occorreva dare risposte collettive a disagi che erano intrinsecamente collettivi. E, quindi, anche il fatto che oggi questo tema dell'omogeneità venga fuori ed emerga in tanti modi ed in tanti contesti ed in tante accezioni differenti, per cui, effettivamente, all'aggettivo "omogeneo" bisogna aggiungere, sempre, degli elementi che ne chiariscano il senso, credo che non solo sia importante per quello che può essere il mettere a punto degli strumenti di intervento, ma sia anche un modo per avvicinarci e capire problemi profondi della nostra epoca. Quindi, io vorrei molto sottolineare questo punto, rispetto alle cose dette oggi ed anche rispetto al lavoro che ci aspetta. Grazie.


Marinelli
Grazie molte a te.


Comin
Volevo dire qualcosa così di sfondo, perché quando parlava Alfredo Lombardozzi non sono riuscito a stare attento alle parole, ma sullo sfondo della sua voce poi mi veniva in mente la parola "dolore". E allora pensavo alle possibili relazioni fra il dolore e l'omogeneità e mi veniva anche in mente l'intervista che ha fatto Stefania a Claudio, e che è riportata alla fine del suo libro Gruppo, dove Claudio dice che ci sono sempre delle cose che rimangono fuori e questo è doloroso. Lo sto dicendo in maniera vaga ed embrionale, ma mi stavo domandando se la dimensione dell'omogeneità porta ad un processo di pensiero sul dolore che funziona a velocità diverse da quelle relative ad altre dimensioni.


Comelli
Sul concetto di dolore, effettivamente, anche a me veniva in mente la necessità di trovare delle parole che possano raccontare l'omogeneità, come nell'esempio della Baglioni sull'acquosità, sulle caratteristiche di un'omogeneità primaria e strutturale di un gruppo o di un contesto. Come, in effetti, è anche necessario poter accogliere chi, dall'omogeneità di un sintomo, comincia a parlare, appunto, di dolore, come una paziente anoressica, che faticava ad uscire da una omogeneità familiare, e che ha avuto molto bisogno del sintomo per esprimere il dolore. In questo libro si ritrova quindi la necessità di dare una visibilità anche al modo con cui questo dolore viene espresso, tramite questi sintomi così omogenei, ma anche così inscritti nella storia individuale del soggetto.


Marinelli
Credo che, se non ci sono altri interventi, ci sia un'omogeneità biologica, per tutti noi, che ci richiede di andare a nutrirci anche di cibi materiali e di ringraziare, invece, per i cibi psichici e affettivi, che abbiamo ricevuto in tutta questa mattinata. Grazie

 

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